MOSCA — Il Cremlino ha detto
basta. Troppi scandali, troppi
pettegolezzi da cortile attorno a
uno dei teatri più famosi del
mondo. Dopo dodici anni di po-tere assoluto e incontrastato,
Anatolij Iksanov, direttore del
Bolshoj, è stato licenziato con
due righe di comunicato ufficia-le e destinato a un misterioso
nuovo incarico. Ad affondarlo
definitivamente mentre cerca-va di mantenersi acrobatica-mente a galla tra accuse e veleni
di ogni genere, è stato probabil-mente il clamoroso rifiuto di
una stella della danza interna-zionale come Svetlana Zakha-rova, che senza preavviso aveva
disertato, pochi giorni fa, la pri-ma dell’Evgenij Oneghin, ap-puntamento tra i più attesi dal-l’esigente pubblico moscovita.
In pochi hanno espresso soli-darietà a Iksanov visto come si
era ormai ridotta la reputazione
del Bolshoj, dopo le ruberie sul
costosissimo restauro, l’atten-tato con l’acido muriatico al di-rettore artistico e le rivelazioni
incrociate su mille affari loschi
dal racket dei bagarini, alla ma-fia del casting fino alla “escortiz-zazione” di molte ballerine.
Ma il fatto che il repulisti sia
stato deciso direttamente dalla
Presidenza crea qualche brivi-do. L’operazione Bolshoj fa in-fatti parte di un’offensiva appe-na cominciata per riformare un
po’ tutto il mondo della cultura
russa. Eliminare un po’ di corru-zione, dare un sostanzioso ri-tocco di immagine, ma contem-poraneamente limitare, e di
molto l’autonomia, di un mon-do che era riuscito fino ad oggi a
vivere separatamente dal pote-re.
Da giorni, ad esempio, do-centi universitari e intellettuali
gridano al mondo che una rifor-ma, voluta da Putin in persona,
sta per cambiare il volto della
gloriosa Accademia delle Scien-ze, fondata da Pietro Il Grande
nel 1724, e che aveva goduto di
una sua dignitosa parvenza di
indipendenza perfino nel pe-riodo sovietico. La nuova legge
prevede invece il controllo da
parte dello Stato di amministra-zione, edifici, proprietà immo-biliari. Le proteste, sparute e
ignorate dai giornali, hanno tro-vato più eco all’estero che in
Russia, dove nessuno ha sapu-to, ad esempio, della solidarietà
espressa dall’Accademia dei
Lincei.
Ma riforma della cultura se-condo Putin non finisce qui. Ap-pena la settimana scorsa era sta-ta silurata nientemeno che Irina
Antonova, detta “lady di ferro”
dei musei. La signora, che pure
ha 92 anni, è stata scoperta al-l’improvviso troppo anziana
per dirigere il museo Pushkin di
Mosca. Questo, poco dopo aver
avuto uno scontro in tv con Pu-tin riguardo alla gestione delle
opere d’arte che la Germania
chiede di riavere indietro come
bottino di guerra. Durissima e
polemica nelle sue posizioni, è
stata mandata in pensione
d’autorità poco dopo la messa
in onda del programma.
E, sovrastato dal licenzia-mento del direttore del Bolshoj,
ieri mattina è passato in secon-do piano il licenziamento notifi-cato al professor Boris Saltykov.
Dirigeva il Museo Politecnico di
Mosca, il più antico museo
scientifico del mondo. Da tem-po è in progettazione la rivolu-zionaria nuova sede progettata
dai coniugi Fuksas, ma Saltykov
sperava di usare la preziosa sede
storica nel cuore di Mosca come
dépendanceo comunque di sot-trarla alle voglie di molti specu-latori edilizi pronti ad approfit-tarne. Anche per lui, poche righe
di comunicazione ufficiale e la
generica promessa di un altro
incarico. E così pure la cultura,
dopo la politica e la finanza, avrà
controlli sempre più stretti. Ge-stiti direttamente dal Cremli
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