domenica 23 giugno 2013

T RO N C H E T T I , PIRELLI SPOLPATA DAL PADRONE D E L EG ATO

Meletti
M
arco Tronchetti Prove-ra è mitologico per la
quantità di denaro che
intasca comunque va-dano le sue aziende. Ma
anche per la sua natura
doppia. Egli è il proprietario delegato, il ma-nager di controllo, il padrone di riferimento.
Un ossimoro tappezzato Caraceni, un mino-tauro, padrone quando deve comandare,
manager quando parla dei suoi stipendi.
Tronchetti è il simbolo di un capitalismo de-vastato dai conflitti d'interesse. Negli anni 90
lo chiamavano “il nuovo Agnelli”, adesso in-carna la sorte infausta del “capitalismo di re-lazione”, un’oligarchia che facendosi gli af-fari suoi sta trascinando nel baratro centinaia
di migliaia di posti di lavoro.
Il soccorso interessato
delle banche “di sistema”
La settimana scorsa, Intesa Sanpaolo e Unicre-dit, le due maggiori banche italiane, hanno de-ciso di investire 230 milioni di euro per diven-tare azionisti della Camfin, la scatola cinese
grazie alla quale Tronchetti comanda sulla Pi-relli con il 4-5 per cento del capitale, mentre il
restante 95 per cento ce lo mettono altri. Perché
investire nel controllo di un'azienda sana quan-do si chiudono i rubinetti per le aziende dav-vero bisognose di sostegno? Semplice. Senza
l'intervento delle banche, il controllo della Pi-relli sarebbe finito a Vittorio Malacalza, il socio
pronto a mettere in Camfin i soldi che Tron-chetti non aveva. Tirare fuori i propri denari è
peccato mortale per il trogloditico sistema di
potere bancocentrico (denunciato già anni fa
addirittura da Mario Monti): il padrone i soldi
deve tenerli all’estero, se li ha, nell’azienda ce li
deve mettere la banca, che così la spolperà esi-gendo interessi esosi. Nel 2012, anno conside-rato molto soddisfacente, la Pirelli ha dato 152
milioni di dividendo agli azionisti e 141 milioni
di interessi alle banche, al tasso medio del 5,79
per cento. Già l'anno scorso Tronchetti, per
non perdere il controllo della Camfin, ha pre-ferito a un aumento di capitale l'emissione di
obbligazioni convertibili per 150 milioni al tas-so del 5,625 per cento.
In un capitalismo ermafrodita in cui tutti so-no azionisti di tutti (Pirelli di Mediobanca,
Mediobanca di Unicredit, Unicredit di Cam-fin, Camfin di Pirelli) le banche di sistema
hanno liquidato a peso d'oro Malacalza e con
un patto di sindacato (illegale in tutti i Paesi
più civili dell'Italia) hanno fissato che anche
per i prossimi 4 anni (dopo i trascorsi venti)
Tronchetti comanderà con i soldi degli altri.
Poi hanno scritto nei “patti parasociali” (co -me si definiscono gli accordi con cui “banche
di sistema” e “padroni delegati” fanno la festa
ai piccoli azionisti, detti anche parco buoi)
che il presidente della Pirelli si sdebiterà del
pensiero trovando tra quattro anni qualcuno
che si ricompri la Camfin al doppio del prez-zo pagato oggi dalle banche con il loro in-tervento “stabilizzatore”. Quel qualcuno
probabilmente pagherà le azioni Camfin con
soldi prestati da Intesa e Unicredit. Il numero
uno di Unicredit, Federico Ghizzoni ha di-feso l'operazione da accuse di “presunti fa-voritismi”: “Abbiamo fatto un'operazione di
mercato a prezzi di mercato, e con ritorni in-teressanti”. Un affare. Ghizzoni si è però di-menticato di spiegare che Camfin più la con-trollata Prelios più la Pirelli sono indebitate
con le banche, in primis Unicredit e Intesa,
per almeno due miliardi di euro. Quando ci
sarà da discutere un prestito con Tronchetti,
Ghizzoni penserà agli interessi della banca o
della “partecipata” Pirelli?
Nessuna logica di potere, assicura Tronchet-ti. Le banche, insieme al fondo privato Cles-sidra, “credono nel nostro progetto”. Ma se
in Italia la parola mercato fosse più di un gar-garismo da convegno, ci sarebbe una platea
di azionisti a dare la pagella al manager Tron-chetti e al suo “progetto”. Invece fa tutto da
solo, con la maggioranza dei voti garantita
dalle banche di sistema: si nomina, si assegna
lo stipendio, se lo arrotonda, propone, dispo-ne, si loda e si imbroda. Nei 13 anni dal 2000
al 2012 Tronchetti si è preso come stipendi e
premi dalle “sue” aziende quotate 140 milio-ni, alla media di 10,7 milioni all'anno, 30 mila
euro al giorno domeniche comprese. Mentre
Mediobanca, Intesa, Unicredit, Generali, Be-netton, Ligresti e via elencando tutto il sine-drio degli azionisti ubiqui, annuivano “a
condizioni di mercato”.
Dieci anni di insuccessi, da Telecom
a Prelios, con la Pirelli immobile
Che cosa ha fatto Tronchetti per essere uno
dei manager più pagati del mondo? Dal pun-to di vista dell'azionista di Pirelli – cioè di se
stesso – ha lavorato bene. Chi dieci anni fa
avesse comprato mille azioni Pirelli, al prez-zo di 650 euro, oggi si troverebbe in tasca
circa 1800 euro calcolando l'aumento di
prezzo, i dividendi incassati e l'assegna-zione delle azioni Prelios. Si tratta di
“creazione di valore”? No, secondo
Vittorio Malacalza, che all'ultima as-semblea della Camfin ha contestato
Tronchetti circa l'incremento di valo-re dell'investimento, “in quanto es-sendo di natura industriale impone
di considerare l'effettiva creazione
di valore al di là dei corsi di
Borsa”. Borsa a parte, Pi-relli nel 2003 control-lava Telecom Italia,
produceva pneuma-tici e cavi di gomma,
puntava a fare soldi
con gli immobili.
In questi dieci anni,
l'abilità di Tronchetti
non ha impedito a
Pirelli di vendere il
controllo di Telecom
rimettendoci oltre 3
miliardi di euro e di
dare via per per 1,2
miliardi la produzio-ne di cavi che, ab-bandonata a se stes-sa, ha preso il nome
di Prysmian, è diven-tata un colosso mon-diale con 8 miliardi di fatturato e vale in Borsa
3,3 miliardi. Per tacere di Prelios (ex Pirelli Re),
con le azioni a poco più di 70 centesimi mentre
dieci anni fa stavano sopra i 30 euro, mentre il
manager-azionista sodale di Tronchetti e ar-tefice del disastro, Carlo Puri Negri, si è inta-scato 57 milioni di emolumenti, “a prezzi di
mercato”, direbbe Ghizzoni. Dopo dieci anni
di cura Tronchetti l'impero Pirelli si è ridotto a
un produttore di nicchia di pneumatici di qua-lità. Il fatturato è sceso da 6,6 a 6,1 miliardi, il
capitale investito da 6,4 a 4,4 miliardi (significa
che l'azienda è più piccola), il patrimonio netto
da 3,6 a 2,4 (significa che l'azienda è più po-vera). I dipendenti sono gli stessi, 36 mila (ma
molto più spostati sull'estero) e le spese in ri-cerca e sviluppo sono calate da 204 a 179 mi-lioni, che significa in termini reali un taglio di
un terzo. Davanti a questi risultati (e trascu-rando la Telecom “spolpata”, come disse Fran-co Bernabè quando la ereditò nel 2008) c'è da
chiedersi se siano que-sti i cervelloni in grado
di insegnare ai politici,
in pensose interviste,
come portare il Paese
fuori dalla crisi econo-mica

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