MILANO — Cosa resta, due anni
dopo, dei 26 milioni di “sì” per
l’acqua pubblica? Al di là della
vittoria politica e simbolica di un
movimento larghissimo (soste-nuto dal Pd, passando per sini-stra radicale e M5S) l’applicazio-ne pratica è ancora lontana. Il
tentativo di sabotarne l’esito
partì esattamente due mesi do-po il voto con un decreto legge
del governo Berlusconi; si ag-giunse il “Salva Italia” del gover-no Monti, che trasferì all’Auto-rità per l’Energia e il Gas (Aeeg) le
«funzioni di regolazione e di
controllo dei servizi idrici». La
quale nel dicembre scorso, mol-to pragmaticamente, cambiò la
voce in bolletta: la “rimunera-zione del capitale” pari al 7 per
cento del capitale investito che
doveva sparire (e in bolletta pe-sava, anzi pesa, dal 10 al 25 per
cento) si è trasformata in “rim-borso degli oneri finanziari”. «Il
secondo quesito referendario
aggirato con un gioco di presti-gio, insomma», dice Paolo Car-setti del Forum per l’Acqua Bene
Comune. Fortuna vuole che alla
fine pochi Ato (7 su 92) abbiano
recepito la nuova tariffa, anche
perché in autunno il Tar della
Lombardia potrebbe bocciare il
piano dell’Aeeg.
Pure sul primo quesito, quel-lo che caldeggiava la trasforma-zione delle aziende che gesti-scono il business dell’acqua da
private a pubbliche, si è fatto po-co. Le giunte più sensibili all’ar-gomento si sono adeguate (la
prima fu Napoli, poi Reggio
Emilia, Palermo e Vicenza), le al-tre traccheggiano. «Quasi che il
rispetto del voto fosse una genti-le concessione», commenta
amaro Marco Bersani di Attac
Italia. Allora si va avanti a suon di
petizioni, ricorsi al Tar, al Consi-glio di Stato e a battaglie di di-sobbedienza civile. O meglio, di
“obbedienza civile”. Come? Au-toriducendosi le bollette. Lo
hanno fatto, finora, quasi 15mi-la cittadini. «La campagna —
spiega Carsetti — consiste nel-l’applicare una riduzione pari
alla componente della “remu-nerazione del capitale investi-to”. Non si tratta di disubbidire
ad una legge ingiusta, ma di ob-bedire alle leggi in vigore, così
come modificate dagli esiti refe-rendari». I primi a farlo furono
quelli del comitato di Arezzo, poi
presi ad esempio un po’ in tutta
Italia, 15mila utenze in tutto.
«All’inizio i gestori ci mandaro-no le diffide, a qualcuno minac-ciarono di staccare l’acqua. Ora
hanno smesso. Sanno che se do-vessero farci causa, la perdereb-bero subito», racconta Lucio Be-loni.
La questione sembra tecnica
— ok, ma alla fine chi paga i costi
della gestione delle reti idriche?
— e infatti l’Aeeg ha sempre ri-sposto che «se vogliamo far ri-manere l’acqua pubblica i costi
devono essere coperti». Dal
pubblico però, mentre la gestio-ne resta di fatto privata. «È evi-dente che il reale proprietario
del bene — ragionano i comitati
— è chi lo gestisce e non colui
che ne mantiene la proprietà
formale. La gestione dell’acqua
non conosce crisi economica,
nel senso che la sua essenzialità
per la vita la rende immune dal-l’andamento generale dei con-sumi. Gestire il servizio idrico è
monopolio».
E poi ci sono i numeri di uno
studio del ministero dello Svi-luppo Economico che sovverto-no il mantra “privato uguale in-vestimenti”: dal 1990 al 2000, de-cennio in cui si privatizzavano le
aziende municipali dell’acqua,
gli investimenti nel settore idri-co sono diminuiti di oltre il 70
per cento, passando da circa due
miliardi di euro l’anno a 600 mi-lioni; mentre le bollette nel pe-riodo ‘97-2006 sono aumentate
del 61,4 per cento, a fronte di
un’inflazione del 25 per cento.
Intanto in Parlamento qual-cosa comincia a muoversi, con
la costituzione di un gruppo in-terparlamentare composto da
200 deputati di Pd, Sel e M5S.
Obiettivo: riproporre la legge di
iniziativa popolare del 2007 pre-sentata dai comitati e rimasta
chiusa in un cassetto. Che pre-vede la pubblicizzazione com-pleta di tutte le aziende idriche.
E solo allora un piano di investi-mento (pubblico naturalmen-te) per il rifacimento della rete
idrica. Finanziato attraverso la
Cassa depositi e prestiti
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