leria Pacelli
C’
è Francesco Sto-race, le auto in-testate ad Al-leanza naziona-le, il Consiglio Regionale del
Lazio e una nutrita schiera di
pidiellini. Tutti citati nella lista
tenuta segreta per lungo tem-po nei cassetti dell'ufficio con-travvenzioni del comune di
Roma. Sono 1500 nomi, molti
eccellenti, che negli anni han-no avuto il privilegio di non
pagare le multe prese mentre
sfrecciavano con le loro auto
nelle strade romane. Quella li-sta però è finita agli atti del-l'inchiesta della procura di Ro-ma, che ha richiesto già il rin-vio a giudizio per quattro vigili
urbani ed un geometra accu-sati di concussione per la vi-cenda delle presunte mazzette
chieste ai fratelli Bernabei, ti-tolari di una enoteca a Traste-vere, dietro la minaccia di una
serie di controlli subordinati
ad un abuso edilizio. Il docu-mento integrale che Il Fatto
possiede riporta ben 1500 no-mi di persone che hanno avuto
il privilegio di non pagare le
multe. Amici di amici, politici,
imprenditori, ma anche gente
comune che approfittava non
si sa in cambio di cosa. Accan-to ai nomi, nella lista, non è
scritto l'importo esatto della
contravvenzione, ma sempli-cemente “verbale improcedi-bile”. Teoricamente, spiegano
gli inquirenti, le dichiarazioni
di improcedibilità nascono
dalla contestazione di cittadi-ni, ma di quel carteggio non c'è
più traccia. Di conseguenza,
non c’è possibilità per i ma-gistrati di agire contro i citati
anche perché chiunque po-trebbe asserire che si tratti di
un omonimo.
E così scorrendo la lista, spun-tano nomi eccellenti. Il primo
è Francesco Storace , candida-to leader de La Destra per le
scorse elezioni per la presiden-za della Regione Lazio, dove è
uscito sconfitto da Nicola Zin-garetti. Addirittura Alleanza
Nazionale ha fatto cestinare
una multa presa da un auto in-testata al partito.
Stesso discorso per qualche di-pendente del Consiglio regio-nale del Lazio, che ha appro-fittato del privilegio molte vol-te. Sono quaranta le multe in-testate ad auto del Consiglio
regionale.
E ancora. Nella lista c'è anche
Manuela Di Meglio, moglie di
Alessandro Cochidelegato allo
sport del comune di Roma,
che si è fatta annullare quattro
multe; Giovanni Serra, diretto-re del dipartimento mobilità e
trasporti del comune di Roma;
Monica Tagarelli , segretaria
del delegato allo Sport, e Clau-dio Giuliani , ex consigliere VII
Municipio per la lista civica di
Rutelli.
Esce fuori anche una multa in-testata a Nazzareno Cecinelli,
segretario generale del consi-glio regionale Lazio. Cecinelli
è finito al centro delle crona-che pochi mesi fa perché la
proroga della sua nomina in
Regione sarebbe avvenuta in
violazione delle disposizioni
legislative sull'affidamento di
incarichi dirigenziali a tempo
determinato. Proroga decisa
dai membri dell'Ufficio di Pre-sidenza della Regione Lazio,
come Mario Abbruzzese, pre-sidente, e Isabella Rauti -con-sigliere e moglie di Gianni
Alemanno- che insieme ai col-leghi è finita nel registro degli
indagati per concorso in abuso
d'ufficio.
Anche i membri del pdl non
disdegnavano la pratica che
regnava sovrana all'ufficio
contravvenzioni del comune.
Come l'onorevole Sestino Gia-co m o n i appena rieletto nella
circoscrizione di Lazio1. A se-guire Fabrizio Di Stefano , in
passato consigliere comuna'Abbruzzo, ex pdl, poi passa-to a dicembre 2012 con Igna-zio La Russa. E Fabio Sabba-tani Schiuma , uno degli esclusi
eccellenti del centrodestra ro-mana alle scorse elezioni. E
per concludere nella lista ci so-no anche i nomi di Carlo Ori-chuia, dirigente Rai, di Mau-rizio Mattei, ex arbitro, oggi
dirigente della Federazione
italiana gioco calcio, L u d ov i co
Maria Todini, imprenditore e
padre di Luisa Todini, membro
del consiglio di amministra-zione Rai. E per finire, sono
circa 42 le multe che farebbero
riferimento a Forno Roscioli,
della nota famiglia romana
Roscioli.
I magistrati romani non sa-pranno mai l’importo delle
multe, tantomeno il perchè tilare una lista, conservando-la. Durante la gestione Ale-manno tutto questo era pos-sibile. Molti agivano indistur-bati, altri ne approfittavano.
Le spese, con conseguenze
danno erariale, sono finite sot-to la lente della Corte dei conti
che ha aperto un’indagine.
domenica 23 giugno 2013
Gli sprechi stellari dell’Agenzia spaziale SAFARI IN KENYA, GENTE PAGATA 290 EURO L’ORA. IL PRESIDENTE SAGGESE SI È AUTONOMINATO AL VERTICE DI UNA CONTROLLATA
i sono le false consu-lenze, i viaggi pre-mio con Safari in-corporato a Malindi
e persino un contratto stipu-lato con Finmeccanicca. Tutto
sotto la lente d'ingrandimento
dei magistrati romani che
stanno indagando sull'Agen-zia Spaziale Italiana, un ente
statale che gestisce ogni anno
700 milioni di euro.
GIÀ UN ANNOfa, l'ex ministro
dell'Istruzione e della Ricerca
Francesco Profumo aveva
chiesto all'agenzia spaziale
maggiore trasparenza soprat-tutto in tema di nomine, ri-chiedendo di avviare la proce-dura della gara pubblica. A
scuotere l'allora ministro, la vi-cenda dello stesso Enrico Sag-gese, presidente attuale dell'A-si, ex dirigente di Finmeccani-ca durante la gestione Guar-guaglini. Nonostante la presi-denza dell'Asi, lo scorso no-vembre Enrico Saggese ha no-minato se stesso anche alla
presidenza della Cira, il centro
italiano ricerca aerospaziale,
con sede a Capua, che dell'A-genzia Spaziale è una control-lata.
Dal novembre scorso ad oggi,
stando alla denuncia finita sul-la scrivania del pm Paolo Ielo,
non è cambiato molto. L'in-chiesta è ancora in una fase ini-ziale, e per adesso non ci sono
né indagati né ipotesi di reato,
anche se si è decisi a far chia-rezza una volta per tutte sulla
gestione dell'Ente, anche in
passato al centro delle polemi-che per le spese.
“I dipendenti dell'Asi – è scrit-to nella denuncia - assistono
da tempo, con crescente scon-certo, alla dissipazione di ri-sorse pubbliche ed alla gestio-ne privatistica che viene fatta
dagli organi societari. In par-ticolare è diventato sempre più
intollerabile il "patto scellera-to" che si è stretto tra questo
Presidente (Enrico Saggese) ed
il Collegio dei Revisori dei
Conti che, mentre sembrano
essere attenti e pignoli, nella
realtà tollerano, per interessi
personali incomprensibili, le
condotte illecite del Presidente
e della parte del Cda che lo
spalleggia”. Che questo “patto
scellerato” come lo definisco-no i legali nella denuncia, esi-sta davvero è tutto da verifi-care.
E IL POOL di avvocati che ha
firmato l'esposto cita i casi in
cui quel denaro pubblico sa-rebbe stato sprecato. Il primo
riguarda un contratto tra Asi e
Finmeccanica stipulato il 7 lu-glio 2011. Il contratto prevede
le prestazioni di cinque dipen-denti di Finmeccanica per Asi.
Si tratta di un Executive ma-nager, 3 program manager e
un assistant, ossia una segre-teria.
Lo scopo della convenzione è
quello di “esaminare la possi-bilità di costituire specifiche
società tra soggetti pubblici e
privati, con la partecipazione
Asi (..) La Convenzione tende
a permettere da parte dell'Asi
l'utilizzo sinergico di risorse e
competenze esistenti presso la
Finmeccanica attraverso l''im-pegno, a titolo oneroso, di ri-sorse qualificate, dipendenti
da aziende del gruppo Fin-meccanica”.
Non è molto chiaro cosa fac-ciano concretamente i cinque
profili richiesti; lo è molto di
più il compenso: 500 mila euro
l'anno, più cinquanta mila eu-ro per il rimborso spese. La ci-fra si riferisce al costo totale
per Asi di tutti e cinque i pro-fili. “Asi –scrivono i denun-cianti- paga una cifra iperbo-lica (290 euro ogni ora) per al-cune persone Finmeccanica
(che non si capisce quale men-zione abbiamo)”.
ADESSO QUESTO contratto è
finito al vaglio degli inquirenti.
Come pure le altre spese di cui
si parla nella denuncia. Tra
queste il “Viaggio premio con
Safari incorporato a Malindi in
Kenya che l'agenzia spaziale ha
pagato ad un dipendente, il
rimborso auto dalla Calabria
per un altro, e i buoni pasto che
alcuni si fanno consegnare per
tutti i giorni del mese, anche se
vengono sporadicamente”.
Per non parlare delle consu-lenze, che nella denuncia sono
definite “inutili” e che sareb-bero affidate “solo ad amici e
solidali”, come quelle per gli
studi legali che costano all'Asi
70 mila euro l'anno per un solo
avvocato.
L'ufficio stampa dell'Ente,
contattato da Il Fatto , smentisce
e chiarisce “Abbiamo una base
storica a Malindi. Nel 2011 il
collegio di revisori dei conti è
andato lì per un giro ispettivo.
Sul Safari non c'è dubbio che
sia falso”. Ma giustificheranno
tutto ai magistrat
e persino un contratto stipu-lato con Finmeccanicca. Tutto
sotto la lente d'ingrandimento
dei magistrati romani che
stanno indagando sull'Agen-zia Spaziale Italiana, un ente
statale che gestisce ogni anno
700 milioni di euro.
GIÀ UN ANNOfa, l'ex ministro
dell'Istruzione e della Ricerca
Francesco Profumo aveva
chiesto all'agenzia spaziale
maggiore trasparenza soprat-tutto in tema di nomine, ri-chiedendo di avviare la proce-dura della gara pubblica. A
scuotere l'allora ministro, la vi-cenda dello stesso Enrico Sag-gese, presidente attuale dell'A-si, ex dirigente di Finmeccani-ca durante la gestione Guar-guaglini. Nonostante la presi-denza dell'Asi, lo scorso no-vembre Enrico Saggese ha no-minato se stesso anche alla
presidenza della Cira, il centro
italiano ricerca aerospaziale,
con sede a Capua, che dell'A-genzia Spaziale è una control-lata.
Dal novembre scorso ad oggi,
stando alla denuncia finita sul-la scrivania del pm Paolo Ielo,
non è cambiato molto. L'in-chiesta è ancora in una fase ini-ziale, e per adesso non ci sono
né indagati né ipotesi di reato,
anche se si è decisi a far chia-rezza una volta per tutte sulla
gestione dell'Ente, anche in
passato al centro delle polemi-che per le spese.
“I dipendenti dell'Asi – è scrit-to nella denuncia - assistono
da tempo, con crescente scon-certo, alla dissipazione di ri-sorse pubbliche ed alla gestio-ne privatistica che viene fatta
dagli organi societari. In par-ticolare è diventato sempre più
intollerabile il "patto scellera-to" che si è stretto tra questo
Presidente (Enrico Saggese) ed
il Collegio dei Revisori dei
Conti che, mentre sembrano
essere attenti e pignoli, nella
realtà tollerano, per interessi
personali incomprensibili, le
condotte illecite del Presidente
e della parte del Cda che lo
spalleggia”. Che questo “patto
scellerato” come lo definisco-no i legali nella denuncia, esi-sta davvero è tutto da verifi-care.
E IL POOL di avvocati che ha
firmato l'esposto cita i casi in
cui quel denaro pubblico sa-rebbe stato sprecato. Il primo
riguarda un contratto tra Asi e
Finmeccanica stipulato il 7 lu-glio 2011. Il contratto prevede
le prestazioni di cinque dipen-denti di Finmeccanica per Asi.
Si tratta di un Executive ma-nager, 3 program manager e
un assistant, ossia una segre-teria.
Lo scopo della convenzione è
quello di “esaminare la possi-bilità di costituire specifiche
società tra soggetti pubblici e
privati, con la partecipazione
Asi (..) La Convenzione tende
a permettere da parte dell'Asi
l'utilizzo sinergico di risorse e
competenze esistenti presso la
Finmeccanica attraverso l''im-pegno, a titolo oneroso, di ri-sorse qualificate, dipendenti
da aziende del gruppo Fin-meccanica”.
Non è molto chiaro cosa fac-ciano concretamente i cinque
profili richiesti; lo è molto di
più il compenso: 500 mila euro
l'anno, più cinquanta mila eu-ro per il rimborso spese. La ci-fra si riferisce al costo totale
per Asi di tutti e cinque i pro-fili. “Asi –scrivono i denun-cianti- paga una cifra iperbo-lica (290 euro ogni ora) per al-cune persone Finmeccanica
(che non si capisce quale men-zione abbiamo)”.
ADESSO QUESTO contratto è
finito al vaglio degli inquirenti.
Come pure le altre spese di cui
si parla nella denuncia. Tra
queste il “Viaggio premio con
Safari incorporato a Malindi in
Kenya che l'agenzia spaziale ha
pagato ad un dipendente, il
rimborso auto dalla Calabria
per un altro, e i buoni pasto che
alcuni si fanno consegnare per
tutti i giorni del mese, anche se
vengono sporadicamente”.
Per non parlare delle consu-lenze, che nella denuncia sono
definite “inutili” e che sareb-bero affidate “solo ad amici e
solidali”, come quelle per gli
studi legali che costano all'Asi
70 mila euro l'anno per un solo
avvocato.
L'ufficio stampa dell'Ente,
contattato da Il Fatto , smentisce
e chiarisce “Abbiamo una base
storica a Malindi. Nel 2011 il
collegio di revisori dei conti è
andato lì per un giro ispettivo.
Sul Safari non c'è dubbio che
sia falso”. Ma giustificheranno
tutto ai magistrat
IL GRANDE FRATELLO AMERICANO: LA POLIZIA ARCHIVIA ANCHE I DNA POLEMICA SULLA RACCOLTA DI CAMPIONI DALLE PERSONE ARRESTATE SI AGGIUNGE AL CASO SNOWDEN: UNA ONG PER I DIRITTI CIVILI QUERELA IL GOVERNO
’
era una volta l’Fbi e i
suoi metodi di inda-gine da film hol-lywoodiano con file
“top secret” persino per la polizia,
quella “locale”; quella fatta di
agenti che lo schermo ha reso
spesso famosi, con bicchieri di
caffè sempre in mano e insegui-menti rocamboleschi su autostra-de piene di traffico. Oggi, invece,
in un periodo in cui l’America
scopre che George Orwell, in fon-do, ci aveva visto benissimo e il
“ Big Brother” è attivo da sempre e
gode di ottima salute, l’agente del
New York Police Department si
ritrova con una archivio di ben
11mila profili di indagati per cri-mini diversi, che includono anche
il fatidico Dna, capace di inchio-dare, in maniera definitiva sospet-tati con poche prove a carico. Il
punto, che sta creando polemiche
in questi giorni, è che spesso i
campioni di Dna sono prelevati (e
archiviati) dalla polizia senza il
permesso dell’indagato. Addirit-tura, nella contea di Orange
County, in California, dove i file a
disposizione del procuratore di-strettuale sono 90mila, il Dna è
“merce di contrattazione” per av-vocati di basso livello che lo of-frono in cambio di pene molto
leggere per i loro clienti. Fino a
qualche anno fa, questo tipo di in-formazioni era, appunto, in pos-sesso solo dell’Fbi che oggi si trova
scavalcata, nei metodi (approssi-mativi) e nella quantità, da quasi
tutti i distretti di polizia locali.
UNA TENDENZA, peraltro, desti-nata a diventare sempre più am-pia, soprattutto dopo la recente
decisione della Corte Suprema,
che ha confermato la legittimità di
una norma approvata in Ma-ryland, che consente alle autorità
dello Stato, di raccogliere campio-ni di Dna dalle persone arrestate
per crimini gravi. Insomma, sem-bra proprio che in queste settima-ne gli Stati Uniti stiano abdicando
sempre di più alla loro storica e
infaticabile difesa del diritto della
privacy che “motivi di sicurezza”
fanno apparire un “bene seconda-rio” per i cittadini. Non la pensano
affatto così all’Aclu (American ci-vil liberties union), l’organizzazio -ne non governativa per la difesa
dei diritti civili e le libertà indi-viduali che ha denunciato il go-verno degli Stati Uniti per l’inco -stituzonalità del programma di
controllo dei dati telefonici messo
in atto dalla Nsa, denunciato gior-ni fa dal G u a rd i a n . “Le informazio-ni in nostro possesso oggi – ci dice
Alex Abdo, avvocato dell’Aclu
proprio nel campo della sicurezza
nazionale – ci permettono di apri-re non solo un dibattito pressante
nel Paese ma anche di portarlo al-l’attenzione della Corte. Sin dalla
ratifica del Patriot Act del 2003, da
noi sempre criticato, abbiamo
chiesto conto al governo di questi
controlli ricevendo sempre una ri-sposta negativa, come se le nostre
fossero solo speculazioni. Oggi,
invece, abbiamo delle conferme
che tutto era vero e, per questo,
possiamo chiedere legalmente del-le risposte”. E non convince la po-sizione della Nsa che difende la suatrategia come strumento per
sventare atti di terrorismo. “La do-manda è una – continua Abdo –:
era proprio necessario che il go-verno arrivasse a tanto? Per com-battere il terrorismo bisogna fo-calizzarsi sui terroristi e non con-trollare milioni di cittadini violan-done la privacy, riconosciuta dalla
nostra Costituzione. Il fatto è che
negli ultimi decenni la tecnologia
ha fatto progressi tali da rendere
molto semplice quest’azione di
controllo; molto più semplice dei
metodi di indagine ai quali era-vamo abituati”.
UNA TENDENZA, dunque, che la
denuncia dell’organizzazione spe-ra di bloccare anche grazie al quel
dibattito che lo stesso Obama ha
detto di voler aprire. “C’è una dif-ferenza fra un senatore impegnato
per i diritti civili e un commander in
chief – conclude Abdo – Quest’ul -timo tenderà sempre ad agire il
suo potere fino all’estremo. Eppu-re, sono ottimista e credo nella vo-lontà del presidente di voler af-frontare seriamente questo te-m
era una volta l’Fbi e i
suoi metodi di inda-gine da film hol-lywoodiano con file
“top secret” persino per la polizia,
quella “locale”; quella fatta di
agenti che lo schermo ha reso
spesso famosi, con bicchieri di
caffè sempre in mano e insegui-menti rocamboleschi su autostra-de piene di traffico. Oggi, invece,
in un periodo in cui l’America
scopre che George Orwell, in fon-do, ci aveva visto benissimo e il
“ Big Brother” è attivo da sempre e
gode di ottima salute, l’agente del
New York Police Department si
ritrova con una archivio di ben
11mila profili di indagati per cri-mini diversi, che includono anche
il fatidico Dna, capace di inchio-dare, in maniera definitiva sospet-tati con poche prove a carico. Il
punto, che sta creando polemiche
in questi giorni, è che spesso i
campioni di Dna sono prelevati (e
archiviati) dalla polizia senza il
permesso dell’indagato. Addirit-tura, nella contea di Orange
County, in California, dove i file a
disposizione del procuratore di-strettuale sono 90mila, il Dna è
“merce di contrattazione” per av-vocati di basso livello che lo of-frono in cambio di pene molto
leggere per i loro clienti. Fino a
qualche anno fa, questo tipo di in-formazioni era, appunto, in pos-sesso solo dell’Fbi che oggi si trova
scavalcata, nei metodi (approssi-mativi) e nella quantità, da quasi
tutti i distretti di polizia locali.
UNA TENDENZA, peraltro, desti-nata a diventare sempre più am-pia, soprattutto dopo la recente
decisione della Corte Suprema,
che ha confermato la legittimità di
una norma approvata in Ma-ryland, che consente alle autorità
dello Stato, di raccogliere campio-ni di Dna dalle persone arrestate
per crimini gravi. Insomma, sem-bra proprio che in queste settima-ne gli Stati Uniti stiano abdicando
sempre di più alla loro storica e
infaticabile difesa del diritto della
privacy che “motivi di sicurezza”
fanno apparire un “bene seconda-rio” per i cittadini. Non la pensano
affatto così all’Aclu (American ci-vil liberties union), l’organizzazio -ne non governativa per la difesa
dei diritti civili e le libertà indi-viduali che ha denunciato il go-verno degli Stati Uniti per l’inco -stituzonalità del programma di
controllo dei dati telefonici messo
in atto dalla Nsa, denunciato gior-ni fa dal G u a rd i a n . “Le informazio-ni in nostro possesso oggi – ci dice
Alex Abdo, avvocato dell’Aclu
proprio nel campo della sicurezza
nazionale – ci permettono di apri-re non solo un dibattito pressante
nel Paese ma anche di portarlo al-l’attenzione della Corte. Sin dalla
ratifica del Patriot Act del 2003, da
noi sempre criticato, abbiamo
chiesto conto al governo di questi
controlli ricevendo sempre una ri-sposta negativa, come se le nostre
fossero solo speculazioni. Oggi,
invece, abbiamo delle conferme
che tutto era vero e, per questo,
possiamo chiedere legalmente del-le risposte”. E non convince la po-sizione della Nsa che difende la suatrategia come strumento per
sventare atti di terrorismo. “La do-manda è una – continua Abdo –:
era proprio necessario che il go-verno arrivasse a tanto? Per com-battere il terrorismo bisogna fo-calizzarsi sui terroristi e non con-trollare milioni di cittadini violan-done la privacy, riconosciuta dalla
nostra Costituzione. Il fatto è che
negli ultimi decenni la tecnologia
ha fatto progressi tali da rendere
molto semplice quest’azione di
controllo; molto più semplice dei
metodi di indagine ai quali era-vamo abituati”.
UNA TENDENZA, dunque, che la
denuncia dell’organizzazione spe-ra di bloccare anche grazie al quel
dibattito che lo stesso Obama ha
detto di voler aprire. “C’è una dif-ferenza fra un senatore impegnato
per i diritti civili e un commander in
chief – conclude Abdo – Quest’ul -timo tenderà sempre ad agire il
suo potere fino all’estremo. Eppu-re, sono ottimista e credo nella vo-lontà del presidente di voler af-frontare seriamente questo te-m
T RO N C H E T T I , PIRELLI SPOLPATA DAL PADRONE D E L EG ATO
Meletti
M
arco Tronchetti Prove-ra è mitologico per la
quantità di denaro che
intasca comunque va-dano le sue aziende. Ma
anche per la sua natura
doppia. Egli è il proprietario delegato, il ma-nager di controllo, il padrone di riferimento.
Un ossimoro tappezzato Caraceni, un mino-tauro, padrone quando deve comandare,
manager quando parla dei suoi stipendi.
Tronchetti è il simbolo di un capitalismo de-vastato dai conflitti d'interesse. Negli anni 90
lo chiamavano “il nuovo Agnelli”, adesso in-carna la sorte infausta del “capitalismo di re-lazione”, un’oligarchia che facendosi gli af-fari suoi sta trascinando nel baratro centinaia
di migliaia di posti di lavoro.
Il soccorso interessato
delle banche “di sistema”
La settimana scorsa, Intesa Sanpaolo e Unicre-dit, le due maggiori banche italiane, hanno de-ciso di investire 230 milioni di euro per diven-tare azionisti della Camfin, la scatola cinese
grazie alla quale Tronchetti comanda sulla Pi-relli con il 4-5 per cento del capitale, mentre il
restante 95 per cento ce lo mettono altri. Perché
investire nel controllo di un'azienda sana quan-do si chiudono i rubinetti per le aziende dav-vero bisognose di sostegno? Semplice. Senza
l'intervento delle banche, il controllo della Pi-relli sarebbe finito a Vittorio Malacalza, il socio
pronto a mettere in Camfin i soldi che Tron-chetti non aveva. Tirare fuori i propri denari è
peccato mortale per il trogloditico sistema di
potere bancocentrico (denunciato già anni fa
addirittura da Mario Monti): il padrone i soldi
deve tenerli all’estero, se li ha, nell’azienda ce li
deve mettere la banca, che così la spolperà esi-gendo interessi esosi. Nel 2012, anno conside-rato molto soddisfacente, la Pirelli ha dato 152
milioni di dividendo agli azionisti e 141 milioni
di interessi alle banche, al tasso medio del 5,79
per cento. Già l'anno scorso Tronchetti, per
non perdere il controllo della Camfin, ha pre-ferito a un aumento di capitale l'emissione di
obbligazioni convertibili per 150 milioni al tas-so del 5,625 per cento.
In un capitalismo ermafrodita in cui tutti so-no azionisti di tutti (Pirelli di Mediobanca,
Mediobanca di Unicredit, Unicredit di Cam-fin, Camfin di Pirelli) le banche di sistema
hanno liquidato a peso d'oro Malacalza e con
un patto di sindacato (illegale in tutti i Paesi
più civili dell'Italia) hanno fissato che anche
per i prossimi 4 anni (dopo i trascorsi venti)
Tronchetti comanderà con i soldi degli altri.
Poi hanno scritto nei “patti parasociali” (co -me si definiscono gli accordi con cui “banche
di sistema” e “padroni delegati” fanno la festa
ai piccoli azionisti, detti anche parco buoi)
che il presidente della Pirelli si sdebiterà del
pensiero trovando tra quattro anni qualcuno
che si ricompri la Camfin al doppio del prez-zo pagato oggi dalle banche con il loro in-tervento “stabilizzatore”. Quel qualcuno
probabilmente pagherà le azioni Camfin con
soldi prestati da Intesa e Unicredit. Il numero
uno di Unicredit, Federico Ghizzoni ha di-feso l'operazione da accuse di “presunti fa-voritismi”: “Abbiamo fatto un'operazione di
mercato a prezzi di mercato, e con ritorni in-teressanti”. Un affare. Ghizzoni si è però di-menticato di spiegare che Camfin più la con-trollata Prelios più la Pirelli sono indebitate
con le banche, in primis Unicredit e Intesa,
per almeno due miliardi di euro. Quando ci
sarà da discutere un prestito con Tronchetti,
Ghizzoni penserà agli interessi della banca o
della “partecipata” Pirelli?
Nessuna logica di potere, assicura Tronchet-ti. Le banche, insieme al fondo privato Cles-sidra, “credono nel nostro progetto”. Ma se
in Italia la parola mercato fosse più di un gar-garismo da convegno, ci sarebbe una platea
di azionisti a dare la pagella al manager Tron-chetti e al suo “progetto”. Invece fa tutto da
solo, con la maggioranza dei voti garantita
dalle banche di sistema: si nomina, si assegna
lo stipendio, se lo arrotonda, propone, dispo-ne, si loda e si imbroda. Nei 13 anni dal 2000
al 2012 Tronchetti si è preso come stipendi e
premi dalle “sue” aziende quotate 140 milio-ni, alla media di 10,7 milioni all'anno, 30 mila
euro al giorno domeniche comprese. Mentre
Mediobanca, Intesa, Unicredit, Generali, Be-netton, Ligresti e via elencando tutto il sine-drio degli azionisti ubiqui, annuivano “a
condizioni di mercato”.
Dieci anni di insuccessi, da Telecom
a Prelios, con la Pirelli immobile
Che cosa ha fatto Tronchetti per essere uno
dei manager più pagati del mondo? Dal pun-to di vista dell'azionista di Pirelli – cioè di se
stesso – ha lavorato bene. Chi dieci anni fa
avesse comprato mille azioni Pirelli, al prez-zo di 650 euro, oggi si troverebbe in tasca
circa 1800 euro calcolando l'aumento di
prezzo, i dividendi incassati e l'assegna-zione delle azioni Prelios. Si tratta di
“creazione di valore”? No, secondo
Vittorio Malacalza, che all'ultima as-semblea della Camfin ha contestato
Tronchetti circa l'incremento di valo-re dell'investimento, “in quanto es-sendo di natura industriale impone
di considerare l'effettiva creazione
di valore al di là dei corsi di
Borsa”. Borsa a parte, Pi-relli nel 2003 control-lava Telecom Italia,
produceva pneuma-tici e cavi di gomma,
puntava a fare soldi
con gli immobili.
In questi dieci anni,
l'abilità di Tronchetti
non ha impedito a
Pirelli di vendere il
controllo di Telecom
rimettendoci oltre 3
miliardi di euro e di
dare via per per 1,2
miliardi la produzio-ne di cavi che, ab-bandonata a se stes-sa, ha preso il nome
di Prysmian, è diven-tata un colosso mon-diale con 8 miliardi di fatturato e vale in Borsa
3,3 miliardi. Per tacere di Prelios (ex Pirelli Re),
con le azioni a poco più di 70 centesimi mentre
dieci anni fa stavano sopra i 30 euro, mentre il
manager-azionista sodale di Tronchetti e ar-tefice del disastro, Carlo Puri Negri, si è inta-scato 57 milioni di emolumenti, “a prezzi di
mercato”, direbbe Ghizzoni. Dopo dieci anni
di cura Tronchetti l'impero Pirelli si è ridotto a
un produttore di nicchia di pneumatici di qua-lità. Il fatturato è sceso da 6,6 a 6,1 miliardi, il
capitale investito da 6,4 a 4,4 miliardi (significa
che l'azienda è più piccola), il patrimonio netto
da 3,6 a 2,4 (significa che l'azienda è più po-vera). I dipendenti sono gli stessi, 36 mila (ma
molto più spostati sull'estero) e le spese in ri-cerca e sviluppo sono calate da 204 a 179 mi-lioni, che significa in termini reali un taglio di
un terzo. Davanti a questi risultati (e trascu-rando la Telecom “spolpata”, come disse Fran-co Bernabè quando la ereditò nel 2008) c'è da
chiedersi se siano que-sti i cervelloni in grado
di insegnare ai politici,
in pensose interviste,
come portare il Paese
fuori dalla crisi econo-mica
M
arco Tronchetti Prove-ra è mitologico per la
quantità di denaro che
intasca comunque va-dano le sue aziende. Ma
anche per la sua natura
doppia. Egli è il proprietario delegato, il ma-nager di controllo, il padrone di riferimento.
Un ossimoro tappezzato Caraceni, un mino-tauro, padrone quando deve comandare,
manager quando parla dei suoi stipendi.
Tronchetti è il simbolo di un capitalismo de-vastato dai conflitti d'interesse. Negli anni 90
lo chiamavano “il nuovo Agnelli”, adesso in-carna la sorte infausta del “capitalismo di re-lazione”, un’oligarchia che facendosi gli af-fari suoi sta trascinando nel baratro centinaia
di migliaia di posti di lavoro.
Il soccorso interessato
delle banche “di sistema”
La settimana scorsa, Intesa Sanpaolo e Unicre-dit, le due maggiori banche italiane, hanno de-ciso di investire 230 milioni di euro per diven-tare azionisti della Camfin, la scatola cinese
grazie alla quale Tronchetti comanda sulla Pi-relli con il 4-5 per cento del capitale, mentre il
restante 95 per cento ce lo mettono altri. Perché
investire nel controllo di un'azienda sana quan-do si chiudono i rubinetti per le aziende dav-vero bisognose di sostegno? Semplice. Senza
l'intervento delle banche, il controllo della Pi-relli sarebbe finito a Vittorio Malacalza, il socio
pronto a mettere in Camfin i soldi che Tron-chetti non aveva. Tirare fuori i propri denari è
peccato mortale per il trogloditico sistema di
potere bancocentrico (denunciato già anni fa
addirittura da Mario Monti): il padrone i soldi
deve tenerli all’estero, se li ha, nell’azienda ce li
deve mettere la banca, che così la spolperà esi-gendo interessi esosi. Nel 2012, anno conside-rato molto soddisfacente, la Pirelli ha dato 152
milioni di dividendo agli azionisti e 141 milioni
di interessi alle banche, al tasso medio del 5,79
per cento. Già l'anno scorso Tronchetti, per
non perdere il controllo della Camfin, ha pre-ferito a un aumento di capitale l'emissione di
obbligazioni convertibili per 150 milioni al tas-so del 5,625 per cento.
In un capitalismo ermafrodita in cui tutti so-no azionisti di tutti (Pirelli di Mediobanca,
Mediobanca di Unicredit, Unicredit di Cam-fin, Camfin di Pirelli) le banche di sistema
hanno liquidato a peso d'oro Malacalza e con
un patto di sindacato (illegale in tutti i Paesi
più civili dell'Italia) hanno fissato che anche
per i prossimi 4 anni (dopo i trascorsi venti)
Tronchetti comanderà con i soldi degli altri.
Poi hanno scritto nei “patti parasociali” (co -me si definiscono gli accordi con cui “banche
di sistema” e “padroni delegati” fanno la festa
ai piccoli azionisti, detti anche parco buoi)
che il presidente della Pirelli si sdebiterà del
pensiero trovando tra quattro anni qualcuno
che si ricompri la Camfin al doppio del prez-zo pagato oggi dalle banche con il loro in-tervento “stabilizzatore”. Quel qualcuno
probabilmente pagherà le azioni Camfin con
soldi prestati da Intesa e Unicredit. Il numero
uno di Unicredit, Federico Ghizzoni ha di-feso l'operazione da accuse di “presunti fa-voritismi”: “Abbiamo fatto un'operazione di
mercato a prezzi di mercato, e con ritorni in-teressanti”. Un affare. Ghizzoni si è però di-menticato di spiegare che Camfin più la con-trollata Prelios più la Pirelli sono indebitate
con le banche, in primis Unicredit e Intesa,
per almeno due miliardi di euro. Quando ci
sarà da discutere un prestito con Tronchetti,
Ghizzoni penserà agli interessi della banca o
della “partecipata” Pirelli?
Nessuna logica di potere, assicura Tronchet-ti. Le banche, insieme al fondo privato Cles-sidra, “credono nel nostro progetto”. Ma se
in Italia la parola mercato fosse più di un gar-garismo da convegno, ci sarebbe una platea
di azionisti a dare la pagella al manager Tron-chetti e al suo “progetto”. Invece fa tutto da
solo, con la maggioranza dei voti garantita
dalle banche di sistema: si nomina, si assegna
lo stipendio, se lo arrotonda, propone, dispo-ne, si loda e si imbroda. Nei 13 anni dal 2000
al 2012 Tronchetti si è preso come stipendi e
premi dalle “sue” aziende quotate 140 milio-ni, alla media di 10,7 milioni all'anno, 30 mila
euro al giorno domeniche comprese. Mentre
Mediobanca, Intesa, Unicredit, Generali, Be-netton, Ligresti e via elencando tutto il sine-drio degli azionisti ubiqui, annuivano “a
condizioni di mercato”.
Dieci anni di insuccessi, da Telecom
a Prelios, con la Pirelli immobile
Che cosa ha fatto Tronchetti per essere uno
dei manager più pagati del mondo? Dal pun-to di vista dell'azionista di Pirelli – cioè di se
stesso – ha lavorato bene. Chi dieci anni fa
avesse comprato mille azioni Pirelli, al prez-zo di 650 euro, oggi si troverebbe in tasca
circa 1800 euro calcolando l'aumento di
prezzo, i dividendi incassati e l'assegna-zione delle azioni Prelios. Si tratta di
“creazione di valore”? No, secondo
Vittorio Malacalza, che all'ultima as-semblea della Camfin ha contestato
Tronchetti circa l'incremento di valo-re dell'investimento, “in quanto es-sendo di natura industriale impone
di considerare l'effettiva creazione
di valore al di là dei corsi di
Borsa”. Borsa a parte, Pi-relli nel 2003 control-lava Telecom Italia,
produceva pneuma-tici e cavi di gomma,
puntava a fare soldi
con gli immobili.
In questi dieci anni,
l'abilità di Tronchetti
non ha impedito a
Pirelli di vendere il
controllo di Telecom
rimettendoci oltre 3
miliardi di euro e di
dare via per per 1,2
miliardi la produzio-ne di cavi che, ab-bandonata a se stes-sa, ha preso il nome
di Prysmian, è diven-tata un colosso mon-diale con 8 miliardi di fatturato e vale in Borsa
3,3 miliardi. Per tacere di Prelios (ex Pirelli Re),
con le azioni a poco più di 70 centesimi mentre
dieci anni fa stavano sopra i 30 euro, mentre il
manager-azionista sodale di Tronchetti e ar-tefice del disastro, Carlo Puri Negri, si è inta-scato 57 milioni di emolumenti, “a prezzi di
mercato”, direbbe Ghizzoni. Dopo dieci anni
di cura Tronchetti l'impero Pirelli si è ridotto a
un produttore di nicchia di pneumatici di qua-lità. Il fatturato è sceso da 6,6 a 6,1 miliardi, il
capitale investito da 6,4 a 4,4 miliardi (significa
che l'azienda è più piccola), il patrimonio netto
da 3,6 a 2,4 (significa che l'azienda è più po-vera). I dipendenti sono gli stessi, 36 mila (ma
molto più spostati sull'estero) e le spese in ri-cerca e sviluppo sono calate da 204 a 179 mi-lioni, che significa in termini reali un taglio di
un terzo. Davanti a questi risultati (e trascu-rando la Telecom “spolpata”, come disse Fran-co Bernabè quando la ereditò nel 2008) c'è da
chiedersi se siano que-sti i cervelloni in grado
di insegnare ai politici,
in pensose interviste,
come portare il Paese
fuori dalla crisi econo-mica
Calatrava, il grande inganno DAL FLOP DELLA STAZIONE MEDIOPADANA (79 MILIONI DI EURO, CI PIOVE DENTRO) AL PONTE DELLA COSTITUZIONE DI VENEZIA. IN SPAGNA A SENTIRE IL NOME DELL’ARCHITETTO, I SINDACI SCAPPANO
nsomma, ma che volete. Lui Santiago
Calatrava, archistar mondiale (ha fir-mato opere come la Città delle arti e
delle scienze di Valencia, l’Auditorium
di Tenerife, il Ponte della Costituzione
di Venezia), l’aveva detto chiaro e ton-do, in un recente incontro ai Musei Va-ticani: “La stazione è un non luogo che
proprio nella sua fragilità e inconsi-stenza trova il suo elemento poetico”. E
dunque, pazienza se nella nuova sta-zione Tav Mediopadana di Reggio
Emilia, a un giorno dall’inaugurazio -ne, ci piove dentro, perché l’acqua at-traversa i 483 metri di onde bianche
che delineano la costruzione dell’ar -chitetto valenciano (costata 79 milioni
di euro, per 14.000 tonnellate di ac-ciaio, una volta e mezzo il peso della
Tour Eiffel). Sarà perché gli operai non
hanno isolato i vetri col silicone, e si è
preferito far partire subito la stazione,
dicono gli ingegneri del comune. Ma
mentre le Ferrovie dello Stato si sono
precipitate a dichiarare che l’incidente
“non ha a che fare con un problema
strutturale”, lui, l’architetto dal cogno-me profetico alla cerimonia d’inaugu -razione ripeteva sereno “io sono solo
un piccolo ingranaggio orgoglioso del-lo spirito che avete avuto”.
LO SPIRITO È TUTTO, per questo ar-chitetto-ingegnere per il quale “le pure
tecniche non bastano da sole, sono il
vassoio di cui si serve il lirismo”. Ed è
per questo, forse, che la sua fama ormai
è legata alla scarsa tenuta degli edifici e
alla sua abilità a far raddoppiare i bi-lanci (pare che in Spagna a sentire il suo
nome ci sia un fuggi fuggi tra i sindaci).
Lo scorso marzo, la Generalitat, l’ente
regionale della Comunità valenziana,
ha riscontrato difetti strutturali nella
copertura del Palazzo delle arti e della
scienza di Valencia, costato 6 milioni di
euro. Nel 2006 è la volta del crollo delle
gradinate del Palazzo dei Congressi di
Oviedo, per il quale la magistratura ha
condannato Calatrava a una multa da
3,2 milioni di euro, causa “patologie
tecniche”. Persino a Gerusalemme, cit-tà dell’anima, il suo Ponte delle corde,
una struttura imponente a forma di Ar-pa di re di Davide utilizzata per il tran-sito di una metropolitana leggera, è sta-ta al centro di feroci polemiche, mentre
lui spiegava tranquillo di non essere si-curo che “il ponte avrebbe retto al peso
della ferrovia”. In Italia, dove Calatrava
è una star bipartisan – l’immagine del
Ponte sull’autostrada, sempre a Reggio
Emilia, è stata concessa dal Comune sia
a Fabio Filippi del Pdl che alla festa na-zionale del Pd, provocando una lite – il
suo nome è celebre per la spettacolare
vicenda del Ponte della Costituzione di
Venezia, costi lievitati da 4 milioni a 10,
per il quale l’architetto è stato citato in
giudizio per il 13 novembre dalla Corte
dei Conti, che ha chiesto un risarci-mento di oltre 1 milione.
CARENZE PROGETTUALI, cadute dei
passanti, decine di cause al Comune per
indennizzi da insidia. Secondo i periti
“il modello matematico” non sarebbe
idoneo. Per gli imprenditori che ci han-no lavorato, è stata una vera “maledi -zione”. Calatrava era perso nel dubbio:
“La Cappella Sistina è un’architettura o
un dipinto?”.
Più sicure, e meno a rischio crolli, le
opere mai iniziate o finite, come la
struttura al servizio di un porto turisti-co a Salerno. O la Città dello Sport di
Tor Vergata, due coperture a forma di
conchiglia dal costo di 608 milioni - 200
già spesi - di cui Alemanno celebrava la
conclusione in vista delle Olimpiadi di
Roma del 2020. “Dopo il Ponte di Bil-bao, diventato meta turistica e che lo ha
reso famoso, non ha fatto nulla di ri-levante”, dice l’architetta Eleonora Car-rano, che trova la stazione di Reggio
Emilia “un plissettato orrendo, di una
scenicità sguaiata”. E che punta il dito
contro “un’architettura spettacolar-ca-fona, come tutta quelle delle archistar,
molto onerosa e soprattutto ormai fuo-ri tempo, vista la crisi che richiederebbe
strutture più eleganti ed economiche”.
Sarebbe meglio ricordarlo al ministro
per gli Affari regionali, Graziano Del-rio, che all’inaugurazione della stazione
Tav Mediopadana filosofeggiava: “Non
sono le strutture o i grandi monumenti
a fare le città ma le comunità. Ma questa
grande opera ci dice che attraverso le
strutture le comunità possono mettere
in moto le proprio intelligenze e i ter-ritori posso o riscattarsi”. Per tutto il re-sto, ci penserà la Provvidenza. Oppure
la Corte dei Cont
Calatrava, archistar mondiale (ha fir-mato opere come la Città delle arti e
delle scienze di Valencia, l’Auditorium
di Tenerife, il Ponte della Costituzione
di Venezia), l’aveva detto chiaro e ton-do, in un recente incontro ai Musei Va-ticani: “La stazione è un non luogo che
proprio nella sua fragilità e inconsi-stenza trova il suo elemento poetico”. E
dunque, pazienza se nella nuova sta-zione Tav Mediopadana di Reggio
Emilia, a un giorno dall’inaugurazio -ne, ci piove dentro, perché l’acqua at-traversa i 483 metri di onde bianche
che delineano la costruzione dell’ar -chitetto valenciano (costata 79 milioni
di euro, per 14.000 tonnellate di ac-ciaio, una volta e mezzo il peso della
Tour Eiffel). Sarà perché gli operai non
hanno isolato i vetri col silicone, e si è
preferito far partire subito la stazione,
dicono gli ingegneri del comune. Ma
mentre le Ferrovie dello Stato si sono
precipitate a dichiarare che l’incidente
“non ha a che fare con un problema
strutturale”, lui, l’architetto dal cogno-me profetico alla cerimonia d’inaugu -razione ripeteva sereno “io sono solo
un piccolo ingranaggio orgoglioso del-lo spirito che avete avuto”.
LO SPIRITO È TUTTO, per questo ar-chitetto-ingegnere per il quale “le pure
tecniche non bastano da sole, sono il
vassoio di cui si serve il lirismo”. Ed è
per questo, forse, che la sua fama ormai
è legata alla scarsa tenuta degli edifici e
alla sua abilità a far raddoppiare i bi-lanci (pare che in Spagna a sentire il suo
nome ci sia un fuggi fuggi tra i sindaci).
Lo scorso marzo, la Generalitat, l’ente
regionale della Comunità valenziana,
ha riscontrato difetti strutturali nella
copertura del Palazzo delle arti e della
scienza di Valencia, costato 6 milioni di
euro. Nel 2006 è la volta del crollo delle
gradinate del Palazzo dei Congressi di
Oviedo, per il quale la magistratura ha
condannato Calatrava a una multa da
3,2 milioni di euro, causa “patologie
tecniche”. Persino a Gerusalemme, cit-tà dell’anima, il suo Ponte delle corde,
una struttura imponente a forma di Ar-pa di re di Davide utilizzata per il tran-sito di una metropolitana leggera, è sta-ta al centro di feroci polemiche, mentre
lui spiegava tranquillo di non essere si-curo che “il ponte avrebbe retto al peso
della ferrovia”. In Italia, dove Calatrava
è una star bipartisan – l’immagine del
Ponte sull’autostrada, sempre a Reggio
Emilia, è stata concessa dal Comune sia
a Fabio Filippi del Pdl che alla festa na-zionale del Pd, provocando una lite – il
suo nome è celebre per la spettacolare
vicenda del Ponte della Costituzione di
Venezia, costi lievitati da 4 milioni a 10,
per il quale l’architetto è stato citato in
giudizio per il 13 novembre dalla Corte
dei Conti, che ha chiesto un risarci-mento di oltre 1 milione.
CARENZE PROGETTUALI, cadute dei
passanti, decine di cause al Comune per
indennizzi da insidia. Secondo i periti
“il modello matematico” non sarebbe
idoneo. Per gli imprenditori che ci han-no lavorato, è stata una vera “maledi -zione”. Calatrava era perso nel dubbio:
“La Cappella Sistina è un’architettura o
un dipinto?”.
Più sicure, e meno a rischio crolli, le
opere mai iniziate o finite, come la
struttura al servizio di un porto turisti-co a Salerno. O la Città dello Sport di
Tor Vergata, due coperture a forma di
conchiglia dal costo di 608 milioni - 200
già spesi - di cui Alemanno celebrava la
conclusione in vista delle Olimpiadi di
Roma del 2020. “Dopo il Ponte di Bil-bao, diventato meta turistica e che lo ha
reso famoso, non ha fatto nulla di ri-levante”, dice l’architetta Eleonora Car-rano, che trova la stazione di Reggio
Emilia “un plissettato orrendo, di una
scenicità sguaiata”. E che punta il dito
contro “un’architettura spettacolar-ca-fona, come tutta quelle delle archistar,
molto onerosa e soprattutto ormai fuo-ri tempo, vista la crisi che richiederebbe
strutture più eleganti ed economiche”.
Sarebbe meglio ricordarlo al ministro
per gli Affari regionali, Graziano Del-rio, che all’inaugurazione della stazione
Tav Mediopadana filosofeggiava: “Non
sono le strutture o i grandi monumenti
a fare le città ma le comunità. Ma questa
grande opera ci dice che attraverso le
strutture le comunità possono mettere
in moto le proprio intelligenze e i ter-ritori posso o riscattarsi”. Per tutto il re-sto, ci penserà la Provvidenza. Oppure
la Corte dei Cont
Lo scandalo della marchesa nera
L
a moderna, civilizzata e
multiculturale Inghilter-ra si scandalizza perché un
Lord ha sposato una donna
nera, che quindi diventerà la
prima marchesa nera della
storia del Regno. Sembra una
saga uscita dalla pagine di Ja-ne Austen. Messa in scena
con i costumi, le carrozze e le
livree che fanno andare in
sollucchero gli appassionati
di Downtown Abbey. Invece
è accaduto domenica. La lady
Mary del caso si chiama Em-ma McQuinston e ha sposato
il futuro marchese di Bath
Ceawlin Thynn nella grande
villa della famiglia, Longleat
House, tale e quale al casone
di Downtown Abbey, con il
prato all’inglese, i vialetti di
ghiaia pettinati e la fila dei do-mestici in attesa davanti al
portone.
La ragazza non se la passa cer-to male. È la figlia del ma-gnate del petrolio nigeriano e
sono sempre di più le le fa-miglie di ricchi africani con
un piede a Londra: motivi fi-scali e la ricerca di vite meno
pericolose e di buona istru-zione per i figli.
Tutto sarebbe perfetto: la ra-gazza ricca e il marchese in
declino. Un classico dei fo-gliettoni rosa. Se non fosse
che lei è nera. E gli inglesi, che
sono tanto multiculturali e
aperti di mente e civili quan-do si parla del popolo, lo sono
un po’ meno quando si tocca
l’aristocrazia, una casta di in-toccabili con privilegi e retag-gi (pensate alla camera dei
Lord) fuori dal tempo.
Quindi è successo che il padre
dello sposo non ha per niente
gradito e non ha presenziato
al matrimonio. Di più: lui e la
moglie sono andati a un altro
matrimonio, quello di due
giocatori professionisti di po-lo, in Hampshire.
Ufficialmente sarebbe arrab-biato per come il figlio ha ri-strutturato la casa (rimuo-vendo dei dipinti erotici che
gli piacevano tanto). La verità
è che all’élite britannica la ra-gazza non piace per “le ori-gini etniche e il bac-kground”.
I TABLOID ci sono andati a
nozze (letteralmente). La spo-sa, 27 anni, ha dichiarato a Ta -tler: “C’è una questione di
classe e razziale. Non sono su-per permalosa, ma è un pro-blema quando qualcuno ti fa
sentire diverso a causa della
tua etnia”.
Ora, tutto questo potrebbe es-sere derubricato come gossip,
ma diventa una questione più
seria quando si pensa che solo
15 giorni fa a Woolwich due
ragazzi neri hanno preso un
machete e hanno decapitato
un soldato bianco (c’entra la
religione, ma forse non solo).
Oppure se si pensa alla recen-te polemica sull’ingresso di un
solo studente nero a Oxford.
Dalla prestigiosa università
replicarono: “Non è vero, so-no 27, se si considerano anche
i caraibici e le altre etnie”. Ec-co, su un totale di 2.653 stu-denti, dà l’idea della situazio-ne.
a moderna, civilizzata e
multiculturale Inghilter-ra si scandalizza perché un
Lord ha sposato una donna
nera, che quindi diventerà la
prima marchesa nera della
storia del Regno. Sembra una
saga uscita dalla pagine di Ja-ne Austen. Messa in scena
con i costumi, le carrozze e le
livree che fanno andare in
sollucchero gli appassionati
di Downtown Abbey. Invece
è accaduto domenica. La lady
Mary del caso si chiama Em-ma McQuinston e ha sposato
il futuro marchese di Bath
Ceawlin Thynn nella grande
villa della famiglia, Longleat
House, tale e quale al casone
di Downtown Abbey, con il
prato all’inglese, i vialetti di
ghiaia pettinati e la fila dei do-mestici in attesa davanti al
portone.
La ragazza non se la passa cer-to male. È la figlia del ma-gnate del petrolio nigeriano e
sono sempre di più le le fa-miglie di ricchi africani con
un piede a Londra: motivi fi-scali e la ricerca di vite meno
pericolose e di buona istru-zione per i figli.
Tutto sarebbe perfetto: la ra-gazza ricca e il marchese in
declino. Un classico dei fo-gliettoni rosa. Se non fosse
che lei è nera. E gli inglesi, che
sono tanto multiculturali e
aperti di mente e civili quan-do si parla del popolo, lo sono
un po’ meno quando si tocca
l’aristocrazia, una casta di in-toccabili con privilegi e retag-gi (pensate alla camera dei
Lord) fuori dal tempo.
Quindi è successo che il padre
dello sposo non ha per niente
gradito e non ha presenziato
al matrimonio. Di più: lui e la
moglie sono andati a un altro
matrimonio, quello di due
giocatori professionisti di po-lo, in Hampshire.
Ufficialmente sarebbe arrab-biato per come il figlio ha ri-strutturato la casa (rimuo-vendo dei dipinti erotici che
gli piacevano tanto). La verità
è che all’élite britannica la ra-gazza non piace per “le ori-gini etniche e il bac-kground”.
I TABLOID ci sono andati a
nozze (letteralmente). La spo-sa, 27 anni, ha dichiarato a Ta -tler: “C’è una questione di
classe e razziale. Non sono su-per permalosa, ma è un pro-blema quando qualcuno ti fa
sentire diverso a causa della
tua etnia”.
Ora, tutto questo potrebbe es-sere derubricato come gossip,
ma diventa una questione più
seria quando si pensa che solo
15 giorni fa a Woolwich due
ragazzi neri hanno preso un
machete e hanno decapitato
un soldato bianco (c’entra la
religione, ma forse non solo).
Oppure se si pensa alla recen-te polemica sull’ingresso di un
solo studente nero a Oxford.
Dalla prestigiosa università
replicarono: “Non è vero, so-no 27, se si considerano anche
i caraibici e le altre etnie”. Ec-co, su un totale di 2.653 stu-denti, dà l’idea della situazio-ne.
“I due Kennedy? Per loro sono solo un pezzo di carne” DA MARILYN A ROCK HUDSON: NELL’ARCHIVIO DELLO “S P I ON E DI HOLLYWOOD” LITI ED ECCESSI DELLE STAR E DEI POTENTI
Tim Walker
F
red Otash, nato nel 1922 e morto nel
1992, è stato un personaggio leggen-dario della Hollywood del periodo
d’oro. Investigatore privato, ma anche
scrittore e attore, indagò su quasi tutti i divi dello
schermo e fino alla sua morte custodì gelosamen-te nel suo privatissimo archivio i segreti di molte
star. Fred Otash, “Private Eye” per eccellenza, ha
anche ispirato due dei tre romanzi della trilogia
Underworld USAdi James Ellroy e il personaggio di
Jake Gittesh, interpretato da un superbo Jack Ni-cholson, nel film C h i n a tow n diretto nel 1974 da
Roman Polanski. Per oltre venti anni sul conte-nuto dell’archivio di Otash, già agente della po-lizia di Los Angeles prima di mettersi in proprio,
solo qualche indiscrezione e molte voci incon-trollate. Qualche giorno fa invece lo H o l l y wo o d
Repor ter, con straordinario tempismo viste le po-lemiche in corso sulla violazione della privacy de-gli utenti di Internet autorizzata da Obama, ha
pubblicato una serie di sensazionali rivelazioni
che riguardano divi dello schermo e uomini po-litici. Per tutti gli anni ’50 e fino a metà degli anni
’60, Otash fu il terrore di Hollywood e condusse
indagini sulle attrici e gli attori più famosi e su
diversi uomini politici. “Posso lavorare per
chiunque tranne che per i comunisti e sono di-sposto a fare qualunque cosa meno che uccide-re”, era solito dire. Ma lo Hollywood Reporter come
è entrato in possesso dell’archivio cui tutti hanno
dato la caccia per due decenni? I documenti sono
stati consegnati al giornale dalla figlia di Otash
che intendeva semplicemente dimostrare che il
padre non era il farabutto che molti dipingevano,
ma un investigatore privato serio e affidabile che
aveva fatto il suo mestiere con scrupolo e riser-vatezza.
L’attore, l’omosessualità e le farfalle: “Lo
sanno tutti che rimorchiavi ragazzetti al bar”
Nel gennaio del 1958 la moglie di Rock Hudson,
Phyllis Gates, affrontò il famoso rubacuori pre-tendendo che gli dicesse se era veramente omo-sessuale come sembrava essere risultato da un
esame cui si era sottoposto nello studio di uno
psicoanalista. Non contenta delle sue spiegazio-ni, Phyllis Gates si rivolse e Fred Otash e gli affidò
l’incarico di registrare tutte le loro conversazioni
che ora sono di dominio pubblico. Ecco cosa si
dissero i due dopo che Rock Hudson si era sot-toposto al test delle macchie di Rorschach. Phyl-lis: “Mi hai detto di aver visto nelle macchie un
mucchio di farfalle e serpenti. Secondo il mio
analista le farfalle sono segno di femminilità e i
serpenti rappresentano il pene maschile. Non ti
condanno, ma penso che se vuoi risolvere i tuoi
problemi devi prima accettarli”. Rock Hudson:
“come debbo dirti che non sono omosessuale?!”.
Phyllis: “Lo sanno tutti che rimorchiavi ragazzet-ti per la strada subito dopo il nostro matrimonio
e che hai continuato a farlo pensando che il ma-trimonio fosse un’ottima copertura”. “Non ho
mai rimorchiato ragazzi per la strada”, replica ri-sentito Hudson. “E non ho mai rimorchiato ra-gazzi nei bar. Può essere capitato che qualche vol-ta abbia dato un passaggio a qualcuno”. Tre mesi
dopo questa conversazione Phyllis Gates chiede-va il divorzio. I rapporti di Otash erano sempre
molto rigorosi e dettagliati oltre che corredati da
alcune, spesso acutissime, osservazioni personali
sul carattere e la personalità di coloro che sotto-poneva ad indagine. Tra le sue “vittime” e/o clien-ti figurano tutti i bei nomi della Mecca del cine-ma: da Frank Sinatra a Judy Garland, da Rock
Hudson a Bette Davis, da Errol Flynn a Lana Tur-ner, da James Dean a Marilyn Monroe. Per non
dimenticare Esther Williams scomparsa pochi
giorni fa che era tutt’altro che la “brava ragazza
americana della porta accanto”. Otash, che tutti
chiamavano “Mr. O”, morì nel 1992 a 70 anni di
età dopo aver completato un libro dal titolo M a-rilyn, Kennedy e io. Il manoscritto, che non è mai
stato pubblicato, faceva parte dell’archivio custo-dito dalla figlia. Nel libro Otash sostiene di aver
piazzato decine e decine di microfoni in casa di
Marilyn su incarico – almeno così sembra – del
magnate repubblicano Howard Hughes che vo-leva rovinare la reputazione dei fratelli Kennedy.
Otash sostiene anche di aver registrato una fu-ribonda litigata tra Marilyn, Bobby Kennedy e
suo cognato Peter Lawford avvenuta poco prima
della morte dell’attrice. “Vengo passata da uno
all’altro come un pezzo di carne, disse Marilyn
con voce alterata ai due uomini. Marilyn urlava a
squarciagola rinfacciando a Bobby le promesse
che i Kennedy le avevano fatto. I due cercavano di
calmarla. Ma invano. La scena si è svolta in ca-mera da letto di Marilyn. Poi non ho sentito più
nulla”, ha detto Otash prima di morire. A cosa
alludeva? Quanto alla famosa registrazione di
Marilyn e John Kennedy, Otash ne aveva già par-lato a Vanity Fairprima del 1992: “Non ho inten-zione di dilungarmi su lamenti e gemiti. Stavano
facendo l’amore; questo è chiaro ed è anche tutto.
Posso solo dire che FBI e CIA erano in possesso di
numerosi nastri”. Prima di morire l’investigatore
disse che Peter Lawford gli aveva chiesto di di-struggere tutto il materiale in suo possesso sui fra-telli Kennedy . Ovviamente Otash non lo fece.
“Psicofarmaci anche nel materasso”:
la bonifica della stanza di Judy Garland
Un’altra coppia finita sotto la lente di ingrandi-mento del famoso “private Eye” fu quella formata
da Judy Garland e da suo marito Sid. Nel 1963
Judy Garland, all’epoca all’apice della fama, chie-se a Otash di proteggerla nel corso del divorzio da
Sid Luft che si presentava alquanto contrastato.
“Ne aveva bisogno”, commentò Otash. “Judy era
continuamente sotto l’effetto della droga e del-l’alcol”. Ma Otash fece di più: “Scovai tutte le bot-tiglie nascoste in casa e le feci sparire. Poi mi misi
a caccia delle pillole. Non avete idea dell’abilità
con cui una donna riesce a nascondere sonniferi
e tranquillanti. C’erano psicofarmaci di ogni ge-nere. Erano nascosti un po’ dappertutto: sotto il
materasso, nello scarico del lavandino, nelle tu-bature della doccia. Buttai tutto nel water”.
Quando Judy Garland se ne accorse chiese una
spiegazione e Otash rispose: “Mi creda, alcol e
psicofarmaci sono le migliori prove che suo ma-rito potrebbe portare in tribunale”. Siamo appe-na agli inizi. Dall’archivio usciranno moltissime
altre rivelazioni. “Colleen, la figlia di Otash, ed io
volevamo solo ristabilire la verità che, in fin dei
conti, è sempre più interessante dell’invenzione”,
ha detto Manfred Westphal, un amico di fami-glia, allo Hollywood Reporter .
© The Independent
Traduzione di Carlo Antonio Bis
F
red Otash, nato nel 1922 e morto nel
1992, è stato un personaggio leggen-dario della Hollywood del periodo
d’oro. Investigatore privato, ma anche
scrittore e attore, indagò su quasi tutti i divi dello
schermo e fino alla sua morte custodì gelosamen-te nel suo privatissimo archivio i segreti di molte
star. Fred Otash, “Private Eye” per eccellenza, ha
anche ispirato due dei tre romanzi della trilogia
Underworld USAdi James Ellroy e il personaggio di
Jake Gittesh, interpretato da un superbo Jack Ni-cholson, nel film C h i n a tow n diretto nel 1974 da
Roman Polanski. Per oltre venti anni sul conte-nuto dell’archivio di Otash, già agente della po-lizia di Los Angeles prima di mettersi in proprio,
solo qualche indiscrezione e molte voci incon-trollate. Qualche giorno fa invece lo H o l l y wo o d
Repor ter, con straordinario tempismo viste le po-lemiche in corso sulla violazione della privacy de-gli utenti di Internet autorizzata da Obama, ha
pubblicato una serie di sensazionali rivelazioni
che riguardano divi dello schermo e uomini po-litici. Per tutti gli anni ’50 e fino a metà degli anni
’60, Otash fu il terrore di Hollywood e condusse
indagini sulle attrici e gli attori più famosi e su
diversi uomini politici. “Posso lavorare per
chiunque tranne che per i comunisti e sono di-sposto a fare qualunque cosa meno che uccide-re”, era solito dire. Ma lo Hollywood Reporter come
è entrato in possesso dell’archivio cui tutti hanno
dato la caccia per due decenni? I documenti sono
stati consegnati al giornale dalla figlia di Otash
che intendeva semplicemente dimostrare che il
padre non era il farabutto che molti dipingevano,
ma un investigatore privato serio e affidabile che
aveva fatto il suo mestiere con scrupolo e riser-vatezza.
L’attore, l’omosessualità e le farfalle: “Lo
sanno tutti che rimorchiavi ragazzetti al bar”
Nel gennaio del 1958 la moglie di Rock Hudson,
Phyllis Gates, affrontò il famoso rubacuori pre-tendendo che gli dicesse se era veramente omo-sessuale come sembrava essere risultato da un
esame cui si era sottoposto nello studio di uno
psicoanalista. Non contenta delle sue spiegazio-ni, Phyllis Gates si rivolse e Fred Otash e gli affidò
l’incarico di registrare tutte le loro conversazioni
che ora sono di dominio pubblico. Ecco cosa si
dissero i due dopo che Rock Hudson si era sot-toposto al test delle macchie di Rorschach. Phyl-lis: “Mi hai detto di aver visto nelle macchie un
mucchio di farfalle e serpenti. Secondo il mio
analista le farfalle sono segno di femminilità e i
serpenti rappresentano il pene maschile. Non ti
condanno, ma penso che se vuoi risolvere i tuoi
problemi devi prima accettarli”. Rock Hudson:
“come debbo dirti che non sono omosessuale?!”.
Phyllis: “Lo sanno tutti che rimorchiavi ragazzet-ti per la strada subito dopo il nostro matrimonio
e che hai continuato a farlo pensando che il ma-trimonio fosse un’ottima copertura”. “Non ho
mai rimorchiato ragazzi per la strada”, replica ri-sentito Hudson. “E non ho mai rimorchiato ra-gazzi nei bar. Può essere capitato che qualche vol-ta abbia dato un passaggio a qualcuno”. Tre mesi
dopo questa conversazione Phyllis Gates chiede-va il divorzio. I rapporti di Otash erano sempre
molto rigorosi e dettagliati oltre che corredati da
alcune, spesso acutissime, osservazioni personali
sul carattere e la personalità di coloro che sotto-poneva ad indagine. Tra le sue “vittime” e/o clien-ti figurano tutti i bei nomi della Mecca del cine-ma: da Frank Sinatra a Judy Garland, da Rock
Hudson a Bette Davis, da Errol Flynn a Lana Tur-ner, da James Dean a Marilyn Monroe. Per non
dimenticare Esther Williams scomparsa pochi
giorni fa che era tutt’altro che la “brava ragazza
americana della porta accanto”. Otash, che tutti
chiamavano “Mr. O”, morì nel 1992 a 70 anni di
età dopo aver completato un libro dal titolo M a-rilyn, Kennedy e io. Il manoscritto, che non è mai
stato pubblicato, faceva parte dell’archivio custo-dito dalla figlia. Nel libro Otash sostiene di aver
piazzato decine e decine di microfoni in casa di
Marilyn su incarico – almeno così sembra – del
magnate repubblicano Howard Hughes che vo-leva rovinare la reputazione dei fratelli Kennedy.
Otash sostiene anche di aver registrato una fu-ribonda litigata tra Marilyn, Bobby Kennedy e
suo cognato Peter Lawford avvenuta poco prima
della morte dell’attrice. “Vengo passata da uno
all’altro come un pezzo di carne, disse Marilyn
con voce alterata ai due uomini. Marilyn urlava a
squarciagola rinfacciando a Bobby le promesse
che i Kennedy le avevano fatto. I due cercavano di
calmarla. Ma invano. La scena si è svolta in ca-mera da letto di Marilyn. Poi non ho sentito più
nulla”, ha detto Otash prima di morire. A cosa
alludeva? Quanto alla famosa registrazione di
Marilyn e John Kennedy, Otash ne aveva già par-lato a Vanity Fairprima del 1992: “Non ho inten-zione di dilungarmi su lamenti e gemiti. Stavano
facendo l’amore; questo è chiaro ed è anche tutto.
Posso solo dire che FBI e CIA erano in possesso di
numerosi nastri”. Prima di morire l’investigatore
disse che Peter Lawford gli aveva chiesto di di-struggere tutto il materiale in suo possesso sui fra-telli Kennedy . Ovviamente Otash non lo fece.
“Psicofarmaci anche nel materasso”:
la bonifica della stanza di Judy Garland
Un’altra coppia finita sotto la lente di ingrandi-mento del famoso “private Eye” fu quella formata
da Judy Garland e da suo marito Sid. Nel 1963
Judy Garland, all’epoca all’apice della fama, chie-se a Otash di proteggerla nel corso del divorzio da
Sid Luft che si presentava alquanto contrastato.
“Ne aveva bisogno”, commentò Otash. “Judy era
continuamente sotto l’effetto della droga e del-l’alcol”. Ma Otash fece di più: “Scovai tutte le bot-tiglie nascoste in casa e le feci sparire. Poi mi misi
a caccia delle pillole. Non avete idea dell’abilità
con cui una donna riesce a nascondere sonniferi
e tranquillanti. C’erano psicofarmaci di ogni ge-nere. Erano nascosti un po’ dappertutto: sotto il
materasso, nello scarico del lavandino, nelle tu-bature della doccia. Buttai tutto nel water”.
Quando Judy Garland se ne accorse chiese una
spiegazione e Otash rispose: “Mi creda, alcol e
psicofarmaci sono le migliori prove che suo ma-rito potrebbe portare in tribunale”. Siamo appe-na agli inizi. Dall’archivio usciranno moltissime
altre rivelazioni. “Colleen, la figlia di Otash, ed io
volevamo solo ristabilire la verità che, in fin dei
conti, è sempre più interessante dell’invenzione”,
ha detto Manfred Westphal, un amico di fami-glia, allo Hollywood Reporter .
© The Independent
Traduzione di Carlo Antonio Bis
I polacchi che moltiplicano le reliquie di Wojtyla IN TOUR BOCCETTE DI SANGUE, UN CIUFFO DI CAPELLI, UN LEMBO DELLA MANTELLA INSANGUINATA, UN QUADRETTO DELLA MADONNA
P
adre Jarek Cielecki
non fa una piega
quando deve spiega-re la piramide valo-riale che contraddistingue il
traffico di reliquie di Giovanni
Paolo II. “Sangue e capelli è pri-ma categoria, perché fa parte di
corpo” dice col suo italiano ve-lato di polacco. “Vestiti è secon-da categoria, perché tocca suo
corpo ma non è corpo”.
La cosa davvero importante, è
che l’afflato popolare per il Bea-to Wojtyla trovi lo slancio ne-cessario a un rapido processo di
canonizzazione attraverso una
capillare campagna in itinere
del culto. La scorsa settimana
un ciuffo di capelli tagliato a Sua
Santità pochi giorni prima della
morte ha battuto la Sicilia mi-nore in un tripudio di entusia-smo. Dal paesino vip di Salemi
(dove regnò Sgarbi) alla disa-strata Termini Imerese, fedeli e
autorità hanno omaggiato il re-perto nelle mani di Padre Cie-lecki, che recava con sé anche il
quadretto della Vergine cui il
papa era devoto fin dal 1948,
quando gli venne affidata la
parrocchia di Niegowic, la pri-ma.
PROPRIO DA LASSÙ viene Cie-lecki, incaricato dell’ex segreta-rio personale del papa, Stani-slaw Dziwisz, di diffondere la
venerazione delle reliquie. E lui
diffonde con impegno, perché
dal 2010 a oggi le diocesi più po-polose d’Italia hanno ricevuto
visite generose. A Nord, con
puntate decise sulla Lombardia:
indimenticabile il viaggio di
un’ampolla di sangue “portata
in bicicletta da un cieco in tan-dem con un volontario” tra le
parrocchie della Valassina. E a
Sud, con una Puglia in tiro da
Lecce (sala consiliare al comple-to) a Bari (sindaco Emiliano in
testa, messa con benedizione
delle donne incinte e coro dei
bambini) per scendere in Cala-bria con un labirintico tour tra
Reggio e Corigliano, Isola Capo
Rizzuto e Rossano, Soverato e
Taureana di Palmi.
Tutti in festa per il quadratino di
mantella insanguinata nell’at -tentato del 1981, che sarà anche
un reliquia di seconda categoria
ma fa sempre il suo effetto. Anzi,
per dirla tutta, il giro dei beati
resti ha attizzato pure le fantasie
malvage. Come quando fu orga-nizzato un traffico di santini be-nedetti da Wojtyla e venduti via
web. L’affare ebbe tale risonanza
che Slawomir Oder, postulatore
della causa di canonizzazione,
fu costretto a prender carta e
penna per precisare che non esi-ste un business sulle reliquie
benché “come in ogni causa di
beatificazione e di canonizza-zione, i fedeli hanno la possibi-lità di esprimere il sostegno alla
causa, tra l’altro, attraverso of-ferte libere”.
Dunque i soldi girano, e girano
pure i ladri di polli. Un anno fa
un sacerdote viaggiava in treno
verso Allumiere, nella provincia
romana, portando dentro lo zai-netto un’opera preziosa: un
vangelo in metallo, ornato d’o-ro, che contiene una bolla di ve-tro con il sangue del Beato. La
Polfer mise a verbale che due i dividui distrassero il pover’uo -mo sottraendogli la borsa, ritro-vata infine in un canneto di Cer-veteri. Scena quasi biblica, feli-cemente chiusa dal giro della
Ciociaria Nord (Anagni, Piglio,
Filettino, Fiuggi, Trevi, Carpi-neto, Guarcino, Collepardo,
Alatri), episodio che rimarrà nei
miracoli accessori delle peregri-nazioni insieme ad altri memo-rabili passaggi. Perché don Cie-lecki non è stato scelto a caso:
giornalista, fondatore dell’agen -zia televisiva Vatican News, ex
volto di PolSat, ha trovato tanti
modi per glorificare la missione.
Basta andare su Youtube per
trovarlo a fianco del principe
Giuseppe Raphael Bossio, can-tante e autore lirico che ha de-dicato quattro lodi a Wojtyla.
NON TUTTIhanno apprezzato.
Tra i commenti fioccano frasi ri-mosse e ordinatissimi “buuu”.
Infatti, dopo una celebrazione
cantata ai piedi dell’Etna nel
2011, il principe non s’è più vi-sto in giro. In ogni caso, il lavoro
non mancherà al talent scout
Cielecki: lo scorso aprile Dziwi-sz ha regalato al Santuario di
Collevalenza, vicino Perugia, un
pezzo di garza intriso del sangue
prelevato durante l’intervento
del 1981. E siccome Dziwisz ha
avuto in dote la metà del sangue
estratto nell’occasione (il resto è
rimasto alle suore del Bambin
Gesù), chissà quante altre gocce
di beatitudine potrà concedere
ai fedeli di tutto il pianeta. Pro-mozione live inclusa.
adre Jarek Cielecki
non fa una piega
quando deve spiega-re la piramide valo-riale che contraddistingue il
traffico di reliquie di Giovanni
Paolo II. “Sangue e capelli è pri-ma categoria, perché fa parte di
corpo” dice col suo italiano ve-lato di polacco. “Vestiti è secon-da categoria, perché tocca suo
corpo ma non è corpo”.
La cosa davvero importante, è
che l’afflato popolare per il Bea-to Wojtyla trovi lo slancio ne-cessario a un rapido processo di
canonizzazione attraverso una
capillare campagna in itinere
del culto. La scorsa settimana
un ciuffo di capelli tagliato a Sua
Santità pochi giorni prima della
morte ha battuto la Sicilia mi-nore in un tripudio di entusia-smo. Dal paesino vip di Salemi
(dove regnò Sgarbi) alla disa-strata Termini Imerese, fedeli e
autorità hanno omaggiato il re-perto nelle mani di Padre Cie-lecki, che recava con sé anche il
quadretto della Vergine cui il
papa era devoto fin dal 1948,
quando gli venne affidata la
parrocchia di Niegowic, la pri-ma.
PROPRIO DA LASSÙ viene Cie-lecki, incaricato dell’ex segreta-rio personale del papa, Stani-slaw Dziwisz, di diffondere la
venerazione delle reliquie. E lui
diffonde con impegno, perché
dal 2010 a oggi le diocesi più po-polose d’Italia hanno ricevuto
visite generose. A Nord, con
puntate decise sulla Lombardia:
indimenticabile il viaggio di
un’ampolla di sangue “portata
in bicicletta da un cieco in tan-dem con un volontario” tra le
parrocchie della Valassina. E a
Sud, con una Puglia in tiro da
Lecce (sala consiliare al comple-to) a Bari (sindaco Emiliano in
testa, messa con benedizione
delle donne incinte e coro dei
bambini) per scendere in Cala-bria con un labirintico tour tra
Reggio e Corigliano, Isola Capo
Rizzuto e Rossano, Soverato e
Taureana di Palmi.
Tutti in festa per il quadratino di
mantella insanguinata nell’at -tentato del 1981, che sarà anche
un reliquia di seconda categoria
ma fa sempre il suo effetto. Anzi,
per dirla tutta, il giro dei beati
resti ha attizzato pure le fantasie
malvage. Come quando fu orga-nizzato un traffico di santini be-nedetti da Wojtyla e venduti via
web. L’affare ebbe tale risonanza
che Slawomir Oder, postulatore
della causa di canonizzazione,
fu costretto a prender carta e
penna per precisare che non esi-ste un business sulle reliquie
benché “come in ogni causa di
beatificazione e di canonizza-zione, i fedeli hanno la possibi-lità di esprimere il sostegno alla
causa, tra l’altro, attraverso of-ferte libere”.
Dunque i soldi girano, e girano
pure i ladri di polli. Un anno fa
un sacerdote viaggiava in treno
verso Allumiere, nella provincia
romana, portando dentro lo zai-netto un’opera preziosa: un
vangelo in metallo, ornato d’o-ro, che contiene una bolla di ve-tro con il sangue del Beato. La
Polfer mise a verbale che due i dividui distrassero il pover’uo -mo sottraendogli la borsa, ritro-vata infine in un canneto di Cer-veteri. Scena quasi biblica, feli-cemente chiusa dal giro della
Ciociaria Nord (Anagni, Piglio,
Filettino, Fiuggi, Trevi, Carpi-neto, Guarcino, Collepardo,
Alatri), episodio che rimarrà nei
miracoli accessori delle peregri-nazioni insieme ad altri memo-rabili passaggi. Perché don Cie-lecki non è stato scelto a caso:
giornalista, fondatore dell’agen -zia televisiva Vatican News, ex
volto di PolSat, ha trovato tanti
modi per glorificare la missione.
Basta andare su Youtube per
trovarlo a fianco del principe
Giuseppe Raphael Bossio, can-tante e autore lirico che ha de-dicato quattro lodi a Wojtyla.
NON TUTTIhanno apprezzato.
Tra i commenti fioccano frasi ri-mosse e ordinatissimi “buuu”.
Infatti, dopo una celebrazione
cantata ai piedi dell’Etna nel
2011, il principe non s’è più vi-sto in giro. In ogni caso, il lavoro
non mancherà al talent scout
Cielecki: lo scorso aprile Dziwi-sz ha regalato al Santuario di
Collevalenza, vicino Perugia, un
pezzo di garza intriso del sangue
prelevato durante l’intervento
del 1981. E siccome Dziwisz ha
avuto in dote la metà del sangue
estratto nell’occasione (il resto è
rimasto alle suore del Bambin
Gesù), chissà quante altre gocce
di beatitudine potrà concedere
ai fedeli di tutto il pianeta. Pro-mozione live inclusa.
MIRACOLI VATICANI SPRECHI, BENEFIT E BUCHI DI BILANCIO I GETTONI DA 15MILA EURO PER SEDERE NEL CDA DELLO IOR E I 35MILA AL MESE DEL N.1 DELL’A N T I R I C I C L AG G I O IL BUBBONE DIPENDENTI: COSTANO OLTRE 100 MILIONI
N
on ha un suono familiare
per il Vaticano: “Vorrei
una Chiesa povera per i
poveri”, ripete Francesco,
il pontefice che non vuole pezzi d'oro
ciondolanti e si mostra con una croce
di ferro. Quel suono può diventare un
tormento per i porporati e monsignori
che siedono intorno a milioni di euro
liquidi. E chissà se quel tormento avrà
provocato la furiosa reazione di due ve-scovi, Diego Coletti di Como e Luigi
Bressan di Trento, durante la recente
assemblea generale della Conferenza
episcopale italiana: “Dove vanno quei
37 milioni di euro per le comunicazio-ni sociali?”. Nessuno ha spiegato.
Nemmeno il presidente Angelo Ba-gnasco. Perché quei soldi, tanti, rica-vati con l'otto per mille per la Chiesa
cattolica, in parte andranno a finanzia-re Tv 2 0 0 0 , la televisione diretta da Di-no Boffo che non riesce a sopravvivere
con lo 0,5 per cento di share. E chissà se
quel tormento, ancora, avrà scosso la
Santa Sede che vuole capire – attraver -so una commissione – perché Radio
Vaticana ha un disavanzo di 20 milioni
di euro. E non sappiamo, però, se lo sti-pendio di René Brulhart, già consiglie-re di Tarcisio Bertone in Segreteria di
Stato, sia giustificabile per un'impresa
sinora mai compiuta: rendere più tra-sparente le finanze vaticane. Il tene-broso svizzero, che lavorava in Lie-chtenstein, dirige l'Autorità di antiri-ciclaggio (Aif) per 30.000 euro netti al
mese più 5.000 euro per le spese, leggi
voce privilegi, per i suoi nove-dieci
giorni che trascorre a Roma ogni tren-ta. Brulhart fu raccomandato dal gen-tiluomo di sua santità, epoca Ratzin-ger, il tedesco Herbert Batliner, un be-nefattore di Santa Romana Chiesa bec-cato a evadere il fisco per oltre 250 mi-lioni di euro. L'Aif è così efficace che
per fare le ispezioni all'Istituto per le
Opere religiose (Ior), la cassa infinita e
segreta, deve chiedere l'autorizzazione.
Quando Francesco ha messo in discus-sione l'esistenza del mitologico Ior, i
SERVIZIO PUBBLICOVa t i l e a k s
e mozzarella per chiudere
S
ervizio Pub-blico formato
speciale ha anco-ra due puntate da
mandare in onda
su La7 (giovedì
sera, ore 21).
Dopo l’a p p r o f o n-dimento sul caso
Provenzano (6,5
lo share, 1 milio-ne e 700mila
spettatori più
30mila streaming
dal sito), i temi in
calendario per
chiudere la serie sono già de-finiti. Si parlerà del Vaticano,
dagli scoop di Vatileaks allo
scandalo della pedofilia, attra-verso testimonianze dettaglia-te (autore Stefano Maria Bian-chi).
L’altra puntata si
concentrerà inve-ce su un prodotto
tipico italiano che
nasconde alcuni
tra i peggiori vizi
nazionali: la moz-zarella di bufala.
Tra latte congela-to e pressioni ca-morristiche, il
racconto di una
realtà simbolica.
Firmano l’i n c h i e-sta Andrea Casa-dio e Francesca Fagnani, men-tre Paolo Santolini ha rico-struito i dialoghi delle inter-cettazioni effettuate per sma-scherare contraffazioni e traf-fici illeciti.
cardinali avranno stretto il rosario fra
le mani. Prima punizione: la commis-sione dei porporati, presieduta da Ber-tone, non riceve più il gettone di pre-senza. Per i laici, la pacchia continua.
UN CONSIGLIERE d'amministrazione,
per un sacrificio che colpisce tre al mas-simo quattro volte l'anno, incassa
60.000 euro. Il vicepresidente, che do-vrà scomodarsi il doppio, si ferma a
80.000. E il presidente, il tedesco Ernst
Von Freyberg? In Germania, faceva
buoni affari con la costruzioni di navi
da guerra. In Vaticano, non ha raggiun-to i livelli stratosferici di qualche sta-gione fa, prima di Ettore Gotti Tedeschi
(che si accontentava di un onorario
simbolico), ma viaggia sui 200.000 euro
fra retribuzione ordinaria, indennità e
autista. Già, le automobili. Un tema de-licato per i porporati, che si fanno an-nunciare da berline di lunghezza ster-minata con bandierine di ordinanza e
vetri oscurati. Il parco auto vaticano di-spone di una cinquantina di esemplari:
soprattutto Mercedes di classe elevata e
un gruppetto di Ford. Un paio di anni
fa, un cardinale americano ordinò le
connazionali Ford, che non danno lo
stesso spessore e lo stessa autorevolezza
dei tedeschi. Così i cardinali, in visita
ufficiale o per pratiche private, preten-devano con tono perentorio di poter
usufruire di una Mercedes. Ora che
Francesco rifiuta di abitare nel sontuo-so palazzo apostolico e non vuole nem-meno passare l'estate a Castel Gandol-fo, i porporati sono assaliti da un senso
di colpa e fanno a gara a procurarsi la
Ford. Ci sono aneddoti che spiegano
meglio di qualsiasi bilancio la gestione
economica in Vaticano che, premesso,
chiuderà in passivo anche il bilancio
2012, dopo aver ingerito un rosso di 15
milioni nel 2011. La rassegna stampa è
un aneddoto di scuola. I cardinali che
gestiscono i dicasteri vogliono e devo-no leggere: ricevono quattro pacchi al
giorni di fotocopie, articoli di quotidia-ni, settimanali e riviste specializzate.
Uno spreco di carta rilevante e di qual-che migliaia di euro al giorno. Ma non si
sono mai arresi a una piccola innova-zione tecnologica: la posta elettronica,
la mail. A proposito di carta, l' Osserva -tore Romano non se la passa bene, la
svolta pubblicitaria non ha portato sol-lievo e la Santa Sede sta per imporre una
riforma che, tradotto, vuole dire rispar-mi drastici. Perché in Vaticano, senza
rivendicare miracoli, le cose si molti-plicano. Quando si rompe una lampa-da, il rigido protocollo dell'Apsa, la
struttura che vigila sul patrimonio, si
muovono tre operai. E si fa presto, giu-stificano in Santa a Sede, a contare
4.200 dipendenti che oscillano fra buste
paghe di 1.500 e 4.000 euro netti. Una
leggenda racconta che papa Giovanni
XXIII, alla domanda di un monsignore
inesperto di Curia che voleva sapere
quanti fossero i lavoratori in Vaticano,
rispose: “La metà”. Il Vaticano non farà
licenziamenti, anche se il personale in-cide per oltre 100 milioni di euro.
Quando eleggono il papa, ciascun di-pendente riceve 1.500 euro. Con Ber-goglio è andata male: quei soldi sono
finiti ai poveri. Stavolta per davver
on ha un suono familiare
per il Vaticano: “Vorrei
una Chiesa povera per i
poveri”, ripete Francesco,
il pontefice che non vuole pezzi d'oro
ciondolanti e si mostra con una croce
di ferro. Quel suono può diventare un
tormento per i porporati e monsignori
che siedono intorno a milioni di euro
liquidi. E chissà se quel tormento avrà
provocato la furiosa reazione di due ve-scovi, Diego Coletti di Como e Luigi
Bressan di Trento, durante la recente
assemblea generale della Conferenza
episcopale italiana: “Dove vanno quei
37 milioni di euro per le comunicazio-ni sociali?”. Nessuno ha spiegato.
Nemmeno il presidente Angelo Ba-gnasco. Perché quei soldi, tanti, rica-vati con l'otto per mille per la Chiesa
cattolica, in parte andranno a finanzia-re Tv 2 0 0 0 , la televisione diretta da Di-no Boffo che non riesce a sopravvivere
con lo 0,5 per cento di share. E chissà se
quel tormento, ancora, avrà scosso la
Santa Sede che vuole capire – attraver -so una commissione – perché Radio
Vaticana ha un disavanzo di 20 milioni
di euro. E non sappiamo, però, se lo sti-pendio di René Brulhart, già consiglie-re di Tarcisio Bertone in Segreteria di
Stato, sia giustificabile per un'impresa
sinora mai compiuta: rendere più tra-sparente le finanze vaticane. Il tene-broso svizzero, che lavorava in Lie-chtenstein, dirige l'Autorità di antiri-ciclaggio (Aif) per 30.000 euro netti al
mese più 5.000 euro per le spese, leggi
voce privilegi, per i suoi nove-dieci
giorni che trascorre a Roma ogni tren-ta. Brulhart fu raccomandato dal gen-tiluomo di sua santità, epoca Ratzin-ger, il tedesco Herbert Batliner, un be-nefattore di Santa Romana Chiesa bec-cato a evadere il fisco per oltre 250 mi-lioni di euro. L'Aif è così efficace che
per fare le ispezioni all'Istituto per le
Opere religiose (Ior), la cassa infinita e
segreta, deve chiedere l'autorizzazione.
Quando Francesco ha messo in discus-sione l'esistenza del mitologico Ior, i
SERVIZIO PUBBLICOVa t i l e a k s
e mozzarella per chiudere
S
ervizio Pub-blico formato
speciale ha anco-ra due puntate da
mandare in onda
su La7 (giovedì
sera, ore 21).
Dopo l’a p p r o f o n-dimento sul caso
Provenzano (6,5
lo share, 1 milio-ne e 700mila
spettatori più
30mila streaming
dal sito), i temi in
calendario per
chiudere la serie sono già de-finiti. Si parlerà del Vaticano,
dagli scoop di Vatileaks allo
scandalo della pedofilia, attra-verso testimonianze dettaglia-te (autore Stefano Maria Bian-chi).
L’altra puntata si
concentrerà inve-ce su un prodotto
tipico italiano che
nasconde alcuni
tra i peggiori vizi
nazionali: la moz-zarella di bufala.
Tra latte congela-to e pressioni ca-morristiche, il
racconto di una
realtà simbolica.
Firmano l’i n c h i e-sta Andrea Casa-dio e Francesca Fagnani, men-tre Paolo Santolini ha rico-struito i dialoghi delle inter-cettazioni effettuate per sma-scherare contraffazioni e traf-fici illeciti.
cardinali avranno stretto il rosario fra
le mani. Prima punizione: la commis-sione dei porporati, presieduta da Ber-tone, non riceve più il gettone di pre-senza. Per i laici, la pacchia continua.
UN CONSIGLIERE d'amministrazione,
per un sacrificio che colpisce tre al mas-simo quattro volte l'anno, incassa
60.000 euro. Il vicepresidente, che do-vrà scomodarsi il doppio, si ferma a
80.000. E il presidente, il tedesco Ernst
Von Freyberg? In Germania, faceva
buoni affari con la costruzioni di navi
da guerra. In Vaticano, non ha raggiun-to i livelli stratosferici di qualche sta-gione fa, prima di Ettore Gotti Tedeschi
(che si accontentava di un onorario
simbolico), ma viaggia sui 200.000 euro
fra retribuzione ordinaria, indennità e
autista. Già, le automobili. Un tema de-licato per i porporati, che si fanno an-nunciare da berline di lunghezza ster-minata con bandierine di ordinanza e
vetri oscurati. Il parco auto vaticano di-spone di una cinquantina di esemplari:
soprattutto Mercedes di classe elevata e
un gruppetto di Ford. Un paio di anni
fa, un cardinale americano ordinò le
connazionali Ford, che non danno lo
stesso spessore e lo stessa autorevolezza
dei tedeschi. Così i cardinali, in visita
ufficiale o per pratiche private, preten-devano con tono perentorio di poter
usufruire di una Mercedes. Ora che
Francesco rifiuta di abitare nel sontuo-so palazzo apostolico e non vuole nem-meno passare l'estate a Castel Gandol-fo, i porporati sono assaliti da un senso
di colpa e fanno a gara a procurarsi la
Ford. Ci sono aneddoti che spiegano
meglio di qualsiasi bilancio la gestione
economica in Vaticano che, premesso,
chiuderà in passivo anche il bilancio
2012, dopo aver ingerito un rosso di 15
milioni nel 2011. La rassegna stampa è
un aneddoto di scuola. I cardinali che
gestiscono i dicasteri vogliono e devo-no leggere: ricevono quattro pacchi al
giorni di fotocopie, articoli di quotidia-ni, settimanali e riviste specializzate.
Uno spreco di carta rilevante e di qual-che migliaia di euro al giorno. Ma non si
sono mai arresi a una piccola innova-zione tecnologica: la posta elettronica,
la mail. A proposito di carta, l' Osserva -tore Romano non se la passa bene, la
svolta pubblicitaria non ha portato sol-lievo e la Santa Sede sta per imporre una
riforma che, tradotto, vuole dire rispar-mi drastici. Perché in Vaticano, senza
rivendicare miracoli, le cose si molti-plicano. Quando si rompe una lampa-da, il rigido protocollo dell'Apsa, la
struttura che vigila sul patrimonio, si
muovono tre operai. E si fa presto, giu-stificano in Santa a Sede, a contare
4.200 dipendenti che oscillano fra buste
paghe di 1.500 e 4.000 euro netti. Una
leggenda racconta che papa Giovanni
XXIII, alla domanda di un monsignore
inesperto di Curia che voleva sapere
quanti fossero i lavoratori in Vaticano,
rispose: “La metà”. Il Vaticano non farà
licenziamenti, anche se il personale in-cide per oltre 100 milioni di euro.
Quando eleggono il papa, ciascun di-pendente riceve 1.500 euro. Con Ber-goglio è andata male: quei soldi sono
finiti ai poveri. Stavolta per davver
Tessere e imbrogli: c’era una volta l’I dv, il partito della legalità CONGRESSO A FINE GIUGNO, 5 CANDIDATI IN PALIO ANCHE IL TESORETTO DI DIECI MILIONI
R
abbioso ma non af-flitto, il pugnace
veneto Antonio
Borghesi sigilla co-sì la sua lettera aperta agli iscrit-ti dell'Italia dei Valori: “Siamo
stati il partito della legalità. Ma
se non riusciamo a farla rispet-tare neanche dentro casa no-stra, allora niente ha più senso”.
La legalità è coniugata al passa-to prossimo, “siamo stati”. Il
caos, i sospetti su affarismo e
imbrogli e soldi, l'omologazio-ne al sistema della casta, sono
tutti al presente. È la sintesi del-l'ultima Idv, quella scomparsa
dal Parlamento eletto a feb-braio.
NEL CASOspecifico Borghesi si
riferisce al tesseramento gonfia-to e fasullo per il congresso
straordinario dell'Idv di fine
giugno. Tre giorni, dal 28 al 30,
in un centro di piazza di Spagna.
Sì, il partito di Antonio Di Pie-tro riunisce i suoi iscritti per
eleggere il nuovo leader e nes-suno ne parla. Segno triste dei
tempi. Appena tre anni fa, nel
2010, il congresso dell'Idv tenne
banco sulle prime pagine dei
giornali per il duello tra Luigi de
Magistris e Vincenzo De Luca
del Pd, il sindaco di Salerno che
chiese e ottenne l'appoggio dei
“giustizialisti” per le regionali in
Campania, e per le polemiche su
una foto del ‘92 di Antonio Di
Pietro che cena con il famigera-to poliziotto Contrada. Oggi de
Magistris, sindaco di Napoli,
non è più nell'Idv. Leoluca Or-lando, ritornato da trionfatore a
Palermo, c'è ancora, invece, ma
diserterà il congresso. Resta solo
un ammaccato Di Pietro, auto-nominatosi padre nobile. Il già
citato Borghesi è uno dei cinque
candidati alle segreteria e nella
sua lettera aperta nota: “Alle
amministrative, abbiamo pre-sentato le nostre liste in soli 19
comuni su 700, ebbene com'è
possibile che in alcune regioni
non ci siamo presentati per
mancanza di persone da mette-re in lista e improvvisamente, in
quelle stesse regioni, compaio-no centinaia di iscritti”. Già, co-me è possibile? Soprattutto in
Campania, dove si racconta di
tesserati che interpellati per te-lefono dai garanti hanno rispo-sto: “Ma che cos'è l'Italia dei Va-lori?”.
IL NUOVO segretario sarà eletto
direttamente dai 13.994 iscritti
accertati al 27 maggio scorso. Si
voterà al computer domenica
30 giugno, dalle 8 alle 13. Tre le
modalità: al congresso, nelle fe-derazioni locali, da casa. Per di-sinnescare le tessere false, im-possibili da eliminare pena lo
slittamento del congresso, è sta-to messo a punto un complesso
sistema di codici, una combina-zione tra pc e telefonino. Nella
graduatoria dei favoriti, Bor-ghesi è al quarto posto. Dopo di
lui solo Nicola Scalera. Il pro-nostico della vigilia vede in testa
Ignazio Messina, seguito da
Matteo Castellarin e l'eurode-putato Niccolò Rinaldi. Messi-na è il sospettato numero uno
per lo scandalo degli iscritti fal-si. È stato il braccio di Di Pietro
per le operazioni più imbaraz-zanti di questi anni. Cioè l'ar-rivo nell'Idv di riciclati del-l'Udc, dell'Udeur e così via.
Gente poi finita anche in galera.
Messina ha in mano l'organiz-zazione e ha in mente un partito
che uno dei suoi avversari a mi-crofoni spenti descrive in que-sto modo: “Il ragionamento di
Ignazio è questo: ‘Visto che ab-biamo perso il voto dell'opinio-ne pubblica, facciamo il model-lo Udeur con i pacchetti di tes-sere e pensiamo a sopravvive-re’”. In pratica, la completa de-mocristianizzazione del fu par-tito della legalità. A contrastarlo
sarà soprattutto Castellarin,
funzionario dell'Idv, che si batte
per un ritorno alle origini. Ca-stellarin è il Renzi dipietrista
perché ha lo stesso nome e la
stessa età del sindaco di Firenze:
“Sì, mi chiamo Matteo e ho 37
anni”. La sua mozione è “un ur-lo di rabbia contro l'attuale di-rigenza”. Il leader ufficialmente
non parteggia per nessuno ma
sono in molti a giurare che “in
cuor suo si augura una vittoria
di Matteo”. Il duello investe an-che il tesoretto rimasto nelle
casse del partito: almeno dieci
milioni di euro, di cui otto in ti-toli e il resto liquidi.
UNA CIFRA cui però bisogna
sottrarre i 100mila bruciati inu-tilmente per le amministrative
di Roma. La storia è andata così.
A due giorni dalla presentazio-ne delle liste, Ignazio Marino,
candidato del centrosinistra, ha
scaricato l'Idv, ormai in caduta
libera. Risultato: manifesti e li-ste da buttare e vendetta violen-ta di Di Pietro: “Marino è stato
scorrettissimo a Roma non farò
votare per lui al ballottaggio”.
Gli attuali sondaggi danno al-l'Idv percentuali irrisorie, tra
l'uno e il due per cento. L'otto
per cento registrato nell'autun-no scorso è un ricordo diafano,
trasparente. La nuova marcia è
una traversata nel deserto senza
più la bussola del leader fonda-tore. Come dimostra l'ultima
riunione nazionale sull'affaire
del tesseramento. Chiusa da Di
Pietro con queste parole: “Fate
come volete l'importante è che
non mi tirate in mezzo e mi ga-rantite un esito regolare”. Ama-rezza, tanta amarezza. E qualche
piccola speranza: “Adesso che i
grillini stanno crollando, la gen-te mi cerca di nuovo su Face-book”. Speranza o rimpianto?
abbioso ma non af-flitto, il pugnace
veneto Antonio
Borghesi sigilla co-sì la sua lettera aperta agli iscrit-ti dell'Italia dei Valori: “Siamo
stati il partito della legalità. Ma
se non riusciamo a farla rispet-tare neanche dentro casa no-stra, allora niente ha più senso”.
La legalità è coniugata al passa-to prossimo, “siamo stati”. Il
caos, i sospetti su affarismo e
imbrogli e soldi, l'omologazio-ne al sistema della casta, sono
tutti al presente. È la sintesi del-l'ultima Idv, quella scomparsa
dal Parlamento eletto a feb-braio.
NEL CASOspecifico Borghesi si
riferisce al tesseramento gonfia-to e fasullo per il congresso
straordinario dell'Idv di fine
giugno. Tre giorni, dal 28 al 30,
in un centro di piazza di Spagna.
Sì, il partito di Antonio Di Pie-tro riunisce i suoi iscritti per
eleggere il nuovo leader e nes-suno ne parla. Segno triste dei
tempi. Appena tre anni fa, nel
2010, il congresso dell'Idv tenne
banco sulle prime pagine dei
giornali per il duello tra Luigi de
Magistris e Vincenzo De Luca
del Pd, il sindaco di Salerno che
chiese e ottenne l'appoggio dei
“giustizialisti” per le regionali in
Campania, e per le polemiche su
una foto del ‘92 di Antonio Di
Pietro che cena con il famigera-to poliziotto Contrada. Oggi de
Magistris, sindaco di Napoli,
non è più nell'Idv. Leoluca Or-lando, ritornato da trionfatore a
Palermo, c'è ancora, invece, ma
diserterà il congresso. Resta solo
un ammaccato Di Pietro, auto-nominatosi padre nobile. Il già
citato Borghesi è uno dei cinque
candidati alle segreteria e nella
sua lettera aperta nota: “Alle
amministrative, abbiamo pre-sentato le nostre liste in soli 19
comuni su 700, ebbene com'è
possibile che in alcune regioni
non ci siamo presentati per
mancanza di persone da mette-re in lista e improvvisamente, in
quelle stesse regioni, compaio-no centinaia di iscritti”. Già, co-me è possibile? Soprattutto in
Campania, dove si racconta di
tesserati che interpellati per te-lefono dai garanti hanno rispo-sto: “Ma che cos'è l'Italia dei Va-lori?”.
IL NUOVO segretario sarà eletto
direttamente dai 13.994 iscritti
accertati al 27 maggio scorso. Si
voterà al computer domenica
30 giugno, dalle 8 alle 13. Tre le
modalità: al congresso, nelle fe-derazioni locali, da casa. Per di-sinnescare le tessere false, im-possibili da eliminare pena lo
slittamento del congresso, è sta-to messo a punto un complesso
sistema di codici, una combina-zione tra pc e telefonino. Nella
graduatoria dei favoriti, Bor-ghesi è al quarto posto. Dopo di
lui solo Nicola Scalera. Il pro-nostico della vigilia vede in testa
Ignazio Messina, seguito da
Matteo Castellarin e l'eurode-putato Niccolò Rinaldi. Messi-na è il sospettato numero uno
per lo scandalo degli iscritti fal-si. È stato il braccio di Di Pietro
per le operazioni più imbaraz-zanti di questi anni. Cioè l'ar-rivo nell'Idv di riciclati del-l'Udc, dell'Udeur e così via.
Gente poi finita anche in galera.
Messina ha in mano l'organiz-zazione e ha in mente un partito
che uno dei suoi avversari a mi-crofoni spenti descrive in que-sto modo: “Il ragionamento di
Ignazio è questo: ‘Visto che ab-biamo perso il voto dell'opinio-ne pubblica, facciamo il model-lo Udeur con i pacchetti di tes-sere e pensiamo a sopravvive-re’”. In pratica, la completa de-mocristianizzazione del fu par-tito della legalità. A contrastarlo
sarà soprattutto Castellarin,
funzionario dell'Idv, che si batte
per un ritorno alle origini. Ca-stellarin è il Renzi dipietrista
perché ha lo stesso nome e la
stessa età del sindaco di Firenze:
“Sì, mi chiamo Matteo e ho 37
anni”. La sua mozione è “un ur-lo di rabbia contro l'attuale di-rigenza”. Il leader ufficialmente
non parteggia per nessuno ma
sono in molti a giurare che “in
cuor suo si augura una vittoria
di Matteo”. Il duello investe an-che il tesoretto rimasto nelle
casse del partito: almeno dieci
milioni di euro, di cui otto in ti-toli e il resto liquidi.
UNA CIFRA cui però bisogna
sottrarre i 100mila bruciati inu-tilmente per le amministrative
di Roma. La storia è andata così.
A due giorni dalla presentazio-ne delle liste, Ignazio Marino,
candidato del centrosinistra, ha
scaricato l'Idv, ormai in caduta
libera. Risultato: manifesti e li-ste da buttare e vendetta violen-ta di Di Pietro: “Marino è stato
scorrettissimo a Roma non farò
votare per lui al ballottaggio”.
Gli attuali sondaggi danno al-l'Idv percentuali irrisorie, tra
l'uno e il due per cento. L'otto
per cento registrato nell'autun-no scorso è un ricordo diafano,
trasparente. La nuova marcia è
una traversata nel deserto senza
più la bussola del leader fonda-tore. Come dimostra l'ultima
riunione nazionale sull'affaire
del tesseramento. Chiusa da Di
Pietro con queste parole: “Fate
come volete l'importante è che
non mi tirate in mezzo e mi ga-rantite un esito regolare”. Ama-rezza, tanta amarezza. E qualche
piccola speranza: “Adesso che i
grillini stanno crollando, la gen-te mi cerca di nuovo su Face-book”. Speranza o rimpianto?
“Io trans nelle truppe speciali anti-Bin Laden” DA CHRIS A KRISTIN: IL LIBRO-RIVELAZIONE DELL’EX NAVY SEAL CHE, APPENA CONGEDATO, HA CAMBIATO SESSO
hris Beck è stato per
vent’anni un com-ponente del famoso
Team 6 dei Navy Seal
che lasciò, con un curricu-lum stellare, pieno di rico-noscimenti di grande pregio,
proprio pochi mesi prima del
famoso raid che costò la vita
al nemico Usa numero uno:
Osama bin Laden. Il ritorno
alla vita “civile” significò per
Chris l’inizio di una nuova
impresa che, sicuramente,
non ha richiesto meno co-raggio delle altre, né minore
certezza di sé: diventare una
donna. Kristin Beck, questo
il nome dell’ex Seal oggi, ha
reso pubblica la sua espe-rienza in un libro uscito da
pochi giorni e destinato a fa-re molto rumore non solo in
ambiente militare: “ Wa r r i o r
Princess: a Us Navy Seal’s Jour-ney to Coming Out Transgen-der”.
UN RACCONTO SINCERO, a
volte duro, che percorre le
tappe di una vita segnata dal
desiderio di servire il proprio
paese, con onore, in contrap-posizione a quello di vivere
liberamente la propria ses-sualità, rivelando un’identità
invece nascosta a tutti. “Chris
– spiega Anne Speckhard, la
psicologa che ha collaborato
alla stesura della biografia –
voleva davvero diventare una
ragazza e sentiva di essere
una ragazza e aveva conso-lidato quell’identità già dalla
sua prima infanzia”.
Nonostante tutto, la voglia di
arruolarsi prese il sopravven-to e Kristin decise, non senza
vivere un profondo tormento
interiore, di servire ed even-tualmente morire con onore
sul campo di battaglia perché
quello era il ruolo al quale si
sentiva chiamata. Anzi, i raid
e il pericolo, la responsabilità
di difendere i suoi compagni
e di essere sempre in prima
linea diventarono, in qualche
modo, il “narcotico” per non
avvertire il dolore del suo
sdoppiamento.
Il libro di Beck ha ridato vi-gore al dibattito sul veto an-cora esistente nelle forze ar-mate americane nei confron-ti dei transessuali. L’abolizio -ne del “ don’t ask don’t tell”, in-fatti, ha riguardato esclusiva-mente i gay, lasciando, come
testimonia l’esperienza di
Kristin, ancora nell’ombra
tutti quelli ai quali il libro in-tende dare un sostegno psi-cologico e pratico.
L’esperienza reale di una
donna che per anni ha servito
con onore il proprio paese,
distinguendosi in azioni pe-ricolose e mantenendo sem-pre uno standard impeccabi-le di comportamento è oggi,
grazie alla testimonianza di
Kristin, la prova più evidente
che è tempo per il Pentagono
di compiere un altro passo
avanti nel riconoscimento e
rispetto dei diritti umani.
“Spero che il mio libro – ha
dichiarato l’ex Navy Seal –
possa aiutare in particolare i
giovani ad avere un atteggia-mento più comprensivo nei
confronti dei transessuali”
vent’anni un com-ponente del famoso
Team 6 dei Navy Seal
che lasciò, con un curricu-lum stellare, pieno di rico-noscimenti di grande pregio,
proprio pochi mesi prima del
famoso raid che costò la vita
al nemico Usa numero uno:
Osama bin Laden. Il ritorno
alla vita “civile” significò per
Chris l’inizio di una nuova
impresa che, sicuramente,
non ha richiesto meno co-raggio delle altre, né minore
certezza di sé: diventare una
donna. Kristin Beck, questo
il nome dell’ex Seal oggi, ha
reso pubblica la sua espe-rienza in un libro uscito da
pochi giorni e destinato a fa-re molto rumore non solo in
ambiente militare: “ Wa r r i o r
Princess: a Us Navy Seal’s Jour-ney to Coming Out Transgen-der”.
UN RACCONTO SINCERO, a
volte duro, che percorre le
tappe di una vita segnata dal
desiderio di servire il proprio
paese, con onore, in contrap-posizione a quello di vivere
liberamente la propria ses-sualità, rivelando un’identità
invece nascosta a tutti. “Chris
– spiega Anne Speckhard, la
psicologa che ha collaborato
alla stesura della biografia –
voleva davvero diventare una
ragazza e sentiva di essere
una ragazza e aveva conso-lidato quell’identità già dalla
sua prima infanzia”.
Nonostante tutto, la voglia di
arruolarsi prese il sopravven-to e Kristin decise, non senza
vivere un profondo tormento
interiore, di servire ed even-tualmente morire con onore
sul campo di battaglia perché
quello era il ruolo al quale si
sentiva chiamata. Anzi, i raid
e il pericolo, la responsabilità
di difendere i suoi compagni
e di essere sempre in prima
linea diventarono, in qualche
modo, il “narcotico” per non
avvertire il dolore del suo
sdoppiamento.
Il libro di Beck ha ridato vi-gore al dibattito sul veto an-cora esistente nelle forze ar-mate americane nei confron-ti dei transessuali. L’abolizio -ne del “ don’t ask don’t tell”, in-fatti, ha riguardato esclusiva-mente i gay, lasciando, come
testimonia l’esperienza di
Kristin, ancora nell’ombra
tutti quelli ai quali il libro in-tende dare un sostegno psi-cologico e pratico.
L’esperienza reale di una
donna che per anni ha servito
con onore il proprio paese,
distinguendosi in azioni pe-ricolose e mantenendo sem-pre uno standard impeccabi-le di comportamento è oggi,
grazie alla testimonianza di
Kristin, la prova più evidente
che è tempo per il Pentagono
di compiere un altro passo
avanti nel riconoscimento e
rispetto dei diritti umani.
“Spero che il mio libro – ha
dichiarato l’ex Navy Seal –
possa aiutare in particolare i
giovani ad avere un atteggia-mento più comprensivo nei
confronti dei transessuali”
mercoledì 5 giugno 2013
20/5/13 - Quel melting pot nelle città che farà gli uomini tutti uguali
F
orse non ce ne siamo
ancora accorti, ma
stiamo diventando
tutti uguali. Per la pri-ma volta nella storia
dell’umanità, più di metà della
popolazione mondiale vive in
città, e questo sta producendo
un effetto non solo culturale, ma
anche biologico. «Gli uomini so-no oggi più geneticamente simi-li tra loro di quanto siano mai sta-ti negli ultimi 100 mila anni», af-ferma il professor Steve Jones,
genetista del London University
College e uno degli scienziati più
noti del pianeta. Non ci siamo
mai assomigliati tanto, in altre
parole, da quando poche decine
di migliaia di Homo Sapiens po-polavano l’Africa orientale e co-minciavano a diffondersi nel re-sto del globo.
Geneticamente simili, va pre-cisato, non significa avere tutti lo
stesso aspetto, la stessa faccia, lo
stesso colore della pelle: vuol di-re avere un simile Dna. Ma una
cosa è in un certo senso la pre-messa dell’altra, essendo in ulti-ma analisi la genetica a determi-nare le caratteristiche del nostro
corpo. Nel presentare la tesi del-l’ultimo libro del professor Jo-nes, la Bbc parla infatti di «gran-de omogeneizzazione umana».
A determinarla, è l’urbanizza-zione. Le città, sebbene rappre-sentino soltanto il 3 per cento
della superficie terrestre, ospita-no ora più del 50 per cento della
popolazione totale della terra.
Questo processo ha portato nel
“melting pot” delle metropoli,
nel pentolone di razze dei centri
urbani, una quantità senza pre-cedenti di immigrati da tutti i
continenti. A New York si parla-no 800 lingue. A Londra i bianchi
sono adesso una minoranza (ap-pena dieci anni fa erano ancora il
58 per cento). E come conse-guenza di questa commistione,
le lingue e i dialetti della terra di-minuiscono costantemente:
ogni due settimane ne scompare
una delle 7 mila ancora esistenti.
In sostanza, la multietnicità,
producendo società più diversi-ficate dal punto di vista etnico e
culturale, porta a mescolare le
razze come non era mai accadu-to, attraverso i matrimoni misti.
Nord e sud, del mondo o di una
stessa nazione, si mischiano. E
dal cocktail genetico esce poco
per volta una nuova specie: l’Ho-mo Unicus. La razza degli uomi-ni tutti uguali, non attraverso un
fantascientifico progetto di clo-nazione, bensì come risultato di
una rivoluzione nei trasporti, nel
progresso, nello stile di vita.
«È un’evoluzione cominciata
con la bicicletta», dice il geneti-sta Jones, con una provocazione
che contiene una verità di fondo.
Per milioni di anni, fino pratica-mente a due-tre secoli fa, gli uo-mini hanno vissuto per lo più nel
luogo in cui erano nati. La di-stanza tra un villaggio e una città,
per non parlare di quella tra una
nazione e l’altra, tra un conti-nente e l’altro, appariva come
quella tra la Terra e la Luna: in-colmabile. Le navi dei conqui-stadores prima, i treni della rivo-luzione industriale poi (e la me-tropolitana, la prima inaugurata
a Londra 150 anni or sono), han-no ridotto e infine frantumato
quella distanza. Il globale è di-ventato locale. E la concentra-zione sempre più ampia e diffu-sa di persone di origine etnica e
geografica differente all’interno
di una stessa città ha creato una
miscela dapprima culturale,
quindi pure biologica, come non
accadeva dall’alba dell’Uomo.
Naturalmente è inesatto dire
che siamo tutti uguali. Ma l’ur-banizzazione, avverte l’eminen-te scienziato gallese, ci sta cam-biando in modo non solo socio-culturale. Possiamo sembrare
diversi per ceto, reddito, religio-ne, ma dentro, dal punto di vista
scientifico, ci somigliamo quasi
come al tempo del primo uomo.
Dando ragione a quella vecchia
battuta di Albert Einstein, che al
funzionario dell’immigrazione
di New York, il quale compilan-do il questionario d’ingresso ne-gli Usa gli chiedeva a che razza
appartenesse, rispose senza bat-ter ciglio: «Umana»
orse non ce ne siamo
ancora accorti, ma
stiamo diventando
tutti uguali. Per la pri-ma volta nella storia
dell’umanità, più di metà della
popolazione mondiale vive in
città, e questo sta producendo
un effetto non solo culturale, ma
anche biologico. «Gli uomini so-no oggi più geneticamente simi-li tra loro di quanto siano mai sta-ti negli ultimi 100 mila anni», af-ferma il professor Steve Jones,
genetista del London University
College e uno degli scienziati più
noti del pianeta. Non ci siamo
mai assomigliati tanto, in altre
parole, da quando poche decine
di migliaia di Homo Sapiens po-polavano l’Africa orientale e co-minciavano a diffondersi nel re-sto del globo.
Geneticamente simili, va pre-cisato, non significa avere tutti lo
stesso aspetto, la stessa faccia, lo
stesso colore della pelle: vuol di-re avere un simile Dna. Ma una
cosa è in un certo senso la pre-messa dell’altra, essendo in ulti-ma analisi la genetica a determi-nare le caratteristiche del nostro
corpo. Nel presentare la tesi del-l’ultimo libro del professor Jo-nes, la Bbc parla infatti di «gran-de omogeneizzazione umana».
A determinarla, è l’urbanizza-zione. Le città, sebbene rappre-sentino soltanto il 3 per cento
della superficie terrestre, ospita-no ora più del 50 per cento della
popolazione totale della terra.
Questo processo ha portato nel
“melting pot” delle metropoli,
nel pentolone di razze dei centri
urbani, una quantità senza pre-cedenti di immigrati da tutti i
continenti. A New York si parla-no 800 lingue. A Londra i bianchi
sono adesso una minoranza (ap-pena dieci anni fa erano ancora il
58 per cento). E come conse-guenza di questa commistione,
le lingue e i dialetti della terra di-minuiscono costantemente:
ogni due settimane ne scompare
una delle 7 mila ancora esistenti.
In sostanza, la multietnicità,
producendo società più diversi-ficate dal punto di vista etnico e
culturale, porta a mescolare le
razze come non era mai accadu-to, attraverso i matrimoni misti.
Nord e sud, del mondo o di una
stessa nazione, si mischiano. E
dal cocktail genetico esce poco
per volta una nuova specie: l’Ho-mo Unicus. La razza degli uomi-ni tutti uguali, non attraverso un
fantascientifico progetto di clo-nazione, bensì come risultato di
una rivoluzione nei trasporti, nel
progresso, nello stile di vita.
«È un’evoluzione cominciata
con la bicicletta», dice il geneti-sta Jones, con una provocazione
che contiene una verità di fondo.
Per milioni di anni, fino pratica-mente a due-tre secoli fa, gli uo-mini hanno vissuto per lo più nel
luogo in cui erano nati. La di-stanza tra un villaggio e una città,
per non parlare di quella tra una
nazione e l’altra, tra un conti-nente e l’altro, appariva come
quella tra la Terra e la Luna: in-colmabile. Le navi dei conqui-stadores prima, i treni della rivo-luzione industriale poi (e la me-tropolitana, la prima inaugurata
a Londra 150 anni or sono), han-no ridotto e infine frantumato
quella distanza. Il globale è di-ventato locale. E la concentra-zione sempre più ampia e diffu-sa di persone di origine etnica e
geografica differente all’interno
di una stessa città ha creato una
miscela dapprima culturale,
quindi pure biologica, come non
accadeva dall’alba dell’Uomo.
Naturalmente è inesatto dire
che siamo tutti uguali. Ma l’ur-banizzazione, avverte l’eminen-te scienziato gallese, ci sta cam-biando in modo non solo socio-culturale. Possiamo sembrare
diversi per ceto, reddito, religio-ne, ma dentro, dal punto di vista
scientifico, ci somigliamo quasi
come al tempo del primo uomo.
Dando ragione a quella vecchia
battuta di Albert Einstein, che al
funzionario dell’immigrazione
di New York, il quale compilan-do il questionario d’ingresso ne-gli Usa gli chiedeva a che razza
appartenesse, rispose senza bat-ter ciglio: «Umana»
20/05/13 - Ho un figlio, mi dimetto” l’ultimo scandalo dei Legionari di Cristo Usa, si arrende il prete star della tv: lascio la tonaca
ITTÀ DEL VATICANO — Un an-no fa aveva fatto una pubblica e
clamorosa ammissione: «Ho
avuto una relazione con una don-na, dalla quale è nato un bambi-no. Sono profondamente pentito
per questa trasgressione e ho cer-cato di riparare. I miei superiori e
io abbiamo deciso che la cosa mi-gliore per me sarà prendere un
anno per riflettere sui miei dove-ri di sacerdote, senza esercitare
ministero pubblico. Sono vera-mente mortificato per tutti colo-ro che saranno feriti da questa ri-velazione e vi chiedo preghiere
mentre cerco la maniera migliore
di procedere per il futuro». E oggi,
a un anno di distanza, padre Tho-mas Williams ha fatto di più. Ha
scritto direttamente a Papa Fran-cesco chiedendogli di essere di-spensato dagli obblighi dell’ordi-nazione sacerdotale. In sostanza,
la riflessione ha maturato in lui la
decisione di non riprendere più il
proprio ministero. E chiede al Pa-pa di sottoscrivere questa scelta.
Non è altro che l’ultimo capito-lo, l’epilogo, di uno scandalo che
ancora una volta ha colpito un
membro dei Legionari di Cristo,
anche in questo caso un prete
della vecchia guardia legata a pa-dre Marcial Maciel Degollado, il
fondatore degli stessi Legionari
che abusò sessualmente di mino-ri ed ebbe figli da diverse donne.
Nella Legione, padre Williams
non è uno qualunque: 51 anni,
americano del Michigan, dal
2001 al 2007 decano della facoltà
di teologia dell’Ateneo Pontificio
Regina Apostolorum, è un segui-to commentatore per le catene
televisive Nbc e Cbs, un volto no-to, insomma, anche al grande
pubblico.
Certo, la lettera inviata a Fran-cesco, dice anche altro. A ben ve-dere, infatti, è uno dei frutti del-l’operazione di pulizia messa in
campo dal cardinale Velasio De
Paolis, per volere di Benedetto
XVI dal 2010 “commissario”
presso gli stessi Legionari di Cri-sto. Ratzinger, insomma, che nel-la curia romana di Karol Wojtyla
fu uno dei pochi cardinali a non
favorire l’ascesa romana di padre
Maciel che nel 2004 festeggiò nel-la basilica di San Paolo Fuori le
Mura i sessant’anni di sacerdo-zio. Vi andò tutta la curia romana,
vescovi e cardinali compresi. L’u-nico che rimase a casa fu appun-to l’allora prefetto della Dottrina
della fede. Ratzinger chiese a De
Paolis di lavorare sodo per rico-struire dalle fondamenta un isti-tuto religioso vessato dalle colpe
del suo fondatore. In questo sen-so, la lettera di Williams a France-sco, seppure scritta autonoma-mente dal sacerdote statuniten-se, resta figlia del tentativo di De
Paolis di dare ai Legionari una
nuova vita, di portarli fuori da una
condotta fatta di omissioni e co-perture.
I dirigenti dei Legionari erano a
conoscenza delle mancanze di
Williams da tempo, almeno dal
2005. L’ha ammesso in una lette-ra l’ormai ex direttore generale
Alvaro Corcuera, il quale, proba-bilmente non a caso, lo scorso ot-tobre è stato messo a riposo da De
Paolis. Al suo posto, ha spiegato
lo stesso De Paolis, «esercita le
funzioni di direttore generale il
vicario generale, padre Sylvester
Heereman». Assieme a padre
Heereman, De Paolis ha promos-so al vertice della Legione un altro
prete, padre Deomar De Guedes
Vaz, 51 anni, brasiliano. Sia De
Guedes Vaz che Heerman, sono
stati fra i più decisi nel prendere le
distanze dal fondatore quando
vennero alla luce le sue colpe.
Questa decisione li ha portati a
collaborare con De Paolis nella
difficile strada della trasparenza.
A fine 2013 dovrebbe essere con-vocato un capitolo generale nel
quale si dovranno eleggere i nuo-vi superiori dei Legionari e ap-provare anche le nuove costitu-zioni. Allora, si augura il Vatica-no, l’“operazione De Paolis” po-trà dirsi a tutti gli effetti conclusa.
clamorosa ammissione: «Ho
avuto una relazione con una don-na, dalla quale è nato un bambi-no. Sono profondamente pentito
per questa trasgressione e ho cer-cato di riparare. I miei superiori e
io abbiamo deciso che la cosa mi-gliore per me sarà prendere un
anno per riflettere sui miei dove-ri di sacerdote, senza esercitare
ministero pubblico. Sono vera-mente mortificato per tutti colo-ro che saranno feriti da questa ri-velazione e vi chiedo preghiere
mentre cerco la maniera migliore
di procedere per il futuro». E oggi,
a un anno di distanza, padre Tho-mas Williams ha fatto di più. Ha
scritto direttamente a Papa Fran-cesco chiedendogli di essere di-spensato dagli obblighi dell’ordi-nazione sacerdotale. In sostanza,
la riflessione ha maturato in lui la
decisione di non riprendere più il
proprio ministero. E chiede al Pa-pa di sottoscrivere questa scelta.
Non è altro che l’ultimo capito-lo, l’epilogo, di uno scandalo che
ancora una volta ha colpito un
membro dei Legionari di Cristo,
anche in questo caso un prete
della vecchia guardia legata a pa-dre Marcial Maciel Degollado, il
fondatore degli stessi Legionari
che abusò sessualmente di mino-ri ed ebbe figli da diverse donne.
Nella Legione, padre Williams
non è uno qualunque: 51 anni,
americano del Michigan, dal
2001 al 2007 decano della facoltà
di teologia dell’Ateneo Pontificio
Regina Apostolorum, è un segui-to commentatore per le catene
televisive Nbc e Cbs, un volto no-to, insomma, anche al grande
pubblico.
Certo, la lettera inviata a Fran-cesco, dice anche altro. A ben ve-dere, infatti, è uno dei frutti del-l’operazione di pulizia messa in
campo dal cardinale Velasio De
Paolis, per volere di Benedetto
XVI dal 2010 “commissario”
presso gli stessi Legionari di Cri-sto. Ratzinger, insomma, che nel-la curia romana di Karol Wojtyla
fu uno dei pochi cardinali a non
favorire l’ascesa romana di padre
Maciel che nel 2004 festeggiò nel-la basilica di San Paolo Fuori le
Mura i sessant’anni di sacerdo-zio. Vi andò tutta la curia romana,
vescovi e cardinali compresi. L’u-nico che rimase a casa fu appun-to l’allora prefetto della Dottrina
della fede. Ratzinger chiese a De
Paolis di lavorare sodo per rico-struire dalle fondamenta un isti-tuto religioso vessato dalle colpe
del suo fondatore. In questo sen-so, la lettera di Williams a France-sco, seppure scritta autonoma-mente dal sacerdote statuniten-se, resta figlia del tentativo di De
Paolis di dare ai Legionari una
nuova vita, di portarli fuori da una
condotta fatta di omissioni e co-perture.
I dirigenti dei Legionari erano a
conoscenza delle mancanze di
Williams da tempo, almeno dal
2005. L’ha ammesso in una lette-ra l’ormai ex direttore generale
Alvaro Corcuera, il quale, proba-bilmente non a caso, lo scorso ot-tobre è stato messo a riposo da De
Paolis. Al suo posto, ha spiegato
lo stesso De Paolis, «esercita le
funzioni di direttore generale il
vicario generale, padre Sylvester
Heereman». Assieme a padre
Heereman, De Paolis ha promos-so al vertice della Legione un altro
prete, padre Deomar De Guedes
Vaz, 51 anni, brasiliano. Sia De
Guedes Vaz che Heerman, sono
stati fra i più decisi nel prendere le
distanze dal fondatore quando
vennero alla luce le sue colpe.
Questa decisione li ha portati a
collaborare con De Paolis nella
difficile strada della trasparenza.
A fine 2013 dovrebbe essere con-vocato un capitolo generale nel
quale si dovranno eleggere i nuo-vi superiori dei Legionari e ap-provare anche le nuove costitu-zioni. Allora, si augura il Vatica-no, l’“operazione De Paolis” po-trà dirsi a tutti gli effetti conclusa.
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