mercoledì 28 agosto 2013

Famiglia, multe, soap opera il dossier sul Bin Laden segreto

ITTORIO ZUCCONI
I
bambini di casa lo chiamava-no tra loro lo Zio Povero, “Mi-skeen Kaka”, mentre gioca-vano con lui nell’orto dietro le
mura. Povero, perché aveva
soltanto sei palandrane, tre per l’e-state, tre per l’inverno, e un cappel-lone da cowboy per nascondere il
volto all’occhio dei satelliti che cer-cavano proprio lui, Osama Bin La-den, lo zio buono che seminava po-modori e raccoglieva vite umane.
Non è soltanto il solito rapporto
finale di una commissione d’in-chiesta, quel volume di 366 pagine
che il governo del Pakistan, sul cui
territorio Osama fu raggiunto e as-sassinato dai Navy Seals americani,
non avrebbe voluto pubblicare, ma
che una mano provvida ha fatto ar-rivare alla tv del Qatar,  Al Jazeera.
Insieme con conclusioni sferzanti
sulla «in-compe-tenza», la
«corruzio-ne», la «di-sorganiz-zazione» e il
«quasi tota-le fallimento
della buro-crazia paki-stana» (nota-re il «quasi»)
gli investiga-tori che hanno
lavorato per
due anni esat-ti sulla morte
di Bin Laden
hanno ricostruito e raccontato la
storia e la vita quotidiana di colui
che per 10 anni fu il criminale più
ricercato del mondo.
Per leggere questo volume e non
sorridere davanti alla banalità di
dettagli di una latitanza durata un
decennio che ricorda le vite e le pre-cauzioni di “capi dei capi” mafiosi,
si deve sempre proiettare il raccon-to sullo schermo di quelle Torri
squarciate da jumbo jet civili. Si
parte dalla fuga dello sceicco di Al
Qaeda dalle “caverne nere”, Tora
Bora, nei monti fra l’Afghanistan e
il Pakistan dove era stato individua-to e circondato dalle Forze Speciali
americane nel dicembre del 2001.
L’ottusità degli alti comandi Usa,
fissati ormai sull’Iraq, e della Casa
Bianca impedì che fossero inviati
rinforzi e Osama sgattaiolò fuori.
Viaggiò a bordo di un auto, guidata
dal fedelissimo Al-Kuwaiti e fu fer-mato per eccesso di velocità sfrec-ciando in un paese. Il guidatore
convinse il vigile urbano a lasciar
andare l’auto, probabilmente con
qualche opportuno bakshish , con
qualche banconota e il poliziotto
non vide, o non volle vedere, che
seduto dietro, con la barba rasata,
c’era il Nemico Pubblico Numero
1, Osama Bin Laden.
Per tre anni, vagò nelle valli del
Waziristan, ospitato e nascosto da
villaggi, clan, capitribù, in quel labi-rinto geografico e culturale dove i
think tank nei palazzi di Washing-ton credevano nella loro suppo-nenza boriosa di poter esportare la
democrazia jeffersoniana a colpi di
droni, di mazzette ai signori della
guerra e di Forze Speciali. Nel suo
ruzzolare sempre più lontano dal-l’Afghanistan, ricostruisce la Com-missione pakistana, la corsa si
fermò ad Abbottabad, città a 100
km da Rawalpindi. La scelta non fu
casuale: Abottabad ospita il princi-pale centro di addestramento mili-tare del Pakistan ed è insieme, lo
nota la commissione, un alveare di
jihadisti e terroristi ricercati.
E qui il filo della tragedia che co-minciò a dipanarsi alle 8,30 dell’11
settembre sfiora la commedia. Il
piccolo clan dei Bin Laden sceglie
una piccola casa ad appena un chi-lometro dalle caserme dei militari
che dovrebbero dargli la caccia. La
comperano con una paccata di
contanti — niente domande, for-mulari e mutui, ovviamente — e
con documenti falsi. Ci vivono, con
lui, sei donne, una dozzina di uo-mini e una frotta di bambini che
ignorano la sua identità. Per loro è
lo “Zio”, quel signore gentile e al-lampanato di un metro e 93 che cer-ca di distrarli, di farli giocare nel-l’orto coltivato dietro i muri di re-cinzione alzati oltre il limite previ-sto da norme che tanto nessuno ri-spetta, che li invita a fare gare per ve-dere chi riesca a produrre più
cetrioli, pomodori, zucchine e
piante aromatiche. Se escono di ca-sa, non hanno mai una rupia in ta-sca, per evitare che possano com-perare qualcosa al mercato e susci-tare la curiosità dei mercanti. Guar-dano molto la televisione, come
tutti i bambini, ma soltanto fino a
quando sullo schermo appare il
volto dello “Zio Povero” in un pro-gramma di notizie. Da quel mo-mento in poi ai bambini, e alle
donne, tanto per cambiare, sarà
proibita la tv.
Ma per accontentare le irrequie-te donne di casa, e accogliere le loro
ben fondate lagnanze in quel covo
doppiamente carcere e soffocante
per le femmine, Bin Laden, che non
ha mai problemi di danaro, farà co-struire un terzo piano della villetta,
quello dove sarà scoperto e fulmi-nato dai Seals. Sarebbe stato neces-sario un permesso edilizio ma di
nuovo, nessun problema, nota la
Commissione con un conato di di-sgusto. Neppure per la tasse. Il clan
di Bin Laden non pagherà mai una
sola rupia dell’Imu pakistana e nes-suno andrà mai a bussare per esi-gere arretrati e more.
Le autorità del Comune di Ab-bottabad chiudono gli occhi: dana-ro, pressioni, paura, fanghiglia di
una burocrazia disastrosa. Il terzo
piano viene eretto, le donne e i
bambini hanno più spazio e Osama
ha il proprio studio, nel quale rice-ve i corrieri che portano e ricevono
informazioni e ordini da e per la co-stellazione della jihad sanguinaria.
Tra loro, c’è Khalid Sheik Moham-mad, l’ideatore dell’operazione
“Torri Gemelle” che sarà poi arre-stato in Pakistan e trasportato a
Guantanamo dove ha confessato
una litania di attentati riusciti o fal-liti come la operazione “Bojinka”
che avrebbe dovuto far esplodere
dieci aerei civili in volo.
Lo Zio è frugale. Non ha vizi visi-bili, mangia pochissimo, possiede i
sei camicioni classici da pakistano,
i  shalwar qamiz , una giacca e un
pullover. I vicini ignorano quel for-tino e i due corrieri fidati vanno e
vengono senza contatti con i locali.
Tra i bambini che giocano al picco-lo agricoltore con lo zio nascosto
sotto il cappellone da western ci so-no anche i loro figli, garanzia di fe-deltà e omertà. Per quasi dieci anni
di latitanza in Pakistan, prima giro-vagando poi arroccato nel com-pund, nel fortino di Abottabad,
nessuno disturberà mai l’uomo più
ricercato del mondo. Non per com-plicità, si affretta a dire la Commis-sione che avrebbe voluto tenere se-greto il rapporto, ma proprio per in-capacità e si fa fatica a crederci, per-ché nel corso del 2011 qualcosa ac-cade, che a un chilometro da una
grande base militare qualcuno
avrebbe dovuto notare.
Improvvisamente, alberi attor-no alla rocca del terrorista supremo
alberi vengono abbattuti, ruderi di
edifici spianati, strade ricoperte per
essere più visibili. I radar per la sor-veglianza aerea lungo il confine
con l’Afghanistan restano spenti e
inattivi. Sembra quasi che si voglia
spianare la strada a qualcuno e
qualcosa che arriverà da ovest, per
rendergli il percorso più facile. E
qualcuno arriva, il 2 maggio del
2011, a “Zero Dark Thirty”, trenta
minuti dopo il buio. La lunga fuga
verso la notte di Osama Bin Laden
finisce e lo Zio Povero piomba nel-le profondità dell’Oceano India-no, avvolto in un sudario

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