ielo: una talpa nuda!
E con questa motiva-zione la misteriosa
trojka che governa la
censura di Facebook
ha bannato la pagine di alcuni
“attivisti a favore della speri-mentazione animale” che ave-vano incautamente postato
un’immagine dell’animaletto,
un corpicino roseo e rugoso, tut-to tranne che libidinoso.
Ma non è la prima volta che sul
social network più frequentato
del mondo (circa un miliardo di
utenti) si abbatte una giustizia
imbecille. Qualche giorno fa c’e-ra stato il caso del santone india-no. Nudo, certo, ma di una ca-stità imbarazzante con le sue
gambe strette nel loto e gli occhi
chiusi. Niente da fare: via il san-tone e le pagine a lui dedicate. E
il gomito? Una donna in una va-sca schiumosa, sorridente, mo-strava una parte del corpo che fi-niva con una morbida punta più
rosea: una tetta, una capezzolo!
Via anche la signora. Era un go-mito arrossato, ma pazienza.
Bannato anche l’editoriale del
Foglio sui matrimoni gay perché
compariva la parola “frocio”.
Via la pagina del Tribunale di
Ginevra, che per accompagnare
un articolo sulla ninfoplastica
(chirurgia estetica delle labbra
vaginali) ha usato una riprodu-zione de L’origine del mondo di
Courbet. Via anche il Centre
Pompidou, per quella donna
nuda che scende le scale, così
perfetta da sembrare una foto-grafia ma in realtà un dipinto di
Gerhard Richter, esposto in quei
giorni al museo parigino.
La Rete, come sempre, si co-sterna si indigna si impegna.
Dentro Facebook nascono e si
moltiplicano le pagine di prote-sta. Ci sono gruppi “anti” qual-siasi tipo di censura (ce n’è uno
persino contro la “censura delle
anime”, che non è un gruppo re-ligioso ma gente che non capi-sce perché le eroine dei fumetti
giapponesi non possano mo-strarsi in tutta la loro bellezza).
Qualcuno strilla e basta, qualcu-no argomenta. Scrive l’ammini-stratore della pagina di Ecologi-calmind (60mila iscritti), ban-nata, che la loro unica colpa è tata il successo. Postavano fio-ri, cavallette, equilibristi, il video
dell’incontro tra Ulay e Marina
Abramovich al Moma, baci... un
po’ new age, un po’ camp e del
tutto innocente. Ma quella foto
di Barbie e Ken (non sappiamo
in quale scandalosa posa) non
gli è stata perdonata: via! La ve-rità, spiegano, è che la censura
su Facebooknon è affatto casua-le o stupida. Dal momento che si
basa su segnalazioni anonime,
diventa una specie di vendetta
trasversal o un gioco per troll
sfaccendati.
Aldo Nove si è arreso. Pluri
bannato da Facebook per motivi
vari e incomprensibili, alla fine
ha cancellato il suo account.
Contattato dall’ufficio stampa
italiano del social network, ha
scoperto che loro non possono
farci niente, e che tutto dipende
da un misterioso ufficio a Dubli-no. È lì che si nasconde la trojka
dei censori che vigila sulla nostra
moralità. In un ufficio, zelanti
impiegati reclutati in outsour-cing e incattiviti da paghe vergo-gnose, ricevono le famose segna-lazioni anonime, frullano gli al-goritmi e producono castighi.
Qualche settimana fa una di loro,
una dipendente marocchina im-bufalita, pagata un dollaro l’ora,
per vendetta ha messo online un
documento riservato contenen-te le direttive di Mark Zuckerberg
sul tema. Si è finalmente scoper-to che c’è molta differenza tra un
capezzolo maschile (consentito)
e un capezzolo femminile (vieta-to): motivo per cui tutte le imma-gini di allattamento subiscono
censura spietata.
Nel mondo Facebook ci si
possono fare le canne, ma non
commerciare marijuana. Eroi-na, cocaina e tutte le altre dro-ghe: via! Niente foto seduti sul
cesso o ubriachi a una festa, e
soprattutto bando alla malin-conia: voglio morire, o qualsia-si altra allusione al suicidio sa-ranno sanzionate con l’eterno ostracismo dall’allegra com-pagnia. Giusto, ma allora per-ché, si chiede Aldo Nove, viene
bannata Melissa P. se pubblica
sulla sua pagina foto “artisti-che” di donne nude, mentre si
tollerano gruppi neonazisti,
razzisti e odiatori molesti? Per-chè Selvaggia Lucarelli no, e la
pagina “stupra Selvaggia Luca-relli” sì? Dio dell’algoritmo, il-luminaci e liberaci dalla tenta-zione di pensar male
mercoledì 28 agosto 2013
Famiglia, multe, soap opera il dossier sul Bin Laden segreto
ITTORIO ZUCCONI
I
bambini di casa lo chiamava-no tra loro lo Zio Povero, “Mi-skeen Kaka”, mentre gioca-vano con lui nell’orto dietro le
mura. Povero, perché aveva
soltanto sei palandrane, tre per l’e-state, tre per l’inverno, e un cappel-lone da cowboy per nascondere il
volto all’occhio dei satelliti che cer-cavano proprio lui, Osama Bin La-den, lo zio buono che seminava po-modori e raccoglieva vite umane.
Non è soltanto il solito rapporto
finale di una commissione d’in-chiesta, quel volume di 366 pagine
che il governo del Pakistan, sul cui
territorio Osama fu raggiunto e as-sassinato dai Navy Seals americani,
non avrebbe voluto pubblicare, ma
che una mano provvida ha fatto ar-rivare alla tv del Qatar, Al Jazeera.
Insieme con conclusioni sferzanti
sulla «in-compe-tenza», la
«corruzio-ne», la «di-sorganiz-zazione» e il
«quasi tota-le fallimento
della buro-crazia paki-stana» (nota-re il «quasi»)
gli investiga-tori che hanno
lavorato per
due anni esat-ti sulla morte
di Bin Laden
hanno ricostruito e raccontato la
storia e la vita quotidiana di colui
che per 10 anni fu il criminale più
ricercato del mondo.
Per leggere questo volume e non
sorridere davanti alla banalità di
dettagli di una latitanza durata un
decennio che ricorda le vite e le pre-cauzioni di “capi dei capi” mafiosi,
si deve sempre proiettare il raccon-to sullo schermo di quelle Torri
squarciate da jumbo jet civili. Si
parte dalla fuga dello sceicco di Al
Qaeda dalle “caverne nere”, Tora
Bora, nei monti fra l’Afghanistan e
il Pakistan dove era stato individua-to e circondato dalle Forze Speciali
americane nel dicembre del 2001.
L’ottusità degli alti comandi Usa,
fissati ormai sull’Iraq, e della Casa
Bianca impedì che fossero inviati
rinforzi e Osama sgattaiolò fuori.
Viaggiò a bordo di un auto, guidata
dal fedelissimo Al-Kuwaiti e fu fer-mato per eccesso di velocità sfrec-ciando in un paese. Il guidatore
convinse il vigile urbano a lasciar
andare l’auto, probabilmente con
qualche opportuno bakshish , con
qualche banconota e il poliziotto
non vide, o non volle vedere, che
seduto dietro, con la barba rasata,
c’era il Nemico Pubblico Numero
1, Osama Bin Laden.
Per tre anni, vagò nelle valli del
Waziristan, ospitato e nascosto da
villaggi, clan, capitribù, in quel labi-rinto geografico e culturale dove i
think tank nei palazzi di Washing-ton credevano nella loro suppo-nenza boriosa di poter esportare la
democrazia jeffersoniana a colpi di
droni, di mazzette ai signori della
guerra e di Forze Speciali. Nel suo
ruzzolare sempre più lontano dal-l’Afghanistan, ricostruisce la Com-missione pakistana, la corsa si
fermò ad Abbottabad, città a 100
km da Rawalpindi. La scelta non fu
casuale: Abottabad ospita il princi-pale centro di addestramento mili-tare del Pakistan ed è insieme, lo
nota la commissione, un alveare di
jihadisti e terroristi ricercati.
E qui il filo della tragedia che co-minciò a dipanarsi alle 8,30 dell’11
settembre sfiora la commedia. Il
piccolo clan dei Bin Laden sceglie
una piccola casa ad appena un chi-lometro dalle caserme dei militari
che dovrebbero dargli la caccia. La
comperano con una paccata di
contanti — niente domande, for-mulari e mutui, ovviamente — e
con documenti falsi. Ci vivono, con
lui, sei donne, una dozzina di uo-mini e una frotta di bambini che
ignorano la sua identità. Per loro è
lo “Zio”, quel signore gentile e al-lampanato di un metro e 93 che cer-ca di distrarli, di farli giocare nel-l’orto coltivato dietro i muri di re-cinzione alzati oltre il limite previ-sto da norme che tanto nessuno ri-spetta, che li invita a fare gare per ve-dere chi riesca a produrre più
cetrioli, pomodori, zucchine e
piante aromatiche. Se escono di ca-sa, non hanno mai una rupia in ta-sca, per evitare che possano com-perare qualcosa al mercato e susci-tare la curiosità dei mercanti. Guar-dano molto la televisione, come
tutti i bambini, ma soltanto fino a
quando sullo schermo appare il
volto dello “Zio Povero” in un pro-gramma di notizie. Da quel mo-mento in poi ai bambini, e alle
donne, tanto per cambiare, sarà
proibita la tv.
Ma per accontentare le irrequie-te donne di casa, e accogliere le loro
ben fondate lagnanze in quel covo
doppiamente carcere e soffocante
per le femmine, Bin Laden, che non
ha mai problemi di danaro, farà co-struire un terzo piano della villetta,
quello dove sarà scoperto e fulmi-nato dai Seals. Sarebbe stato neces-sario un permesso edilizio ma di
nuovo, nessun problema, nota la
Commissione con un conato di di-sgusto. Neppure per la tasse. Il clan
di Bin Laden non pagherà mai una
sola rupia dell’Imu pakistana e nes-suno andrà mai a bussare per esi-gere arretrati e more.
Le autorità del Comune di Ab-bottabad chiudono gli occhi: dana-ro, pressioni, paura, fanghiglia di
una burocrazia disastrosa. Il terzo
piano viene eretto, le donne e i
bambini hanno più spazio e Osama
ha il proprio studio, nel quale rice-ve i corrieri che portano e ricevono
informazioni e ordini da e per la co-stellazione della jihad sanguinaria.
Tra loro, c’è Khalid Sheik Moham-mad, l’ideatore dell’operazione
“Torri Gemelle” che sarà poi arre-stato in Pakistan e trasportato a
Guantanamo dove ha confessato
una litania di attentati riusciti o fal-liti come la operazione “Bojinka”
che avrebbe dovuto far esplodere
dieci aerei civili in volo.
Lo Zio è frugale. Non ha vizi visi-bili, mangia pochissimo, possiede i
sei camicioni classici da pakistano,
i shalwar qamiz , una giacca e un
pullover. I vicini ignorano quel for-tino e i due corrieri fidati vanno e
vengono senza contatti con i locali.
Tra i bambini che giocano al picco-lo agricoltore con lo zio nascosto
sotto il cappellone da western ci so-no anche i loro figli, garanzia di fe-deltà e omertà. Per quasi dieci anni
di latitanza in Pakistan, prima giro-vagando poi arroccato nel com-pund, nel fortino di Abottabad,
nessuno disturberà mai l’uomo più
ricercato del mondo. Non per com-plicità, si affretta a dire la Commis-sione che avrebbe voluto tenere se-greto il rapporto, ma proprio per in-capacità e si fa fatica a crederci, per-ché nel corso del 2011 qualcosa ac-cade, che a un chilometro da una
grande base militare qualcuno
avrebbe dovuto notare.
Improvvisamente, alberi attor-no alla rocca del terrorista supremo
alberi vengono abbattuti, ruderi di
edifici spianati, strade ricoperte per
essere più visibili. I radar per la sor-veglianza aerea lungo il confine
con l’Afghanistan restano spenti e
inattivi. Sembra quasi che si voglia
spianare la strada a qualcuno e
qualcosa che arriverà da ovest, per
rendergli il percorso più facile. E
qualcuno arriva, il 2 maggio del
2011, a “Zero Dark Thirty”, trenta
minuti dopo il buio. La lunga fuga
verso la notte di Osama Bin Laden
finisce e lo Zio Povero piomba nel-le profondità dell’Oceano India-no, avvolto in un sudario
I
bambini di casa lo chiamava-no tra loro lo Zio Povero, “Mi-skeen Kaka”, mentre gioca-vano con lui nell’orto dietro le
mura. Povero, perché aveva
soltanto sei palandrane, tre per l’e-state, tre per l’inverno, e un cappel-lone da cowboy per nascondere il
volto all’occhio dei satelliti che cer-cavano proprio lui, Osama Bin La-den, lo zio buono che seminava po-modori e raccoglieva vite umane.
Non è soltanto il solito rapporto
finale di una commissione d’in-chiesta, quel volume di 366 pagine
che il governo del Pakistan, sul cui
territorio Osama fu raggiunto e as-sassinato dai Navy Seals americani,
non avrebbe voluto pubblicare, ma
che una mano provvida ha fatto ar-rivare alla tv del Qatar, Al Jazeera.
Insieme con conclusioni sferzanti
sulla «in-compe-tenza», la
«corruzio-ne», la «di-sorganiz-zazione» e il
«quasi tota-le fallimento
della buro-crazia paki-stana» (nota-re il «quasi»)
gli investiga-tori che hanno
lavorato per
due anni esat-ti sulla morte
di Bin Laden
hanno ricostruito e raccontato la
storia e la vita quotidiana di colui
che per 10 anni fu il criminale più
ricercato del mondo.
Per leggere questo volume e non
sorridere davanti alla banalità di
dettagli di una latitanza durata un
decennio che ricorda le vite e le pre-cauzioni di “capi dei capi” mafiosi,
si deve sempre proiettare il raccon-to sullo schermo di quelle Torri
squarciate da jumbo jet civili. Si
parte dalla fuga dello sceicco di Al
Qaeda dalle “caverne nere”, Tora
Bora, nei monti fra l’Afghanistan e
il Pakistan dove era stato individua-to e circondato dalle Forze Speciali
americane nel dicembre del 2001.
L’ottusità degli alti comandi Usa,
fissati ormai sull’Iraq, e della Casa
Bianca impedì che fossero inviati
rinforzi e Osama sgattaiolò fuori.
Viaggiò a bordo di un auto, guidata
dal fedelissimo Al-Kuwaiti e fu fer-mato per eccesso di velocità sfrec-ciando in un paese. Il guidatore
convinse il vigile urbano a lasciar
andare l’auto, probabilmente con
qualche opportuno bakshish , con
qualche banconota e il poliziotto
non vide, o non volle vedere, che
seduto dietro, con la barba rasata,
c’era il Nemico Pubblico Numero
1, Osama Bin Laden.
Per tre anni, vagò nelle valli del
Waziristan, ospitato e nascosto da
villaggi, clan, capitribù, in quel labi-rinto geografico e culturale dove i
think tank nei palazzi di Washing-ton credevano nella loro suppo-nenza boriosa di poter esportare la
democrazia jeffersoniana a colpi di
droni, di mazzette ai signori della
guerra e di Forze Speciali. Nel suo
ruzzolare sempre più lontano dal-l’Afghanistan, ricostruisce la Com-missione pakistana, la corsa si
fermò ad Abbottabad, città a 100
km da Rawalpindi. La scelta non fu
casuale: Abottabad ospita il princi-pale centro di addestramento mili-tare del Pakistan ed è insieme, lo
nota la commissione, un alveare di
jihadisti e terroristi ricercati.
E qui il filo della tragedia che co-minciò a dipanarsi alle 8,30 dell’11
settembre sfiora la commedia. Il
piccolo clan dei Bin Laden sceglie
una piccola casa ad appena un chi-lometro dalle caserme dei militari
che dovrebbero dargli la caccia. La
comperano con una paccata di
contanti — niente domande, for-mulari e mutui, ovviamente — e
con documenti falsi. Ci vivono, con
lui, sei donne, una dozzina di uo-mini e una frotta di bambini che
ignorano la sua identità. Per loro è
lo “Zio”, quel signore gentile e al-lampanato di un metro e 93 che cer-ca di distrarli, di farli giocare nel-l’orto coltivato dietro i muri di re-cinzione alzati oltre il limite previ-sto da norme che tanto nessuno ri-spetta, che li invita a fare gare per ve-dere chi riesca a produrre più
cetrioli, pomodori, zucchine e
piante aromatiche. Se escono di ca-sa, non hanno mai una rupia in ta-sca, per evitare che possano com-perare qualcosa al mercato e susci-tare la curiosità dei mercanti. Guar-dano molto la televisione, come
tutti i bambini, ma soltanto fino a
quando sullo schermo appare il
volto dello “Zio Povero” in un pro-gramma di notizie. Da quel mo-mento in poi ai bambini, e alle
donne, tanto per cambiare, sarà
proibita la tv.
Ma per accontentare le irrequie-te donne di casa, e accogliere le loro
ben fondate lagnanze in quel covo
doppiamente carcere e soffocante
per le femmine, Bin Laden, che non
ha mai problemi di danaro, farà co-struire un terzo piano della villetta,
quello dove sarà scoperto e fulmi-nato dai Seals. Sarebbe stato neces-sario un permesso edilizio ma di
nuovo, nessun problema, nota la
Commissione con un conato di di-sgusto. Neppure per la tasse. Il clan
di Bin Laden non pagherà mai una
sola rupia dell’Imu pakistana e nes-suno andrà mai a bussare per esi-gere arretrati e more.
Le autorità del Comune di Ab-bottabad chiudono gli occhi: dana-ro, pressioni, paura, fanghiglia di
una burocrazia disastrosa. Il terzo
piano viene eretto, le donne e i
bambini hanno più spazio e Osama
ha il proprio studio, nel quale rice-ve i corrieri che portano e ricevono
informazioni e ordini da e per la co-stellazione della jihad sanguinaria.
Tra loro, c’è Khalid Sheik Moham-mad, l’ideatore dell’operazione
“Torri Gemelle” che sarà poi arre-stato in Pakistan e trasportato a
Guantanamo dove ha confessato
una litania di attentati riusciti o fal-liti come la operazione “Bojinka”
che avrebbe dovuto far esplodere
dieci aerei civili in volo.
Lo Zio è frugale. Non ha vizi visi-bili, mangia pochissimo, possiede i
sei camicioni classici da pakistano,
i shalwar qamiz , una giacca e un
pullover. I vicini ignorano quel for-tino e i due corrieri fidati vanno e
vengono senza contatti con i locali.
Tra i bambini che giocano al picco-lo agricoltore con lo zio nascosto
sotto il cappellone da western ci so-no anche i loro figli, garanzia di fe-deltà e omertà. Per quasi dieci anni
di latitanza in Pakistan, prima giro-vagando poi arroccato nel com-pund, nel fortino di Abottabad,
nessuno disturberà mai l’uomo più
ricercato del mondo. Non per com-plicità, si affretta a dire la Commis-sione che avrebbe voluto tenere se-greto il rapporto, ma proprio per in-capacità e si fa fatica a crederci, per-ché nel corso del 2011 qualcosa ac-cade, che a un chilometro da una
grande base militare qualcuno
avrebbe dovuto notare.
Improvvisamente, alberi attor-no alla rocca del terrorista supremo
alberi vengono abbattuti, ruderi di
edifici spianati, strade ricoperte per
essere più visibili. I radar per la sor-veglianza aerea lungo il confine
con l’Afghanistan restano spenti e
inattivi. Sembra quasi che si voglia
spianare la strada a qualcuno e
qualcosa che arriverà da ovest, per
rendergli il percorso più facile. E
qualcuno arriva, il 2 maggio del
2011, a “Zero Dark Thirty”, trenta
minuti dopo il buio. La lunga fuga
verso la notte di Osama Bin Laden
finisce e lo Zio Povero piomba nel-le profondità dell’Oceano India-no, avvolto in un sudario
Mosca, dopo la scienza il Bolshoj le “purghe” culturali di Putin Tra licenziamenti e riforme, il pugno duro del Cremlino
MOSCA — Il Cremlino ha detto
basta. Troppi scandali, troppi
pettegolezzi da cortile attorno a
uno dei teatri più famosi del
mondo. Dopo dodici anni di po-tere assoluto e incontrastato,
Anatolij Iksanov, direttore del
Bolshoj, è stato licenziato con
due righe di comunicato ufficia-le e destinato a un misterioso
nuovo incarico. Ad affondarlo
definitivamente mentre cerca-va di mantenersi acrobatica-mente a galla tra accuse e veleni
di ogni genere, è stato probabil-mente il clamoroso rifiuto di
una stella della danza interna-zionale come Svetlana Zakha-rova, che senza preavviso aveva
disertato, pochi giorni fa, la pri-ma dell’Evgenij Oneghin, ap-puntamento tra i più attesi dal-l’esigente pubblico moscovita.
In pochi hanno espresso soli-darietà a Iksanov visto come si
era ormai ridotta la reputazione
del Bolshoj, dopo le ruberie sul
costosissimo restauro, l’atten-tato con l’acido muriatico al di-rettore artistico e le rivelazioni
incrociate su mille affari loschi
dal racket dei bagarini, alla ma-fia del casting fino alla “escortiz-zazione” di molte ballerine.
Ma il fatto che il repulisti sia
stato deciso direttamente dalla
Presidenza crea qualche brivi-do. L’operazione Bolshoj fa in-fatti parte di un’offensiva appe-na cominciata per riformare un
po’ tutto il mondo della cultura
russa. Eliminare un po’ di corru-zione, dare un sostanzioso ri-tocco di immagine, ma contem-poraneamente limitare, e di
molto l’autonomia, di un mon-do che era riuscito fino ad oggi a
vivere separatamente dal pote-re.
Da giorni, ad esempio, do-centi universitari e intellettuali
gridano al mondo che una rifor-ma, voluta da Putin in persona,
sta per cambiare il volto della
gloriosa Accademia delle Scien-ze, fondata da Pietro Il Grande
nel 1724, e che aveva goduto di
una sua dignitosa parvenza di
indipendenza perfino nel pe-riodo sovietico. La nuova legge
prevede invece il controllo da
parte dello Stato di amministra-zione, edifici, proprietà immo-biliari. Le proteste, sparute e
ignorate dai giornali, hanno tro-vato più eco all’estero che in
Russia, dove nessuno ha sapu-to, ad esempio, della solidarietà
espressa dall’Accademia dei
Lincei.
Ma riforma della cultura se-condo Putin non finisce qui. Ap-pena la settimana scorsa era sta-ta silurata nientemeno che Irina
Antonova, detta “lady di ferro”
dei musei. La signora, che pure
ha 92 anni, è stata scoperta al-l’improvviso troppo anziana
per dirigere il museo Pushkin di
Mosca. Questo, poco dopo aver
avuto uno scontro in tv con Pu-tin riguardo alla gestione delle
opere d’arte che la Germania
chiede di riavere indietro come
bottino di guerra. Durissima e
polemica nelle sue posizioni, è
stata mandata in pensione
d’autorità poco dopo la messa
in onda del programma.
E, sovrastato dal licenzia-mento del direttore del Bolshoj,
ieri mattina è passato in secon-do piano il licenziamento notifi-cato al professor Boris Saltykov.
Dirigeva il Museo Politecnico di
Mosca, il più antico museo
scientifico del mondo. Da tem-po è in progettazione la rivolu-zionaria nuova sede progettata
dai coniugi Fuksas, ma Saltykov
sperava di usare la preziosa sede
storica nel cuore di Mosca come
dépendanceo comunque di sot-trarla alle voglie di molti specu-latori edilizi pronti ad approfit-tarne. Anche per lui, poche righe
di comunicazione ufficiale e la
generica promessa di un altro
incarico. E così pure la cultura,
dopo la politica e la finanza, avrà
controlli sempre più stretti. Ge-stiti direttamente dal Cremli
basta. Troppi scandali, troppi
pettegolezzi da cortile attorno a
uno dei teatri più famosi del
mondo. Dopo dodici anni di po-tere assoluto e incontrastato,
Anatolij Iksanov, direttore del
Bolshoj, è stato licenziato con
due righe di comunicato ufficia-le e destinato a un misterioso
nuovo incarico. Ad affondarlo
definitivamente mentre cerca-va di mantenersi acrobatica-mente a galla tra accuse e veleni
di ogni genere, è stato probabil-mente il clamoroso rifiuto di
una stella della danza interna-zionale come Svetlana Zakha-rova, che senza preavviso aveva
disertato, pochi giorni fa, la pri-ma dell’Evgenij Oneghin, ap-puntamento tra i più attesi dal-l’esigente pubblico moscovita.
In pochi hanno espresso soli-darietà a Iksanov visto come si
era ormai ridotta la reputazione
del Bolshoj, dopo le ruberie sul
costosissimo restauro, l’atten-tato con l’acido muriatico al di-rettore artistico e le rivelazioni
incrociate su mille affari loschi
dal racket dei bagarini, alla ma-fia del casting fino alla “escortiz-zazione” di molte ballerine.
Ma il fatto che il repulisti sia
stato deciso direttamente dalla
Presidenza crea qualche brivi-do. L’operazione Bolshoj fa in-fatti parte di un’offensiva appe-na cominciata per riformare un
po’ tutto il mondo della cultura
russa. Eliminare un po’ di corru-zione, dare un sostanzioso ri-tocco di immagine, ma contem-poraneamente limitare, e di
molto l’autonomia, di un mon-do che era riuscito fino ad oggi a
vivere separatamente dal pote-re.
Da giorni, ad esempio, do-centi universitari e intellettuali
gridano al mondo che una rifor-ma, voluta da Putin in persona,
sta per cambiare il volto della
gloriosa Accademia delle Scien-ze, fondata da Pietro Il Grande
nel 1724, e che aveva goduto di
una sua dignitosa parvenza di
indipendenza perfino nel pe-riodo sovietico. La nuova legge
prevede invece il controllo da
parte dello Stato di amministra-zione, edifici, proprietà immo-biliari. Le proteste, sparute e
ignorate dai giornali, hanno tro-vato più eco all’estero che in
Russia, dove nessuno ha sapu-to, ad esempio, della solidarietà
espressa dall’Accademia dei
Lincei.
Ma riforma della cultura se-condo Putin non finisce qui. Ap-pena la settimana scorsa era sta-ta silurata nientemeno che Irina
Antonova, detta “lady di ferro”
dei musei. La signora, che pure
ha 92 anni, è stata scoperta al-l’improvviso troppo anziana
per dirigere il museo Pushkin di
Mosca. Questo, poco dopo aver
avuto uno scontro in tv con Pu-tin riguardo alla gestione delle
opere d’arte che la Germania
chiede di riavere indietro come
bottino di guerra. Durissima e
polemica nelle sue posizioni, è
stata mandata in pensione
d’autorità poco dopo la messa
in onda del programma.
E, sovrastato dal licenzia-mento del direttore del Bolshoj,
ieri mattina è passato in secon-do piano il licenziamento notifi-cato al professor Boris Saltykov.
Dirigeva il Museo Politecnico di
Mosca, il più antico museo
scientifico del mondo. Da tem-po è in progettazione la rivolu-zionaria nuova sede progettata
dai coniugi Fuksas, ma Saltykov
sperava di usare la preziosa sede
storica nel cuore di Mosca come
dépendanceo comunque di sot-trarla alle voglie di molti specu-latori edilizi pronti ad approfit-tarne. Anche per lui, poche righe
di comunicazione ufficiale e la
generica promessa di un altro
incarico. E così pure la cultura,
dopo la politica e la finanza, avrà
controlli sempre più stretti. Ge-stiti direttamente dal Cremli
venerdì 16 agosto 2013
Così la scienza adesso ci dice il mese migliore per nascere
oroscopo non
c’entra. Ma l’in-gresso con il pie-de giusto nella vi-ta dipende (in
parte) anche dal mese in cui si na-sce. Sfidare la cartomanzia sul
suo stesso terreno è da sempre un
pallino della scienza, che alla sta-gione in cui ci si affaccia al mon-do ha legato di volta in volta suc-cesso scolastico, longevità, altez-za, propensione alle vittorie spor-tive, malattie mentali, umore, de-ficit immunitari. Oggi, una ricer-ca pubblicata sulla rivista
Proceedings of the National Aca-demy of Sciences spiega come il
mese del concepimento possa in-fluenzare la salute del bebè alla
nascita.
I bambini concepiti a maggio
hanno il 10 per cento di probabi-lità in più di nascere prima del ter-mine, tendenzialmente dunque
più gracili della media. Quelli
frutto dell’amore estivo vengono
invece al mondo con un “tesoret-to” di grasso in eccesso, frutto del-le normali fluttuazioni che il peso
corporeo subisce nel corso del-l’anno. La costituzione legger-mente più gracile dei bambini
concepiti in primavera, secondo i
ricercatori americani di Prince-ton Janet Curie e Hannes
Schwandt, dipende dal fatto che
la fine della gravidanza coincide
con il picco dell’influenza. «Tra
gennaio e febbraio, quando i
bambini giungono al termine
della gestazione, si registra la
massima diffusione di virus sta-gionali». E febbre alta con brividi,
continuano i ricercatori «sono
notoriamente fattori che scate-nano infiammazioni. Le quali a
loro volta provocano una serie di
eventi che culminano con l’indu-zione del travaglio». A dimostra-zione della loro tesi, Curie e
Schwandt citano la pandemia di
influenza del 2009, che è arrivata
prima del solito nel corso dell’in-verno, ha colpito molte più per-sone e ha effettivamente provo-cato gravidanze mediamente più
corte. Viceversa, le chance di con-cludere una gestazione alla sca-denza naturale sono più alte se la
madre era stata vaccinata contro
i virus stagionali. Nessun rappor-to sembra invece esserci fra data
di concepimento e sesso del
bambino.
Gli effetti notati dai ricercatori
di Princeton sono abbastanza lie-vi: il guadagno di peso dei bimbi
concepiti nei mesi estivi è di una
decina di grammi. Ma sono stati
misurati su un campione di ma-dri assai vasto per studi di questo
genere. Lo studio ha coinvolto
647mila donne delle aree di New
York, New Jersey e Pennsylvania.
Tutte le partecipanti scelte ave-vano avuto più di un figlio e tutti
erano stati concepiti in periodi
dell’anno diversi. In totale sono
stati presi in considerazione i
compleanni di quasi un milione e
mezzo di bambini.
Trovare correlazioni fra stagio-ne in cui ci si affaccia al mondo e
futuro successo scolastico è sem-pre stato un pallino degli inglesi.
Una ricerca condotta a febbraio
di quest’anno dalla Bbc, che ha ompulsato i dati degli studenti
universitari britannici, ha osser-vato che chi vede la luce a ottobre
approda più di frequente in uni-versità prestigiose come Oxford e
Cambridge. Le probabilità mini-me di diventare uno studente di
successo si registrano invece fra i
nati di luglio. Lo scarto fra le chan-ce dei due gruppi raggiungereb-be addirittura il 30 per cento.
Sono poi tanti gli studi che han-no legato malattie come la sclero-si multipla o altri disturbi di tipo
immunitario al mese di nascita.
Nell’emisfero nord il rischio di es-serne colpiti è massimo fra i nati
in primavera e minimo fra quelli
nati in autunno. Il fatto che la di-screpanza si noti solo nei paesi
nordici, e che i risultati siano esat-tamente speculari nell’emisfero
sud, fa pensare che poco sole e ca-renza di vitamina D durante la ge-stazione ne siano la causa. E pro-prio alla quantità di luce assorbi-ta dai bebè appena venuti al mon-do uno studio della Vanderbilt
University, nel 2010, aveva asso-ciato effetti duraturi sull’umore:
come se il Sole causasse una sor-ta di imprinting, allontanando il
rischio di depressione per tutta la
durata della vita. Le ricerche di
Roberto Natale, dell’università di
Bologna, avevano invece dimo-strato che i nati d’estate diventa-no facilmente gufi (non andreb-bero a dormire mai), mentre i
bimbi nati d’inverno spesso da
grandi si trasformano in allodole.
Ma lo studio più ardito è forse
quello in cui si sono lanciati nel
2001 i tedeschi del Max Planck In-stitute, che hanno preso un grup-po di individui in Austria e Dani-marca e hanno legato la durata
della loro vita al mese di nascita.
Arrivando a sostenere che chi na-sce fra ottobre e dicembre vive
più a lungo (ma solo di pochissi-mi mesi) rispetto ai venuti al
mondo fra aprile e giugno. In
molti di questi casi sembra esser-ci lo zampino del Sole. L’unico
astro che sembra davvero in-fluenzare salute e umore nella
nostra vit
c’entra. Ma l’in-gresso con il pie-de giusto nella vi-ta dipende (in
parte) anche dal mese in cui si na-sce. Sfidare la cartomanzia sul
suo stesso terreno è da sempre un
pallino della scienza, che alla sta-gione in cui ci si affaccia al mon-do ha legato di volta in volta suc-cesso scolastico, longevità, altez-za, propensione alle vittorie spor-tive, malattie mentali, umore, de-ficit immunitari. Oggi, una ricer-ca pubblicata sulla rivista
Proceedings of the National Aca-demy of Sciences spiega come il
mese del concepimento possa in-fluenzare la salute del bebè alla
nascita.
I bambini concepiti a maggio
hanno il 10 per cento di probabi-lità in più di nascere prima del ter-mine, tendenzialmente dunque
più gracili della media. Quelli
frutto dell’amore estivo vengono
invece al mondo con un “tesoret-to” di grasso in eccesso, frutto del-le normali fluttuazioni che il peso
corporeo subisce nel corso del-l’anno. La costituzione legger-mente più gracile dei bambini
concepiti in primavera, secondo i
ricercatori americani di Prince-ton Janet Curie e Hannes
Schwandt, dipende dal fatto che
la fine della gravidanza coincide
con il picco dell’influenza. «Tra
gennaio e febbraio, quando i
bambini giungono al termine
della gestazione, si registra la
massima diffusione di virus sta-gionali». E febbre alta con brividi,
continuano i ricercatori «sono
notoriamente fattori che scate-nano infiammazioni. Le quali a
loro volta provocano una serie di
eventi che culminano con l’indu-zione del travaglio». A dimostra-zione della loro tesi, Curie e
Schwandt citano la pandemia di
influenza del 2009, che è arrivata
prima del solito nel corso dell’in-verno, ha colpito molte più per-sone e ha effettivamente provo-cato gravidanze mediamente più
corte. Viceversa, le chance di con-cludere una gestazione alla sca-denza naturale sono più alte se la
madre era stata vaccinata contro
i virus stagionali. Nessun rappor-to sembra invece esserci fra data
di concepimento e sesso del
bambino.
Gli effetti notati dai ricercatori
di Princeton sono abbastanza lie-vi: il guadagno di peso dei bimbi
concepiti nei mesi estivi è di una
decina di grammi. Ma sono stati
misurati su un campione di ma-dri assai vasto per studi di questo
genere. Lo studio ha coinvolto
647mila donne delle aree di New
York, New Jersey e Pennsylvania.
Tutte le partecipanti scelte ave-vano avuto più di un figlio e tutti
erano stati concepiti in periodi
dell’anno diversi. In totale sono
stati presi in considerazione i
compleanni di quasi un milione e
mezzo di bambini.
Trovare correlazioni fra stagio-ne in cui ci si affaccia al mondo e
futuro successo scolastico è sem-pre stato un pallino degli inglesi.
Una ricerca condotta a febbraio
di quest’anno dalla Bbc, che ha ompulsato i dati degli studenti
universitari britannici, ha osser-vato che chi vede la luce a ottobre
approda più di frequente in uni-versità prestigiose come Oxford e
Cambridge. Le probabilità mini-me di diventare uno studente di
successo si registrano invece fra i
nati di luglio. Lo scarto fra le chan-ce dei due gruppi raggiungereb-be addirittura il 30 per cento.
Sono poi tanti gli studi che han-no legato malattie come la sclero-si multipla o altri disturbi di tipo
immunitario al mese di nascita.
Nell’emisfero nord il rischio di es-serne colpiti è massimo fra i nati
in primavera e minimo fra quelli
nati in autunno. Il fatto che la di-screpanza si noti solo nei paesi
nordici, e che i risultati siano esat-tamente speculari nell’emisfero
sud, fa pensare che poco sole e ca-renza di vitamina D durante la ge-stazione ne siano la causa. E pro-prio alla quantità di luce assorbi-ta dai bebè appena venuti al mon-do uno studio della Vanderbilt
University, nel 2010, aveva asso-ciato effetti duraturi sull’umore:
come se il Sole causasse una sor-ta di imprinting, allontanando il
rischio di depressione per tutta la
durata della vita. Le ricerche di
Roberto Natale, dell’università di
Bologna, avevano invece dimo-strato che i nati d’estate diventa-no facilmente gufi (non andreb-bero a dormire mai), mentre i
bimbi nati d’inverno spesso da
grandi si trasformano in allodole.
Ma lo studio più ardito è forse
quello in cui si sono lanciati nel
2001 i tedeschi del Max Planck In-stitute, che hanno preso un grup-po di individui in Austria e Dani-marca e hanno legato la durata
della loro vita al mese di nascita.
Arrivando a sostenere che chi na-sce fra ottobre e dicembre vive
più a lungo (ma solo di pochissi-mi mesi) rispetto ai venuti al
mondo fra aprile e giugno. In
molti di questi casi sembra esser-ci lo zampino del Sole. L’unico
astro che sembra davvero in-fluenzare salute e umore nella
nostra vit
San Francisco, il pilota era inesperto al comando del Boeing con 43 ore di volo Lo ammette la compagnia coreana. Ma su addestramento e tirocinio non ci sono regole
CON trecento anime a bordo del
suo jet, Lee Kang-kuk faceva
scuola guida. Era «in addestra-mento», l’uomo ai comandi del
volo Asiana 214 schiantatosi sulla
pista di San Francisco in un crush-landing costato la vita a due stu-dentesse modello cinesi. Era af-fiancato da un istruttore che gli
insegnava a maneggiare quel gi-gante dei cieli, ma ha sbagliato
l’atterraggio. Gli investigatori ri-costruiscono i dettagli di quegli
ultimi minuti fatali leggendo la
scatola nera, e scoprono che l’ae-reo era troppo lento, e che tra-scorse troppo tempo prima che si
decidesse di dare potenza ai mo-tori, quando il jet diede il segnale
di allarme stallo. E a due giorni
dall’incidente, sotto accusa fini-sce la giungla delle procedure, i
regolamenti in base ai quali,
mentre sorvoli l’Oceano, a tua in-saputa fai da cavia a un tirocinan-te.
Lee Kang-kuk è un pilota
esperto sui voli di media distanza
— diecimila ore, tantissime, riba-discono la compagnia e le auto-rità coreane — ma aveva solo 43
ore di esperienza su un “777”, il
gioiello della Boeing che traspor-tava 291 passeggeri e un equipag-gio di sedici persone. E quel co-losso non l’aveva mai fatto atter-rare nell’aeroporto di San Franci-sco, uno scalo «difficile» perché
non hai margini di sicurezza:
«Davanti alla pista non c’è un
campo in cui puoi rimediare con
un atterraggio duro a un errore o
a una doppia piantata del motore,
come accadde tanti anni fa a un
777 a Londra; a San Francisco c’è
il mare della baia», spiega un pilo-ta anziano di Alitalia, chiedendo
l’anonimato come quasi tutti i
colleghi ai quali abbiamo chiesto
spiegazioni. Eppure, pilotare in
addestramento un aereo di linea
è proprio quello che prevedono i
regolamenti. «Per prima cosa —
spiega un altro pilota — si fa un
corso macchina, che prevede un
minimo di dodici voli sul simula-tore e un paio di mesi di teoria. Le
low cost di solito comprimono i
tempi anche di un mese, renden-do i corsi più intensi per rispar-miare. Alla fine c’è l’esame: se lo
supero vengo assegnato a una
flotta, e inizio l’addestramento in
linea».
Anche qui, tutto dipende dalla
compagnia: «A dare l’abilitazione
a una macchina specifica non è
un ente nazionale o internazio-nale — spiegano all’Enac — ma lo
fanno direttamente le compa-gnie. Per ogni aereo esistono re-gole fissate dal costruttore, e pre-cise manovre di emergenza scrit-te sul manuale della macchina. È
un rapporto di fiducia, la compa-gnia assume un pilota e gli affida
un aereo perché si fida di lui, non
perché ha un’abilitazione forma-le. Ma naturalmente chiedono un
minimo di esperienza».
In teoria, spiegano, sarebbero
sufficienti la formazione teorica e
il lavoro sul simulatore, «uno stru-mento sofisticato che replica per-sino le sensazioni fisiche, su cui ci
si addestra anche alle avarie». L’i-ter, poi, «dipende molto dalla
compagnia e dalla macchina da
cui provieni, se è simile sono suf-ficienti poche tratte in linea». An-zi, «se quel pilota aveva già una
quarantina di ore sul 777 e viag-giava con l’istruttore — dice il pi-lota esperto dell’Alitalia — è una
prova di serietà della compagnia
coreana». E poi, «in 32 anni in Ali-talia non ho mai avuto paura nel
viaggiare con un comandante in
addestramento, c’è l’istruttore e
sono sempre perfettamente pre-parati», dice Alessandra Carda-mone, hostess in pensione. Sarà,
ma come per le cucine dei risto-ranti, forse era meglio non saper
suo jet, Lee Kang-kuk faceva
scuola guida. Era «in addestra-mento», l’uomo ai comandi del
volo Asiana 214 schiantatosi sulla
pista di San Francisco in un crush-landing costato la vita a due stu-dentesse modello cinesi. Era af-fiancato da un istruttore che gli
insegnava a maneggiare quel gi-gante dei cieli, ma ha sbagliato
l’atterraggio. Gli investigatori ri-costruiscono i dettagli di quegli
ultimi minuti fatali leggendo la
scatola nera, e scoprono che l’ae-reo era troppo lento, e che tra-scorse troppo tempo prima che si
decidesse di dare potenza ai mo-tori, quando il jet diede il segnale
di allarme stallo. E a due giorni
dall’incidente, sotto accusa fini-sce la giungla delle procedure, i
regolamenti in base ai quali,
mentre sorvoli l’Oceano, a tua in-saputa fai da cavia a un tirocinan-te.
Lee Kang-kuk è un pilota
esperto sui voli di media distanza
— diecimila ore, tantissime, riba-discono la compagnia e le auto-rità coreane — ma aveva solo 43
ore di esperienza su un “777”, il
gioiello della Boeing che traspor-tava 291 passeggeri e un equipag-gio di sedici persone. E quel co-losso non l’aveva mai fatto atter-rare nell’aeroporto di San Franci-sco, uno scalo «difficile» perché
non hai margini di sicurezza:
«Davanti alla pista non c’è un
campo in cui puoi rimediare con
un atterraggio duro a un errore o
a una doppia piantata del motore,
come accadde tanti anni fa a un
777 a Londra; a San Francisco c’è
il mare della baia», spiega un pilo-ta anziano di Alitalia, chiedendo
l’anonimato come quasi tutti i
colleghi ai quali abbiamo chiesto
spiegazioni. Eppure, pilotare in
addestramento un aereo di linea
è proprio quello che prevedono i
regolamenti. «Per prima cosa —
spiega un altro pilota — si fa un
corso macchina, che prevede un
minimo di dodici voli sul simula-tore e un paio di mesi di teoria. Le
low cost di solito comprimono i
tempi anche di un mese, renden-do i corsi più intensi per rispar-miare. Alla fine c’è l’esame: se lo
supero vengo assegnato a una
flotta, e inizio l’addestramento in
linea».
Anche qui, tutto dipende dalla
compagnia: «A dare l’abilitazione
a una macchina specifica non è
un ente nazionale o internazio-nale — spiegano all’Enac — ma lo
fanno direttamente le compa-gnie. Per ogni aereo esistono re-gole fissate dal costruttore, e pre-cise manovre di emergenza scrit-te sul manuale della macchina. È
un rapporto di fiducia, la compa-gnia assume un pilota e gli affida
un aereo perché si fida di lui, non
perché ha un’abilitazione forma-le. Ma naturalmente chiedono un
minimo di esperienza».
In teoria, spiegano, sarebbero
sufficienti la formazione teorica e
il lavoro sul simulatore, «uno stru-mento sofisticato che replica per-sino le sensazioni fisiche, su cui ci
si addestra anche alle avarie». L’i-ter, poi, «dipende molto dalla
compagnia e dalla macchina da
cui provieni, se è simile sono suf-ficienti poche tratte in linea». An-zi, «se quel pilota aveva già una
quarantina di ore sul 777 e viag-giava con l’istruttore — dice il pi-lota esperto dell’Alitalia — è una
prova di serietà della compagnia
coreana». E poi, «in 32 anni in Ali-talia non ho mai avuto paura nel
viaggiare con un comandante in
addestramento, c’è l’istruttore e
sono sempre perfettamente pre-parati», dice Alessandra Carda-mone, hostess in pensione. Sarà,
ma come per le cucine dei risto-ranti, forse era meglio non saper
Ufficiale Usa sì, ma col turbante la battaglia del maggiore Sikh
L NOSTRO CORRISPONDENTE
FEDERICO RAMPINI
NEW YORK — Un’antica stirpe di
guerrieri indiani l’ha spuntata su
Full Metal Jacket. La rigidità dei re-clutatori e addestratori nella U.S.
Army è stata sconfitta da un Sikh.
Il diritto a servire l’America sotto
le armi pur continuando a indos-sare il turbante, a portare capelli
lunghissimi e baffoni “imperiali”,
segna una pietra miliare nell’eti-chetta delle forze armate Usa.
La storia del maggiore Ka-maljeet Singh Kalsi, 36 anni, at-tualmente capo dell’ospedale mi-litare di Fort Bragg in North Caro-lina, è approdata sul New York Ti-mes. Con tanto di maxi-ritratto fo-tografico del protagonista di que-sta battaglia. Non un militare
qualsiasi, un eroe: decorato con la
Bronze Star in Afghanistan, dove è
stato in servizio al fronte per sette
mesi nel 2011, dirigendo un ospe-dale da campo nella provincia di
Helmand. Per questo suo curricu-lum il maggiore Kalsi – cittadino
americano cresciuto nel New Jer-sey – è riuscito dove tanti altri ave-vano fallito prima di lui. Ha otte-nuto che sia rispettato il suo dirit-to a mantenere sotto le armi tutti
gli attributi esterni della sua reli-gione, barba capigliatura e tur-bante. Fanno parte dei cinque
dettami della fede Sikh, una reli-gione fondata nel XV secolo nel-l’India nord-occidentale, una ver-sione monoteista ed egualitaria
dell’induismo. In alcune inter-pretazioni la religione Sikh è un
induismo “riformato” con ele-menti mutuati dall’Islam. Per
esempio l’abolizione delle caste.
Essendo da sempre una mino-ranza, nei confronti di induisti e
musulmani, i Sikh formarono del-le milizie per difendersi, e svilup-parano una “etica guerriera” che
ne ha fatto dei combattenti rino-mati. Commando speciali di Sikh
furono dispiegati dall’esercito
imperiale britannico, fino alla se-conda guerra mondiale. Tuttora
in India i Sikh sono un’elevata per-centuale dei militari, più che pro-porzionale rispetto al loro peso
sulla popolazione. «Se proprio ci
tieni a servire il tuo paese, tagliati
quella barba», fu il primo coman-do che il sergente-reclutatore urlò
a Kalsi. «L’America non chiede di
scegliere tra la propria religione e
la patria. Possiamo essere ottimi
soldati e Sikh allo stesso tempo» fu
la risposta di Kalsi. Da lì cominciò
la sua battaglia: Kalsi si è fatto ap-poggiare dai parlamentari del suo
collegio, e ha ottenuto una prima
“eccezione” ufficiale al rigido pro-tocollo che regolale apparenze
dei soldati americani. Per lui que-sta battaglia di principio è altret-tanto importante di quella che si
svolse dopo la seconda guerra
mondiale per de-segregare le
unità di combattimento (dove i
neri erano separati), o più di re-cente per aprire le forze armate al-le donne in ruoli di combattimen-to, ai gay che non vogliano na-scondere il proprio orientamen-to.
Ai Sikh è dovuto un “risarci-mento” particolare: poiché è diffi-cile per un occidentale distin-guerli nelle apparenze da popoli
islamici, alcuni di loro furono vit-time di violente aggressioni negli
Stati Uniti dopo l’11 settembre
(l’ultima, una strage di Sikh ad
opera di un fanatico della “supre-mazia bianca”, l’anno scorso a
Milwaukee). Per Kalsi, «più si ve-dono in giro dei soldati, poliziotti
e pompieri col turbante, più ci
sentiremo integrati nella stessa
comunità». In tutta l’America ce
ne sono 500 mila, concentrati so-prattutto a New York e in Califor-nia.
FEDERICO RAMPINI
NEW YORK — Un’antica stirpe di
guerrieri indiani l’ha spuntata su
Full Metal Jacket. La rigidità dei re-clutatori e addestratori nella U.S.
Army è stata sconfitta da un Sikh.
Il diritto a servire l’America sotto
le armi pur continuando a indos-sare il turbante, a portare capelli
lunghissimi e baffoni “imperiali”,
segna una pietra miliare nell’eti-chetta delle forze armate Usa.
La storia del maggiore Ka-maljeet Singh Kalsi, 36 anni, at-tualmente capo dell’ospedale mi-litare di Fort Bragg in North Caro-lina, è approdata sul New York Ti-mes. Con tanto di maxi-ritratto fo-tografico del protagonista di que-sta battaglia. Non un militare
qualsiasi, un eroe: decorato con la
Bronze Star in Afghanistan, dove è
stato in servizio al fronte per sette
mesi nel 2011, dirigendo un ospe-dale da campo nella provincia di
Helmand. Per questo suo curricu-lum il maggiore Kalsi – cittadino
americano cresciuto nel New Jer-sey – è riuscito dove tanti altri ave-vano fallito prima di lui. Ha otte-nuto che sia rispettato il suo dirit-to a mantenere sotto le armi tutti
gli attributi esterni della sua reli-gione, barba capigliatura e tur-bante. Fanno parte dei cinque
dettami della fede Sikh, una reli-gione fondata nel XV secolo nel-l’India nord-occidentale, una ver-sione monoteista ed egualitaria
dell’induismo. In alcune inter-pretazioni la religione Sikh è un
induismo “riformato” con ele-menti mutuati dall’Islam. Per
esempio l’abolizione delle caste.
Essendo da sempre una mino-ranza, nei confronti di induisti e
musulmani, i Sikh formarono del-le milizie per difendersi, e svilup-parano una “etica guerriera” che
ne ha fatto dei combattenti rino-mati. Commando speciali di Sikh
furono dispiegati dall’esercito
imperiale britannico, fino alla se-conda guerra mondiale. Tuttora
in India i Sikh sono un’elevata per-centuale dei militari, più che pro-porzionale rispetto al loro peso
sulla popolazione. «Se proprio ci
tieni a servire il tuo paese, tagliati
quella barba», fu il primo coman-do che il sergente-reclutatore urlò
a Kalsi. «L’America non chiede di
scegliere tra la propria religione e
la patria. Possiamo essere ottimi
soldati e Sikh allo stesso tempo» fu
la risposta di Kalsi. Da lì cominciò
la sua battaglia: Kalsi si è fatto ap-poggiare dai parlamentari del suo
collegio, e ha ottenuto una prima
“eccezione” ufficiale al rigido pro-tocollo che regolale apparenze
dei soldati americani. Per lui que-sta battaglia di principio è altret-tanto importante di quella che si
svolse dopo la seconda guerra
mondiale per de-segregare le
unità di combattimento (dove i
neri erano separati), o più di re-cente per aprire le forze armate al-le donne in ruoli di combattimen-to, ai gay che non vogliano na-scondere il proprio orientamen-to.
Ai Sikh è dovuto un “risarci-mento” particolare: poiché è diffi-cile per un occidentale distin-guerli nelle apparenze da popoli
islamici, alcuni di loro furono vit-time di violente aggressioni negli
Stati Uniti dopo l’11 settembre
(l’ultima, una strage di Sikh ad
opera di un fanatico della “supre-mazia bianca”, l’anno scorso a
Milwaukee). Per Kalsi, «più si ve-dono in giro dei soldati, poliziotti
e pompieri col turbante, più ci
sentiremo integrati nella stessa
comunità». In tutta l’America ce
ne sono 500 mila, concentrati so-prattutto a New York e in Califor-nia.
Addio alla solita pizza ora il cibo a domicilio scopre i piatti di qualità Boom di consegne, e la cena si ordina anche on line
ER molto tempo lo abbiamo vi-sto solo nei film. Ora i piatti pron-ti portati fino alla porta di casa so-no un’abitudine. E non è più so-lo la pizza. Dal 2010 le consegne
di cibo a domicilio sono cresciu-te del 25 per cento l’anno, mentre
i consumi alimentari calavano
dell’8,4 per cento. Quasi 5 milio-ni di italiani l’hanno ordinato al-meno una volta, sono nati
network nazionali, la scelta si è
ampliata coinvolgendo specia-lità come il sushi e piatti regiona-li e a chilometri zero, dalle zuppe
ai ravioli, dalla spigola al brasato.
A Roma può arrivare la carbona-ra, a Milano l’ossobuco, a Torino
la frittata alle erbette che nessu-no ha più il tempo di cucinare. Le
motivazioni? Poco tempo per fa-re la spesa (il 60 per cento degli in-tervistati in un sondaggio di Just
Eat mette al primo posto questa
“scusa” tra i motivi per ordinare
cibo pronto che al massimo ri-chiede un passaggio al microon-de), ma anche la possibilità di
provare specialità nuove. Per i ri-storatori un’arma anti-crisi che
consente di fare felici i clienti abi-tuali e conquistarne di nuovi
(con un 20-25 per cento di turn
over in più negli ordini registrato
da chi consegna la cena a casa).
Benvolio Panzarella, califor-niano, classe 1971, è il country
manager per l’Italia di Just Eat, il
gigante del settore (950 i risto-ranti convenzionati nel nostro
paese), una rete nata nel 2001 in
Danimarca e ora presente in tut-to il mondo. Racconta: «Quando
abbiamo iniziato in Italia, i risto-ratori tipici o quelli di alta gam-ma nella cucina nazionale non
volevano affiliarsi, dicevano
“non sono mica un cinese, o un
kepabbaro…”. Poi la musica è
cambiata, e ora abbiamo alcuni
grandi nomi, soprattutto a Mila-no, la città che ha risposto me-glio». Just Eat è “soltanto” una re-te: bussa alle porte dei locali e li
inserisce nel portale. Ma regala
agli associati anche formazione,
insegnando come si possono ga-rantire consegne rapide, fattori-ni gentili e cibo caldo e di qualità.
E chiede recensioni ai clienti, che
possono inserirle solo se hanno
provato il servizio. «Fino a oggi,
gli asiatici, non solo cinesi, ma
anche giapponesi, coreani e tai-landesi, hanno mostrato di avere
una marcia in più — dice Panza-rella — Sono i più disponibili ri-spetto al servizio, capaci di mo-dificare l’organizzazione per an-dare incontro al cliente là dove si
trova, e aumentare così il proprio
business. Così stanno modifi-cando la propria immagine, da
cibo scadente a basso costo a ci-bo di qualità a un costo ragione-vole. Nel 2013 puntiamo ad am-pliare la scelta di cibo italiano».
Una tendenza confermata da
Bacchette Forchette, che per ora
opera solo a Milano e dintorni e
consegna cibo asiatico e italiano
di lusso, o da MaIordomus, che
ha cominciato a Roma conse-gnando frutta e verdura e poi ha
aggiunto i piatti pronti e di alta
gamma direttamente dai risto-ranti. A Torino Cuochi Volanti of-fre menù gourmet, anche vege-tariani e biologici e a basso costo,
Natale e Capodanno compresi, a
partire da 10 euro a persona: co-sì sono tornate in tavola specia-lità come le lenticchie, il risotto e
la frittata alle erbe.
Per i consumatori il punto di
pareggio, con un risparmio fino
al 20 per cento sul prezzo della
stessa cena al ristorante si rag-giunge a partire da tre persone
perché così si ammortizzano le
spese di consegna anche se non
si abita in centro. E c’è chi, come
CucinaTo, distribuisce anche ci-bo pronto sotto vuoto: così se si
cambia idea tutto può restare in
frigorifero. Ma anche il gelato
(RivaReno è un esempio) si può
ordinare o i tramezzini con bibi-te dietetiche per il business lun-ch in ufficio (nel menù di tramez-zini.it ci sono scelte per tutti, ve-getariano e kosher inclusi). E Ti-meToDetox e DietToGo, i due
principali competitor di questa
nicchia di mercato, consegnano
a casa di buon mattino, nelle
principali città italiane, i tre pasti
giornalieri da 1.000 calorie per
chi ha deciso di perdere peso.
Colazione romantica? Buon-giornoamore a Roma e Pilou a
Torino ve la portano fino al pia-nerottolo. Non ci sono più scus
di cibo a domicilio sono cresciu-te del 25 per cento l’anno, mentre
i consumi alimentari calavano
dell’8,4 per cento. Quasi 5 milio-ni di italiani l’hanno ordinato al-meno una volta, sono nati
network nazionali, la scelta si è
ampliata coinvolgendo specia-lità come il sushi e piatti regiona-li e a chilometri zero, dalle zuppe
ai ravioli, dalla spigola al brasato.
A Roma può arrivare la carbona-ra, a Milano l’ossobuco, a Torino
la frittata alle erbette che nessu-no ha più il tempo di cucinare. Le
motivazioni? Poco tempo per fa-re la spesa (il 60 per cento degli in-tervistati in un sondaggio di Just
Eat mette al primo posto questa
“scusa” tra i motivi per ordinare
cibo pronto che al massimo ri-chiede un passaggio al microon-de), ma anche la possibilità di
provare specialità nuove. Per i ri-storatori un’arma anti-crisi che
consente di fare felici i clienti abi-tuali e conquistarne di nuovi
(con un 20-25 per cento di turn
over in più negli ordini registrato
da chi consegna la cena a casa).
Benvolio Panzarella, califor-niano, classe 1971, è il country
manager per l’Italia di Just Eat, il
gigante del settore (950 i risto-ranti convenzionati nel nostro
paese), una rete nata nel 2001 in
Danimarca e ora presente in tut-to il mondo. Racconta: «Quando
abbiamo iniziato in Italia, i risto-ratori tipici o quelli di alta gam-ma nella cucina nazionale non
volevano affiliarsi, dicevano
“non sono mica un cinese, o un
kepabbaro…”. Poi la musica è
cambiata, e ora abbiamo alcuni
grandi nomi, soprattutto a Mila-no, la città che ha risposto me-glio». Just Eat è “soltanto” una re-te: bussa alle porte dei locali e li
inserisce nel portale. Ma regala
agli associati anche formazione,
insegnando come si possono ga-rantire consegne rapide, fattori-ni gentili e cibo caldo e di qualità.
E chiede recensioni ai clienti, che
possono inserirle solo se hanno
provato il servizio. «Fino a oggi,
gli asiatici, non solo cinesi, ma
anche giapponesi, coreani e tai-landesi, hanno mostrato di avere
una marcia in più — dice Panza-rella — Sono i più disponibili ri-spetto al servizio, capaci di mo-dificare l’organizzazione per an-dare incontro al cliente là dove si
trova, e aumentare così il proprio
business. Così stanno modifi-cando la propria immagine, da
cibo scadente a basso costo a ci-bo di qualità a un costo ragione-vole. Nel 2013 puntiamo ad am-pliare la scelta di cibo italiano».
Una tendenza confermata da
Bacchette Forchette, che per ora
opera solo a Milano e dintorni e
consegna cibo asiatico e italiano
di lusso, o da MaIordomus, che
ha cominciato a Roma conse-gnando frutta e verdura e poi ha
aggiunto i piatti pronti e di alta
gamma direttamente dai risto-ranti. A Torino Cuochi Volanti of-fre menù gourmet, anche vege-tariani e biologici e a basso costo,
Natale e Capodanno compresi, a
partire da 10 euro a persona: co-sì sono tornate in tavola specia-lità come le lenticchie, il risotto e
la frittata alle erbe.
Per i consumatori il punto di
pareggio, con un risparmio fino
al 20 per cento sul prezzo della
stessa cena al ristorante si rag-giunge a partire da tre persone
perché così si ammortizzano le
spese di consegna anche se non
si abita in centro. E c’è chi, come
CucinaTo, distribuisce anche ci-bo pronto sotto vuoto: così se si
cambia idea tutto può restare in
frigorifero. Ma anche il gelato
(RivaReno è un esempio) si può
ordinare o i tramezzini con bibi-te dietetiche per il business lun-ch in ufficio (nel menù di tramez-zini.it ci sono scelte per tutti, ve-getariano e kosher inclusi). E Ti-meToDetox e DietToGo, i due
principali competitor di questa
nicchia di mercato, consegnano
a casa di buon mattino, nelle
principali città italiane, i tre pasti
giornalieri da 1.000 calorie per
chi ha deciso di perdere peso.
Colazione romantica? Buon-giornoamore a Roma e Pilou a
Torino ve la portano fino al pia-nerottolo. Non ci sono più scus
avi a fibra ottica e tribunali segreti così l’America controlla il mondo Dal 2003 un team di avvocati condiziona le aziende telefoniche
EW YORK — Operazione
Upstream, Team Telecom: co-sì i servizi segreti Usa si sono
garantiti l’accesso alle fibre ot-tiche mondiali, anche se le
aziende che le gestiscono sono
straniere. Tutto ebbe inizio nel
2003, quando per la prima vol-ta uno dei big delle fibre ottiche
Usa venne venduto a un grup-po asiatico. Team Telecom,
una task force di avvocati della
Homeland Security, del mini-stero di Giustizia e dell’Fbi, im-pose che l’acquirente asiatico
mantenesse un gruppo di «cit-tadini americani approvati dal
governo» in posizioni di co-mando per l’accesso alle co-municazioni. L’azienda era
Global Crossing, il precedente
fece scuola.
Spiega perché la capacità
della National Security Agency
di spiare le telecomunicazioni
non conosce frontiere e non ha
avuto intralci dalla globalizza-zione. Neppure adesso che la
capacità di trasmissione —
email, dati Internet, video o te-lefonate — è più concentrata
in Europa. In qualsiasi multi-nazionale delle fibre ottiche
che voglia fare business negli
Stati Uniti, il top management
deve abdicare a una fetta del
proprio potere, e lasciare che
agisca in seno all’azienda una
“struttura parallela” che obbe-disce al governo americano.
Lo scoop del Washington
Post integra le rivelazioni fatte
da Edwards Snowden sul cy-berspionaggio della National
Security Agency. Il sistema Pri-sm disvelato da Snowden è
quello che consente all’intelli-gence Usa di sorvegliare email
e altri dati attingendo ai grandi
operatori Internet come Goo-gle, Microsoft, Facebook, Ap-ple, Yahoo e Aol. Si tratta di una
raccolta che avviene, nella ter-minologia della Nsa, “Down-stream” e cioè a valle, dove i lussi di comunicazioni arriva-no e vengono smistati.
A questo si affianca un’ope-razione parallela, anch’essa in
vigore da un decennio, che si
concentra “Upstream” cioè a
monte: quando i flussi delle
comunicazioni sono in viag-gio, nei cavi a fibre ottiche che
traversano i fondali degli ocea-ni. Col tempo le fibre ottiche
hanno soppiantato altre tec-nologie di trasmissione, dai
cavi di rame ai satelliti. Gli op ratori Internet si possono im-maginare anche come dei
“porti”, mentre le infrastruttu-re a banda larga sono i canali o
rotte di navigazione transo-ceanica.
Dal settembre 2003, quando
il Team Telecom entrò in azio-ne per dettare le sue condizio-ni alla Global Crossing — co-losso delle fibre ottiche che
venne acquistato da un grup-po di Singapore — si è creata
una regola. Ogni volta che un gruppo telecom deve chiedere
delle licenze per i cavi alla Fe-deral Communications Com-mission, quest’ultima fa entra-re in azione il Team Telecom.
Ogni azienda telecom che
voglia avere accesso al merca-to Usa deve accettarne le con-dizioni: avere un Network
Operations Center situato sul
territorio americano, che pos-sa essere «visitato da funziona-ri federali con un preavviso di
30 minuti». Le informazioni
che questa task force chiede al-l’operatore delle fibre ottiche,
non possono essere comuni-cate «neppure al top manage-ment dell’azienda».
Ogni multinazionale delle
fibre ottiche — se vuole avere a
che fare col più grosso merca-to del mondo che è quello degli
Stati Uniti — accetta che al suo
interno ci sia una “cellula” se-parata che risponde agli ordini
di Washington e non ai propri
dirigenti. «Le telecom — con-ferma al Washington Postuna
ex-consigliera di Barack Oba-ma, Susan Crawford — non
hanno autonomia e non pos-sono opporsi alle richieste di
dati avanzate dal governo».
Questo è tanto più importante
da quando le reti di fibre otti-che più potenti sono diventate
quelle europee, Germania in
testa: per avere accesso agli
Usa devono anch’esse soggia-cere a quei diktat.
Il New York Timesdescrive
inoltre l’enorme potere assun-to dal Foreign Intelligence Sur-veillance Court, il tribunale se-greto che autorizza lo spionag-gio. Questo organo di “giusti-zia speciale” in 100 pagine di
sentenze ha gettato le fonda-menta della vasta operazione
di cyberspionaggio rivelata da
Snowden. »Una Corte supre-ma parallela», lo definisce il
New York Times, per il potere
che questo tribunale ha di in-terferire con i diritti costituzio-nali
Upstream, Team Telecom: co-sì i servizi segreti Usa si sono
garantiti l’accesso alle fibre ot-tiche mondiali, anche se le
aziende che le gestiscono sono
straniere. Tutto ebbe inizio nel
2003, quando per la prima vol-ta uno dei big delle fibre ottiche
Usa venne venduto a un grup-po asiatico. Team Telecom,
una task force di avvocati della
Homeland Security, del mini-stero di Giustizia e dell’Fbi, im-pose che l’acquirente asiatico
mantenesse un gruppo di «cit-tadini americani approvati dal
governo» in posizioni di co-mando per l’accesso alle co-municazioni. L’azienda era
Global Crossing, il precedente
fece scuola.
Spiega perché la capacità
della National Security Agency
di spiare le telecomunicazioni
non conosce frontiere e non ha
avuto intralci dalla globalizza-zione. Neppure adesso che la
capacità di trasmissione —
email, dati Internet, video o te-lefonate — è più concentrata
in Europa. In qualsiasi multi-nazionale delle fibre ottiche
che voglia fare business negli
Stati Uniti, il top management
deve abdicare a una fetta del
proprio potere, e lasciare che
agisca in seno all’azienda una
“struttura parallela” che obbe-disce al governo americano.
Lo scoop del Washington
Post integra le rivelazioni fatte
da Edwards Snowden sul cy-berspionaggio della National
Security Agency. Il sistema Pri-sm disvelato da Snowden è
quello che consente all’intelli-gence Usa di sorvegliare email
e altri dati attingendo ai grandi
operatori Internet come Goo-gle, Microsoft, Facebook, Ap-ple, Yahoo e Aol. Si tratta di una
raccolta che avviene, nella ter-minologia della Nsa, “Down-stream” e cioè a valle, dove i lussi di comunicazioni arriva-no e vengono smistati.
A questo si affianca un’ope-razione parallela, anch’essa in
vigore da un decennio, che si
concentra “Upstream” cioè a
monte: quando i flussi delle
comunicazioni sono in viag-gio, nei cavi a fibre ottiche che
traversano i fondali degli ocea-ni. Col tempo le fibre ottiche
hanno soppiantato altre tec-nologie di trasmissione, dai
cavi di rame ai satelliti. Gli op ratori Internet si possono im-maginare anche come dei
“porti”, mentre le infrastruttu-re a banda larga sono i canali o
rotte di navigazione transo-ceanica.
Dal settembre 2003, quando
il Team Telecom entrò in azio-ne per dettare le sue condizio-ni alla Global Crossing — co-losso delle fibre ottiche che
venne acquistato da un grup-po di Singapore — si è creata
una regola. Ogni volta che un gruppo telecom deve chiedere
delle licenze per i cavi alla Fe-deral Communications Com-mission, quest’ultima fa entra-re in azione il Team Telecom.
Ogni azienda telecom che
voglia avere accesso al merca-to Usa deve accettarne le con-dizioni: avere un Network
Operations Center situato sul
territorio americano, che pos-sa essere «visitato da funziona-ri federali con un preavviso di
30 minuti». Le informazioni
che questa task force chiede al-l’operatore delle fibre ottiche,
non possono essere comuni-cate «neppure al top manage-ment dell’azienda».
Ogni multinazionale delle
fibre ottiche — se vuole avere a
che fare col più grosso merca-to del mondo che è quello degli
Stati Uniti — accetta che al suo
interno ci sia una “cellula” se-parata che risponde agli ordini
di Washington e non ai propri
dirigenti. «Le telecom — con-ferma al Washington Postuna
ex-consigliera di Barack Oba-ma, Susan Crawford — non
hanno autonomia e non pos-sono opporsi alle richieste di
dati avanzate dal governo».
Questo è tanto più importante
da quando le reti di fibre otti-che più potenti sono diventate
quelle europee, Germania in
testa: per avere accesso agli
Usa devono anch’esse soggia-cere a quei diktat.
Il New York Timesdescrive
inoltre l’enorme potere assun-to dal Foreign Intelligence Sur-veillance Court, il tribunale se-greto che autorizza lo spionag-gio. Questo organo di “giusti-zia speciale” in 100 pagine di
sentenze ha gettato le fonda-menta della vasta operazione
di cyberspionaggio rivelata da
Snowden. »Una Corte supre-ma parallela», lo definisce il
New York Times, per il potere
che questo tribunale ha di in-terferire con i diritti costituzio-nali
“Acqua, così è stato aggirato il referendum” Due anni dopo, l’accusa dei comitati. “Cambiata la voce in bolletta”. E in 15mila si autoriducono
MILANO — Cosa resta, due anni
dopo, dei 26 milioni di “sì” per
l’acqua pubblica? Al di là della
vittoria politica e simbolica di un
movimento larghissimo (soste-nuto dal Pd, passando per sini-stra radicale e M5S) l’applicazio-ne pratica è ancora lontana. Il
tentativo di sabotarne l’esito
partì esattamente due mesi do-po il voto con un decreto legge
del governo Berlusconi; si ag-giunse il “Salva Italia” del gover-no Monti, che trasferì all’Auto-rità per l’Energia e il Gas (Aeeg) le
«funzioni di regolazione e di
controllo dei servizi idrici». La
quale nel dicembre scorso, mol-to pragmaticamente, cambiò la
voce in bolletta: la “rimunera-zione del capitale” pari al 7 per
cento del capitale investito che
doveva sparire (e in bolletta pe-sava, anzi pesa, dal 10 al 25 per
cento) si è trasformata in “rim-borso degli oneri finanziari”. «Il
secondo quesito referendario
aggirato con un gioco di presti-gio, insomma», dice Paolo Car-setti del Forum per l’Acqua Bene
Comune. Fortuna vuole che alla
fine pochi Ato (7 su 92) abbiano
recepito la nuova tariffa, anche
perché in autunno il Tar della
Lombardia potrebbe bocciare il
piano dell’Aeeg.
Pure sul primo quesito, quel-lo che caldeggiava la trasforma-zione delle aziende che gesti-scono il business dell’acqua da
private a pubbliche, si è fatto po-co. Le giunte più sensibili all’ar-gomento si sono adeguate (la
prima fu Napoli, poi Reggio
Emilia, Palermo e Vicenza), le al-tre traccheggiano. «Quasi che il
rispetto del voto fosse una genti-le concessione», commenta
amaro Marco Bersani di Attac
Italia. Allora si va avanti a suon di
petizioni, ricorsi al Tar, al Consi-glio di Stato e a battaglie di di-sobbedienza civile. O meglio, di
“obbedienza civile”. Come? Au-toriducendosi le bollette. Lo
hanno fatto, finora, quasi 15mi-la cittadini. «La campagna —
spiega Carsetti — consiste nel-l’applicare una riduzione pari
alla componente della “remu-nerazione del capitale investi-to”. Non si tratta di disubbidire
ad una legge ingiusta, ma di ob-bedire alle leggi in vigore, così
come modificate dagli esiti refe-rendari». I primi a farlo furono
quelli del comitato di Arezzo, poi
presi ad esempio un po’ in tutta
Italia, 15mila utenze in tutto.
«All’inizio i gestori ci mandaro-no le diffide, a qualcuno minac-ciarono di staccare l’acqua. Ora
hanno smesso. Sanno che se do-vessero farci causa, la perdereb-bero subito», racconta Lucio Be-loni.
La questione sembra tecnica
— ok, ma alla fine chi paga i costi
della gestione delle reti idriche?
— e infatti l’Aeeg ha sempre ri-sposto che «se vogliamo far ri-manere l’acqua pubblica i costi
devono essere coperti». Dal
pubblico però, mentre la gestio-ne resta di fatto privata. «È evi-dente che il reale proprietario
del bene — ragionano i comitati
— è chi lo gestisce e non colui
che ne mantiene la proprietà
formale. La gestione dell’acqua
non conosce crisi economica,
nel senso che la sua essenzialità
per la vita la rende immune dal-l’andamento generale dei con-sumi. Gestire il servizio idrico è
monopolio».
E poi ci sono i numeri di uno
studio del ministero dello Svi-luppo Economico che sovverto-no il mantra “privato uguale in-vestimenti”: dal 1990 al 2000, de-cennio in cui si privatizzavano le
aziende municipali dell’acqua,
gli investimenti nel settore idri-co sono diminuiti di oltre il 70
per cento, passando da circa due
miliardi di euro l’anno a 600 mi-lioni; mentre le bollette nel pe-riodo ‘97-2006 sono aumentate
del 61,4 per cento, a fronte di
un’inflazione del 25 per cento.
Intanto in Parlamento qual-cosa comincia a muoversi, con
la costituzione di un gruppo in-terparlamentare composto da
200 deputati di Pd, Sel e M5S.
Obiettivo: riproporre la legge di
iniziativa popolare del 2007 pre-sentata dai comitati e rimasta
chiusa in un cassetto. Che pre-vede la pubblicizzazione com-pleta di tutte le aziende idriche.
E solo allora un piano di investi-mento (pubblico naturalmen-te) per il rifacimento della rete
idrica. Finanziato attraverso la
Cassa depositi e prestiti
dopo, dei 26 milioni di “sì” per
l’acqua pubblica? Al di là della
vittoria politica e simbolica di un
movimento larghissimo (soste-nuto dal Pd, passando per sini-stra radicale e M5S) l’applicazio-ne pratica è ancora lontana. Il
tentativo di sabotarne l’esito
partì esattamente due mesi do-po il voto con un decreto legge
del governo Berlusconi; si ag-giunse il “Salva Italia” del gover-no Monti, che trasferì all’Auto-rità per l’Energia e il Gas (Aeeg) le
«funzioni di regolazione e di
controllo dei servizi idrici». La
quale nel dicembre scorso, mol-to pragmaticamente, cambiò la
voce in bolletta: la “rimunera-zione del capitale” pari al 7 per
cento del capitale investito che
doveva sparire (e in bolletta pe-sava, anzi pesa, dal 10 al 25 per
cento) si è trasformata in “rim-borso degli oneri finanziari”. «Il
secondo quesito referendario
aggirato con un gioco di presti-gio, insomma», dice Paolo Car-setti del Forum per l’Acqua Bene
Comune. Fortuna vuole che alla
fine pochi Ato (7 su 92) abbiano
recepito la nuova tariffa, anche
perché in autunno il Tar della
Lombardia potrebbe bocciare il
piano dell’Aeeg.
Pure sul primo quesito, quel-lo che caldeggiava la trasforma-zione delle aziende che gesti-scono il business dell’acqua da
private a pubbliche, si è fatto po-co. Le giunte più sensibili all’ar-gomento si sono adeguate (la
prima fu Napoli, poi Reggio
Emilia, Palermo e Vicenza), le al-tre traccheggiano. «Quasi che il
rispetto del voto fosse una genti-le concessione», commenta
amaro Marco Bersani di Attac
Italia. Allora si va avanti a suon di
petizioni, ricorsi al Tar, al Consi-glio di Stato e a battaglie di di-sobbedienza civile. O meglio, di
“obbedienza civile”. Come? Au-toriducendosi le bollette. Lo
hanno fatto, finora, quasi 15mi-la cittadini. «La campagna —
spiega Carsetti — consiste nel-l’applicare una riduzione pari
alla componente della “remu-nerazione del capitale investi-to”. Non si tratta di disubbidire
ad una legge ingiusta, ma di ob-bedire alle leggi in vigore, così
come modificate dagli esiti refe-rendari». I primi a farlo furono
quelli del comitato di Arezzo, poi
presi ad esempio un po’ in tutta
Italia, 15mila utenze in tutto.
«All’inizio i gestori ci mandaro-no le diffide, a qualcuno minac-ciarono di staccare l’acqua. Ora
hanno smesso. Sanno che se do-vessero farci causa, la perdereb-bero subito», racconta Lucio Be-loni.
La questione sembra tecnica
— ok, ma alla fine chi paga i costi
della gestione delle reti idriche?
— e infatti l’Aeeg ha sempre ri-sposto che «se vogliamo far ri-manere l’acqua pubblica i costi
devono essere coperti». Dal
pubblico però, mentre la gestio-ne resta di fatto privata. «È evi-dente che il reale proprietario
del bene — ragionano i comitati
— è chi lo gestisce e non colui
che ne mantiene la proprietà
formale. La gestione dell’acqua
non conosce crisi economica,
nel senso che la sua essenzialità
per la vita la rende immune dal-l’andamento generale dei con-sumi. Gestire il servizio idrico è
monopolio».
E poi ci sono i numeri di uno
studio del ministero dello Svi-luppo Economico che sovverto-no il mantra “privato uguale in-vestimenti”: dal 1990 al 2000, de-cennio in cui si privatizzavano le
aziende municipali dell’acqua,
gli investimenti nel settore idri-co sono diminuiti di oltre il 70
per cento, passando da circa due
miliardi di euro l’anno a 600 mi-lioni; mentre le bollette nel pe-riodo ‘97-2006 sono aumentate
del 61,4 per cento, a fronte di
un’inflazione del 25 per cento.
Intanto in Parlamento qual-cosa comincia a muoversi, con
la costituzione di un gruppo in-terparlamentare composto da
200 deputati di Pd, Sel e M5S.
Obiettivo: riproporre la legge di
iniziativa popolare del 2007 pre-sentata dai comitati e rimasta
chiusa in un cassetto. Che pre-vede la pubblicizzazione com-pleta di tutte le aziende idriche.
E solo allora un piano di investi-mento (pubblico naturalmen-te) per il rifacimento della rete
idrica. Finanziato attraverso la
Cassa depositi e prestiti
martedì 13 agosto 2013
CINA La casa grande come una città dove nascere, vivere e morire
lla Cina della gran-de urbanizzazione,
pronta ad inaugu-rare la prima metro-poli da 80 milioni di
abitanti, mancava un record:
quello del palazzo più grande
del pianeta. L’ha conquistato ie-ri. A Chengdu, capoluogo del Si-chuan, è stato aperto il “New
Century Global Centre”, ben più
di un edificio vasto 50 mila metri
quadrati più dell’aeroporto di
Dubai, a cui ha sottratto il pri-mato. Il nuovo colosso di cristal-lo e cemento, costruito in tre an-ni, è il primo esperimento della
storia di palazzo-città totalmen-te autosufficiente. Assicura di
offrire «tutto ciò che serve ad un
uomo per vivere»: dalla sala par-to, dove si viene al mondo, al ci-mitero, luogo usuale del com-miato. Tra i due estremi, l’equi-paggiamento quotidiano dell’e-sistenza standard: asilo, scuola,
università, casa, uffici, centri
commerciali, banche, biblio-teche, cinema 3D, strutture
sportive, sale congressi, par-chi, giardini, ristoranti, hotel,
ospedale e case di riposo.
La promessa dei proprietari è
lo specchio del desiderio di stu-pire che anima la nazione deci-sa a dominare il secolo: «Inau-gurare l’era delle strutture da
cui non occorre uscire mai per
essere felici». A confermare l’il-lusione, un ufficio distaccato
del Comune: in caso d’urgenza
sarà possibile sposarsi, grazie
ad un romantico ascensore de-dicato, ma chi non ce la fa più
avrà pure l’opportunità di di-vorziare, anche nel cuore della
notte. Considerato lo smog che
incombe sulla Cina, trascorrere
la vita chiusi in un edificio, sen-za mai annusare l’aria che c’è
fuori, potrebbe presto rivelarsi
una necessità. Non è per ora il
caso di Chengdu, gioiello verde
preferito dai panda giganti: il
“New Century Global Centre” si
propone infatti come icona
snob dei nuovi ricchi. La piazza
centrale è stata riservata al “Me-diterranean Village”, una
spiaggia artificiale lunga mezzo
chilometro, affacciata su una
baia con acqua salata, mossa
dalla marea su cui galleggia una
nave dei pirati non solo per
bambini. Uno schermo largo
150 metri e alto 40 riproduce orizzonti virtuali di paradisi
reali: un sole elettrico si esibisce
per gli abitanti, creando albe di-gitali, tramonti, oppure cieli ta-gliati dalle nuvole. Tutti i nume-ri rispondono all’ossessione del
primato, leva del soft-power
globale che anima la nuova lea-dership di Pechino.
Il nuovo condominio è lungo
500 metri, largo 400 e alto 100, la
superficie calpestabile misura
1 milione e 760 mila metri qua-drati, il giardino 400 mila. Per i
maniaci dei confronti: l’Opera
House di Sidney è venti volte
più piccola e la basilica di San
Pietro a Roma non arriva alla
miseria di 26 mila metri quadri,
praticamente un capitello. Ma
nemmeno questo, per la Cina
dei miracoli che ambisce a «in-ventare una nuova società», era
sufficiente. Tunnel sotterranei ollegano il palazzo al museo
interno d’arte contemporanea,
progettato dall’archistar an-glo-irachena Zaha Hadid,
mentre altre strade condomi-niali conducono a palestre,
campo da golf, stadio, piste ci-clabili, da skate e da patinaggio,
percorsi jogging e ad una serie
di ville per chi, costretto a dor-mire tra 400 mila metri quadri
di negozi, potrebbe sentirsi vit-tima del consumismo.
Teorizzare «una vita comple-ta senza uscire di casa» è un pa-radosso, per il Paese segnato
dalla più impressionante mi-grazione interna di ogni tempo,
capace di spostare dai villaggi
alle megalopoli quasi 700 milio-ni di individui. Per il nuovo na-zionalismo rosso, assetato di
migranti ma pure attento a con-siderare criminali i figli che non
visitano i genitori almeno due
volte al mese, i prodigi dell’edi-lizia sono però il simbolo pa-triottico della Cina prossima al
sorpasso sugli Usa, come le
missioni nello spazio. La pro-paganda esulta così annun-ciando il primo hotel ground-scraper, organizzato su 19 piani
scavati sottoterra, o ricordando
che da marzo Changsha, nello
Hunan, ha sottratto al “Burj
Khalifa” di Dubai il record del
grattacielo più alto del pianeta:
in soli tre mesi i cinesi hanno
eretto lo “Sky City One”, torre
da 838 metri, 220 piani e spazio
per 30 mila residenti.
Due anni fa, nel Jiangsu, per
risparmiare risaie le autorità
avevano inventato il «primo vil-laggio agricolo traslocato den-tro un grattacielo»: i duemila
contadini di Huaxi, mucche,
polli e maiali compresi, erano
stati trasferiti in un solo caser-mone, considerato municipio e
dotato di regolare sindaco. Nul-la però a che vedere con il “pa-lazzo-mondo” di Chengdu, do-tato di una popolazione di 300
mila residenti-consumatori:
questo è davvero un tuffo nella
società futura, il test estremo
della sostenibilità cinese. E
nemmeno a Pechino sanno chi
si potrà salvare.
pronta ad inaugu-rare la prima metro-poli da 80 milioni di
abitanti, mancava un record:
quello del palazzo più grande
del pianeta. L’ha conquistato ie-ri. A Chengdu, capoluogo del Si-chuan, è stato aperto il “New
Century Global Centre”, ben più
di un edificio vasto 50 mila metri
quadrati più dell’aeroporto di
Dubai, a cui ha sottratto il pri-mato. Il nuovo colosso di cristal-lo e cemento, costruito in tre an-ni, è il primo esperimento della
storia di palazzo-città totalmen-te autosufficiente. Assicura di
offrire «tutto ciò che serve ad un
uomo per vivere»: dalla sala par-to, dove si viene al mondo, al ci-mitero, luogo usuale del com-miato. Tra i due estremi, l’equi-paggiamento quotidiano dell’e-sistenza standard: asilo, scuola,
università, casa, uffici, centri
commerciali, banche, biblio-teche, cinema 3D, strutture
sportive, sale congressi, par-chi, giardini, ristoranti, hotel,
ospedale e case di riposo.
La promessa dei proprietari è
lo specchio del desiderio di stu-pire che anima la nazione deci-sa a dominare il secolo: «Inau-gurare l’era delle strutture da
cui non occorre uscire mai per
essere felici». A confermare l’il-lusione, un ufficio distaccato
del Comune: in caso d’urgenza
sarà possibile sposarsi, grazie
ad un romantico ascensore de-dicato, ma chi non ce la fa più
avrà pure l’opportunità di di-vorziare, anche nel cuore della
notte. Considerato lo smog che
incombe sulla Cina, trascorrere
la vita chiusi in un edificio, sen-za mai annusare l’aria che c’è
fuori, potrebbe presto rivelarsi
una necessità. Non è per ora il
caso di Chengdu, gioiello verde
preferito dai panda giganti: il
“New Century Global Centre” si
propone infatti come icona
snob dei nuovi ricchi. La piazza
centrale è stata riservata al “Me-diterranean Village”, una
spiaggia artificiale lunga mezzo
chilometro, affacciata su una
baia con acqua salata, mossa
dalla marea su cui galleggia una
nave dei pirati non solo per
bambini. Uno schermo largo
150 metri e alto 40 riproduce orizzonti virtuali di paradisi
reali: un sole elettrico si esibisce
per gli abitanti, creando albe di-gitali, tramonti, oppure cieli ta-gliati dalle nuvole. Tutti i nume-ri rispondono all’ossessione del
primato, leva del soft-power
globale che anima la nuova lea-dership di Pechino.
Il nuovo condominio è lungo
500 metri, largo 400 e alto 100, la
superficie calpestabile misura
1 milione e 760 mila metri qua-drati, il giardino 400 mila. Per i
maniaci dei confronti: l’Opera
House di Sidney è venti volte
più piccola e la basilica di San
Pietro a Roma non arriva alla
miseria di 26 mila metri quadri,
praticamente un capitello. Ma
nemmeno questo, per la Cina
dei miracoli che ambisce a «in-ventare una nuova società», era
sufficiente. Tunnel sotterranei ollegano il palazzo al museo
interno d’arte contemporanea,
progettato dall’archistar an-glo-irachena Zaha Hadid,
mentre altre strade condomi-niali conducono a palestre,
campo da golf, stadio, piste ci-clabili, da skate e da patinaggio,
percorsi jogging e ad una serie
di ville per chi, costretto a dor-mire tra 400 mila metri quadri
di negozi, potrebbe sentirsi vit-tima del consumismo.
Teorizzare «una vita comple-ta senza uscire di casa» è un pa-radosso, per il Paese segnato
dalla più impressionante mi-grazione interna di ogni tempo,
capace di spostare dai villaggi
alle megalopoli quasi 700 milio-ni di individui. Per il nuovo na-zionalismo rosso, assetato di
migranti ma pure attento a con-siderare criminali i figli che non
visitano i genitori almeno due
volte al mese, i prodigi dell’edi-lizia sono però il simbolo pa-triottico della Cina prossima al
sorpasso sugli Usa, come le
missioni nello spazio. La pro-paganda esulta così annun-ciando il primo hotel ground-scraper, organizzato su 19 piani
scavati sottoterra, o ricordando
che da marzo Changsha, nello
Hunan, ha sottratto al “Burj
Khalifa” di Dubai il record del
grattacielo più alto del pianeta:
in soli tre mesi i cinesi hanno
eretto lo “Sky City One”, torre
da 838 metri, 220 piani e spazio
per 30 mila residenti.
Due anni fa, nel Jiangsu, per
risparmiare risaie le autorità
avevano inventato il «primo vil-laggio agricolo traslocato den-tro un grattacielo»: i duemila
contadini di Huaxi, mucche,
polli e maiali compresi, erano
stati trasferiti in un solo caser-mone, considerato municipio e
dotato di regolare sindaco. Nul-la però a che vedere con il “pa-lazzo-mondo” di Chengdu, do-tato di una popolazione di 300
mila residenti-consumatori:
questo è davvero un tuffo nella
società futura, il test estremo
della sostenibilità cinese. E
nemmeno a Pechino sanno chi
si potrà salvare.
Università, le tasse d’oro aumenti fino al 167 per cento
S
TUDENTI universitari
“tartassati” dalle tasse
come nel film di Totò.
In appena otto anni, gli
iscritti negli atenei statali si
sono assottigliati mentre le
tasse universitarie sono
cresciute del 50 per cento.
Con picchi, per alcuni ate-nei, di oltre il 100 per cento.
Il salasso emerge dai dati sui
contributi degli studenti
pubblicati dal Miur.N FENOMENO, più vol-te denunciato dalle as-sociazioni studente-sche, che sarebbe anche all’o-rigine del calo di matricole re-gistrato in Italia. Pagare mille e
più euro all’anno per fare stu-diare un figlio all’università
può diventare insostenibile
per una famiglia. Bastano alcu-ni esempi: dal 2004 al 2012 l’u-niversità del Salento ha au-mentato le tasse del 167 per
cento mentre quella di Reggio
Calabria del 119 per cento. Ma
la stangata non riguarda solo i
piccoli atenei. Tra i grandi,
spicca l’università di Palermo
che ha raddoppiato i contribu-ti (+110 per cento) e la Federico
II di Napoli che oggi registra un
aumento del 94 per cento.
Mentre l’ateneo più grande
d’Europa, La Sapienza di Ro-ma, si è contenuto: il carico per
studenti e le famiglie è salito del
57 per cento.
Sul fronte opposto, ci sono le
università virtuose, tra cui Fi-renze, che ha ritoccato del 4,7
per cento appena il balzello e il
Politecnico di Torino, più 14
per cento. Mentre l’università
pubblica più esosa in assoluto
è il Politecnico di Milano, con
una media di quasi mille e 700
euro. Al confronto, gli 842 euro
a studente del Politecnico di
Torino e i 509 del Politecnico di
Bari sono poca cosa. «Un ra-gazzo — dice Marco Mancini,
presidente dei rettori italiani —
decide di non iscriversi per due
motivi: l’incremento delle tas-se universitarie, di gran lunga
più alto rispetto a quello degli
stipendi delle famiglie, e un di-ritto allo studio a dir poco clau-dicante». Su questo punto il
nostro Paese ha la maglia nera.
«In Italia — continua Mancini
— spendiamo una cifra ridico-la: 260 milioni all’anno. In
Francia sono un miliardo e 600
milioni, la Germania 2 miliardi.
Ma di cosa stiamo parlando?».
L’aumento delle tasse - si
giustificano gli atenei - è dovu-to ai tagli imposti dall’ex mini-stro all’Istruzione Mariastella
Gelmini. «A partire dal 2008-2009, il sistema universitario
italiano è stato colpito da un ta-glio di circa un miliardo di euro
(su 7,45 circa) del Fondo di fi-nanziamento ordinario. E non
mi stupisce — conclude il pre-sidente della Crui — se le tasse
siano state incrementate. Cre-do che, costi quel che costi, l’ul-tima cosa da fare è aumentarle
ancora».
Le tasse poi sono solo una
parte della spesa per ottenere
una laurea. «Bisogna tenere
conto di tutti i contributi extra,
dai i test d’ingresso alla laurea»,
denuncia Michele Orezzi, por-tavoce dell’Unione degli uni-versitari. A questi occorre som-mare affitti e mensa per i fuori-sede, trasporti e libri. Anche i
giudici amministrativi si sono
accorti che le tasse universita-rie sono diventate troppo one-rose. Qualche mese fa il Tar del-la Lombardia ha condannato
l’ateneo di Pavia — che aveva
superato, nel 2012, il limite di
tassazione studentesca in rap-porto al finanziamento statale
— a restituire oltre due milioni
di euro di contributi non dovu-ti.
Dividendo l’intera contribu-zione studentesca del 2004
(più di un miliardo e mezzo)
per il numero di iscritti, otto
anni fa ogni ragazzo pagava
mediamente 632 euro di tasse.
Una cifra che nel 2012 è lievita-ta fino 947 euro. Un dato indi-cativo, certo, perché non tiene
conto degli studenti esonerati.
Ma dà la misura di quanto costi
studiare oggi. «È indispensabi-le — conclude il rappresentan-te dell’Udu — che il governo e il
ministro Carrozza pongano ar-gini all’aumento indiscrimina-to delle tasse universitarie: già
ora sono le terze più alte d’Eu-ropa»
TUDENTI universitari
“tartassati” dalle tasse
come nel film di Totò.
In appena otto anni, gli
iscritti negli atenei statali si
sono assottigliati mentre le
tasse universitarie sono
cresciute del 50 per cento.
Con picchi, per alcuni ate-nei, di oltre il 100 per cento.
Il salasso emerge dai dati sui
contributi degli studenti
pubblicati dal Miur.N FENOMENO, più vol-te denunciato dalle as-sociazioni studente-sche, che sarebbe anche all’o-rigine del calo di matricole re-gistrato in Italia. Pagare mille e
più euro all’anno per fare stu-diare un figlio all’università
può diventare insostenibile
per una famiglia. Bastano alcu-ni esempi: dal 2004 al 2012 l’u-niversità del Salento ha au-mentato le tasse del 167 per
cento mentre quella di Reggio
Calabria del 119 per cento. Ma
la stangata non riguarda solo i
piccoli atenei. Tra i grandi,
spicca l’università di Palermo
che ha raddoppiato i contribu-ti (+110 per cento) e la Federico
II di Napoli che oggi registra un
aumento del 94 per cento.
Mentre l’ateneo più grande
d’Europa, La Sapienza di Ro-ma, si è contenuto: il carico per
studenti e le famiglie è salito del
57 per cento.
Sul fronte opposto, ci sono le
università virtuose, tra cui Fi-renze, che ha ritoccato del 4,7
per cento appena il balzello e il
Politecnico di Torino, più 14
per cento. Mentre l’università
pubblica più esosa in assoluto
è il Politecnico di Milano, con
una media di quasi mille e 700
euro. Al confronto, gli 842 euro
a studente del Politecnico di
Torino e i 509 del Politecnico di
Bari sono poca cosa. «Un ra-gazzo — dice Marco Mancini,
presidente dei rettori italiani —
decide di non iscriversi per due
motivi: l’incremento delle tas-se universitarie, di gran lunga
più alto rispetto a quello degli
stipendi delle famiglie, e un di-ritto allo studio a dir poco clau-dicante». Su questo punto il
nostro Paese ha la maglia nera.
«In Italia — continua Mancini
— spendiamo una cifra ridico-la: 260 milioni all’anno. In
Francia sono un miliardo e 600
milioni, la Germania 2 miliardi.
Ma di cosa stiamo parlando?».
L’aumento delle tasse - si
giustificano gli atenei - è dovu-to ai tagli imposti dall’ex mini-stro all’Istruzione Mariastella
Gelmini. «A partire dal 2008-2009, il sistema universitario
italiano è stato colpito da un ta-glio di circa un miliardo di euro
(su 7,45 circa) del Fondo di fi-nanziamento ordinario. E non
mi stupisce — conclude il pre-sidente della Crui — se le tasse
siano state incrementate. Cre-do che, costi quel che costi, l’ul-tima cosa da fare è aumentarle
ancora».
Le tasse poi sono solo una
parte della spesa per ottenere
una laurea. «Bisogna tenere
conto di tutti i contributi extra,
dai i test d’ingresso alla laurea»,
denuncia Michele Orezzi, por-tavoce dell’Unione degli uni-versitari. A questi occorre som-mare affitti e mensa per i fuori-sede, trasporti e libri. Anche i
giudici amministrativi si sono
accorti che le tasse universita-rie sono diventate troppo one-rose. Qualche mese fa il Tar del-la Lombardia ha condannato
l’ateneo di Pavia — che aveva
superato, nel 2012, il limite di
tassazione studentesca in rap-porto al finanziamento statale
— a restituire oltre due milioni
di euro di contributi non dovu-ti.
Dividendo l’intera contribu-zione studentesca del 2004
(più di un miliardo e mezzo)
per il numero di iscritti, otto
anni fa ogni ragazzo pagava
mediamente 632 euro di tasse.
Una cifra che nel 2012 è lievita-ta fino 947 euro. Un dato indi-cativo, certo, perché non tiene
conto degli studenti esonerati.
Ma dà la misura di quanto costi
studiare oggi. «È indispensabi-le — conclude il rappresentan-te dell’Udu — che il governo e il
ministro Carrozza pongano ar-gini all’aumento indiscrimina-to delle tasse universitarie: già
ora sono le terze più alte d’Eu-ropa»
domenica 11 agosto 2013
Il supermarket delle buone azioni la spesa si paga con il volontariato
B
abbo, c’è an-che il coco-mero. Guar-da, c’è la bot-tiglia grande
di Coca». I bambini corrono nel
piccolo supermercato Portobel-lo, alla ricerca di tanti «regali», co-me se fosse la vigilia di Natale.
«Mamma, mi prendi le sottilet-te?». È un bel posto, il Portobello.
C’è allegria, in questo sabato, pri-mo giorno di apertura per una
clientela speciale. «I nostri amici
sono persone che hanno bisogno
— dice Angelo Morselli, che gui-da “Volontariamo” — perché
hanno perso da poco il lavoro o
sono in cassa integrazione o mo-bilità. Ma non sono i disperati,
quelli che ormai non vedono un
futuro. Portobello l’abbiamo in-ventato per spingere in alto chi
può tornare a galla. Noi l’aiutia-mo ma lui si deve aiutare, e deve
dare una mano anche a noi. Tec-nicamente, i nostri clienti si pos-sono definire i “vulnerabili”».
Nel supermercato gli euro ser-vono soltanto per farsi un caffè o
un cappuccino (25 centesimi) al-l’angolo bar. Per tutto il resto c’è
una moneta nuova, il “punto”,
nascosto nella tessera sanitaria
con codice fiscale. «I punti sono
60 al mese per chi è solo, più tren-ta per ogni familiare. Genitori
con due figli hanno 150 punti».
Entrano Gianni con moglie e tre
bambini. Lui e lei erano artigiani,
falliti nel 2010. Dopo un anno so-no stati sfrattati da casa. Il Comu-ne ha trovato loro un apparta-mento e ha dato sussidi. Adesso
l’uomo ha ritrovato un lavoro, la
moglie lo sta cercando. Un solo
stipendio per 5 a tavola non ba-sta. Non ci sono più sussidi co-munali ma arrivano i “punti”. En-tra Luigi, moglie e due bambini.
Lei non lavora, lui è in cassa inte-grazione. Hanno grossi problemi
con le finanziarie cui avevano
chiesto prestiti. Entra Abir del Se-negal, con signora incinta e figlio
piccolo. Lui è laureato, lavorava
come tecnico di laboratorio, è
stato mandato a casa. Portobello
lo può aiutare per qualche mese,
nell’attesa di un nuovo posto.
Carrelli e luci e musica in sot-tofondo. Cinque punti per i pan-nolini Conad extralarge, 2 punti
per crostatine Mulino bianco, 2
per il caffè Borghi. Un cocomero
3 punti, 1 lo zucchero (“2 pezzi al
mese”), 0,5 un chilo di farina. Un
punto mezzo chilo di De Cecco, 1
punto un chilo di pennette Co-nad. Riso vialone nano, 2,5. Due
vasetti di omogeneizzati, 2,5. Ci
sono frutta e verdura, in vaschet-te da 1 punto. Olio dai 4 ai 5 pun-ti, massimo tre pezzi al mese. C’è
il parmigiano di alta qualità che
costa 8 punti e in uno scaffale ci
sono le marmellate biologiche.
«Con la crisi — racconta Luigi
Zironi, che guida il Portobello —
tanti sono costretti a comprare
cibo scadente. Qui puoi scegliere
il pezzo pregiato, anche questo è
un modo di reagire. Per ora al Por-tobello sono iscritte 40 famiglie,
ma in un anno arriveremo a 400,
con una spesa di 1 milione di eu-ro. Quasi l’80% ci arriva da Co-nad, Coop e Granarolo e dalle al-tre imprese — i nomi sono quelli
sugli scaffali — che hanno man-dato qui i loro prodotti». La cassa
integrazione regala troppo tem-po libero e allora ci sono anche i
libri, usati, con titoli di Giorgio
Bocca, Piero Angela, Mark
Twain. «A Modena — racconta
l’assessore alle politiche sociali
Francesca Maletti — di fame non
muore nessuno. C’è la Caritas e ci
sono le parrocchie, che danno le
sportine di cibo e il vestiario. Il
Comune aiuta a pagare l’affitto e
le bollette. Portobello è diverso».
C’è infatti chi preferisce impic-carsi in garage, piuttosto di farsi
vedere in fila alla Caritas. «Con
questo market privilegiamo la
povertà che sta a mezza strada e
che pensiamo possa essere mo-mentanea. Noi diamo i punti so-lo a chi ha un reddito familiare IR-PEF superiore a 5.422 euro — sot-to ci sono solo disperati veri o la-voratori in nero — e un valore Isee
non superiore ai 10.000 euro».
In questo “ceto medio” della
povertà una spinta viene accetta-ta solo se non offende la dignità.
«Ecco allora — dice Angelo Mor-selli, che guida anche il coordina-mento di 23 associazioni di vo-lontariato — la proposta dei pun-ti che si possono “pagare” con ore
di lavoro, qui o nelle altre asso-ciazioni. Nessun obbligo, ma do-po sei mesi di aiuto si valuta se il
cliente si è dato da fare nella ri-cerca di uno stipendio e nel vo-lontariato. Puoi non avere trova-to un posto, ma devi dimostrare
di averlo cercato».
«Io sono arrivata qui come vo-lontaria — racconta Alessandra
Cocchi, 47 anni, un figlio all’uni-versità — appena si è cominciato
a parlare di Portobello. Ero già
nella Protezione civile. Volonta-riato vuol dire soprattutto aiuta-re anche se stessi. L’ho capito
l’anno scorso. Lavoravo come
coordinatrice nell’abbigliamen-to, 2.100 euro al mese, e mi hanno
messo in cassa integrazione. Ora
sono in mobilità, 920 euro. Se
non reagisci, ti chiudi in casa.
Tanto, si esce soprattutto per an-dare a lavorare o a fare la spesa.
Senza lavoro e con pochi soldi,
dove vai? Il volontariato ti dà sca-denze, ti obbliga a non stare sul
divano a deprimerti. Paradossal-mente, io volontaria al Portobel-lo forse ne diventerò anche uten-te. I capi, qui, mi hanno detto che
devo fare domanda al Comune
perché ho le carte in regola. In
fondo, credo di essere un esem-pio. Non ti devi vergognare, se hai
perso il lavoro non è colpa tua.
Qui e nelle altre associazioni in-contri persone come te, con la vo-glia di tirarsi fuori. Al Portobello
ho fatto i corsi per fare la cassiera,
il controllo qualità, l’accoglienza,
l’approvvigionamento. Contro
la depressione c’è una sola ricet-ta: non avere nemmeno un’ora
vuota».
Per i bambini c’è un angolo per
fare disegni e giochi. “Babbo, hai
preso il cocomer
abbo, c’è an-che il coco-mero. Guar-da, c’è la bot-tiglia grande
di Coca». I bambini corrono nel
piccolo supermercato Portobel-lo, alla ricerca di tanti «regali», co-me se fosse la vigilia di Natale.
«Mamma, mi prendi le sottilet-te?». È un bel posto, il Portobello.
C’è allegria, in questo sabato, pri-mo giorno di apertura per una
clientela speciale. «I nostri amici
sono persone che hanno bisogno
— dice Angelo Morselli, che gui-da “Volontariamo” — perché
hanno perso da poco il lavoro o
sono in cassa integrazione o mo-bilità. Ma non sono i disperati,
quelli che ormai non vedono un
futuro. Portobello l’abbiamo in-ventato per spingere in alto chi
può tornare a galla. Noi l’aiutia-mo ma lui si deve aiutare, e deve
dare una mano anche a noi. Tec-nicamente, i nostri clienti si pos-sono definire i “vulnerabili”».
Nel supermercato gli euro ser-vono soltanto per farsi un caffè o
un cappuccino (25 centesimi) al-l’angolo bar. Per tutto il resto c’è
una moneta nuova, il “punto”,
nascosto nella tessera sanitaria
con codice fiscale. «I punti sono
60 al mese per chi è solo, più tren-ta per ogni familiare. Genitori
con due figli hanno 150 punti».
Entrano Gianni con moglie e tre
bambini. Lui e lei erano artigiani,
falliti nel 2010. Dopo un anno so-no stati sfrattati da casa. Il Comu-ne ha trovato loro un apparta-mento e ha dato sussidi. Adesso
l’uomo ha ritrovato un lavoro, la
moglie lo sta cercando. Un solo
stipendio per 5 a tavola non ba-sta. Non ci sono più sussidi co-munali ma arrivano i “punti”. En-tra Luigi, moglie e due bambini.
Lei non lavora, lui è in cassa inte-grazione. Hanno grossi problemi
con le finanziarie cui avevano
chiesto prestiti. Entra Abir del Se-negal, con signora incinta e figlio
piccolo. Lui è laureato, lavorava
come tecnico di laboratorio, è
stato mandato a casa. Portobello
lo può aiutare per qualche mese,
nell’attesa di un nuovo posto.
Carrelli e luci e musica in sot-tofondo. Cinque punti per i pan-nolini Conad extralarge, 2 punti
per crostatine Mulino bianco, 2
per il caffè Borghi. Un cocomero
3 punti, 1 lo zucchero (“2 pezzi al
mese”), 0,5 un chilo di farina. Un
punto mezzo chilo di De Cecco, 1
punto un chilo di pennette Co-nad. Riso vialone nano, 2,5. Due
vasetti di omogeneizzati, 2,5. Ci
sono frutta e verdura, in vaschet-te da 1 punto. Olio dai 4 ai 5 pun-ti, massimo tre pezzi al mese. C’è
il parmigiano di alta qualità che
costa 8 punti e in uno scaffale ci
sono le marmellate biologiche.
«Con la crisi — racconta Luigi
Zironi, che guida il Portobello —
tanti sono costretti a comprare
cibo scadente. Qui puoi scegliere
il pezzo pregiato, anche questo è
un modo di reagire. Per ora al Por-tobello sono iscritte 40 famiglie,
ma in un anno arriveremo a 400,
con una spesa di 1 milione di eu-ro. Quasi l’80% ci arriva da Co-nad, Coop e Granarolo e dalle al-tre imprese — i nomi sono quelli
sugli scaffali — che hanno man-dato qui i loro prodotti». La cassa
integrazione regala troppo tem-po libero e allora ci sono anche i
libri, usati, con titoli di Giorgio
Bocca, Piero Angela, Mark
Twain. «A Modena — racconta
l’assessore alle politiche sociali
Francesca Maletti — di fame non
muore nessuno. C’è la Caritas e ci
sono le parrocchie, che danno le
sportine di cibo e il vestiario. Il
Comune aiuta a pagare l’affitto e
le bollette. Portobello è diverso».
C’è infatti chi preferisce impic-carsi in garage, piuttosto di farsi
vedere in fila alla Caritas. «Con
questo market privilegiamo la
povertà che sta a mezza strada e
che pensiamo possa essere mo-mentanea. Noi diamo i punti so-lo a chi ha un reddito familiare IR-PEF superiore a 5.422 euro — sot-to ci sono solo disperati veri o la-voratori in nero — e un valore Isee
non superiore ai 10.000 euro».
In questo “ceto medio” della
povertà una spinta viene accetta-ta solo se non offende la dignità.
«Ecco allora — dice Angelo Mor-selli, che guida anche il coordina-mento di 23 associazioni di vo-lontariato — la proposta dei pun-ti che si possono “pagare” con ore
di lavoro, qui o nelle altre asso-ciazioni. Nessun obbligo, ma do-po sei mesi di aiuto si valuta se il
cliente si è dato da fare nella ri-cerca di uno stipendio e nel vo-lontariato. Puoi non avere trova-to un posto, ma devi dimostrare
di averlo cercato».
«Io sono arrivata qui come vo-lontaria — racconta Alessandra
Cocchi, 47 anni, un figlio all’uni-versità — appena si è cominciato
a parlare di Portobello. Ero già
nella Protezione civile. Volonta-riato vuol dire soprattutto aiuta-re anche se stessi. L’ho capito
l’anno scorso. Lavoravo come
coordinatrice nell’abbigliamen-to, 2.100 euro al mese, e mi hanno
messo in cassa integrazione. Ora
sono in mobilità, 920 euro. Se
non reagisci, ti chiudi in casa.
Tanto, si esce soprattutto per an-dare a lavorare o a fare la spesa.
Senza lavoro e con pochi soldi,
dove vai? Il volontariato ti dà sca-denze, ti obbliga a non stare sul
divano a deprimerti. Paradossal-mente, io volontaria al Portobel-lo forse ne diventerò anche uten-te. I capi, qui, mi hanno detto che
devo fare domanda al Comune
perché ho le carte in regola. In
fondo, credo di essere un esem-pio. Non ti devi vergognare, se hai
perso il lavoro non è colpa tua.
Qui e nelle altre associazioni in-contri persone come te, con la vo-glia di tirarsi fuori. Al Portobello
ho fatto i corsi per fare la cassiera,
il controllo qualità, l’accoglienza,
l’approvvigionamento. Contro
la depressione c’è una sola ricet-ta: non avere nemmeno un’ora
vuota».
Per i bambini c’è un angolo per
fare disegni e giochi. “Babbo, hai
preso il cocomer
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