S
uore che depositano
migliaia di banconote
da 100 dollari, arcive-scovi che fanno bonifi-ci milionari ai parenti e poi tan-te altre operazioni sulle quali la
Procura non ha ritenuto di apri-re indagini ma che aprono uno
spaccato interessante sul rap-porto tra la Chiesa e la ‘roba’ at -traverso la lente dei conti IOR.
Le operazioni talvolta sono sta-te considerate ‘sospette’ dalle
autorità bancarie o poco traspa-renti dagli stessi istituti di cre-dito che gestiscono le finanze
dello IOR in Italia. Ma non sono
state contestate dalla Procura di
Roma nell’avviso chiusura in-dagini per i dirigenti della banca
vaticana. Le mazzette di dollari
e i bonifici emergono dalle carte
dell’inchiesta appena chiusa
con la contestazione della vio-lazione della normativa anti-ri-ciclaggio (un reato formale pu-nito con una pena minima) nei
confronti di Massimo Tulli e
Paolo Cipriani, rispettivamente
vicedirettore e direttore dello
IOR, Istituto per le Opere di Re-ligione. Agli atti dell’indagine
dei pm Nello Rossi e Stefano Fa-va c’è per esempio la nota del-l’UIF che sviluppa la ‘segnala -zione dell’operazione sospetta’,
dove l’operazione in questione
è quella effettuata da una suora
alla Banca Prossima, filiale di
via Aurelia in Roma, il 5 ottobre
2010. Quel giorno suor Graziel-la L. si presenta allo sportello
con 15 mazzette con timbro Ior
e le versa sul conto dell’Istituto
delle Suore Francescane Ange-line per il quale suor Graziella è
delegata. Nella segnalazione
della banca, poi sviluppata dal-l’Ufficio Informazione Finan-ziaria UIF, l’anti-riciclaggio di
Bankitalia, si legge: “Il sospetto
nasce dall’entità e dall’origine
non adeguatamente giustificata
delle somme.
NELLO SPECIFICO, la somma
versata è costituita da denaro
contante in biglietti da 100 dol-lari USA con mazzette da 100
pezzi regolarmente fascettate
con timbro dello IOR. A tal pro-posito il soggetto esecutore del-l’operazione, una religiosa di-chiarava per iscritto e su carta
intestata dell’Istituto di avere
prelevato allo IOR in data odier-ma 150 mila dollari USA e di
aver versato la somma sul conto
di apertura presso Banca Pros-sima. Tra l’altro la religiosa
preannunciava, per le vie brevi,
l’esecuzione di ulteriori future
operazioni similari. L’entità de-le somme versate e l’impossibi -lità di accertare l’effettiva prove-nienza hanno indotto l’interme -diario a inoltrare la segnalazio-ne. L’Istituto delle Suore Fran-cescane Angeline è una scuola e
con il medesimo codice fiscale
risulta censita in Cerved (banca
dati delle camere di commercio,
Ndr) anche la Casa Mater Dei
che invece è una struttura alber-ghiera”.
Agli atti c’è poi il carteggio tra la
filiale italiana della banca ame-ricana JP Morgan e lo IOR. Nel
novembre del 2011 l’UIF della
Banca d’Italia mette sotto pres-sione la banca americana. Più di
un anno prima, a settembre del
2010, la Procura di Roma aveva
sequestrato 23 milioni allo IOR
(sui conti accesi presso il Credi-to Artigiano e la Banca del Fu-cino) per il mancato rispetto
delle normative anti-riciclaggio.
Lo IOR opera in Italia scher-mando i reali intestatari dei fon-di giacenti sui suoi conti calde-rone che celano sotto-rapporti
bancari conosciuti solo da alcu-ni funzionari di alto grado come
il direttore Paolo Cipriani.
Quando la Banca d’Italia e la
Procura di Roma hanno impo-sto un cambiamento di regime
alle banche italiane, il Vaticano
ha spostato gran parte della sua
operatività sulla Jp Morgan di
Francoforte, usando la sponda
della filiale di Milano. Nel no-vembre 2011 l’UIF arriva anche
lì e chiede informazioni su 150
operazioni effettuate sul conto
JP Morgan da molti soggetti
che avevano il conto allo IOR. La
banca gira le richieste allo IOR
che risponde con informazioni
considerate insufficienti da Jp
Morgan. La banca americana al-lora scrive ancora al ‘complian -ce department’ di IOR il 19 gen-naio del 2012, “al fine di ottem-perare più compiutamente alle
Nostre responsabilità in materia
di anti-riciclaggio” e chiede “ul -teriori informazioni in riferi-mento ai seguenti pagamenti e
incassi”. Segue una lista di 11
operazioni effettuate da soggetti
diversi. Il 13 febbraio IOR ri-sponde picche e Jp Morgan il 30
marzo 2012 chiude il conto.
Molte operazioni per le quali lo
IOR si è rifiutato di rispondere
alla Jp Morgan sono poi conflui-te nell’accusa contro
i vertici dello IOR,
Paolo Cipriani e
Massimo Tulli, che
poi si sono dimessi
nel luglio scorso.
Altre operazioni,
invece, pur essen-do oggetto delle ri-chieste di deluci-dazioni di Jp Morgan e pur es-sendo rimaste senza spiegazio-ne compiuta da parte dello IOR,
non sono finite nei capi di ac-cusa. Tra queste ce ne è una in-teressante per la sua dimensione
economica e perché coinvolge
l’arcivescovo emerito di Urbi-no. “Marinelli Francesco” (alto
prelato) come lo definisce Jp
Morgan ha eseguito tra il 27
aprile e il 18 maggio 2010 sei bo-nifici per complessivi un milio-ne e 100 mila euro a beneficio
dei suoi parenti Gianluca, Giu-seppe, Dino Gabriele e France-sco Marinelli. Jp Morgan chiede
le seguenti informazioni allo
IOR sui bonifici di Marinelli dal
conto dell’arcivescovo a quelli
dei parenti: “Origine dei fondi e
congruità con l’attività svolta ed
eventuale provenienza da sog-getti terzi (in caso positivo a
quale titolo)”.
LO IORnon risponde (per tutte
le operazioni) e Jp Morgan chiu-de il conto. Non c’è’ nulla di ma-le a donare un milione a fratello
e nipoti. I prelati hanno diritto
ad avere un conto allo IOR.
Quindi la Procura ha ritenuto di
non contestare alla dirigenza
IOR alcun reato per i bonifici di
Marinelli. Certo la curiosità del-la Jp Morgan sull’origine dei
fondi e sulla loro congruità con
l’attività del prelato, resta ineva-sa. Monsignor Francesco Mari-nelli allora era Arcivescovo di
Urbino, carica che ha lasciato
nel 2011. Al Fa t to che gli chiede
se ricorda i bonifici, l’arcivesco -vo emerito risponde: “No, non
so nulla di tutto quest
domenica 29 settembre 2013
Va c a n z e in Albania, l’ultimo p a ra d i s o dell’i t a l i an o medio
D
ov’è che vai?”, il primo motivo per cui
vale la pena di andare in Albania è il gu-sto di vedere le facce della gente, mentre
annunci la tua meta per le vacanze: uno
sguardo, e già hai capito tutto – rigurgiti leghisti,
imperituri pregiudizi. Sono passati più di ven-t’anni dall’apparizione della nave Vlora nel porto
di Bari; sedici, dall’anno dell’“anarchia albanese”
e dai pattugliamenti furiosi nel Canale d’Otranto;
dieci, almeno, da quando la presenza sempre più
massiccia di migranti di altre nazionalità ha re-legato gli albanesi a un gruppo minoritario sul
nostro territorio: eppure, l’albanese cattivo con-tinua ad aggirarsi, spettrale, negli incubi dell’ita -liano medio.
Ma siamo tutti italiani medi, lì, nell’hotel di Ti-rana: anzi, italiani medio-bassi, di quelli che, con
la crisi, proprio non ce la fanno a pagarsi trenta
euro al giorno per un ombrellone e due sdraio –
quindi, tanto vale fare il viaggio all’incontrario:
Brindisi o Ancona, e via, sul barcone, per raggiun-gere le coste più temute degli anni Novanta. Ci
sono i ragazzi milanesi che si sbafano quelle quat-tro portate di pesce che in Italia mai potrebbero
permettersi; e Florian, ventenne italoalbanese che
fa lo zio d’America e parla solo di macchine co-stose e di posti di lusso, anche se poi, scopro, a
Verona lavora al Pronto Pizza; c’è Fulvio, toscano
che a furia di fumare si deve rifare diciotto denti, e
“o fai un mutuo e te li rifai in Italia, o vai e vieni
dall’Albania e te la cavi con qualche migliaia d’eu -ro”; c’è Endri, trentenne che in Italia c’è cresciuto
ma poi è tornato qui, a godersi i soldi guadagnati e
a fare il gestore di un ristorante; c’è la professo-ressa del Nord con tre figli che viene ogni estate,
c’è il cuoco di Durazzo che ha fatto l’alberghiero a
Vicenza. E, mentre la tv passa Fantozzi sottoti-tolato in albanese, Tirana si rivela forse l’unica
città estera in cui un italiano può campare bene
senza conoscere una sola parola di una lingua che
non sia quella materna – il paradiso per l’italiano
medio, appunto, e morte ai pregiudizi.
Che poi, ad agosto, non ci sia molto da fare, po-tevamo aspettarcelo: puoi infilarti in una delle
mille sale slot che costeggiano le vie, o cercare di
azzeccare i fantasmatici orari di apertura dei mu-sei e scivolare nel realismo socialista, oppure
mangiare e bere, e tanto, e con piacere, e spen-dendo niente. Nel Blok – il quartiere dei ristoranti
– ci sono locali smaccatamente belli, curati, mo-daioli: quelli in cui in Italia magari non entreresti
perché troppo chic – ma, tanto, qui il cocktail che
ti arriva al tavolo lo paghi un euro, la cena cinque,
e crepi l’avarizia.
I furbetti dell’auto Il sogno
proibito di avere l’autista
Poi, scoprirò che i più furbi, quelli che all’arrivo
avevano già programmato tutto (di solito grazie a
un vicino o a un collega albanese, ndr), si sono presi
l’autista e si sono fatti scorrazzare lungo tutto il
paese a un prezzo assurdamente basso: però, vuoi
mettere l’avventura di guidare tra sorpassi a destra,
tir contromano, autostrade che finiscono nel nulla
e autobus che inchiodano in curva? Le città sono
piene dei nostri vecchi autobus arancioni, le strade
sono costellate di autolavaggi (Lavazho sarà l’unica
parola in albanese che vi rimarrà per sempre im-pressa), la costa è assediata di ombrelloni, sembra
di essere ad Ostia: ma, dopo Valona, la strada si
trasforma in un valico di montagna, all’improvviso
sei a mille metri, a picco sul mare, sul monte Llo-gara, fantastico. Osservi il panorama con un unico,
grande interrogativo: se in Albania vivono tre mi-lioni di persone e gli albanesi che stanno all’estero
sono più del doppio, non è che ad agosto si saranno
dati appuntamento tutti qui, su queste coste?
Tra Valona e Saranda, però, ci sono i piccoli gioielli
della costa: Qeparo, Borsch, Lukova, con l’acqua tra-sparente, le calette nascoste, le spiagge semivuote -cosa fondamentale, questa, visto che, non appena c’è
qualcuno, questo qualcuno affitterà una moto d’ac -qua e passerà la giornata a fare le sgommate a tre
centimetri dalla riva - e voi li maledirete tirando fuori
i pregiudizi di una prozia leghista, prima di scoprire
che parlano greco, o italiano. Ma anche albanese, eh:
stessa faccia stessa razza, e pazienza.
Ksamil, invece, nell’estremo Sud, unanimamente
considerato il “gioiello d’Albania” si abbatte su di
noi con la stessa forza devastante con cui mani
umane sembrano essersi dedicate a distruggerlo:
una spianata di ecomostri terminati, non terminati,
Il compito
sarà mio,
il potere vostro
di Edi Rama*
LA RESPONSABILITÀ Ci sono
poche altre responsabilità per un
uomo che sono più grandi della
responsabilità di guidare il
Paese. Oggi, il popolo
dell’Albania, ha deciso di affidare
a me e alla mia squadra il carico di
guidare il nostro Rinascimento
nazionale... Accettiamo la re-sponsabilità con un profondo
senso di umiltà verso ciascu-no di voi... Noi governeremo. Ma
né io, né gli altri eletti possiamo
portare da soli il Rinascimento
che abbiamo promesso. É per
questo che vogliamo che voi, la
gente di questo paese, iniziate a
far parte della nostra squadra del
R i n a s c i m e n to.
VALONA, DAI BARCONI AI TRAGHETTI
Per condividere le aspirazioni, le
sfide e gli sforzi per ripristinare
l’economia attraverso la libertà e
la tassazione di concorrenza lea-le... Una nuova società dove l’i-struzione e la sanità siano devo-luti seconda necessità, e non se-QUINDICI ANNI FA
ARRIVAVANO CON
I BARCONI. OGGI
TOCCA A NOI CON
TRAGHETTI PIENI
DI TURISTI. E
TROVIAMO UN
PAESE CHE UN PO’
CI SOMIGLIA
o lasciati crollare, semplicemente. Qui l’italiano
non lo sanno, ma c’è la rampante generazione dei
dieci-quindicenni che gestisce la comunicazione
nei locali, con un inglese perfetto che merita un
complimento alle scuole dove, a sentir loro, hanno
potuto impararlo. Le spiagge potrebbero essere bel-le, ma non in agosto, quando ci sono milioni di
persone disseminate in quattro metri per quattro: e
il gesto di raccogliere i mozziconi di sigaretta per
non inquinare, che noi abbiamo imparato da un
paio di anni, è tenero, quasi struggente, davanti alle
bottiglie che galleggiano in acqua e a una mamma
che lascia a riva il pannolino sporco di suo figlio. Lì
vicino, però, c’è il sito archeologico di Butrinto, Gi-rocastro e, con un’avventurosa deviazione nelle
strade dell’interno, Berat - una città-fortezza incon-taminata, con tante case bianche che le valgono il
nome di “città dalle mille finestre”. È lì che conosco
Jonida, un’operatrice di uno dei tanti call center ita-liani dislocati in Albania, una di quelle che, quando
ci chiamano per proporci un’offerta, ci fa pensare
“che strano accento”: qualcuno, quando al telefono
rivela di dov’è, ancora ci rimane male, mi dice, ma
lei, laureata in Giornalismo, coi suoi quattrocento
euro di stipendio, è la prima della sua famiglia che
può permettersi di restare in patria, senza emigrare,
come tutti i suoi, nella bassa lombarda.
Tornando a Tirana, tra Suv tirati a lucido nei La-vazho e vecchietti col carretto trainato dagli asini,
incrociamo due moto contromano in autostrada,
che procedono tranquille. Prima di partire, esprimo
l’ultimo desiderio: cinque portate di pesce a quindici
euro - e il cuoco che ha fatto l’alberghiero a Vicenza,
come dolce, mi prepara pure focaccia e Nutella
ov’è che vai?”, il primo motivo per cui
vale la pena di andare in Albania è il gu-sto di vedere le facce della gente, mentre
annunci la tua meta per le vacanze: uno
sguardo, e già hai capito tutto – rigurgiti leghisti,
imperituri pregiudizi. Sono passati più di ven-t’anni dall’apparizione della nave Vlora nel porto
di Bari; sedici, dall’anno dell’“anarchia albanese”
e dai pattugliamenti furiosi nel Canale d’Otranto;
dieci, almeno, da quando la presenza sempre più
massiccia di migranti di altre nazionalità ha re-legato gli albanesi a un gruppo minoritario sul
nostro territorio: eppure, l’albanese cattivo con-tinua ad aggirarsi, spettrale, negli incubi dell’ita -liano medio.
Ma siamo tutti italiani medi, lì, nell’hotel di Ti-rana: anzi, italiani medio-bassi, di quelli che, con
la crisi, proprio non ce la fanno a pagarsi trenta
euro al giorno per un ombrellone e due sdraio –
quindi, tanto vale fare il viaggio all’incontrario:
Brindisi o Ancona, e via, sul barcone, per raggiun-gere le coste più temute degli anni Novanta. Ci
sono i ragazzi milanesi che si sbafano quelle quat-tro portate di pesce che in Italia mai potrebbero
permettersi; e Florian, ventenne italoalbanese che
fa lo zio d’America e parla solo di macchine co-stose e di posti di lusso, anche se poi, scopro, a
Verona lavora al Pronto Pizza; c’è Fulvio, toscano
che a furia di fumare si deve rifare diciotto denti, e
“o fai un mutuo e te li rifai in Italia, o vai e vieni
dall’Albania e te la cavi con qualche migliaia d’eu -ro”; c’è Endri, trentenne che in Italia c’è cresciuto
ma poi è tornato qui, a godersi i soldi guadagnati e
a fare il gestore di un ristorante; c’è la professo-ressa del Nord con tre figli che viene ogni estate,
c’è il cuoco di Durazzo che ha fatto l’alberghiero a
Vicenza. E, mentre la tv passa Fantozzi sottoti-tolato in albanese, Tirana si rivela forse l’unica
città estera in cui un italiano può campare bene
senza conoscere una sola parola di una lingua che
non sia quella materna – il paradiso per l’italiano
medio, appunto, e morte ai pregiudizi.
Che poi, ad agosto, non ci sia molto da fare, po-tevamo aspettarcelo: puoi infilarti in una delle
mille sale slot che costeggiano le vie, o cercare di
azzeccare i fantasmatici orari di apertura dei mu-sei e scivolare nel realismo socialista, oppure
mangiare e bere, e tanto, e con piacere, e spen-dendo niente. Nel Blok – il quartiere dei ristoranti
– ci sono locali smaccatamente belli, curati, mo-daioli: quelli in cui in Italia magari non entreresti
perché troppo chic – ma, tanto, qui il cocktail che
ti arriva al tavolo lo paghi un euro, la cena cinque,
e crepi l’avarizia.
I furbetti dell’auto Il sogno
proibito di avere l’autista
Poi, scoprirò che i più furbi, quelli che all’arrivo
avevano già programmato tutto (di solito grazie a
un vicino o a un collega albanese, ndr), si sono presi
l’autista e si sono fatti scorrazzare lungo tutto il
paese a un prezzo assurdamente basso: però, vuoi
mettere l’avventura di guidare tra sorpassi a destra,
tir contromano, autostrade che finiscono nel nulla
e autobus che inchiodano in curva? Le città sono
piene dei nostri vecchi autobus arancioni, le strade
sono costellate di autolavaggi (Lavazho sarà l’unica
parola in albanese che vi rimarrà per sempre im-pressa), la costa è assediata di ombrelloni, sembra
di essere ad Ostia: ma, dopo Valona, la strada si
trasforma in un valico di montagna, all’improvviso
sei a mille metri, a picco sul mare, sul monte Llo-gara, fantastico. Osservi il panorama con un unico,
grande interrogativo: se in Albania vivono tre mi-lioni di persone e gli albanesi che stanno all’estero
sono più del doppio, non è che ad agosto si saranno
dati appuntamento tutti qui, su queste coste?
Tra Valona e Saranda, però, ci sono i piccoli gioielli
della costa: Qeparo, Borsch, Lukova, con l’acqua tra-sparente, le calette nascoste, le spiagge semivuote -cosa fondamentale, questa, visto che, non appena c’è
qualcuno, questo qualcuno affitterà una moto d’ac -qua e passerà la giornata a fare le sgommate a tre
centimetri dalla riva - e voi li maledirete tirando fuori
i pregiudizi di una prozia leghista, prima di scoprire
che parlano greco, o italiano. Ma anche albanese, eh:
stessa faccia stessa razza, e pazienza.
Ksamil, invece, nell’estremo Sud, unanimamente
considerato il “gioiello d’Albania” si abbatte su di
noi con la stessa forza devastante con cui mani
umane sembrano essersi dedicate a distruggerlo:
una spianata di ecomostri terminati, non terminati,
Il compito
sarà mio,
il potere vostro
di Edi Rama*
LA RESPONSABILITÀ Ci sono
poche altre responsabilità per un
uomo che sono più grandi della
responsabilità di guidare il
Paese. Oggi, il popolo
dell’Albania, ha deciso di affidare
a me e alla mia squadra il carico di
guidare il nostro Rinascimento
nazionale... Accettiamo la re-sponsabilità con un profondo
senso di umiltà verso ciascu-no di voi... Noi governeremo. Ma
né io, né gli altri eletti possiamo
portare da soli il Rinascimento
che abbiamo promesso. É per
questo che vogliamo che voi, la
gente di questo paese, iniziate a
far parte della nostra squadra del
R i n a s c i m e n to.
VALONA, DAI BARCONI AI TRAGHETTI
Per condividere le aspirazioni, le
sfide e gli sforzi per ripristinare
l’economia attraverso la libertà e
la tassazione di concorrenza lea-le... Una nuova società dove l’i-struzione e la sanità siano devo-luti seconda necessità, e non se-QUINDICI ANNI FA
ARRIVAVANO CON
I BARCONI. OGGI
TOCCA A NOI CON
TRAGHETTI PIENI
DI TURISTI. E
TROVIAMO UN
PAESE CHE UN PO’
CI SOMIGLIA
o lasciati crollare, semplicemente. Qui l’italiano
non lo sanno, ma c’è la rampante generazione dei
dieci-quindicenni che gestisce la comunicazione
nei locali, con un inglese perfetto che merita un
complimento alle scuole dove, a sentir loro, hanno
potuto impararlo. Le spiagge potrebbero essere bel-le, ma non in agosto, quando ci sono milioni di
persone disseminate in quattro metri per quattro: e
il gesto di raccogliere i mozziconi di sigaretta per
non inquinare, che noi abbiamo imparato da un
paio di anni, è tenero, quasi struggente, davanti alle
bottiglie che galleggiano in acqua e a una mamma
che lascia a riva il pannolino sporco di suo figlio. Lì
vicino, però, c’è il sito archeologico di Butrinto, Gi-rocastro e, con un’avventurosa deviazione nelle
strade dell’interno, Berat - una città-fortezza incon-taminata, con tante case bianche che le valgono il
nome di “città dalle mille finestre”. È lì che conosco
Jonida, un’operatrice di uno dei tanti call center ita-liani dislocati in Albania, una di quelle che, quando
ci chiamano per proporci un’offerta, ci fa pensare
“che strano accento”: qualcuno, quando al telefono
rivela di dov’è, ancora ci rimane male, mi dice, ma
lei, laureata in Giornalismo, coi suoi quattrocento
euro di stipendio, è la prima della sua famiglia che
può permettersi di restare in patria, senza emigrare,
come tutti i suoi, nella bassa lombarda.
Tornando a Tirana, tra Suv tirati a lucido nei La-vazho e vecchietti col carretto trainato dagli asini,
incrociamo due moto contromano in autostrada,
che procedono tranquille. Prima di partire, esprimo
l’ultimo desiderio: cinque portate di pesce a quindici
euro - e il cuoco che ha fatto l’alberghiero a Vicenza,
come dolce, mi prepara pure focaccia e Nutella
lunedì 23 settembre 2013
L’ultima avventura delle guide turistiche “Minacciati dalle app” A rischio chiusura Lonely Planet: vendite crollate del 30 per cento
ERA, anzi è, la guida di intere gene-razioni di viaggiatori: Lonely Pla-net, pochi soldi, zaino in spalla, la
passione per le strade meno battu-te e il contatto con le popolazioni
locali. Casa madre australiana, pri-ma edizione nel 1972, poi un suc-cesso a cascata che forse ha contri-buito alla crisi. E ieri, puntualmen-te anche il Guardianha ripreso la
notizia di agenzia secondo la quale
il rischio-chiusura per Lonely Pla-net sarebbe imminente, a seguito
di un crollo nelle
vendite a livello
mondiale tra il
20 e il 30 per cen-to. Seguito da
smentite diffuse
da Londra ma
anche da Tori-no, dove ha sede
EDT, l’editore
italiano, e dalla
constatazione
che Lp è appena sbarcata sui mer-cati cinese, russo e brasiliano. Ma
sullo sfondo c’è tutt’altro: quale fu-turo hanno il Baedeker e i suoi ere-di, il volumetto cartaceo sul quale
trovare le informazioni sugli Uffizi
o sul Louvre che ha fatto la felicità
di migliaia di inglesi impegnati nel
Grand Tour? Perché pagare per un
libro quando esistono app che
consentono di spedire una foto e
avere in tempo reale le notizie su
ciò che passa sotto i propri occhi?
La risposta arriva proprio da Lo-nely, e da Angelo Pittro, direttore
commerciale per l’Italia: «Ogni an-no in questa stagione ci troviamo a
dover smentire voci catastrofiche.
All’inizio si trattava dell’incidente
mortale di cui sarebbe stato vitti-ma il nostro fondatore, poi del pre-sunto appoggio ai regimi comuni-sti quando la nostra edizione tibe-tana è vietata nel paese, in seguito
del fatto che la Bbc (che ha acqui-stato e poi ceduto il marchio, ndr)
avrebbe snaturato la nostra filoso-fia. Ora si annuncia la chiusura.
Non è così: sforniamo nuovi titoli,
risentiamo come tutti della crisi
ma in Italia abbiamo continuato a
crescere, per quota di mercato,
perfino nel 2012». Carta o digitale?
«Lavoriamo su entrambi, ma l’on-line per ora viaggia sotto il 5 per
cento, a esclusione dei mercati di
lingua anglosassone. Ciò non si-gnifica non scommetterci. Un li-bro, se lo perdi o lo dimentichi in
aereo, non è una tragedia. Un
iPhone o un ipad dipendono dal
collegamento, e possono essere fa-cilmente rubati».
Nell’attesa di sapere che ne sarà
di Lonely Planet, e dei suoi 70 di-pendenti italiani tra i quali diversi
autori locali (“perché per raccon-tare un luogo sensibilità e linguag-gio sono importanti”), il panorama
degli altri editori mostra luci e om-bre. Michelin continua a viaggiare
sui grandi numeri, ma ha dovuto
ammettere oltre ai ristoranti stella-ti le buone trattorie da 25 euro, e av-viare un restyling delle sue guides
vertes che ha coinvolto sei titoli in
Italia. Il concorrente più importa te di Lonely, però, è la Guide du
Routard, e soprattutto il Touring
Club, entrambi partner di Giunti.
«Abbiamo investito con decisione
sul digitale – spiega Bruno Mari, vi-ce presidente di Giunti, l’uomo
che ha salvato le guide made in
Italy – e ci siamo strutturati su tre
diversi livelli: la preparazione al
viaggio, che è una lettura e può av-venire anche su carta, le app da sca-ricare direttamente sul proprio te-lefono, gratis per le mete italiane e
a pochi soldi per quelle straniere,
infine il web dove prenotare anche
albergo e ristorante o leggere il me-teo. I risultati sono incoraggianti
ma abbiamo dovuto tagliare un
buon terzo delle destinazioni, tito-li che non avrebbero mai potuto
pareggiare i conti. Abbiamo alle
spalle un’associazione come il
Touring Club che conta 300.000 so-ci in Italia, e nuovi soci come Slow
Food che ci danno una freschezza
difficile da ottenere altrimenti».
«Come si fa a partire senza libri?
– si chiede Antonio Politano, diret-tore del Festival della letteratura di
viaggio, sesta edizione in program-ma a Roma, in settembre – Perso-nalmente, il coast to coast negli
Stati Uniti lo affronto con “Lo Zen e
l’arte della manutenzione della
motocicletta”, di Robert Pirsig».
Sarà. Ma intanto sull’hashtag #lp-memories, racconta il Guardian, è
partito ieri un flusso ininterrotto di
lamentele dei fedelissimi di Lo-nely. «Che somiglia a un necrolo-gio», scrive il quotidiano ingles
passione per le strade meno battu-te e il contatto con le popolazioni
locali. Casa madre australiana, pri-ma edizione nel 1972, poi un suc-cesso a cascata che forse ha contri-buito alla crisi. E ieri, puntualmen-te anche il Guardianha ripreso la
notizia di agenzia secondo la quale
il rischio-chiusura per Lonely Pla-net sarebbe imminente, a seguito
di un crollo nelle
vendite a livello
mondiale tra il
20 e il 30 per cen-to. Seguito da
smentite diffuse
da Londra ma
anche da Tori-no, dove ha sede
EDT, l’editore
italiano, e dalla
constatazione
che Lp è appena sbarcata sui mer-cati cinese, russo e brasiliano. Ma
sullo sfondo c’è tutt’altro: quale fu-turo hanno il Baedeker e i suoi ere-di, il volumetto cartaceo sul quale
trovare le informazioni sugli Uffizi
o sul Louvre che ha fatto la felicità
di migliaia di inglesi impegnati nel
Grand Tour? Perché pagare per un
libro quando esistono app che
consentono di spedire una foto e
avere in tempo reale le notizie su
ciò che passa sotto i propri occhi?
La risposta arriva proprio da Lo-nely, e da Angelo Pittro, direttore
commerciale per l’Italia: «Ogni an-no in questa stagione ci troviamo a
dover smentire voci catastrofiche.
All’inizio si trattava dell’incidente
mortale di cui sarebbe stato vitti-ma il nostro fondatore, poi del pre-sunto appoggio ai regimi comuni-sti quando la nostra edizione tibe-tana è vietata nel paese, in seguito
del fatto che la Bbc (che ha acqui-stato e poi ceduto il marchio, ndr)
avrebbe snaturato la nostra filoso-fia. Ora si annuncia la chiusura.
Non è così: sforniamo nuovi titoli,
risentiamo come tutti della crisi
ma in Italia abbiamo continuato a
crescere, per quota di mercato,
perfino nel 2012». Carta o digitale?
«Lavoriamo su entrambi, ma l’on-line per ora viaggia sotto il 5 per
cento, a esclusione dei mercati di
lingua anglosassone. Ciò non si-gnifica non scommetterci. Un li-bro, se lo perdi o lo dimentichi in
aereo, non è una tragedia. Un
iPhone o un ipad dipendono dal
collegamento, e possono essere fa-cilmente rubati».
Nell’attesa di sapere che ne sarà
di Lonely Planet, e dei suoi 70 di-pendenti italiani tra i quali diversi
autori locali (“perché per raccon-tare un luogo sensibilità e linguag-gio sono importanti”), il panorama
degli altri editori mostra luci e om-bre. Michelin continua a viaggiare
sui grandi numeri, ma ha dovuto
ammettere oltre ai ristoranti stella-ti le buone trattorie da 25 euro, e av-viare un restyling delle sue guides
vertes che ha coinvolto sei titoli in
Italia. Il concorrente più importa te di Lonely, però, è la Guide du
Routard, e soprattutto il Touring
Club, entrambi partner di Giunti.
«Abbiamo investito con decisione
sul digitale – spiega Bruno Mari, vi-ce presidente di Giunti, l’uomo
che ha salvato le guide made in
Italy – e ci siamo strutturati su tre
diversi livelli: la preparazione al
viaggio, che è una lettura e può av-venire anche su carta, le app da sca-ricare direttamente sul proprio te-lefono, gratis per le mete italiane e
a pochi soldi per quelle straniere,
infine il web dove prenotare anche
albergo e ristorante o leggere il me-teo. I risultati sono incoraggianti
ma abbiamo dovuto tagliare un
buon terzo delle destinazioni, tito-li che non avrebbero mai potuto
pareggiare i conti. Abbiamo alle
spalle un’associazione come il
Touring Club che conta 300.000 so-ci in Italia, e nuovi soci come Slow
Food che ci danno una freschezza
difficile da ottenere altrimenti».
«Come si fa a partire senza libri?
– si chiede Antonio Politano, diret-tore del Festival della letteratura di
viaggio, sesta edizione in program-ma a Roma, in settembre – Perso-nalmente, il coast to coast negli
Stati Uniti lo affronto con “Lo Zen e
l’arte della manutenzione della
motocicletta”, di Robert Pirsig».
Sarà. Ma intanto sull’hashtag #lp-memories, racconta il Guardian, è
partito ieri un flusso ininterrotto di
lamentele dei fedelissimi di Lo-nely. «Che somiglia a un necrolo-gio», scrive il quotidiano ingles
“Hitler uccise pochi rom”. È shock in Francia Gilles Bourdouleix, deputato centrista dell’Udi, è stato espulso dal partito
NAIS GINORI
PARIGI — Il video è finito sul
web, diventando una prova
schiacciante. «Forse Hitler non
ne ha uccisi abbastanza». No-nostante le goffe smentite, Gil-les Bourdouleix è inchiodato
dalle immagini, registrate in
diretta mentre parla così di un
gruppo di gens du voyages , i gi-tani nomadi che proprio du-rante l’estate si spostano di
città in città, provocando l’ira
delle amministrazioni locali. Il
deputato centrista e sindaco di
Cholet, nell’ovest della Fran-cia, stava visitando un campo
nomadi non autorizzato. Nelle
carovane c’erano anche molti
evangelici. «Per me questi sono
una setta...» commenta Bour-douleix contestato dai gitani,
che lo accusano di razzismo e
imitano il saluto hitleriano.
È così che il sindaco sbotta e,
rivolgendosi ai poliziotti che lo
accompagnano, cita con no-stalgia le deportazioni e gli ster-mini durante il nazismo. Una frase scioccante, riportata nel-l’edizione di ieri del Courrier de
l’Ouest. Quando Bourdouleix
ha tentato di negare, il quoti-diano locale ha messo online il
video. L’Udi, il partito centrista
in cui è stato eletto, ha espulso
il deputato. Le parole di Bour-douleix sono «incompatibili
con i valori del nostro partito»
ha detto il segretario generale,
Jean-Christophe Lagarde. Il
presidente dell’Assemblea Na-zionale, Claude Bartolone, ha
definito quelle parole «inquali-ficabili e insostenibili».
Il sindaco di Cholet non è
nuovo a questo genere di invet-tive. Era già stato denunciato
per razzismo da alcune asso-ciazioni. Nel 2010 si era espres-so nei seguenti termini: «Di
quella gente abbiamo paura,
hanno tutti i diritti per loro. So-no pronto a prendere un ca-mion pieno di m... per versar-glielo in mezzo ai camper».
Bourdouleix, 53 anni, si è dife-so dicendo che la registrazione
in cui elogia Hitler è falsa, frut-to di un «regolamento di con-ti».
Secondo la legge, i comuni
con più di 5mila abitanti do-vrebbero mettere a disposizio-ne dei terreni per gli accampa-menti degli oltre 400mila no-madi censiti nel paese e che al
95% sono francesi. La normati-va non viene rispettata e, anzi,
alimenta lunghi contenziosi
giudiziari. Negli ultimi giorni,
alcuni amministratori locali
hanno minacciato di dimetter-si se dovranno accogliere le ca-rovane, come vuole la legge. Il
sindaco di Nizza, l’ex ministro
Christian Estrosi, ha promesso
di «far fuori» i nomadi che sono
illegalmente presenti nel suo
comune. Ha anche pubblicato
una “guida” con tutti i trucchi
per evitare gli accampamenti
di nomadi o per poterli caccia-re più facilmente. Forse Bour-douleix ha avuto solo la sfortu-na di essere ripreso nel video.
Se non ci fossero state immagi-ni, magari l’avrebbe fatta fran-ca anche stavolta
PARIGI — Il video è finito sul
web, diventando una prova
schiacciante. «Forse Hitler non
ne ha uccisi abbastanza». No-nostante le goffe smentite, Gil-les Bourdouleix è inchiodato
dalle immagini, registrate in
diretta mentre parla così di un
gruppo di gens du voyages , i gi-tani nomadi che proprio du-rante l’estate si spostano di
città in città, provocando l’ira
delle amministrazioni locali. Il
deputato centrista e sindaco di
Cholet, nell’ovest della Fran-cia, stava visitando un campo
nomadi non autorizzato. Nelle
carovane c’erano anche molti
evangelici. «Per me questi sono
una setta...» commenta Bour-douleix contestato dai gitani,
che lo accusano di razzismo e
imitano il saluto hitleriano.
È così che il sindaco sbotta e,
rivolgendosi ai poliziotti che lo
accompagnano, cita con no-stalgia le deportazioni e gli ster-mini durante il nazismo. Una frase scioccante, riportata nel-l’edizione di ieri del Courrier de
l’Ouest. Quando Bourdouleix
ha tentato di negare, il quoti-diano locale ha messo online il
video. L’Udi, il partito centrista
in cui è stato eletto, ha espulso
il deputato. Le parole di Bour-douleix sono «incompatibili
con i valori del nostro partito»
ha detto il segretario generale,
Jean-Christophe Lagarde. Il
presidente dell’Assemblea Na-zionale, Claude Bartolone, ha
definito quelle parole «inquali-ficabili e insostenibili».
Il sindaco di Cholet non è
nuovo a questo genere di invet-tive. Era già stato denunciato
per razzismo da alcune asso-ciazioni. Nel 2010 si era espres-so nei seguenti termini: «Di
quella gente abbiamo paura,
hanno tutti i diritti per loro. So-no pronto a prendere un ca-mion pieno di m... per versar-glielo in mezzo ai camper».
Bourdouleix, 53 anni, si è dife-so dicendo che la registrazione
in cui elogia Hitler è falsa, frut-to di un «regolamento di con-ti».
Secondo la legge, i comuni
con più di 5mila abitanti do-vrebbero mettere a disposizio-ne dei terreni per gli accampa-menti degli oltre 400mila no-madi censiti nel paese e che al
95% sono francesi. La normati-va non viene rispettata e, anzi,
alimenta lunghi contenziosi
giudiziari. Negli ultimi giorni,
alcuni amministratori locali
hanno minacciato di dimetter-si se dovranno accogliere le ca-rovane, come vuole la legge. Il
sindaco di Nizza, l’ex ministro
Christian Estrosi, ha promesso
di «far fuori» i nomadi che sono
illegalmente presenti nel suo
comune. Ha anche pubblicato
una “guida” con tutti i trucchi
per evitare gli accampamenti
di nomadi o per poterli caccia-re più facilmente. Forse Bour-douleix ha avuto solo la sfortu-na di essere ripreso nel video.
Se non ci fossero state immagi-ni, magari l’avrebbe fatta fran-ca anche stavolta
mercoledì 18 settembre 2013
Cani e gatti Obesi, stressati, allergici nelle malattie copiano noi
nsiosi, obesi, allergici
a dispetto del nostro
amore: i mali del mil-lennio non rispar-miano cani e gatti.
Principali responsabili delle nuo-ve malattie sono inquinamento,
stress, mangimi promiscui, ma in
cima alla graduatoria ci siamo noi.
«Non capiamo le loro esigenze
etologiche. Alcuni credono suffi-ciente, per il cane, il giro dell’isola-to due volte al giorno. Correre, fiu-tare, sono indispensabili sia agli
esemplari di razza che ai meticci»
dice Piera Rosati, presidente della
Lega nazionale per la difesa del ca-ne. «Poi, per senso di colpa, si ov-via viziando in tutti i modi, anzi-tutto rimpinzando gli animali di
cibo. I ritmi di vita rendono fatico-so cucinare apposta per loro, ma
in molti casi scatole e crocchette
industriali derivano da scarti di
carne, becchi e ossa: sottoprodot-ti di allevamento intensivo impre-gnati di ormoni e antibiotici».
Spirito libero e cacciatore, an-che il gatto trascurato soffre la vita
in appartamento. «Molti padroni
sono incapaci di interagire col mi-cio» spiega Raimondo Colangeli,
veterinario comportamentalista
e vicepresidente dell’Anmvi-As-sociazione nazionale medici vete-rinari italiani. «Anziché rendersi
disponibili al gioco, in risposta al-le richieste d’attenzione dispen-sano croccantini; s’impara così
che a ogni miao segue cibo. Noia,
assenza di stimoli portano cani e
gatti a dormire tutto il giorno». In
mancanza di attività fisica e socia-lizzazione, complice l’alimenta-zione troppo ricca, una moderna
gamma di patologie affligge gli
animali di casa: «Disturbi meta-bolici a carico di fegato e reni, dia-bete, obesità, problemi a schele-tro e muscoli. Per tacere di intolle-ranze, pruriti, dermatiti, depres-sione immunitaria. Lo studioso
Bruce McEwan ha ben descritto
come lo stress protratto possa
mettere in crisi l’organismo».
Nessun incoraggiamento fi-scale per chi abbia animali, nem-meno in caso di adozione al cani-le, mentre le parcelle veterinarie
sono tassate con l’Iva al 21%. Per
prevenire medicine, integratori,
mangimi speciali sarebbe utile
considerare le attitudini delle spe-cie come parte fondamentale del
benessere psico-fisico. Basta pas-seggiare attaccati al cellulare
ignorando il cane, vietato irritarsi
se in ribellione alla forzatura del
jogging Bobby si ferma per sco-Diabete, problemi
allo scheletro e ai
muscoli, dermatiti:
sono i disturbi
più comuni
dinzolare a un amico. Quanti
esemplari vivono poi confinati sul
balcone per timore dei peli sul di-vano? «Se il padrone imparasse
dall’animale tempi e modi dello
stare al mondo eviteremmo guai»
osserva Alberto Brolpito, veteri-nario esperto in medicina natura-le. «I produttori di mangimi recla-mizzano i loro prodotti “bilancia-ti”, ma è una mentalità da fast
food. Follia somministrare sem-pre lo stesso pasto: il secco disi-dratato è comodo, ma rimane un
mangiare da astronauti. Consiglio
cibi il più possibile freschi, sem-plici, vicini alla natura». Alimenta-zione casalinga non significa però
riciclare avanzi di spaghetti o piz-za. «Ogni tanto l’antropomorfiz-zazione si spinge oltre il buon sen-so» dice Massimo Baroni, neuro-logo veterinario. «Cure, attenzio-ni, hanno allungato la vita degli
animali, investendoli però di altri
significati. Qualche volta diventa-no pure oggetto di accanimenti
terapeutici».
Secondo il veterinario Andrea
Rettagliati, approccio omeopati-co, vari disturbi dipendono — co-me per le persone — dai metodi
industriali: «Nei grandi stabili-menti capita che si munga anche
la mucca con la mastite. Su due-centomila litri di latte uno di pus e
sangue si stempera, ma c’è: cane e
padrone diventano intolleranti al
lattosio».
«Parte della famiglia, gli ani-mali ormai siedono alla tavola
umana» dice Ida Procaccini, ve-terinaria a Passo Corese (Rieti).
«Persino mio padre allunga boc-coni alla sua jack russell: lo mi-naccio ma è una battaglia persa.
Giorni fa davanti all’ambulato-rio si ferma il camper del padro-ne di due pazienti, andava in va-canza. “Dottoressa, al volo: il ge-lato ai cani, quante volte a setti-mana? Io dico tutti i giorni, mia
moglie dice tre”. “Mai!” ribatto io
e li guardo partire sconsolati»
a dispetto del nostro
amore: i mali del mil-lennio non rispar-miano cani e gatti.
Principali responsabili delle nuo-ve malattie sono inquinamento,
stress, mangimi promiscui, ma in
cima alla graduatoria ci siamo noi.
«Non capiamo le loro esigenze
etologiche. Alcuni credono suffi-ciente, per il cane, il giro dell’isola-to due volte al giorno. Correre, fiu-tare, sono indispensabili sia agli
esemplari di razza che ai meticci»
dice Piera Rosati, presidente della
Lega nazionale per la difesa del ca-ne. «Poi, per senso di colpa, si ov-via viziando in tutti i modi, anzi-tutto rimpinzando gli animali di
cibo. I ritmi di vita rendono fatico-so cucinare apposta per loro, ma
in molti casi scatole e crocchette
industriali derivano da scarti di
carne, becchi e ossa: sottoprodot-ti di allevamento intensivo impre-gnati di ormoni e antibiotici».
Spirito libero e cacciatore, an-che il gatto trascurato soffre la vita
in appartamento. «Molti padroni
sono incapaci di interagire col mi-cio» spiega Raimondo Colangeli,
veterinario comportamentalista
e vicepresidente dell’Anmvi-As-sociazione nazionale medici vete-rinari italiani. «Anziché rendersi
disponibili al gioco, in risposta al-le richieste d’attenzione dispen-sano croccantini; s’impara così
che a ogni miao segue cibo. Noia,
assenza di stimoli portano cani e
gatti a dormire tutto il giorno». In
mancanza di attività fisica e socia-lizzazione, complice l’alimenta-zione troppo ricca, una moderna
gamma di patologie affligge gli
animali di casa: «Disturbi meta-bolici a carico di fegato e reni, dia-bete, obesità, problemi a schele-tro e muscoli. Per tacere di intolle-ranze, pruriti, dermatiti, depres-sione immunitaria. Lo studioso
Bruce McEwan ha ben descritto
come lo stress protratto possa
mettere in crisi l’organismo».
Nessun incoraggiamento fi-scale per chi abbia animali, nem-meno in caso di adozione al cani-le, mentre le parcelle veterinarie
sono tassate con l’Iva al 21%. Per
prevenire medicine, integratori,
mangimi speciali sarebbe utile
considerare le attitudini delle spe-cie come parte fondamentale del
benessere psico-fisico. Basta pas-seggiare attaccati al cellulare
ignorando il cane, vietato irritarsi
se in ribellione alla forzatura del
jogging Bobby si ferma per sco-Diabete, problemi
allo scheletro e ai
muscoli, dermatiti:
sono i disturbi
più comuni
dinzolare a un amico. Quanti
esemplari vivono poi confinati sul
balcone per timore dei peli sul di-vano? «Se il padrone imparasse
dall’animale tempi e modi dello
stare al mondo eviteremmo guai»
osserva Alberto Brolpito, veteri-nario esperto in medicina natura-le. «I produttori di mangimi recla-mizzano i loro prodotti “bilancia-ti”, ma è una mentalità da fast
food. Follia somministrare sem-pre lo stesso pasto: il secco disi-dratato è comodo, ma rimane un
mangiare da astronauti. Consiglio
cibi il più possibile freschi, sem-plici, vicini alla natura». Alimenta-zione casalinga non significa però
riciclare avanzi di spaghetti o piz-za. «Ogni tanto l’antropomorfiz-zazione si spinge oltre il buon sen-so» dice Massimo Baroni, neuro-logo veterinario. «Cure, attenzio-ni, hanno allungato la vita degli
animali, investendoli però di altri
significati. Qualche volta diventa-no pure oggetto di accanimenti
terapeutici».
Secondo il veterinario Andrea
Rettagliati, approccio omeopati-co, vari disturbi dipendono — co-me per le persone — dai metodi
industriali: «Nei grandi stabili-menti capita che si munga anche
la mucca con la mastite. Su due-centomila litri di latte uno di pus e
sangue si stempera, ma c’è: cane e
padrone diventano intolleranti al
lattosio».
«Parte della famiglia, gli ani-mali ormai siedono alla tavola
umana» dice Ida Procaccini, ve-terinaria a Passo Corese (Rieti).
«Persino mio padre allunga boc-coni alla sua jack russell: lo mi-naccio ma è una battaglia persa.
Giorni fa davanti all’ambulato-rio si ferma il camper del padro-ne di due pazienti, andava in va-canza. “Dottoressa, al volo: il ge-lato ai cani, quante volte a setti-mana? Io dico tutti i giorni, mia
moglie dice tre”. “Mai!” ribatto io
e li guardo partire sconsolati»
Il poliziotto spara al nero un film scuote l’America
IMO VINCENZI
NEW YORK
I
l primo sussulto collettivo,
«Oh my God», è dopo una
manciata di secondi. Sullo
schermo scorrono le imma-gini di un video amatoriale
(vero) girato con un cellulare: un
ragazzo è per terra, la faccia
schiacciata contro il cemento,
due agenti di polizia sopra di lui.
Poi uno dei due estrae la pistola e
gli spara nella schiena, sembra
un’esecuzione: «Oh, my God».
L’Angelika Film Center, un’istitu-zione downtown a New York, è
pieno. Sono pieni tutti gli altri ci-nema dove viene proiettato in
questi giorni Fruitvale Station, il
film premiato al Sundance Festi-val che racconta la storia del 22en-ne afroamericano Oscar Grant. E’
lui quello con la bocca piena di
sangue che si sente dire con un fi-lo di voce, quasi sorpreso: «Mi hai
sparato, ho una figlia di quattro
anni». Nel primo week end, la pel-licola fa subito il record di incassi.
Sono i giorni nei quali la guardia
giurata George Zimmerman vie-ne assolta da tutte le accuse dopo
aver sparato a Trayvon Martin, un
17enne di colore disarmato. Il Wa-shington Post titola in prima pagi-na: «Può un film guarire una na-zione?». Forse no, ma la fa pensa-re. Riflessi nello specchio dell’arte
gli americani guardano in bilico
tra rabbia ed emozione come è an-cora difficile essere neri in questo
Paese.
La vicenda di Oscar quasi rical-ca quella di Trayvon. Lui viene uc-ciso all’alba della notte di Capo-danno del 2009 nella metropolita-na tra Oakland e San Francisco
dopo una rissa sul treno. L’agente
che spara, Johannes Mehserle,
giura che pensava di aver in mano
la sua pistola elettrica, non quella
vera. Viene condannato per omi-cidio colposo e dopo solo 11 mesi
torna in libertà, scatenando una
rivolta per le strade della Califor-nia.
Tiara ha 33 anni, abita nel
Bronx, insegna in una scuola su-periore. Quando legge la recen-sione sul New York Timesdecide
di consigliarlo ai suoi studenti.
Adesso è qui, in fila a comprare i
popcorn con due di loro. Hanno
l’età di Trayvon: «Lo so, lo so per
voi sembra incredibile. Pensate
che con Obama alla Casa Bianca
sia tutto facile adesso. Invece non
lo è per niente. L’uomo che ha spa-rato ad Oscar è libero, Zimmer-man è libero: noi almeno abbiamo
il dovere di non dimenticare». Ed
è proprio per ricordare, per «aiu-tare a riflettere», che Ryan Coogler
ha scritto e diretto questo film:
«Sono cresciuto nelle stesse stra-de. Quella notte ero anch’io in gi-ro con gli amici a fare festa. Quan-do ho sentito la notizia, non ci po-tevo credere. E adesso ricapita,
uguale ad allora», spiega al Wa-shington Post .
Sullo schermo l’ultimo giorno
di Oscar è appena iniziato. E’ mat-tina presto, lui coccola la fidanza-ta a letto, tra di loro c’è la figlia pic-cola. Sembra un giorno come tan-ti: il compleanno della mamma da
organizzare, le difficoltà di un la-voro che va e viene, le battute con
una ragazza dentro un negozio:
«Subito dopo la sua morte hanno
costruito due immagini opposte:
un santo o un criminale. Io ho cer-cato di raccontarlo come era vera-mente. Sono stato a lungo con la
sua famiglia: era un ragazzo come
ce ne sono tanti, era stato in pri-gione, aveva dei problemi, ma sta-va cambiando vita», racconta
Coogler.
Nia è seduta in prima fila. Va al-la New York University. Poco pri-ma della fine — quando nei titoli
di coda si legge l’epilogo giudizia-rio: l’agente responsabile è in li-bertà dopo undici mesi di deten-zione — come quasi tutti non rie-sce a star zitta: «Fuck». Ora sta co-me sospesa in questa bolla di aria
condizionata assieme al suo ami-co Marquis, gli occhi lucidi. Prima
dice solo: «E’ così triste, è tutto co-sì assurdo». Poi prova a spiegarsi:
«I miei genitori giurano che per lo-ro era tutto più difficile, che per
noi la situazione è migliorata. Ma
se è così migliorata perché sono
morti questi due ragazzi e non c’è
alcun colpevole? Perché se il mio
ragazzo gira per strada fianco a
fianco con un bianco
la polizia chiede i do-cumenti a lui e non
all’altro?». Non
aspetta le risposte.
Non ci sono.
Sybrina, la madre
di Trayvon, alla tele-visione racconta:
«Sono scioccata dal-la sentenza, ma so-prattutto sono
preoccupata. E’ un
messaggio negativo
per i nostri ragazzi,
che non si sentiranno più al sicuro
da nessuna parte. Dovranno an-dare veloci o lenti, dovranno urla-re o parlare piano per non correre
rischi?». Il New York Timesscrive
che in Florida molti genitori afroa-mericani iniziano a dare indica-zioni ai figli su come vestirsi per
evitare di attirare l’attenzione del-la polizia: niente jeans larghi cala-ti sotto il sedere, soprattutto nien-te felpe scure con il cappuccio.
Come quella che indossa Oscar
mentre è a terra nell’ultima scena
del film, nell’ultimo istante della
sua vita. Il treno è fermo, le porte
aperte. Centinaia di persone guar-dano la scena, riprendono con i te-lefonini. La tensione sale. Oscar si
alza, reagisce. Lo picchiano. Lo
immobilizzano. Non è un giallo,
gli spettatori sanno cosa sta per
succedere, eppure molti si copro-no gli occhi con le mani. Il finale è
un colpo secco, quasi impercetti-bile. La gente esce dal cinema, co-me in processione. Lacrime e voci
basse. «E’ tutto così triste, è tutto
così assurdo», ripete Nia.
NEW YORK
I
l primo sussulto collettivo,
«Oh my God», è dopo una
manciata di secondi. Sullo
schermo scorrono le imma-gini di un video amatoriale
(vero) girato con un cellulare: un
ragazzo è per terra, la faccia
schiacciata contro il cemento,
due agenti di polizia sopra di lui.
Poi uno dei due estrae la pistola e
gli spara nella schiena, sembra
un’esecuzione: «Oh, my God».
L’Angelika Film Center, un’istitu-zione downtown a New York, è
pieno. Sono pieni tutti gli altri ci-nema dove viene proiettato in
questi giorni Fruitvale Station, il
film premiato al Sundance Festi-val che racconta la storia del 22en-ne afroamericano Oscar Grant. E’
lui quello con la bocca piena di
sangue che si sente dire con un fi-lo di voce, quasi sorpreso: «Mi hai
sparato, ho una figlia di quattro
anni». Nel primo week end, la pel-licola fa subito il record di incassi.
Sono i giorni nei quali la guardia
giurata George Zimmerman vie-ne assolta da tutte le accuse dopo
aver sparato a Trayvon Martin, un
17enne di colore disarmato. Il Wa-shington Post titola in prima pagi-na: «Può un film guarire una na-zione?». Forse no, ma la fa pensa-re. Riflessi nello specchio dell’arte
gli americani guardano in bilico
tra rabbia ed emozione come è an-cora difficile essere neri in questo
Paese.
La vicenda di Oscar quasi rical-ca quella di Trayvon. Lui viene uc-ciso all’alba della notte di Capo-danno del 2009 nella metropolita-na tra Oakland e San Francisco
dopo una rissa sul treno. L’agente
che spara, Johannes Mehserle,
giura che pensava di aver in mano
la sua pistola elettrica, non quella
vera. Viene condannato per omi-cidio colposo e dopo solo 11 mesi
torna in libertà, scatenando una
rivolta per le strade della Califor-nia.
Tiara ha 33 anni, abita nel
Bronx, insegna in una scuola su-periore. Quando legge la recen-sione sul New York Timesdecide
di consigliarlo ai suoi studenti.
Adesso è qui, in fila a comprare i
popcorn con due di loro. Hanno
l’età di Trayvon: «Lo so, lo so per
voi sembra incredibile. Pensate
che con Obama alla Casa Bianca
sia tutto facile adesso. Invece non
lo è per niente. L’uomo che ha spa-rato ad Oscar è libero, Zimmer-man è libero: noi almeno abbiamo
il dovere di non dimenticare». Ed
è proprio per ricordare, per «aiu-tare a riflettere», che Ryan Coogler
ha scritto e diretto questo film:
«Sono cresciuto nelle stesse stra-de. Quella notte ero anch’io in gi-ro con gli amici a fare festa. Quan-do ho sentito la notizia, non ci po-tevo credere. E adesso ricapita,
uguale ad allora», spiega al Wa-shington Post .
Sullo schermo l’ultimo giorno
di Oscar è appena iniziato. E’ mat-tina presto, lui coccola la fidanza-ta a letto, tra di loro c’è la figlia pic-cola. Sembra un giorno come tan-ti: il compleanno della mamma da
organizzare, le difficoltà di un la-voro che va e viene, le battute con
una ragazza dentro un negozio:
«Subito dopo la sua morte hanno
costruito due immagini opposte:
un santo o un criminale. Io ho cer-cato di raccontarlo come era vera-mente. Sono stato a lungo con la
sua famiglia: era un ragazzo come
ce ne sono tanti, era stato in pri-gione, aveva dei problemi, ma sta-va cambiando vita», racconta
Coogler.
Nia è seduta in prima fila. Va al-la New York University. Poco pri-ma della fine — quando nei titoli
di coda si legge l’epilogo giudizia-rio: l’agente responsabile è in li-bertà dopo undici mesi di deten-zione — come quasi tutti non rie-sce a star zitta: «Fuck». Ora sta co-me sospesa in questa bolla di aria
condizionata assieme al suo ami-co Marquis, gli occhi lucidi. Prima
dice solo: «E’ così triste, è tutto co-sì assurdo». Poi prova a spiegarsi:
«I miei genitori giurano che per lo-ro era tutto più difficile, che per
noi la situazione è migliorata. Ma
se è così migliorata perché sono
morti questi due ragazzi e non c’è
alcun colpevole? Perché se il mio
ragazzo gira per strada fianco a
fianco con un bianco
la polizia chiede i do-cumenti a lui e non
all’altro?». Non
aspetta le risposte.
Non ci sono.
Sybrina, la madre
di Trayvon, alla tele-visione racconta:
«Sono scioccata dal-la sentenza, ma so-prattutto sono
preoccupata. E’ un
messaggio negativo
per i nostri ragazzi,
che non si sentiranno più al sicuro
da nessuna parte. Dovranno an-dare veloci o lenti, dovranno urla-re o parlare piano per non correre
rischi?». Il New York Timesscrive
che in Florida molti genitori afroa-mericani iniziano a dare indica-zioni ai figli su come vestirsi per
evitare di attirare l’attenzione del-la polizia: niente jeans larghi cala-ti sotto il sedere, soprattutto nien-te felpe scure con il cappuccio.
Come quella che indossa Oscar
mentre è a terra nell’ultima scena
del film, nell’ultimo istante della
sua vita. Il treno è fermo, le porte
aperte. Centinaia di persone guar-dano la scena, riprendono con i te-lefonini. La tensione sale. Oscar si
alza, reagisce. Lo picchiano. Lo
immobilizzano. Non è un giallo,
gli spettatori sanno cosa sta per
succedere, eppure molti si copro-no gli occhi con le mani. Il finale è
un colpo secco, quasi impercetti-bile. La gente esce dal cinema, co-me in processione. Lacrime e voci
basse. «E’ tutto così triste, è tutto
così assurdo», ripete Nia.
giovedì 12 settembre 2013
DISTRUTTO PER SEMPRE IL GESSO DI C A N O VA IN UNA MOSTRA INUTILE DOVEVA ESSERE TRASPORTATO DA PERUGIA AD ASSISI IN UN’ESPOSIZIONE DELLA FONDAZIONE DI GALAN, LA STESSA CHE USÒ LE OPERE DEL MAESTRO COME SPOT PER LA LINGERIE
maso Montanari
P
rima o poi doveva
succedere: il mo-strificio italico ha
fatto una vittima
illustre. Il 2 agosto un bas-sorilievo in gesso di Antonio
Canova è stato staccato dal
muro dell'Accademia d'Arte
di Perugia per essere spedito
a soli 24 chilometri di distan-za, a una trascurabile mostra
di Assisi intitolata semplice-mente “Canova”. L’o p e r a-zione, affidata alla ditta di
trasporti Alessandro Maggi
di Pietrasanta, è stata fatale:
il gesso, cadendo, si è ridotto
in mille pezzi. E non c'è re-stauro che tenga.
L’opera era uno dei pochi
esemplari noti dell'Uccisione
di Priamo, episodio omerico
che insieme ad altre famose
scene della letteratura clas-sica ispirarono a Canova una
delle sue più celebri serie di
bassorilievi. Proprio come il
bronzo, il gesso consente di
moltiplicare gli originali, e in
questi casi l'importanza del-l'esemplare è legata alle cir-costanze della creazione: e
quello di Perugia aveva tutte
le carte in regola, perché era
stato donato all'Accademia
dagli eredi dello stesso Ca-nova. L’assicurazione do-vrebbe ripagare 700.000 eu-ro. Magra consolazione: la
nostra generazione ha di-strutto qualcosa di unico e
irripetibile, che non passere-mo ai nostri figli.
DELITTO NEL DELITTO, su
questo episodio clamoroso è
scesa una coltre di silenzio: la
notizia non è riuscita a eva-dere da scarne cronache lo-cali, e i grandi giornali (che
vivono anche del business
delle mostre) si sono ben
guardati dal raccontare il di-sastro perugino. Né il sito
dell'Accademia né quello del
ministero per i Beni Culturali
ne danno notizia. L'unico che
ha messo il dito nella piaga è
lo storico dell'arte Francesco
Federico Mancini, in una
bella intervista al Corriere del-l'Umbria . Mancini chiarisce
assai bene la costellazione
strumentale e commerciale
sotto la quale è nata la mostra
che è all'origine di quella che
definisce una “gravissima
perdita per il nostro patrimo-nio” che suscita “sconcerto e
indignazione”.
La mostra di Assisi è una spe-cie di franchising della Gip-soteca Canoviana di Possa-gno, l'istituzione che racco-glie l'eredità dell'artista, e che
oggi è stata trasformata in
una fondazione, e dunque
immancabilmente canniba-lizzata dalla politica. Il suo
presidente, infatti, è il solito
Giancarlo Galan, l'ex mini-stro pdl per i Beni Culturali il
cui consigliere saccheggiò la
Biblioteca dei Girolamini a
Napoli. Il rapporto culturale
tra Galan e Canova è ben
chiarito dalla scelta di far rea-lizzare (nel novembre 2012)
un catalogo di Intimissimi
nella Gipsoteca: una galleria
fotografica in cui tombe pa-pali, santi e eroi classici ser-vono a vendere mutande e
reggicalze. Una scelta bene-detta dall'allora sottosegreta-rio ai Beni Culturali Roberto
Cecchi (governo Monti), il
quale dichiarò sottilmente
che “economia e cultura sono
un tutt'uno, non a caso siamo
il Bel Paese”.
La mostra di Assisi è l'esatta
attuazione di questa linea:
non ha un progetto scienti-fico (anche se ha un comitato
merciale del San Giovannino
di Michelangelo alla Galleria
Borghese. Ma è tutto il siste-ma a dover essere profonda-mente innovato. E non è il
caso di aspettare altri cocci
P
rima o poi doveva
succedere: il mo-strificio italico ha
fatto una vittima
illustre. Il 2 agosto un bas-sorilievo in gesso di Antonio
Canova è stato staccato dal
muro dell'Accademia d'Arte
di Perugia per essere spedito
a soli 24 chilometri di distan-za, a una trascurabile mostra
di Assisi intitolata semplice-mente “Canova”. L’o p e r a-zione, affidata alla ditta di
trasporti Alessandro Maggi
di Pietrasanta, è stata fatale:
il gesso, cadendo, si è ridotto
in mille pezzi. E non c'è re-stauro che tenga.
L’opera era uno dei pochi
esemplari noti dell'Uccisione
di Priamo, episodio omerico
che insieme ad altre famose
scene della letteratura clas-sica ispirarono a Canova una
delle sue più celebri serie di
bassorilievi. Proprio come il
bronzo, il gesso consente di
moltiplicare gli originali, e in
questi casi l'importanza del-l'esemplare è legata alle cir-costanze della creazione: e
quello di Perugia aveva tutte
le carte in regola, perché era
stato donato all'Accademia
dagli eredi dello stesso Ca-nova. L’assicurazione do-vrebbe ripagare 700.000 eu-ro. Magra consolazione: la
nostra generazione ha di-strutto qualcosa di unico e
irripetibile, che non passere-mo ai nostri figli.
DELITTO NEL DELITTO, su
questo episodio clamoroso è
scesa una coltre di silenzio: la
notizia non è riuscita a eva-dere da scarne cronache lo-cali, e i grandi giornali (che
vivono anche del business
delle mostre) si sono ben
guardati dal raccontare il di-sastro perugino. Né il sito
dell'Accademia né quello del
ministero per i Beni Culturali
ne danno notizia. L'unico che
ha messo il dito nella piaga è
lo storico dell'arte Francesco
Federico Mancini, in una
bella intervista al Corriere del-l'Umbria . Mancini chiarisce
assai bene la costellazione
strumentale e commerciale
sotto la quale è nata la mostra
che è all'origine di quella che
definisce una “gravissima
perdita per il nostro patrimo-nio” che suscita “sconcerto e
indignazione”.
La mostra di Assisi è una spe-cie di franchising della Gip-soteca Canoviana di Possa-gno, l'istituzione che racco-glie l'eredità dell'artista, e che
oggi è stata trasformata in
una fondazione, e dunque
immancabilmente canniba-lizzata dalla politica. Il suo
presidente, infatti, è il solito
Giancarlo Galan, l'ex mini-stro pdl per i Beni Culturali il
cui consigliere saccheggiò la
Biblioteca dei Girolamini a
Napoli. Il rapporto culturale
tra Galan e Canova è ben
chiarito dalla scelta di far rea-lizzare (nel novembre 2012)
un catalogo di Intimissimi
nella Gipsoteca: una galleria
fotografica in cui tombe pa-pali, santi e eroi classici ser-vono a vendere mutande e
reggicalze. Una scelta bene-detta dall'allora sottosegreta-rio ai Beni Culturali Roberto
Cecchi (governo Monti), il
quale dichiarò sottilmente
che “economia e cultura sono
un tutt'uno, non a caso siamo
il Bel Paese”.
La mostra di Assisi è l'esatta
attuazione di questa linea:
non ha un progetto scienti-fico (anche se ha un comitato
merciale del San Giovannino
di Michelangelo alla Galleria
Borghese. Ma è tutto il siste-ma a dover essere profonda-mente innovato. E non è il
caso di aspettare altri cocci
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