lunedì 21 ottobre 2013

’interventoI nuovi strumenti smentiscono l’idea che la coscienza «dormiente» sia insondabile Nella misura dei sogni più segreti Una «sonda» può esplorare l’attività di un cervello in coma

GIULIO GIORELLO

 la coscienza, più che l’incon-scio, lo scandalo di quella
che un tempo chiamavamo
l’anima. Però, «misura ciò
che è misurabile, e rendi misurabile
ciò che ancora non lo è» era l’impe-rativo di Galileo Galilei. Con la co-scienza, prima ancora di trattare
sottili questioni filosofiche di come
essa si colleghi al corpo, «abbiamo
un problema pratico e urgente»,
scrivono Marcello Massimini (Uni-versità degli Studi di Milano) e Giu-lio Tononi (Università del Wiscon-sin) nel loro volume «Nulla di più
grande» (Baldini & Castoldi). «Sap-piamo che l’esperienza cosciente
può essere generata anche da un
cervello che sia temporaneamente e
interamente isolato dal mondo
esterno». Per esempio, «la straordi-naria ricchezza dell’esperienza di un
sogno ci viene regalata senza biso-gno che un solo impulso nervoso
entri o esca dal cranio». Tuttavia,
siamo soliti valutare la coscienza al-trui sulla base dello scambio di in-formazioni con l’esterno. Può esser-ci, allora, coscienza senza comuni-cazione? Oggi, «milioni di pazienti
con lesioni cerebrali devastanti (che
solo cinquant’anni fa sarebbero sta-te letali) sopravvivono al coma e...
finiscono per trovarsi in universi
inaccessibili». In greco «coma» vo-leva dire sonno profondo; ma men-tre chi dorme può essere svegliato e
tornare a raccontarci i suoi sogni, il
comatoso non risponde ai richiami,
non ci dice cosa sia per lui quella
condizione che tanto assomiglia al
«sonno di morte» che turbava il
principe Amleto.
Ne discuto con Marcello Massi-mini: «Un paziente in coma, se non
muore a tempo breve, abitualmente
apre gli occhi nel giro di qualche
settimana: il tronco encefalico rico-mincia a funzionare a pieno regime,
consentendo una respirazione
spontanea efficace e il recupero di
quella che i neurologi chiamano vi-gilanza. Molti di questi pazienti,
tuttavia, non recuperano la capacità
di interagire con l’ambiente esterno
e sono etichettati come incoscien-ti». In questi casi, l’assenza di una
prova non significa necessariamen-te prova dell’assenza. Occorre anda-re più a fondo e sviluppare misure
oggettive. Per investigare meglio il
cielo, Galileo aveva messo a punto il
suo cannocchiale; per Massimini,
disponiamo adesso di una «sonda»
che ci consente di «bussare sulla
corteccia con la TMS (Transcranial
Magnetic Stimulation), per ascolta-re l’eco elettrica che il cervello pro-duce tramite la EEG (Elettroencefa-logramma)». Lo stimolo TMS attiva
un gruppo di neuroni corticali che
reagiscono generando impulsi elet-trici, i quali a loro volta attivano altri
neuroni con proprietà diverse, che
generano nuovi impulsi elettrici,
innescando una complicata reazio-ne a catena. Insomma, questo tipo
di «perturbazione» permette di sag-giare quel delicato bilancio tra diffe-renza e unità che rende il cervello
un sistema complesso, un requisito
teorico fondamentale per la co-scienza.
La tesi di Massimini e Tononi è, in
breve, che la coscienza nel cervello
sia una questione di equilibrio e che
la «rottura di esso non sia necessa-riamente irreversibile». Quali siano
le procedure da seguire perché il
cervello che dorme «torni a essere la
meravigliosa cattedrale della co-scienza» è ancora campo aperto al-l’indagine. In molti casi i pazienti
che escono dal coma hanno subito
lesioni strutturali tali da non lascia-re spazio a irragionevoli speranze;
ma in altri casi può andare molto di-versamente. Massimini mi racconta
quel che gli ha confidato un collega
che era passato attraverso il coma,
riassumendo il tutto in una sola
battuta: «Solo ciò che è misurabile è
davvero migliorabile». Sembra che
questa sia una reminiscenza tratta
da un saggio dello storico e filosofo
della scienza Thomas Kuhn (l’anno
scorso ricorreva il cinquantenario
del suo celebre libro dedicato alla
Struttura delle rivoluzioni scientifi-che). Comunque, ben si accorda con
lo slogan galileiano con cui abbia-mo cominciato. Massimini ci tiene a
sottolineare come tutto questo vada
contro un luogo comune assai dif-fuso, quello per cui misurare equi-varrebbe a ridurre o impoverire
qualcosa che vale. Invece, la misura
valorizza ciò che riteniamo più pre-zioso. Dobbiamo persistere nell’af-finare gli strumenti di misura, pro-prio per non cedere allo spirito di ri-nuncia per cui la coscienza sarebbe
qualcosa di insondabile, un mistero
destinato a beffarci per sempre.

Quei patti prima delle nozze con sesso e biglietti per il basket In Italia la legge li vieta ma agli avvocati piacciono

ece scuola Jackie O. Quando
sposò in seconde nozze il brutto
e ricco Aristotele Onassis, nel
1968, Jacqueline Kennedy gli fe-ce firmare un innocente con-tratto prematrimoniale che ob-bligava lei a non più di un rap-porto sessuale al mese e lui a
pagare una serie di spesucce,
sempre e comunque: per i tradi-menti, per le emicranie, per i
piccoli acquisti in libera uscita
(tre miliardi l’anno diargent de
poche). La classe media purita-na statunitense si scandalizzò.
Ma la vedova di Jfk sarebbe stata
solo la prima e di sicuro la più
lungimirante.
Oggi la moda di sottoscrivere
i «prenuptial» alla vigilia della
cerimonia, con agenda detta-gliata su chi fa cosa e quando, è
talmente radicata nella cultura
anglosassone da far chiedere ai
nostri divorzisti se non sia il ca-so di importarne l’uso anche in
Italia. Per carità: qui nessuno si
sognerebbe di mettere per
iscritto quante volte bisogna fa-re l’amore alla settimana, come
ha chiesto la dolce Priscilla
Chan a Mark Zuckerberg (una),
il suo promesso sposo Face-book dipendente; e suonerebbe
ridicolo strappare un abbona-mento a vita per sé e famiglia al-l e p a r t i te d e i L o s A n g e l e s
Lakers, come ha preteso la star
dei reality show Khloé Kar-d a s h i a n d a l m a r i to L a m a r
Odom, stella della Nba (oltre a
una «paghetta» di mille dollari
al mese soltanto per le cure di
bellezza). «Non si possono con-trattualizzare né i sentimenti né
i desideri» chiosa Annamaria
Bernardini de Pace, presidente
del Forum della famiglia di Na-poli, dove sabato gli avvocati si
sono schierati compatti a favore
dei patti prenuziali; favorevoli
con riserva i notai, che sono fre-nati dall’obiezione numero
uno: al momento questi accordi
sono illegali, ha senso siglarli?
Contrari i giudici: si tratta di
diritti indisponibili.
Eppure, secondo i matri-monialisti, si eviterebbero
inutili rimbalzi di carte bol-late se, almeno sul piano
economico, le cose fossero
messe in chiaro prima. Per-ché la separazione non è mai
portatrice sana di buoni sen-timenti. «Un civile divorzio
è una contraddizione in ter-mini» dice a un certo punto
Danny De Vito, avvocato di
famiglia per esigenze di co-pione nellaGuerra dei Ro-ses. E lo ricorda anche la sua
collega «reale» Laura Hoe-sch, del Foro di Milano,
sulla base della lunga espe-rienza: «Tutte le separazio-ni avvengono in una dimensio-ne di rancore, di diritti violati e
di pretese risarcitorie che sono
molto legate agli stati d’animo
che nulla hanno a che fare con il
contesto vero e proprio». Ecco
perché secondo lei bisognereb-be cominciare a fare iprenup-tial. «Purtroppo siamo così
condizionati da questa cultura
stereotipata che, se uno li
chiede, sembra non abbia
sentimenti».
Bernardini de Pace se ne
infischia e già li fa. «E non si
è ancora lasciata nessuna
delle coppie che da me
hanno firmato un patto
confezionato su misura
per loro, stabilendo, per
esempio, quanta parte dello
stipendio vada versata nel con- to comune o quanti soldi deb-bano essere destinati alle emer-genze, ai viaggi, ai vestiti» rac-conta con orgoglio. Basterebbe
la felice statistica a promuover-li. Ma restano i problemi: «Uno
su tutti il notaio, che si limita ad
autenticare di malumore la
scrittura privata. E invece sarà
tutta fatica risparmiata se ci si
troverà mai davanti a un giudi-ce, che non dovrà diventar mat-to a calcolare il tenore di vita».
All’estero esistono almeno
cinquanta tipi di patti prematri-moniali: con le clausole c’è da
sbizzarrirsi. Jessica Biel riceverà
mezzo milione di dollari se il
marito Justin Timberlake la tra-dirà; Keith Urban, consorte di
Nicole Kidman, se farà ancora
uso di droghe non avrà diritto a
un bel niente, oltre al divorzio.
Ma non bisogna esagerare con
le richieste: l’ereditiera Jemima
Goldsmith, in predicato di noz-ze con Hugh Grant, aveva prete-so nel contratto che lui stesse
alla larga dai quartieri a luci ros-se di qualunque città del mon-do (visti i precedenti) e che fos-se «videoreperibile» in ogni
momento sul telefonino. Non si
sono sposati più.
In Italia qualcuno ci ha pro-vato. Racconta Gian Ettore Gas-sani del Foro di Roma: «Venne
da me un ricco lombardo che
aveva firmato un patto all’estero
e pretendeva fosse riconosciuto
dal tribunale. Chiedeva alla mo-glie di accettare qualunque pra-tica sessuale, le lasciava la casa
in eredità solo se fosse morto a
80 anni e in caso di divorzio i fi-gli sarebbero stati affidati a lui o
alla famiglia paterna, più facol-tosa. Rifiutai l’incarico e si ri-volse a un altro studio legale. So
che la sua istanza è stata rigetta-ta, ha dovuto pagare le spese».
Elvira Serra
@elvira_serra



l tentativo
di preventivare
i costi economici
dell’infedeltà
È
ben vero che le liti
coniugali traggono origine
da due fondamentali ragioni:
la infedeltà e i contrasti
economici. È vero anche che se
fosse possibile regolamentare
preventivamente, prima della
crisi, le conseguenze
economiche dell’infedeltà e i
contrasti per ragione di
denaro, i temi delle cause
sarebbero molto più ristretti e
avvocati e giudici avrebbero
molto meno lavoro. Ma i patti
«prenuptials», cioè da
sottoscrivere prima delle
nozze, allo stato urtano
contro la struttura stessa del
nostro matrimonio, le regole
del Codice civile non possono
essere alterate perché
riguardano diritti
indisponibili. L’unica scelta
fondamentale che è libera è
quella della comunione dei
beni (che è il regime legale del
matrimonio) o della
separazione dei beni, regime
che può essere scelto al
momento del matrimonio o
successivamente soltanto con
l’accordo di entrambi. Va
detto che il silenzio al
momento delle nozze e
dell’amore, che comporta la
comunione dei beni, è spesso
sottovalutato. I ripensamenti
unilaterali tardivi non hanno
speranza e la comunione dei
beni quando viene la crisi
crea problemi psicologici e
giuridici. Soprattutto quando
il patrimonio che si è
costituito è frutto del lavoro
di uno dei due e l’altro
coniuge (più frequentemente
la moglie-madre) ha avuto il
peso non lieve della cura della
famiglia. In questa situazione
legislativa i cosiddetti
«prenuptials» non hanno
spazio, anche se la rigidità
della nostra legge è in
contrasto con quello che
avviene negli altri Paesi. La
sentenza della Cassazione del
2012 che ha ritenuto valido un
accordo pre matrimoniale
relativo a un immobile
(ristrutturato a cura di
entrambi i coniugi) ha aperto
uno spiraglio molto modesto.
Del resto Gilbert K.
Chesterton, che amava i
paradossi, diceva: «Il
matrimonio è un duello
all’ultimo sangue che nessun
uomo d’onore dovrebbe
declinare».

E tu di che cervello sei? Nuova teoria su come pensiamo Il Dalai Lama è del tipo riflessivo, Liz Taylor di quello elastico

scirà nei prossimi giorni (da Simon
and Schuster, il 5 novembre) un li-bro intitolato «Top Brain, Bottom
Brain: Surprising Insights Into How You
Think», ovvero: «Cervello alto e cervello
basso: rivelazioni sorprendenti su come
pensiamo». Ne sono autori il noto neuro-scienziato cognitivo Stephen M. Kosslyn,
professore a Harvard, e lo scrittore e sce-neggiatore G. Wayne Miller. Gli aggettivi
alto e basso si contrappongono ai prece-dentemente ben noti destro e sinistro, per-ché Kosslyn e Miller intendono fare piazza
pulita della leggenda (secondo loro) che
esista un cervello destro, deputato alle for-me, l’immaginazione e le analogie e un
cervello sinistro, deputato invece al calco-lo, la logica e il linguaggio.
Kosslyn è stato uno dei neurobiologi co-gnitivi più importanti degli ultimi anni,
noto soprattutto per le sue ricerche sulla
«pura» formazione di immagini mentali a
occhi chiusi e la sbalorditiva somiglianza
di questa con la reale visione, non solo dal
punto di vista cognitivo, ma anche per via
dell’identica attivazione di alcune regioni
cerebrali in entrambe, mostrata proprio da
Kosslyn e collaboratori circa venti anni or-sono. Ma quale percorso ha portato oggi
Kosslyn all’individuazione del cervello alto
e basso? «Già nello studio della visione e
della cognizione visiva mi ero interessato
alla differenza tra le connessioni ventrali
(quindi basse) e dorsali (quindi alte). Poi
ho notato interessanti corrispondenze di
questa suddivisione anatomica e funzio-nale in altri campi. Con due collaboratori
abbiamo svolto una vasta ricerca su tutto
quanto si sapeva, pubblicata suAmerican
Psychologistdue anni fa. Diventava impor-tante evitare la distinzione destro/sinistro,
analitico/intuitivo, logico/creativo. Vole-vamo analizzare in modo diverso come le
diverse parti del cervello elaborano l’infor-mazione. È sorta in me l’idea che il cervel-lo, come un tutto, è un sistema integrato e
dobbiamo considerare come le diverse
parti interagiscono. Sono emersi i quattro
modi di interazione che descriviamo nel li-bro, che si propone di far riflettere sulle
implicazioni, tutte testabili, di questo nuo-vo modo di analizzare cervello e pensiero».
I quattro modi di funzionamento e inte-razione identificati da Kosslyn e Miller per
il cervello alto e il cervello basso si chiama-noDinamico («Mover»), Riflessivo («Per-ceiver»), Creativo («Stimulator»)edEla-stico («Adaptor»). E possono essere ri-spettivamente caratterizzati così.
Dinamico (Mover): utilizzo alternativo,
a scelta, sia del cervello alto che del cervel-lo basso, un modo di funzionamento che si
traduce in pianificazione a lungo termine,
azioni costanti, con conseguenze positive
ma non immediate delle azioni. E che ren-de atti a diventare leader. Tipico di persone
che hanno dovuto attraversare un’infanzia
difficile o notevoli iniziali contrarietà, poi
superate. Gli esempi indicati nel libro son  fratelli Wright, pionieri dell’aviazione, il
presidente Franklin Delano Roosevelt e la
star televisiva americana Oprah Winfrey.
Riflessivo (Perceiver): utilizzo opzionale
e modulare del cervello basso, ma non del
cervello alto. Esplorazione in profondità
del proprio pensiero e delle proprie azioni,
situandoli in un contesto ampio. Esempi
citati: religiosi come il Dalai Lama e scrit-tori come Emily Dickinson. Schivi, poco
inclini ad apparire sotto i riflettori, in ge-nere non realizzano personalmente dei
grandi progetti e non ricevono credito per
quanto hanno suggerito.
Creativo (Stimulator): l’inverso del mo-do precedente. Intenso uso del cervello al-to, ma non del cervello basso. Eseguono
progetti anche complessi, ma non si cura-no di seguirne le conseguenze, né sanno
modificare i progetti quando cambiano le
situazioni. Possono essere creativi e origi-nali, ma rischiano di non fermarsi in tem-po, creando problemi a loro stessi e agli al-tri. L’esempio è il campione di golf Tiger
Woods, oppure alcuni ben intenzionati at-tivisti sociali americani che hanno fallito,
alla fin dei conti, nel conseguire i propri
obiettivi.
Elastico (Adaptor): scarso uso opzionale
tanto del cervello alto che del cervello bas-so. Niente progetti a lungo termine. Si è as-sorbiti dal contingente e dalle richieste im-mediate dell’ambiente. Si segue il gregge,
anche se spesso si è giudicati spiritosi e vi-vaci. Si è ottimi membri di un team, negli
sport e nelle imprese. Tra gli esempi: alcu-ni celebri campioni americani di baseball
e, curiosamente, anche l’attrice Elisabeth
Taylor, che risulta essere stata donna mol-to spiritosa, ma cattiva programmatrice
della propria vita privata, con i suoi ben ot-to matrimoni.
Resta il tema del linguaggio. Come rien-tra in questa nuova suddivisione?
Le aree cerebrali connesse con il lin-guaggio, a detta di Kosslyn, sono partico-larmente interessanti: «A prima vista sem-brano una notevole eccezione alla nostra
generalizzazione sulle funzioni del cervel-lo alto (top) e del cervello basso (bottom).
Infatti l’area di Broca, notoriamente coin-volta nella produzione del linguaggio, si
situa in quella che per noi è la regione infe-riore del lobo frontale. Riceve ricche con-nessioni dalle regioni superiori di tale lo-bo, ma anche dal lobo temporale e dalle re-gioni motorie, somato-sensoriali e parie-tali». Quindi quali conclusioni si possono
trarre? «Questo schema di connessioni
suggerisce che l’area di Broca funziona in
parte come se appartenesse al cervello alto,
come sarebbe da aspettarsi, dato che con-trolla la bocca, la lingua, le labbra e le corde
vocali durante la produzione del linguag-gio. Però sappiamo anche che quest’area si
attiva quando capiamo il linguaggio e que-sto è caratteristico delle funzioni del cer-vello basso. Inoltre, si attiva quando cer-chiamo di capire il senso delle azioni delle
altre persone, e dei loro gesti non verbali,
di nuovo una funzione del cervello basso.
Quindi, l’area di Broca gioca un ruolo nel
classificare e interpretare le informazioni
che riceviamo dall’esterno, come ci aspet-tiamo che avvenga, data la sua localizza-zione anatomica. Dato che, però, gioca an-che un ruolo nel generare i movimenti del-l’apparato vocale, si conferma quanto so-steniamo nella nostra teoria: i due sistemi
cerebrali, alto e basso, interagiscono senza
posa e lavorano sempre insieme».
Fino a ieri, alcuni sostenitori della di-versità tra cervello destro e cervello sini-stro non hanno lesinato «ricette» su come
migliorare la nostra intelligenza, attraver-so esercizi mentali, allenamenti a diversi
tipi di pensiero e simili. La nuova teoria del
cervello alto e del cervello basso di Kosslyn
non offre nulla di simile. «Assolutamente
no, nessun suggerimento di questo tipo,
nessuna ricetta, nessuna terapia. Sottoli-neiamo ripetutamente nel nostro libro che
nessuno dei quattro “modi” di funziona-mento integrato del cervello è superiore
agli altri tre. Ciascuno di questi è più o me-no utile degli altri in circostanze diverse».
Il libro traccia ciascuna di queste biogra-fie esemplari e spiega in dettaglio come le
varie fasi e il profilo biografico globale mo-strino l’attivazione e l’interazione (o la
mancanza di interazione) tra i due cervelli.
Personalmente, sono piuttosto persuaso
che la storia del cervello destro e sinistro,
seppur gonfiata a dismisura e divulgata in
modo talvolta grezzo, non sia una leggen-da. Ma forse, da ora in avanti, potremmo
integrare queste suddivisioni, e parlare di
cervello basso sinistro, alto destro e così
via. Qualche biografia paradigmatica ita-liana non mancherebbe, ma asteniamoci,
per or

Persitralefiamme gliultimisegreti dellaspiaMataHari Vaafuocolasuacasa-museoinOlanda

RUXELLES — Novantasei anni fa,
due poliziotti francesi scrissero in un
verbale di sequestro: «30 paia di calze, 8
corpetti, moltissimi biglietti da visita di
ufficiali e diplomatici, 3 veli, 3 busti, co-stumi di scena, camicie da notte, 7 abiti
da principessa, sottovesti, conchiglie
mammellari…». Erano le cose personali
di Mata Hari, «il serpente sacro» o «figlia
di Visnù», spia internazionale, «caccia-trice di tigri». E l’altra sera c’era qualcu-no di quegli indumenti, e decine di foto-grafie e lettere personali, in una stanza
della casa che è stata distrutta da un in-cendio a Leeuwarden, cittadina della
Frisia olandese: la casa natale di Marga-retha Geertruida Zelle, l’agente segreto
H21 o AF 44, appunto Mata Hari ovvero
«Occhio dell’alba» in lingua malese.
Un rogo senza spiegazioni, secondo la
polizia locale. Un giovane che aveva dato
l’allarme è morto fra le fiamme, una doz-zina di abitazioni vicine sono state rag-giunte dal fuoco. E’ stata aperta un’in-chiesta, per ora senza esito: quasi che, 96
anni dopo, l’ombra di colei che giostrò
pericolosamente fra Germania, Francia,
Austria e Russia, e fra schiere di ufficiali e
banchieri dei 4 Paesi, abbia voluto dare
un segno della sua presenza.
Leeuwarden è stata designata dalla
Commissione Europea come capitale
della cultura della Ue nel 2018, è un luo-go pittoresco. Ma molti turisti vi arriva-no solo per lei, l’olandese dalla pelle bru-na. In città c’è una statua che la ritrae se-minuda, E c’è appunto – anzi c’era — la
casa natale, una palazzina occupata in
parte da un salone di parrucchiere: ora
resta in piedi solo la facciata pericolante.
Quella era la casa scelta dal padre
Adam Zelle, ricco cappellaio e mugnaio,
per la propria famiglia. Margaretha o
«M’greet», come la chiamavano i suoi, vi
trascorre una vita agiata fino ai 13 anni,
Chi era
La vita
Margaretha
Geertruida Zelle
(sotto, la sua
statua davanti
alla casa natale)
nacque a
Leeuwarden, in
Olanda, nel
1876. A 19 anni
sposò un
ufficiale e lo
seguì nell’attuale
Indonesia, allora
colonia olandese.
Lì imparò le
danze e le
tradizioni
orientali e prese
il nome di Mata
Hari, «l’occhio
dell’alba»
La carriera
Fuggita a Parigi,
divenne famosa
in tutta Europa
per le sue danze
orientaleggianti
e senza veli.
Donna di fascino,
ebbe molti
amanti e durante
la Prima guerra
mondiale fu una
spia dei tedeschi.
Arrestata dai
francesi, fu
fucilata il 15
ottobre 1917
quando il cappellaio va in bancarotta e la
famiglia si sfascia. Allora, niente più pas-seggiate in carrozza. Ma la ragazza non è
portata alla rassegnazione, vuole fuggire
da quel grigiore.
A 18 anni risponde a un’offerta di ma-trimonio trovata sul giornale «Notizie
del giorno». Sposa un ufficiale dell’eser-cito coloniale olandese, che la porta in
Indonesia. Matrimonio tempestoso, e
una doppia tragedia: un figlioletto che
muore misteriosamente avvelenato; e
una figlioletta che morirà di sifilide ere-ditaria. I coniugi si separano, «M’greet»
fugge a Parigi. E lì inizia la sua vera vita.
Sfrutta il suo corpo bruno, in un’epoca
puritana lo mostra volentieri (ma non il
seno, che considera troppo minuto). Sa
danzare, si ammanta di favole: racconta
di aver carpito i «segreti di Shiva» da
bambina, nei templi dell’India, di avere
una nonna principessa di Giava, di aver
sedotto i marajà. Racconta di un torero
che per amor suo si è lasciato uccidere
dal toro, a Siviglia. Balla nei circhi e teatri
d’Europa, anche alla Scala di Milano. Al-l’inizio della grande guerra, uno dei suoi
amanti ufficiali la arruola nello spionag-gio tedesco. Ma lei «flirta» anche con i
francesi, i russi, gli austriaci. E’ forse un
doppio, triplo agente. Fino all’arresto.
Va davanti al plotone di esecuzione con
un cappello di paglia di Firenze, è an-cora seducente. Rifiuta la benda sugli
occhi e saluta con il capo i 12 fanti
francesi che ha davanti. Otto di loro
sbagliano, uno la colpisce a un ginoc-chio. E solo uno riesce a centrarla al
cuore.
Luigi Offeddu
loffeddu@corriere.it

domenica 20 ottobre 2013

LA MASCHERA DI GUY FAWKES E IL CARNEVALE DELLA POLITICA

C’è un fenomeno di costume da
tempo assai diffuso proveniente
dall’Inghilterra piuttosto
curioso .Si tratta della oramai
famosissima maschera che
raffigura in maniera stilizzata il
viso di Guy Fawkes, che anche
in Italia è il vessillo della
contestazione di sistema, che a
volte si manifesta anche con
forme di violenza. Ora, come lei
sa sicuramente meglio di me,
Guy Fawkes nell’Inghilterra di
inizio ‘600 regnante Giacomo I,
successore della regina
Elisabetta, era un fervente
difensore dei diritti dei cattolici
che di fronte alla decisone (per
altro presa da malincuore dal re
sotto la pressione degli
anglicani) di mantenere i
cattolici in stato di inferiorità
nei diritti civili, aderì alla
famosa congiura delle polveri.
Congiura che prevedeva di
minare la sede del Parlamento
facendo fuori in un colpo solo la
testa degli anglicani. Ma tutto
fu scoperto e Guy Fawkes, che
ammise orgogliosamente le sue
responsabilità, fu orrendamente
giustiziato. Quello che mi
incuriosisce è come mai prima
da un fumetto, mi pare di Alan
Moore, e poi da un film
famosissimo, «V come
vendetta», dall’Inghilterra
anglicana e monarchica , dove i
«papisti» non sono proprio ben
visti, dilaghi in tutto il mondo
una maschera che rappresenta,
certo a suo modo un
rivoluzionario, ma un
rivoluzionario cattolico il cui
scopo finale sarebbe stato il
riportare l’Inghilterra alla
Chiesa romana del Papa.
Angelo Rambaldi
angelo.rambaldi@ior.it
Caro Rambaldi,
H
o già ricordato il «com-plotto della polvere da
sparo» (come viene an-cora definito in molti Paesi di
lingua inglese) sulla «Lettura»
del 15 aprile 2012. La minaccia
fu molto seria e il colpo, se fosse
andato a segno, avrebbe scate-nato una guerra di religione. Ma
l’organizzazione della congiura
fu piuttosto dilettantesca. Più
tardi, nell’Ottocento, uno stu-dioso gesuita cercò di dimostra-re che il complotto era stato or-dito al vertice dello Stato da uno
scaltro cortigiano, deciso a pro-vocare una sollevazione in mas-sa contro quella parte della so-cietà inglese che era rimasta fe-dele alla Chiesa cattolica. Ma la
tesi non fu mai provata e la ri-correnza del complotto, per
molto tempo, è stata celebrata
dagli anglicani con lo spirito di
un patriottismo religioso e anti-papista.
L’uso ludico della maschera, a
cui lei si riferisce nella sua lette-ra, è dovuto al mutamente subi-to dalla commemorazione con il
passare del tempo. Il posto degli
adulti è stato preso dai bambini
che indossano la maschera del
congiurato e vanno di casa in ca-sa a chiedere denaro per compe-rare razzi e petardi con cui met-tere in scena il complotto fallito.
A me sembra molto «inglese»,
nel senso migliore della parola,
che il ricordo di una potenziale
violenza religiosa sia diventato
l’occasione per una farsa giova-nile. Ma il miglior modo per
esorcizzare la minaccia di un
evento luttuoso è forse proprio
quello di farne un’occasione per
scherzi e risate. Mentre noi ci
prepariamo a celebrare il giorno
dei morti, i bambini americani si
travestono da spiriti maligni e
vanno di casa per chiedere «mi-nacciosamente» torte e dolciu-mi. In Messico, nella notte dei
defunti, si accendono luminarie
e si vendono giocattoli in forma
di scheletri. In alcuni Paesi gre-co-ortodossi si banchetta nei ci-miteri. In Irlanda la veglia in
onore del defunto (wake) termi-na spesso con una sbornia gene-rale. E noi approfittiamo dei
Santi e dei morti per un lungo fi-nesettimana in montagna.
Ciascuna di queste «feste» ca-de tra la fine di ottobre e l’inizio
di novembre, vale a dire in un
momento in cui muoiono le fo-glie, scende la nebbia, la prima
brina spezza i rami degli alberi, i
campi sembrano destinati a non
dare più frutti e il calendario
rende omaggio ai defunti. È il
momento per inserire in queste
giornate brumose un breve car-nevale autunnale. La migliore
maschera di questo carnevale è
quella di Guy Fawkes. Non di-mentichi, caro Rambaldi, che
nei giorni di Carnevale molto è
permesso di ciò viene abitual-mente vietato. In certe dimo-strazioni politiche dagli scorsi
anni, da quella degli indignados
della Puerta del Sol a quella di
Occupy Wall street, vi è sempre
stato qualcosa di carnevalesco.

POTEREVUOTOINUNPAESEFERMO ILFALLIMENTODIUNACLASSEDIRIGENTE L’aspettativa di un mutamento radicale tradita anche dalle «larghe intese»

arisposta sta nel numero delle fabbriche
comprate dagli stranieri, dei settori produt-tivi dai quali siamo stati virtualmente espul-si a opera della concorrenza internazionale,
nel numero delle aziende pubbliche che i
suddetti hanno acquistato dallo Stato, per-lopiù a prezzo di saldo, e che sotto la loro il-luminata guida hanno condotto al disastro.
Naturalmente senza mai rimetterci un soldo
del proprio. Né meglio si può dire delle ban-che: organismi che invece di essere un vola-no per l’economia nazionale si rivelano ogni
giorno di più una palla al piede: troppo
spesso territorio di caccia per dirigenti ve-gliardi, professionalmente incapaci, mai sa-zi di emolumenti vertiginosi, troppo spesso
collusi con il sottobosco politico e pronti a
dare quattrini solo agli amici degli amici.
Questa è l’Italia di oggi. Un Paese la cui
cosiddetta società civile è immersa nella
modernità di facciata dei suoi 161 telefoni
cellulari ogni cento abitanti, ma che natu-ralmente non legge un libro neppure a spa-rarle (neanche un italiano su due ne legge
uno all’anno), e detiene il record europeo
delle ore passate ogni giorno davanti alla
televisione (poco meno di 4 a testa, assicu-rano le statistiche).
Di tutte queste cose insieme è fatta la no-stra crisi. E di tutte queste cose si nutre lo
scoraggiamento generale che guadagna
sempre più terreno, il sentimento di sfidu-cia che oggi risuona in innumerevoli con-versazioni di ogni tipo, nei più minuti com-menti quotidiani e tra gli interlocutori più
diversi. Mentre comincia a serpeggiare
sempre più insistente l’idea che per l’Italia
non ci sia più speranza. Mentre sempre più
si diffonde una singolare sensazione: che
ormai siamo arrivati al termine di una corsa
cominciata tanto tempo fa tra mille speran-ze, ma che adesso sta finendo nel nulla:
quasi la conferma — per i più pessimisti (o i
più consapevoli) — di una nostra segreta
incapacità di reggere sulla distanza alle pro-ve della storia. E in un certo senso è proprio
così. L’Italia è davvero a una prova storica.
Lo è dal 1991-1994, quando cominciò la pa-ralisi che doveva preludere al nostro decli-no. Essa è ancora bloccata a quel triennio
fatale: allorché finì non già la Prima Repub-blica ma la nazione del Novecento: con i
suoi partiti, le sue culture politiche originali
e la Costituzione che ne era il riassunto, al-lorché finì la nazione della modernizzazio-ne/industrializzazione da ultimi arrivati, la
nazione del pervadente statalismo. Ma da
allora nessuno è riuscito a immaginare
quale altra potesse prenderne il posto.
Ecco a che cosa dovrebbe servire quella
classe dirigente che tanto drammaticamen-te ci manca: a immaginare una simile realtà.
A ripensare l’Italia, dal momento che la no-stra crisi è nella sua essenza una crisi
d’identità. Da vent’anni non riusciamo a
trovare una formula politica, non siamo ca-paci d’azione e di decisione, perché in un
senso profondo non sappiamo più chi sia-mo, che cosa sia l’Italia. Non sappiamo co-me il nostro passato si leghi al presente e
come esso possa legarsi positivamente ad
un futuro. Non sappiamo se l’Italia serva
ancora a qualcosa, oltre a dare il nome a una
nazionale di calcio e a pagare gli interessi
del debito pubblico. Abbiamo dunque biso-gno di una classe dirigente che — messa da
parte la favola bella della fine degli Stati na-zionali e l’alibi europeista, che negli ultimi
vent’anni è perlopiù servito solo a riempire
il vuoto ideale e l’inettitudine politica di
tanti — si compenetri della necessità di un
nuovo inizio. Ripensi un ruolo per questo
Paese fissando obiettivi, stabilendo priorità
e regole nuove: diverse, assai diverse dal
passato. Mai come oggi, infatti, abbiamo bi-sogno di segni coraggiosi di discontinuità,
di scommesse audaci sul cambiamento, di
gesti di mutamento radicale.
Mai come oggi, cioè, abbiamo bisogno
proprio di quei segni e di quelle scommesse
che però, — al di là della personale intelli-genza o inclinazione stilistica di questo o
quel suo esponente — dai governi delle
«larghe intese» non siamo riusciti ad avere.
Governi simili funzionano solo in due casi,
infatti: o quando c’è un obiettivo supremo
su cui non si discute, in attesa di raggiunge-re il quale lo scontro politico è sospeso: co-me quando si tratta di combattere e vincere
una guerra; ovvero quando tutte le parti,
nessuna delle quali ha prevalso alle elezio-ni, giudicano più conveniente, anziché an-dare nuovamente alle urne, accordarsi sulla
base di un accurato elenco di reciproche
concessioni per sospendere le ostilità e go-vernare insieme. Ma nessuno di questi due
casi è quello dell’Italia: dove sia il conflitto
interno al Pd e al Pdl che quello tra entrambi
è ancora e sempre indomabile, e costituisce
il tratto politico assolutamente dominante.
La ragione delle «larghe intese» ha così fini-to per divenire, qui da noi, unicamente
quella puramente estrinseca che si governa
insieme perché nessuno ha vinto le elezio-ni, e per varie ragioni non se ne vogliono fa-re di nuove a breve scadenza.
Certo, due anni fa, quando tutto ebbe ini-zio con il governo Monti, le intenzioni del
presidente della Repubblica miravano, e
tuttora mirano, a ben altro. Ma dopo due
anni di esperimento è giocoforza ammette-re che quelle intenzioni, sebbene abbiano
conseguito risultati importanti sul piano
del contenimento dei danni, appaiono ben
lontane dal divenire quella realtà di cui
l’Italia ha bisogno.
Con le «larghe intese», sfortunatamente,
non si diminuisce il debito, non si raddop-pia la Salerno-Reggio Calabria, non si dimi-nuiscono né le tasse né la spesa pubblica,
non si elimina la camorra dal traffico dei ri-fiuti, non si fanno pagare le tasse universi-tarie ai figli dei ricchi, non si fa ripartire
l’economia, non si separano le carriere dei
magistrati, non si costruiscono le carceri,
non si aboliscono le Province, non si intro-duce la meritocrazia nei mille luoghi dove è
necessario, non si disbosca la foresta delle
leggi, non si cancellano le incrostazioni oli-garchiche in tutto l’apparato statale e para-statale; e, come è sotto gli occhi di tutti, an-che con le «larghe intese» chissà quando si
riuscirà a varare una nuova legge elettorale,
seppure ci si riuscirà mai. Si tira a campare,
con le «larghe intese», questo sì: ma a forza
di tirare a campare alla fine si può anche
morire.
Ernesto Galli della Logg

Il negazionismo da blog del matematico vanesio

C
hi ha un pensiero è parco di opinio-ni, chi ha solo opinioni pretende di
avere un pensiero. Al matematico Pier-giorgio Odifreddi piace interpretare il
ruolo di martellatore di verità. Non gli è
bastata la lettera che un fin troppo ge-neroso Joseph Ratzinger gli ha scritto
per contestare le tesi del suo libroCaro
Papa ti scrivo, edito nel 2011. Ci voleva
qualcosa di più forte che lo restituisse
alla ribalta. Così, sul suo blog, rispon-dendo a un lettore sull’esistenza delle
camere a gas, è andato giù pesante:
«Non entro nello specifico delle camere
agasperchédiessesoappuntosoltanto
ciò che mi è stato fornito dal “ministero
della propaganda” alleato nel dopo-guerra, e non avendo mai fatto ricerche,
enonessendounostorico,nonpossofa-re altro che “uniformarmi” all’opinione
comune; ma almeno sono cosciente del
fatto che di opinione si tratti, e che le co-se possano stare molto diversamente
da come mi è stato insegnato».
Siccome Odifreddi non ha fatto ricer-che personali, è razionalmente possibi-le che qualcuno abbia mentito. Magari
Primo Levi, magari i sopravvissuti ai
campi di sterminio, magari le testimo-nianze e gli studi che esistono in propo-sito. Se non è negazionismo questo, po-co ci manca. Ma al pretenzioso Odifred-di piace «épater le bourgeois», stupire.
Come è facile immaginare, essendo la
memoria del trauma della Shoah il fon-damento stesso della costruzione del-l’identità europea, le sue provocazioni
non sono passate sotto silenzio.
Già lo scorso anno, sempre per un te-sto scritto sul sito dela Repubblicae poi
rimosso, il matematico cuneese si era
applicato alla contabilità funebre: i
morti causati dai raid israeliani erano
«dieci volte superiori» a quelli delle
Fosse Ardeatine. Anni fa, nel suo libro
Perché non possiamo essere cristiani (e
meno che mai cattolici)con piglio illu-ministico sosteneva questa tesi: «La
critica al Cristianesimo potrebbe ridur-si a questo: che essendo una religione
per letterali cretini, non si adatta a co-loro che, forse per loro sfortuna, sono
stati condannati a non esserlo».
Ai martellatori di verità, ultimi eredi
del positivismo ottocentesco, mentre si
aggrappano alle loro opinioni capita
spesso di martellarsi le dita.

La corruzione cinese svelata dalle amanti LE CONCUBINE DEI FUNZIONARI PUBBLICI SI ORGANIZZANO IN MOVIMENTO PER DENUNCIARE ON LINE LE MALEFATTE: IL 15% DEI CASI VIENE SCOPERTO COSÌ

I
n Cina c’è un detto po-polare sui nuovi ricchi.
“La bandiera rossa sven-tola fuori le mura. Ma
anche all’interno garrisce alta
ed eretta”. Cosa significa se lo fa
spiegare l'ispettore Chen, no-vello Sherlock Holmes dagli oc-chi a mandorla i cui casi sono
tradotti in Italia da Marsilio.
“Un riccone può anche avere
amanti, segretarie, concubine,
di tutto e di più, ma non neces-sariamente divorzia dalla mo-glie, né significa che abbia pro-blemi in casa”.
All'interno delle mura domesti-che forse no, ma le ricadute sulla
sua carriera possono essere oggi
più pesanti di quanto si potesse
immaginare in passato. L'agen-zia di stampa  Xinhua ha pubbli-cato un'interessante statistica
sui casi di corruzione: dall'ini-zio del 2013 il 15% degli scan-dali sono esplosi online grazie
alle confessioni delle amanti.
Ci si potrà fidare di queste gio-vani ragazze conosciute al ka-raoke e abbagliate da un tenore
di vita che possono solo aver so-gnato? Vanno ascoltate anche
quando parlano perché non
hanno ottenuto ciò che gli è sta-to promesso? E se il loro obiet-tivo fosse unicamente quello di
screditare un'altra donna – ma -gari più giovane e carina – per -ché ha conquistato l'attenzione
e il portafoglio di chi le ha man-tenute per anni?
Mentre l'opinione pubblica si
pone queste domande, il feno-meno ha assunto dimensioni
tali da meritarsi un nome, una
sorta di etichetta: ernai fanfuov -vero “amanti contro la corru-zione”. E se un giorno dovesse-ro mettere insieme forze e in-formazioni potrebbero provo-care un vero e proprio terremo-to politico.
Uno studio dell'Università del
Popolo di Pechino ha dimostra o come il 95% dei funzionari
corrotti si vanta di aver avuto
relazioni extra-matrimoniali
(normalmente a pagamento)
mentre il 60% di loro ha man-tenuto un'amante.
Zheng Tiantian - che prima di
pubblicare la sua tesi di dotto-rato in antropologia sociale al-l'Università di New York ha la-vorato per due anni in un ka-raoke di Dalian – descrive la sua
esperienza in  Red Lights(2009).
“Gli uomini con più potere era-no quelli che sapevano control-lare fisicamente ed emotiva-mente le proprie escort. Erano apaci di privarle della loro li-bertà e poi abbandonarle”.
Oggi le cosiddette ernai sono per
lo più ragazze di campagna che
cercano fortuna in città. Hanno
spesso un livello di educazione
molto basso ma sono pronte a
tutto pur di “svoltare”. Ed è pro-prio una di loro che confida alla
Zheng: “preferisco essere
amante piuttosto che moglie. Si
fanno più soldi”.
E quando denunciano i funzio-nari corrotti spesso sono mosse
dalla stessa avidità di denaro.
Ma non sempre ottengono i ri-sultati sperati. Lo studio di Xi -nhua che sdogana le ernai fanfu
pubblica un dato che suona co-me un avvertimento: il 23% di
chi ha denunciato è stato suc-cessivamente accusato e/o dete-nuto per diffamazione o per
aver “causato problemi”

BIMBO SOVIETICUS

 Cos’è il bene e cos’è il male
Un figliolo piccolino arrivò dal padre e chiese:
cos’è il bene e cos’è il male?
Segreti io non ne ho. Ascoltate, bimbi
la risposta del papà che ora nel libro io pubblicherò
Quando un figlio è più nero della notte,
e la sporcizia gli copre il bel faccino,
è chiaro che è un male per la pelle delicata del bambino
Se invece il bimbo ama sapone e polvere di dentifricio,
questo è il bambino tanto caro, e che agisce tanto bene
Quando un ragazzaccio
rissoso picchia un bambino debole,
io quello non lo voglio nemmeno
mettere nel libro
Ma se questo invece grida:
“Non toccare chi è più piccolo!”
vuol dire che il ragazzo
è molto buono,
semplice delizia degli occhi!
Lo ricordi ogni figlio,
lo sappia ogni bambino:
crescerà un maiale
chi da piccolo è un maialino



Cenerentola fu trascinata dinanzi ai giudici e ac-cusata di tradimento delle classi lavoratrici…
Poi fu il turno di Babbo Natale, accusato di ca-larsi nei comignoli a fini di spionaggio… Le fa-te erano ciarlatane. Per non parlare di principi
e principesse, che il ruolo di oppressore ce l’a-vevano scritto in fronte. Uno dopo l’altro i personaggi delle
vecchie favole vennero condannati all’esilio, perché inade-guati all’infanzia sovietica. Così racconta uno scritto auto-biografico sull’infanzia nell’Urss degli anni Venti e Trenta, il
resoconto di una rappresentazione scritta, diretta
e rappresentata da un gruppo di Giovani Pio-nieri.
Come andò a finire la favola? Lo sappia-mo: male. Ma ora una nuova raccolta di
illustrazioni ( Inside The Rainbow. Rus-sian children’s literature 1920-35:
beautiful books, terrible times, in Italia
per Corraini) sembra suggerire che
poteva forse andare anche diversa-mente, che ci fu almeno un momento
in cui prometteva bene per i bambini e
la fantasia. Scorrere queste figure evo-ca un’epoca magica, e sinora poco co-nosciuta, nella quale un gruppo di autori
e disegnatori riuscì a inventare modi nuovi
per raccontare favole nuove che conservavano
tutto lo charme di quelle vecchie. Anche se al posto
di draghi, principesse e cavalieri ritraevano macchinario in-dustriale e piroscafi, minatori e postini, lampadine elettriche
e locomotive, insomma tutta la modernità sognata da
un’Urss a pezzi. Erano davvero «tempi terribili». Ma la sor-presa è che in quel marasma ci fosse anche chi riusciva a pro-durre «libri per l’infanzia bellissimi», di un’eleganza mozza-fiato. A lungo questo tesoro era rimasto sepolto, i libri finiti al
macero o banditi sino a ben dopo la destalinizzazione. Da
qualche tempo invece tornano a meravigliare. Soprattutto
grazie a una collezione (migliaia di volumi e disegni, quasi tut-ti altrimenti introvabili) messa insieme nel corso dei decenni
da un emigrato russo a New York, Alexander Lurye, detto Sa-sha.
Si resta sbalorditi sfogliando favole così belle. Storie a fini
edificanti, ma anche di pura e delicata fantasia. Storie di guer-ra e d’eroismo, ma anche sul lavoro e sugli oggetti quotidiani.
E persino su un argomento davvero impossibile come il Pri-mo Piano Quinquennale (riuscite a immaginare un libro per
bambini sull’Imu?). Alcuni degli autori (Majakovskij in testa)
e degli illustratori sono famosi. Altri, una scoperta. In comu-ne hanno il fatto che riuscirono a trovare, nel rivolgersi all’in-fanzia, una libertà di espressione che non avrebbero mai po-tuto sognare nel rivolgersi agli adulti. Durò abbastanza poco,
giusto quel quindicennio menzionato nel titolo, e fecero qua-si tutti una brutta fine, a cominciare da colui che li aveva in-coraggiati, il commissario alla cultura Lunacharsky.
I vecchi Bolscevichi ce l’avevano con le vecchie favole.
«Che se ne fanno dei racconti di fate i bimbi proletari?», si chie-deva la Pravda nel 1925. «Servono solo alla borghesia, per so-stenere lo sfruttamento… in modo che bambini che hanno
freddo e fame possano rifugiarsi nel mondo della fantasia e
provare felicità immaginaria». E in effetti, con la guerra civile
e la collettivizzazione forzata che avevano creato milioni di
biezpizorniki , bambini abbandonati, un’intera generazione
finì col frequentare solo orchi e orfanotrofi. E più tardi, con le
nuove leggi che istituivano la punizione criminale a partire
dalla tenera età, finirono con l’affollare anche gli orfanotrofi
per figli di nemici del popolo e il Gulag. In pratica un bambi-no sovietico su tre fu privato dell’infanzia. Alle meraviglie non
si avvicinarono neanche. Tutti gli altri vennero scoraggiati dal
correre dietro a scempiaggini e puro entertainment. In com-penso, da un certo punto in poi si raccontava un’unica favo-la. Sempre la stessa: su come dovessero ringraziare papà Sta-lin per aver regalato ai bambini sovietici l’infanzia più felice
che si potesse immaginare al mondo. La Krupskaya, la vedo-va di Lenin, ce l’aveva con la «sciocchezza» di far parlare gli
animali nelle favole. Persino un intellettuale raffinato come Viktor Šklovskij se la prese in quegli anni, salvo poi vergo-gnarsene in seguito, con chi affollava la letteratura sovietica
per l’infanzia di «ippopotami e giraffe», nonché di «cocco-drilli», come quello di Chukosvsky, che avevano forse il difet-to di evocare i tiranni del presente quanto quelli del passato.
Ma poi si fece anche peggio: l’eroe indicato al bambino so-vietico divenne Pavlik Morozov, il bambino che da buon co-munista aveva denunciato padre e madre.
La cosa che fa una certa impressione ricordare è che negli
stessi anni in America Walt Disney inventava Topolino e Pa-perino, e filmava Biancaneve e Cenerentola. Avrà avuto i suoi
difetti, sarà stato un fottuto reazionario, avrà avuto secondi
fini quanto vi pare, ma le fiabe le sapeva raccontare. Lo capì
persino uno dei più egregi narratori sullo schermo della favo-la staliniana, Sergei Eisenstejin. L’autore di  Ivan il Terribile
aveva scritto nel 1941, anno assolutamente non sospetto, un
panegirico della potenza liberatoria del modo di narrare le fa-vole di Disney. Ma i film di Disney in Russia arrivarono solo
con la Perestrojka. Ora sappiamo che mezzo secolo prima an-che la Russia sovietica aveva geni di quel calibro. Semplice-mente aveva buttato via un’occasione favolosa

HONG KONG 2,6 mq

Sette milioni di persone su mille chilometri quadrati
Significa per tutti vivere in verticale, per i più poveri
dentro appartamenti simili a piccole c
di enormi alveari. Viaggio da incubo
nell’altra faccia della metropoli cinese
Dove capitalismo e socialismo si annullano a vicenda


on sono sicuro di ricordarmi Hong
Kong. Né di volerlo fare. Ci sono
cose che stanno meglio tra le sfu-mature di una vita, così da poterne
dire: «Forse l’ho soltanto sognata».
Ammesso che non sia stato così,
alle sei del mattino ero in un noodles bar con l’a-mico di sempre, il parrucchiere delle star indigeno
e un’ex modella di nome Claudia che aveva un pro-blema. Camminando nella notte aveva infangato
un paio di Jimmy Choo scamosciate color fucsia e
cercava di ripulirle strofinandole con il brodo del-la mia zuppa. Tuttavia continuavo a mangiare,
lentamente, perché l’acconciatore minacciava:
«Appena hai finito vi porto a vedere l’altra Hong
Kong». Oddio, ce n’era pure un’altra.
Ero finito lì per scommessa, perché era uno dei
posti nel mondo dove ancora non ero stato, e tan-to bastava. Avevo scelto un hotel nella parte “vera”
della città, quella impraticabile, dove non attra-versi mai una strada, cammini in tubi di vetro so-spesi, ti ricordi i percorsi collegandoli ai negozi
grandi marche dove prendi le svolte, incontri po-chi inglesi o americani, ma tanti cinesi, non capi-sci un’acca, ma ne vedi molte. E tante ics. E ipsilon.
Il mio albergo si chiamava Jia. L’ha disegnato Phi-lippe Starck. Lo scrittore Limonov racconta di aver
notato la somiglianza tra gli impianti idraulici di
una galera russa e quelli realizzati dal designer
francese. Si ritiene l’unico al mondo ad aver speri-mentato entrambi gli ambienti. Bastava scostare
la tenda della stanza d’albergo per vedere un car-cere di fronte. La Matrix delle celle. Gli alveari. Ap-partamenti su appartamenti, al quadrato, al cubo,
all’ennesima potenza. Una Legoland impazzita:
perché nessuno ha fermato il bambino che tra-sformava in ossessione il suo gioco e non vicever-sa? Hanno preso i projects, le case popolari di New
York, hanno espiantato il cuore ed eccola lì, la città
fatta di città. Se un giorno non funziona l’ascenso-re lungo le scale c’è il finimondo. Quando funzio-na, il finimondo è in ascensore. Ci sono parti di
Hong Kong dove questo incubo è nascosto. O puoi
scambiarlo per una qualsiasi infilata di grattacieli
puliti e illuminati bene. Finché verrà il giorno a fa-re giustizia.
La notte è, più che altrove, un inganno. La tra-scorri sulla terrazza del Sevva Bar, al venticinque-simo piano, a guardare il palazzo al neon della
banca Hsbc disegnato da Norman Foster, aspet-tando che un cameriere disperso ricompaia con la
tua ordinazione. Lì trascorre la vita agra e dolce de-gli espatriati, quelli che (copyright Dalla-De Gre-gori) hanno “alle spalle una storia improbabile”.
Ne ho conosciuto uno che abitava lì e batteva l’A-sia per conto del Guinness dei primati. Controlla-va che la ragazza con il record di piercing (128) ne
avesse effettivamente 128, contandoli uno a uno.
È stato lui a verificare il record (per ora) dell’ap-partamento più piccolo: 2,6 metri quadrati. Ci
“abita” un disoccupato. Al netto di queste escur-sioni nell’altraHong Kong per motivi professio-nali, la sua città, come per molti, era fatta di rasa-ture al Mandarin, dove lo stesso barbiere esercita
da quarant’anni, di cene da Tokyo Joe e, soprat-tutto di notti senza fondo al Dragon I, il club me- glio frequentato, dove qualcuno, agitato da una
solerzia immotivata, mi ha condotto nella più
ovattata delle stanze, una camera dentro una ca-mera dentro una camera, foderata di cuscini e vel-luti, dicendomi: «Questo è il sancta sanctorum: ie-ri sera l’abbiamo riservato a Paul McCartney». Poi
ha fatto un inchino e si è ritirato chiudendo la por-ta senza rumore. Sono rimasto a immaginare do-dici persone impilate in quello spazio: undici sco-nosciuti e un ex dei Beatles. Quando ne sono usci-to c’erano la notte, il fango, le Jimmy Choo fucsia e
il parrucchiere delle star che voleva portarci nel-l’ altraHong Kong. A noi occidentali mettono un
brivido espressioni come “l’altra”, “la vera”. Ci
piacciono da morire “i contrasti”, “l’effetto Blade
Runner”, le insegne delle banche che gettano luce
sulle baracche, i vicoli che possiamo attraversare
senza doverci voltare indietro per assicurarci che
ancora esiste la porta di casa. Per questo ci fa im-pazzire Hong Kong. Una tra le città più ricche del
mondo, ma capace di nascondere in quegli alvea-ri migliaia di poveri. Di spingere nello stesso anno
ottantamila famiglie sotto la soglia di sopravvi-venza e ottomila nella superclass dei miliardari. La
teoria dell’1% del pianeta che guadagna (e consu-ma) quanto il restante 99% a Hong Kong assume
un valore anche fisico: l’1% occupa uno spazio pa-ri all’altro 99%. Anche di più, probabilmente di
più. L’inquilino del mini appartamento record ap-poggia il materasso alla parete quando non dorme
e ci si siede con la schiena contro per mangiare, di-stendendo a malapena le gambe. Chi riesce a met-tere sul pavimento un letto (meglio: chi ha un let-to) non ne scende praticamente mai: occupa due
terzi della superficie disponibile.
A Hong Kong vivono sette milioni di persone su
poco più di mille chilometri quadrati: se scendes-sero tutti in strada contemporaneamente la città
sarebbe un puntaspilli. Quando rientrano il 99%
sta in puntaspilli verticale, l’1% a casa. Il passaggio
alla Cina (avvenuto all’inizio del 1997) non ha mi-gliorato la situazione. Il socialismo qui è un oriz-zonte. La regola “un Paese due sistemi” è un alibi
per lasciare che le cose facciano il loro corso nel
modo più spietato: vadano come vadano, chi ce la
fa, bene, gli altri restano indietro. Meglio, sotto.
Eppure boat people in fuga dalle campagne ci-nesi continuano ad arrivare. Per abitare nelle cel-le esiste una lista d’attesa, gli affitti sono parados-salmente alti, ci sono violenze tra squatter abusivi
e inquilini regolari, tra tutti quanti e la polizia.
Quando usciamo nuovamente per le strade di
Kowloon City è quasi mezzogiorno e non dormia-mo da trenta ore. Per questo ci sembra di esserci
svegliati da un incubo, uno di quelli in cui ti rassi-curi: sto sognando, un posto così non può esiste-re. La disperazione africana è consolata dalla na-tura. L’India ha il rifugio della fede. Qui, niente. Ca-pitalismo e socialismo sommandosi si elidono a
vicenda: non esiste la speranza di arricchirsi, non
esiste l’illusione che lo Stato ti protegga.
Prevedendo che il tassista non parlasse inglese,
all’hotel mi hanno dato un biglietto con l’indiriz-zo e la scritta in cinese: «Portami a questo albergo,
per favore». Ogni occidentale, per quanto orienta-lista, dovunque nell’ altromondo ha in tasca un fo-glietto del genere. 

Sanità senza più frontiere visite all’estero, paga la Asl

POSTARSI in Francia per
curare un tumore o in
Spagna per un intervento
oculistico delicato. Senza co-sti, senza bisogno di autorizza-zioni. E magari informandosi
in Rete su quale medico sce-gliere, grazie ai dati sulla qua-lità dell’assistenza degli ospe-dali che ogni Paese dovrà met-tere su Internet. La libera cir-colazione dei pazienti in tutta
la Ue sta per diventare realtà L’
APPUNTAMENTO è tra il
25 ottobre prossimo e il 4
dicembre, quando gli
Stati membri dovranno recepire
una direttiva Ue del 2011 che ap-plica ai malati i principi già in vigo-re per merci e servizi. Il senso della
norma è chiaro: chi vive nell’Unio-ne deve poter usufruire della sa-nità ovunque all’interno della
stessa, e non solo, come già avvie-ne, per problemi urgenti che pos-sono capitare a turisti e viaggiato-ri. Un concetto semplice ma di ap-plicazione piuttosto complicata.
Per questo gli Stati stanno pensan-do di sfruttare gli articoli della di-rettiva che concedono di mettere
alcuni paletti.
Si vuole evitare ad esempio che
partano troppe persone dai Paesi
poveri verso quelli più ricchi e con
ospedali migliori, e allo stesso
tempo che questi ultimi si ritrovi-no a curare molti più malati del
previsto, con gravi conseguenze
sulle liste di attesa. E così potrebbe
essere richiesta un’autorizzazione
preventiva da parte delle autorità
sanitarie per chi vuole andare al-l’estero. Anche l’Italia sta pensan-do di renderla obbligatoria. Del re-sto, già oggi sono molte di più le
persone che dal nostro Paese par-tono per l’estero di quelle che en-trano. Un trend che al ministero
vogliono invertire. La nuova nor-mativa metterà in concorrenza la
sanità degli Stati membri e a Roma
sono convinti che la qualità dei
centri di eccellenza italiani at-trarrà molti pazienti.
In base alla direttiva, uno Stato
che decide di rendere obbligatoria
l’autorizzazione preventiva deve
dare comunque il via libera a spo-starsi quando nelle sue strutture ci
sono attese troppo lunghe per
quella prestazione. Può in-vece rifiutare il per-messo se rileva un ri-schio per la salute del
paziente nella scarsa
qualità della struttura
da lui scelta. C’è inoltre
un aspetto che rischia di
ridurre i casi di emigrazio-spesa in base al valore che ricono-sce per quel determinato atto sani-tario. Se in Francia un’operazione
costa 5 mila euro e in Italia 4 mila,
chi si sposta spenderà mille euro di
tasca sua. Se invece il valore della
prestazione all’estero è inferiore,
si potrà chiedere il rimborso di una
parte del viaggio. Per certe presta-zioni di alta specialità esiste già un
regolamento europeo
che prevede che il pa-ziente non anticipi
niente, sempre se auto-rizzato. Gli Stati dovran-no rendere noto ai pro-pri cittadini quale dei due
sistemi è più conveniente.
A ben guardare la diret-tiva, che prevede anche la validità
delle prescrizioni mediche in tutti
gli Stati membri, introduce una in-novazione importante anche per
chi non vuole spostarsi. Gli Stati in-fatti devono mettere online i dati
sull’assistenza prestata dai propri
ospedali. Vanno cioè creati dei siti,
e il ministero alla Sanità lo sta già
facendo, in cui si elencano le varie
strutture e l’efficacia delle cure che
offrono. Inoltre devono essere di-sposti dei “punti di contatto” te-lefonici attraverso i quali dare
informazioni sugli ospedali. Quel-lo italiano è già pronto, all’inizio
sarà in grado di rispondere in tre
lingue

mercoledì 16 ottobre 2013

Street-food

N
ato come umile cibo
di strada, destinato
ai lavoratori e agli
studenti, lo “street
food” diventa gour-met. Panini, arancini, focacce,
panzerotti e piadine escono dal-la clandestinità di chioschi o ba-racchini per entrare nelle guide
internazionali. Il viaggiatore
esperto si distingue dal turista
anche perché bazzica i posticini
dedicati al cibo di strada, snob-bando i ristoranti più blasonati.
Sono 2,5 miliardi le persone che,
per la Fao, lo mangiano ogni
giorno. E anche in Italia è boom:
35 milioni di appassionati si
scambiano freneticamente
informazioni tra blog, facebook
e twitter. Benvenuti nell’era dei
“golosi 2.0”. E di questi, spiega la
Coldiretti, il 45% sceglie le spe-cialità locali, il 24% quelle inter-nazionali (tra hamburger e hot
dog) mentre solo il 4% osa i più
esotici sushi o kebab. Succede
persino che la moda che nasce
dalla strada conquisti cuochi ac-clamati come star. In giro per l’I-talia si può così incontrare l’ U-liassi Street Food , dello chef 2
stelle Michelin Mauro Uliassi,
un camper dal design raffinato e
tecnologico che porta in tour ci-bo dall’anima pop.
Giovani, indifferenti al fascino
delle stelle Michelin o ai nomi
degli chef più famosi, convinti
che la cucina sia un’avventura.
Ecco l’identikit dei nuovi golosi
in caccia di nuovi indirizzi. Li
racconta nel libro Cibo di strada.
Il meglio dello street food in Italia ,
Luca Iaccarino: «Negli ultimi
cinque anni, in coincidenza con
la crisi, il cibo da strada ha cono-sciuto un successo inaspettato
per l’esigenza dei consumatori
di mangiare in modo economico
e dei ristoratori di avere strutture
più leggere». Attenzione però, i
cibi low cost non sono tutti ugua-li. «Da un lato c’è la vecchietta
con un “buco”, nei quartieri spa-gnoli o nel mercato, che soddisfa
operai e colletti bianchi», precisa Iaccarino, «dall’altro un cibo più
gourmet, venduto in catene co-me Eataly o  California Bakery o
su chioschi alla moda, che at-traggono un pubblico under 35
con risorse limitate ma affasci-nato dall’alta ristorazione».
La nuova mania sembra aver
contagiato tutta l’Italia. A Rimini
c’è la prima guida ragionata sul
tema, la  Rimini Street Food, che
raccoglie una novantina di pre-giati indirizzi di chioschi specia-lizzati in piadine, spiedini e
squacquerone su tutta la riviera
romagnola. A Milano, oltre alla
mappatura dei locali specializ-zati nei nuovi divi gli hamburger
gourmet (hamap. it), c’è la possi-bilità di barcamenarsi tra i
“mangiari di strada” (mangiari-distrada. com) con soste tra fo-cacce, polpette e fritti da assapo-rare all’aria aperta. La capitale
non è da meno: nei quartieri più
alla moda come Testaccio, Mon-ti e il Pigneto è boom di panini
gourmet ma anche di burger
house (è da poco nata la prima
kosher nel cuore del ghetto), il
trapizzino (nato dall’idea di Ste-fano Callegari è un triangolo di
pizza farcito con specialità come
polpette e coda alla vaccinara),
panzerottini, frullati di frutta
esotica e persino alla libreria Felrinelli si gustano le specialità
dell’Antica Focacceria San Fran-cesco di Palermo. Farciti, elabo-rati, ma per alcuni decisamente
troppo cari, rivoluzionano il gri-giore della pausa pranzo e riani-mano i turisti boccheggianti tra
cupole e basiliche. In Sicilia, nel-lo splendore dell’Oasi di Vendi-cari, quest’estate due giovanissi-me hanno inaugurato il  LùBar :
una cucina ricoperta di canne
che offre pesce fresco cotto sul
momento, cuscus di verdura e
polpette di melanzane. Anche a
Napoli ci sono almeno una deci-na d’indirizzi preziosi tra rostic-cerie e friggitorie. E le guide?
Slow Food e Lonley Planet dico-no la loro. Per gustarsi il cibo da
strada, a questo punto, non c’è
che l’imbarazzo della scelta. Per
molti può essere una “entry le-vel” alla gastronomia di ottimo
livello. Naturalmente a prezzi
economici.

Ebook - Scatta la censura ai libri scandalo venduti sul web

N
on ho niente da dire ai
giornalisti, se non
che ho un bambino e
questa caccia alle
streghe gli sta to-gliendo tutto il sostentamento. La
narrativa è narrativa. Tocca ai ge-nitori far sì che opere
oscene non vengano
lette dai propri figli». A
parlare, raggiunta da
Repubblica , è Cassan-dra Zara, autrice ameri-cana over 30 dall’iden-tità molto dubbia. Che,
oltre a lodare nel suo
unico messaggio Twit-ter «la pornostar prefe-rita» da suo marito,
pubblica autonoma-mente, su Amazon, Ko-bo e altri portali, ro-manzi ebook assai
spinti, per molti inde-centi. Uno di questi è “No, presi-de, non...” (e qui preferiamo glis-sare). Nel libro digitale, brevissi-mo ed economico, una studen-tessa fa sesso con un suo profes-sore. Poi viene praticamente vio-lentata dal preside. E lei, ad abuso
concluso, apprezza. «Io e i miei
colleghi non scriveremmo cose
del genere se non ci fosse un am-pio pubblico a leggerci», aggiunge
la Zara. Prima di interrompere
ogni comunicazione. E sprofon-dare nel silenzio.
La “caccia alle streghe” citata
da Zara sarebbe quella che, negli
ultimi giorni, l’ha coinvolta insie-me ad altri “scrittori” (forse pseu-donimi. O magari avatar?) di affi-ni bestialità, come Ashley Gold,
Alicia Hathaway ed Erika Simons.
La causa: molti dei loro titoli, co-me “Darò alla luce il bambino di
mio padre” o “Papino mangia me
per cena” o “No, professore non
abusare di noi” (per citare i citabi-li), sono finiti sotto accusa a causa
dei loro contenuti pornografici e
scabrosi, quali incesto, stupri,
rapporti sessuali tra studentesse e
professori, ai limiti della pedofilia.
Il tutto senza alcun filtro per mi-nori.
Esploso lo scandalo, Amazon e
Kobo, i due principali retailer
mondiali di ebook, hanno subito
cominciato a eliminare molti dei
titoli incriminati dalla loro “vetri-na virtuale”, raggiungibile da
chiunque. WH Smith, la famosa
catena britannica — che è partner
di Kobo — ha addirittura chiuso il
proprio sito, in attesa di ripulirlo
dalle oscenità che spesso si in-trufolavano persino tra i libri per
bambini. Ieri mattina Kobo,
profondamente «costernata», si è
scusata pubblicamente per l’ac-caduto, «causato da utenti che
non hanno rispettato i termini» imposti dal self-publishing  del lo-ro sito, e ha ringraziato coloro che
hanno segnalato i titoli indecenti,
alcuni dei quali apologetici nei
confronti di varie turpitudini.
Già, «segnalato». Perché il filtro
posto dalle grandi librerie online
alle autopubblicazioni è ancora
molto labile. E se viene scavalcato
l’unico ostacolo per sbarcare in
Rete, spesso la sua rimozione av-viene solo se il titolo genera scan-dalo o viene appunto «segnalato»
da altri utenti o giornalisti. Nel ca-so di Kobo, per esempio, a leggere
il regolamento della casa canade-se, gli ebook autoprodotti vanno
online (e quindi a disposizione di
tutti) «nel giro di 24-72 ore». Un
lasso di tempo limitato per con-trollare se un’intera pubblicazio-ne non infrange le linee guida di
retailer come Amazon e Kobo, che
vietano espressamente materiale
pornografico e «offensivo». La
mole del self-publishing , poi, è
possente: nel caso di Kobo, rap-presenta il dieci per cento delle
vendite unitarie dell’azienda. E le
grandi case che li ospitano sui lo-ro portali guadagnano circa il 30
per cento su queste vendite.
Negli anni, Amazon e Kobo
hanno sempre dichiarato di voler
difendere la libertà di espressio-ne, senza praticare censure pre-ventive. Il problema è capire, ogni
volta, il limite tra la libertà e le
oscenità più grevi che possono
sfociare anche nell’apologia di
reato. Valutazioni che un algorit-mo difficilmente riesce a fare nel
magma delle autopubblicazioni.
Qualche anno fa Amazon rimase
scottata da un caso bomba, e cioè
la messa online di un delirante
“Manuale per pedofili”, precedu-to anni prima dallo sconcertante
“Capire i ragazzini amati e gli
amanti dei ragazzini”. Entrambi
titoli erano autopubblicati. E so-no stati rimossi dal colosso ameri-cano solo dopo uno scandalo
mondiale. In questo modo, i mi-nori rischiano di non avere alcuna
protezione. Kobo, però, sembra
già corsa ai ripari e, interpellata da
Repubblica , fa sapere che tra
qualche settimana (anche in Ita-lia) per i suoi libri sarà pronto un
nuovo sistema di parental con-trol , ossia filtro per bambini. Ama-zon, al momento, non ha risposto.
«Ricordiamo che l’articolo 21
della Costituzione condanna “le
manifestazioni contrarie al buon
costume”. E sono ancora in vigo-re gli articoli 528 e 529 del Codice
penale contro le pubblicazioni
oscene, anche se in genere si ap-plica il buon senso», dice a Repub-blicalo scrittore e giornalista An-tonio Armano, che ha appena
pubblicato per Aragno il saggio
Maledizioni - Processi, sequestri e
censure a scrittori e editori in Italia
dal dopoguerra a oggi,  anzi doma-ni . «Anni fa c’è stato un caso simi-le con i racconti  Il male naturale di
Giulio Mozzi. Un estratto con
contenuti pedopornografici finì
online e ci fu il putiferio, tanto che
la Lega Nord fece un’interroga-zione parlamentare e la raccolta
fu rimossa dalla Rete. Ma – prose-gue Armano – il vero problema, al
di là del codice etico dei vari ven-ditori online, è se c’è un’apologia
di reato. In quel caso, cambia tut-to»

Nobel dell’economia a Fama, Shiller e Hansen “Svelano il mistero dei prezzi nella finanza” I tre economisti concordano: le aspettative pesano più del valore reale

C
hiamiamolo “Nobel
alla consapevolez-za”. Quella che - con
adeguate basi scien-tifiche - permette di
prevedere i comportamenti dei
mercati. Non sul breve termine
ma sicuramente sul medio perio-do. È questa certezza, frutto di
lunghi studi, che accomuna Lans
Peter Hansen, Eugene Fama e Ro-bert Shiller, insigniti ieri del pre-mio 2013 per l’Economia. I tre
non lavorano insieme, neanche i
primi due che insegnano nella
stessa università di Chicago (Shil-ler invece è un economista di Ya-le), hanno età varie (rispettiva-mente 61, 74 e 67 anni), perfino -spiega chi li conosce - caratteri di-versi. Ma quello che hanno in co-mune è l’aver analizzato i prezzi
degli assete le loro variazioni di
valore, dai titoli alle case, in modo
nuovo, arrivando tutti e tre alla
stessa conclusione: «Si possono
prevedere i movimenti di azioni e
obbligazioni per un tempo che
parte dai tre anni in avanti», come
ha scritto l’Accademia delle
scienze di Stoccolma nella moti-vazione. «Questa scoperta, per
quanto possa apparire sorpren-dente, e in tanti possano conte-starla - ammette la stessa Accade-mia - è stata documentata nel
modo più profondo e convincen-te».
Dei tre, Fama è considerato il
più “scientifico”, instancabile
raccoglitore e ordinatore di dati
statistici su ogni minima catego-ria d’investimento, Hansen è l’e-rede che ha rielaborato e reinter-pretato i lavori dei primi due, ma
Shiller è il più famoso. È l’autore
del best-seller economico Ani-mal spirits del 1989, scritto con
George Akerlof (a sua volta Nobel
nel 2001) in cui si documenta
l’importanza della psicologia nei
comportamenti che poi determi-nano i fatti economici. «Com-prendendo le emozioni, le pulsio-ni, le tensioni degli esseri umani
in possesso di ruoli di comando -scrivono i due economisti - si leg-ge la storia del capitalismo, che
appare tante volte irrazionale». E
infatti nel 2000 Shiller, stavolta da
solo, ha scritto il seguito logico: Ir-rational Exuberance , altro neolo-gismo entrato nel linguaggio cor-rente degli economisti, per spie-gare che di lì a poco l’entusiasmo
con cui in quel momento si com-prava a mani basse ogni titolo o
bene immobiliare avrebbe porta-to all’esplosione di qualche bolla
speculativa. Anzi, c’è di più: disse
che il primo a scoppiare sarebbe
stato il settore  hi-tech, il che si è
poi verificato. Nel 2003 in una se-rie di interviste alla Cnbc, di cui è
tuttora commentatore, reiterò
l’allarme stavolta rivolto al mer-cato del  real estate statunitense, e
l’anno dopo estese il suo  warning
all’intero settore finanziario. Del
tutto inascoltato.
Eppure Shiller è considerato
con rispetto non solo nel mondo
accademico, ma anche in quello
finanziario. Con Karl Case, un
economista dello Wellesley Col-lege, ha elaborato il Case-Shiller
index, che misura dagli anni ’80 i
valori immobiliari come il Dow
Jones quelli azionari. Visto il suo
carisma, è ben presente nel dibat-tito politico americano, in cui
porta un contributo di raziona-lità: «La finanza in sé non è una co-sa cattiva», ha detto qualche mese
fa. «Tanti studenti stranieri ven-gono a studiare qui in America per
l’aiuto finanziario che ricevono».
Il problema è l’uso che se ne fa.
Tutti e tre gli economisti hanno
influenzato, sia il neo-keynesia-no Shiller che i tipici monetaristi
di Chicago Fama e Hansen, le mi-sure d’intervento dell’ammini-strazione Obama. E ora non si
stancano di ripetere che la storia
minaccia di ripetersi: «I prezzi
delle azioni stanno crescendo
troppo, e gli eccessivi investimen-ti, con i relativi debiti, sono ali-mentati da un periodo troppo
prolungato di tassi a zero», ha ri-petuto Shiller ieri sotto i tanti ri-flettori che si sono accesi nella
giornata del Nobel. «In molti casi,
non c’è rispondenza fra i valori di
mercato e il vero contenuto in-trinseco dei beni». Intendiamoci,
ha per fortuna aggiunto, «non sia-mo ai livelli di sei anni fa. Il Consu-mer financial protection bureau
(uno degli strumenti creati dopo
la recessione,  ndr) ha effettiva-mente migliorato gli standard di
sicurezza della finanza». Però re-sta un pericolo strisciante.

giovedì 10 ottobre 2013

La cometa che cadde sulla Terra e creò il gioiello del faraone L’impatto quasi 30 milioni di anni fa. Il calore vetrificò la sabbia

U
n team di scienziati su-dafricani ha annunciato
di avere la prova del-l’impatto di una cometa con la
Terra. La scoperta, annunciata
nei giorni scorsi, verrà illu-strata oggi presso l’università
di Witwatersrand dai suoi ar-tefici, i professori Jan Kra-mers, David Block e Marco
Andreoli.
Le comete sono un fenome-no tutt’altro che raro nel no-stro sistema solare, tanto che
il 2013 è stato definito dagli
scienziati «l’anno delle come-te»; una di esse, Ison, attraver-serà i nostri cieli da ottobre fi-no a gennaio dell’anno prossi-mo, e sarà visibile anche in
pieno giorno, più luminosa
della luna piena. Ma le comete
sono essenzialmente enormi
palle di neve sporche di polve-re. Se alcune di esse non pos-sono non aver colpito la Terra
nel passato, sino a oggi non si
era trovata traccia di questi
impatti.
La prima prova, secondo gli
scienziati sudafricani che
hanno annunciato la scoperta,
consiste in un frammento di
roccia nera trovato alcuni anni
fa da un geologo nel deserto
egiziano. Gli scienziati di
Witwatersrand hanno chia-mato il frammento Hypatia,
dal nome della scienziata ales-sandrina che fu la prima don-na filosofa, matematica e
astronoma della storia.
Analisi accurate avrebbero
accertato al di là di ogni dub-bio che il materiale di cui è
composta Hypatia non è di
origine terrestre, e la sua com-posizione esclude che abbia
origine meteoritica. Sottopo-nendo il frammento roccioso
a infinite analisi, e proceden-do per esclusione, i tre scien-ziati sono giunti a formulare
l’ipotesi che il frammento
(che contiene anche minusco-li diamanti) facesse parte del
nucleo di una cometa caduta
sulla Terra 28,5 milioni di anni
fa.
Esplodendo nei cieli di
quello che è ora il deserto egi-ziano la cometa riscaldò la
sabbia a una temperatura di
oltre duemila gradi, vetrifi-candola e producendo il ma-teriale noto come “vetro del
deserto libico”, che già in pas-sato alcuni scienziati avevano
messo in relazione con la tri-nitite, il materiale creato dal
calore e dalle radiazioni di
un’esplosione nucleare.
Questo vetro di colore gial-lo si trova sparso su un’area di
6.000 chilometri quadrati, a
testimonianza dell’enormità
dell’evento, che deve aver an-nientato ogni traccia di vita su
un’area ancora più vasta. Il ve-tro del deserto è stato utilizza-to dall’uomo per produrre at-trezzi sin dal Pleistocene, e il
suo più famoso esemplare, in-ciso in forma di scarabeo, è
incastonato in un magnifico
pettorale trovato nella tomba
di Tutankhamon.
Se la scoperta del team di
Witwatersrand venisse con-fermata, Hypatia costituireb-be decisamente il più grande
frammento di cometa mai
scoperto nella storia del-l’umanità, visto che sinora gli
unici materiali cometari tro-vati sul nostro pianeta aveva-no dimensioni microscopi-che, sotto forma di polvere
scovata nelle zone più alte
dell’atmosfera o fra i ghiacci
dell’Antartide. Le agenzie spa-ziali americana ed europea
hanno speso miliardi di euro
per procurarsi materiale di-rettamente dalle comete, at-traverso complicatissime
missioni spaziali. Un fram-mento delle dimensioni di
Hypatia, se effettivamente
provenisse da una cometa, sa-rebbe quindi un tesoro molto
più grande di quello di un fa-raone egizio.
All’entusiasmo a livello
scientifico della scoperta non
può non accompagnarsi una
nota sinistra. La scoperta degli
scienziati sudafricani aggiun-ge infatti una minaccia cosmi-ca a quelle che già danno da
vivere a profeti e cineasti spe-cializzati in catastrofi. Da oggi
le comete si aggiungono uffi-cialmente alla lista di poten-ziali candidati al ruolo di killer
planetario. Per compensare in
qualche modo questa nuova
paura, si può consigliare la
lettura di «La fine del mondo.
Guida per apocalittici per-p l ess i » d e l f i l o s o fo d e l l a
scienza Telmo Pievani, un li-bro che non nega le catastrofi,
ma rivela come a volte si tratti
di eventi necessari: senza la
grande estinzione di massa di
65 milioni di anni fa, per dire,
i mammiferi non avrebbero
avuto molte possibilità di so-pravvivere, né tantomeno di
evolversi fino a produrre, fra
l’altro, la razza umana

giovedì 3 ottobre 2013

Agrodolce” e Gianni Minoli: “Mai pressioni così forti” IL PRODUTTORE WAYNE MARK DOYLE, MENTE DELLA SERIE RAI, RACCONTA TUTTI I TENTATIVI (RIUSCITI) DEL GIORNALISTA PER PIAZZARE I SUOI AMICI A SPESE DI EI N ST E I N

hi non è abituato
non resiste: “Non
ho mai ricevuto tan-te pressioni in tren-t’anni di carriera. Lo racconto
ai miei colleghi tedeschi o
americani: non ci credono. E
nemmeno io ci credo”. Wa-yne Mark Doyle, australiano
di Sidney, è un produttore e
un autore. Ha insegnato ai
colleghi italiani a confeziona-re serie televisive, il successo
duraturo, la telenovela ele-gante per la Rai: Un posto al
Sole , il poliziesco  La Squadra e
un pezzo di  Ag ro d o l ce . Fin
quando Giovanni Minoli, che
allungava i tentacoli più per
conti suoi, personali, che di
viale Mazzini, l’ha costretto a
lasciare mentre un fallimento
andava in scena.
LA TESTIMONIANZA di Do-yle, un’intervista di un’ora ab-bondante, è contenuta nella
memoria difensiva di Luca Jo-si di Einstein Multimedia, la
casa editrice spazzata via as-sieme al progetto Ag ro d o l ce a
cui Doyle aveva offerto la sua
esperienza internazionale.
Venerdì ci sarà un’udienza
per l’archiviazione del rinvio
a giudizio che vede coinvolto
lo stesso Minoli denunciato
da Josi (avvocato prof. Luca
Marafioti). L’australiano rac-conta le prime timide intro-missioni di Minoli, che iniziò
a tampinare la produzione già
ai tempi di Un posto al Sole :
“Per il lancio avevamo una
bella struttura. Un olandese
bravissimo Pols, sostituito a
fine serie da Ruggero Miti.
Minoli ha insistito su questo
punto”. L’ingresso di Miti si
ripete per  Ag ro d o l ce , la Ein-stein perde il controllo e il re-sponsabile Minoli – si legge
nel verbale di Doyle – con -tinua a piazzare truppe di
amici. Come aveva fatto in
passato per  Un posto al Sole :
“Miti mi disse di inserire suo
figlio Matteo in aiuto regia e
poi sua figlia Carlotta come
protagonista principale. É
successo dopo, quando io
avevo già salutato”. E avverrà
ancora con Ag ro d o l ce . Il con-duttore di Mixer, appena pas-sato a Radio 24, aveva insi-stito molto per Renée Cam-marata: “La conosco. Non
avevo mai sentito parlare di
lei in televisione. É una cara
amica di Minoli. Giovanni ha
provato a convincerci tante
volte sul valore di assistente
per trovare i posti per le varie
scene, ma non ha mai avuto
alcuna esperienza. Aveva il
ruolo di location manager ”. In-gaggio obbligato per la Ein-stein, un secondo per Cam-marata già pagata da viale
Mazzini e pazienza per il do-vere di esclusiva. Doyle non
l’avrebbe mai assunta se non sse intervenuto Minoli:
“Abbiamo avuto le mani le-gate. Anche in altri casi im-portanti, pur avendo cercato
di lavorare con un metodo
meritocratico”. Cammarata
propone di noleggiare il ca-stello di Trabia del principe di
Calvello, che non verrà mai
utilizzato, anche se fu un af-fare per la Cammarata.
RIVELA  Vanni Calvello da-vanti ai finanziari: “Alla si-gnora Cammarata, dopo che
stipulammo il contratto di af-fitto del castello, io e mia so-rella decidemmo di omag-giarla di un cadeau. Non ri-cordo bene se in denaro o un
gioiello”. Poi si è corretto:
“Qualcosa tra i 5.000 e i
10.000 euro”.
Doyle sperava sempre di po-ter dialogare con Mino-li, ma rievoca un epi-sodio per la produ-zione di  Un posto al
Sole : “Pols era un
bravissimo produ tore. Nonostante il lavoro svol-to e la sua volontà di rimanere
a Napoli, è stato allontanato.
Qualche tempo dopo ho sapu-to che Ruggero Miti aveva pre-so il suo posto e che ciò era
avvenuto a seguite di minacce
relative al contratto da parte di
Minoli al presidente di Grun-dy, Murphy”. Ma su Ag ro d o l ce
la presenza di Minoli è deva-stante: “Il primo giorno gesti-vamo noi, poi via via la Rai”, e
cioè Minoli medesimo. “Ho
avuto un pranzo a casa di Mi-noli, dopo mesi di discussione,
per questa pressione di esage-rare all'esterno (con i contratti,
ndr) e altre cose. Lui mi ha fat-to pressione, mi ha detto:
‘Questa è la tua ultima occa-sione nel settore della fiction,
non sei capace, forse Zatta può
farlo’”. Michele Zatta è
un altro uomo di Mi-noli. E segna l’ad -dio di Doyle, che
il giorno seguen-te firmerà per
Sky.