mercoledì 16 ottobre 2013

Nobel dell’economia a Fama, Shiller e Hansen “Svelano il mistero dei prezzi nella finanza” I tre economisti concordano: le aspettative pesano più del valore reale

C
hiamiamolo “Nobel
alla consapevolez-za”. Quella che - con
adeguate basi scien-tifiche - permette di
prevedere i comportamenti dei
mercati. Non sul breve termine
ma sicuramente sul medio perio-do. È questa certezza, frutto di
lunghi studi, che accomuna Lans
Peter Hansen, Eugene Fama e Ro-bert Shiller, insigniti ieri del pre-mio 2013 per l’Economia. I tre
non lavorano insieme, neanche i
primi due che insegnano nella
stessa università di Chicago (Shil-ler invece è un economista di Ya-le), hanno età varie (rispettiva-mente 61, 74 e 67 anni), perfino -spiega chi li conosce - caratteri di-versi. Ma quello che hanno in co-mune è l’aver analizzato i prezzi
degli assete le loro variazioni di
valore, dai titoli alle case, in modo
nuovo, arrivando tutti e tre alla
stessa conclusione: «Si possono
prevedere i movimenti di azioni e
obbligazioni per un tempo che
parte dai tre anni in avanti», come
ha scritto l’Accademia delle
scienze di Stoccolma nella moti-vazione. «Questa scoperta, per
quanto possa apparire sorpren-dente, e in tanti possano conte-starla - ammette la stessa Accade-mia - è stata documentata nel
modo più profondo e convincen-te».
Dei tre, Fama è considerato il
più “scientifico”, instancabile
raccoglitore e ordinatore di dati
statistici su ogni minima catego-ria d’investimento, Hansen è l’e-rede che ha rielaborato e reinter-pretato i lavori dei primi due, ma
Shiller è il più famoso. È l’autore
del best-seller economico Ani-mal spirits del 1989, scritto con
George Akerlof (a sua volta Nobel
nel 2001) in cui si documenta
l’importanza della psicologia nei
comportamenti che poi determi-nano i fatti economici. «Com-prendendo le emozioni, le pulsio-ni, le tensioni degli esseri umani
in possesso di ruoli di comando -scrivono i due economisti - si leg-ge la storia del capitalismo, che
appare tante volte irrazionale». E
infatti nel 2000 Shiller, stavolta da
solo, ha scritto il seguito logico: Ir-rational Exuberance , altro neolo-gismo entrato nel linguaggio cor-rente degli economisti, per spie-gare che di lì a poco l’entusiasmo
con cui in quel momento si com-prava a mani basse ogni titolo o
bene immobiliare avrebbe porta-to all’esplosione di qualche bolla
speculativa. Anzi, c’è di più: disse
che il primo a scoppiare sarebbe
stato il settore  hi-tech, il che si è
poi verificato. Nel 2003 in una se-rie di interviste alla Cnbc, di cui è
tuttora commentatore, reiterò
l’allarme stavolta rivolto al mer-cato del  real estate statunitense, e
l’anno dopo estese il suo  warning
all’intero settore finanziario. Del
tutto inascoltato.
Eppure Shiller è considerato
con rispetto non solo nel mondo
accademico, ma anche in quello
finanziario. Con Karl Case, un
economista dello Wellesley Col-lege, ha elaborato il Case-Shiller
index, che misura dagli anni ’80 i
valori immobiliari come il Dow
Jones quelli azionari. Visto il suo
carisma, è ben presente nel dibat-tito politico americano, in cui
porta un contributo di raziona-lità: «La finanza in sé non è una co-sa cattiva», ha detto qualche mese
fa. «Tanti studenti stranieri ven-gono a studiare qui in America per
l’aiuto finanziario che ricevono».
Il problema è l’uso che se ne fa.
Tutti e tre gli economisti hanno
influenzato, sia il neo-keynesia-no Shiller che i tipici monetaristi
di Chicago Fama e Hansen, le mi-sure d’intervento dell’ammini-strazione Obama. E ora non si
stancano di ripetere che la storia
minaccia di ripetersi: «I prezzi
delle azioni stanno crescendo
troppo, e gli eccessivi investimen-ti, con i relativi debiti, sono ali-mentati da un periodo troppo
prolungato di tassi a zero», ha ri-petuto Shiller ieri sotto i tanti ri-flettori che si sono accesi nella
giornata del Nobel. «In molti casi,
non c’è rispondenza fra i valori di
mercato e il vero contenuto in-trinseco dei beni». Intendiamoci,
ha per fortuna aggiunto, «non sia-mo ai livelli di sei anni fa. Il Consu-mer financial protection bureau
(uno degli strumenti creati dopo
la recessione,  ndr) ha effettiva-mente migliorato gli standard di
sicurezza della finanza». Però re-sta un pericolo strisciante.

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