domenica 20 ottobre 2013

BIMBO SOVIETICUS

 Cos’è il bene e cos’è il male
Un figliolo piccolino arrivò dal padre e chiese:
cos’è il bene e cos’è il male?
Segreti io non ne ho. Ascoltate, bimbi
la risposta del papà che ora nel libro io pubblicherò
Quando un figlio è più nero della notte,
e la sporcizia gli copre il bel faccino,
è chiaro che è un male per la pelle delicata del bambino
Se invece il bimbo ama sapone e polvere di dentifricio,
questo è il bambino tanto caro, e che agisce tanto bene
Quando un ragazzaccio
rissoso picchia un bambino debole,
io quello non lo voglio nemmeno
mettere nel libro
Ma se questo invece grida:
“Non toccare chi è più piccolo!”
vuol dire che il ragazzo
è molto buono,
semplice delizia degli occhi!
Lo ricordi ogni figlio,
lo sappia ogni bambino:
crescerà un maiale
chi da piccolo è un maialino



Cenerentola fu trascinata dinanzi ai giudici e ac-cusata di tradimento delle classi lavoratrici…
Poi fu il turno di Babbo Natale, accusato di ca-larsi nei comignoli a fini di spionaggio… Le fa-te erano ciarlatane. Per non parlare di principi
e principesse, che il ruolo di oppressore ce l’a-vevano scritto in fronte. Uno dopo l’altro i personaggi delle
vecchie favole vennero condannati all’esilio, perché inade-guati all’infanzia sovietica. Così racconta uno scritto auto-biografico sull’infanzia nell’Urss degli anni Venti e Trenta, il
resoconto di una rappresentazione scritta, diretta
e rappresentata da un gruppo di Giovani Pio-nieri.
Come andò a finire la favola? Lo sappia-mo: male. Ma ora una nuova raccolta di
illustrazioni ( Inside The Rainbow. Rus-sian children’s literature 1920-35:
beautiful books, terrible times, in Italia
per Corraini) sembra suggerire che
poteva forse andare anche diversa-mente, che ci fu almeno un momento
in cui prometteva bene per i bambini e
la fantasia. Scorrere queste figure evo-ca un’epoca magica, e sinora poco co-nosciuta, nella quale un gruppo di autori
e disegnatori riuscì a inventare modi nuovi
per raccontare favole nuove che conservavano
tutto lo charme di quelle vecchie. Anche se al posto
di draghi, principesse e cavalieri ritraevano macchinario in-dustriale e piroscafi, minatori e postini, lampadine elettriche
e locomotive, insomma tutta la modernità sognata da
un’Urss a pezzi. Erano davvero «tempi terribili». Ma la sor-presa è che in quel marasma ci fosse anche chi riusciva a pro-durre «libri per l’infanzia bellissimi», di un’eleganza mozza-fiato. A lungo questo tesoro era rimasto sepolto, i libri finiti al
macero o banditi sino a ben dopo la destalinizzazione. Da
qualche tempo invece tornano a meravigliare. Soprattutto
grazie a una collezione (migliaia di volumi e disegni, quasi tut-ti altrimenti introvabili) messa insieme nel corso dei decenni
da un emigrato russo a New York, Alexander Lurye, detto Sa-sha.
Si resta sbalorditi sfogliando favole così belle. Storie a fini
edificanti, ma anche di pura e delicata fantasia. Storie di guer-ra e d’eroismo, ma anche sul lavoro e sugli oggetti quotidiani.
E persino su un argomento davvero impossibile come il Pri-mo Piano Quinquennale (riuscite a immaginare un libro per
bambini sull’Imu?). Alcuni degli autori (Majakovskij in testa)
e degli illustratori sono famosi. Altri, una scoperta. In comu-ne hanno il fatto che riuscirono a trovare, nel rivolgersi all’in-fanzia, una libertà di espressione che non avrebbero mai po-tuto sognare nel rivolgersi agli adulti. Durò abbastanza poco,
giusto quel quindicennio menzionato nel titolo, e fecero qua-si tutti una brutta fine, a cominciare da colui che li aveva in-coraggiati, il commissario alla cultura Lunacharsky.
I vecchi Bolscevichi ce l’avevano con le vecchie favole.
«Che se ne fanno dei racconti di fate i bimbi proletari?», si chie-deva la Pravda nel 1925. «Servono solo alla borghesia, per so-stenere lo sfruttamento… in modo che bambini che hanno
freddo e fame possano rifugiarsi nel mondo della fantasia e
provare felicità immaginaria». E in effetti, con la guerra civile
e la collettivizzazione forzata che avevano creato milioni di
biezpizorniki , bambini abbandonati, un’intera generazione
finì col frequentare solo orchi e orfanotrofi. E più tardi, con le
nuove leggi che istituivano la punizione criminale a partire
dalla tenera età, finirono con l’affollare anche gli orfanotrofi
per figli di nemici del popolo e il Gulag. In pratica un bambi-no sovietico su tre fu privato dell’infanzia. Alle meraviglie non
si avvicinarono neanche. Tutti gli altri vennero scoraggiati dal
correre dietro a scempiaggini e puro entertainment. In com-penso, da un certo punto in poi si raccontava un’unica favo-la. Sempre la stessa: su come dovessero ringraziare papà Sta-lin per aver regalato ai bambini sovietici l’infanzia più felice
che si potesse immaginare al mondo. La Krupskaya, la vedo-va di Lenin, ce l’aveva con la «sciocchezza» di far parlare gli
animali nelle favole. Persino un intellettuale raffinato come Viktor Šklovskij se la prese in quegli anni, salvo poi vergo-gnarsene in seguito, con chi affollava la letteratura sovietica
per l’infanzia di «ippopotami e giraffe», nonché di «cocco-drilli», come quello di Chukosvsky, che avevano forse il difet-to di evocare i tiranni del presente quanto quelli del passato.
Ma poi si fece anche peggio: l’eroe indicato al bambino so-vietico divenne Pavlik Morozov, il bambino che da buon co-munista aveva denunciato padre e madre.
La cosa che fa una certa impressione ricordare è che negli
stessi anni in America Walt Disney inventava Topolino e Pa-perino, e filmava Biancaneve e Cenerentola. Avrà avuto i suoi
difetti, sarà stato un fottuto reazionario, avrà avuto secondi
fini quanto vi pare, ma le fiabe le sapeva raccontare. Lo capì
persino uno dei più egregi narratori sullo schermo della favo-la staliniana, Sergei Eisenstejin. L’autore di  Ivan il Terribile
aveva scritto nel 1941, anno assolutamente non sospetto, un
panegirico della potenza liberatoria del modo di narrare le fa-vole di Disney. Ma i film di Disney in Russia arrivarono solo
con la Perestrojka. Ora sappiamo che mezzo secolo prima an-che la Russia sovietica aveva geni di quel calibro. Semplice-mente aveva buttato via un’occasione favolosa

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