lunedì 10 febbraio 2014

Il segreto del regista a due teste di Paolo Sorrentino

 carpe bucate, giacca di velluto e
chitarra in spalla, Llewyn Davis è
un cantautore folk che, nella New
York del 1961, tenta di sbarcare il
lunario cercando ingaggi nei locali. Ha appena pubblicato un disco,Inside Llewyn Davis,
a cui nessuno è interessato, e ha un talento
tanto grande quanto incompreso. Il nuovo film dei fratelli Coen, A
proposito di Davis, al cinema dal 6 febbraio, è costruito interamente sulla figura di un affascinante perdente folk (interpretato da
Oscar Isaac), che vive sui divani degli amici e cerca di sopravvivere
alla collezione di delusioni cui sembra destinato. Attorno a lui ruota l’universo del Greenwich Village dei primi anni Sessanta, un
luogo in cui personaggi come Bob Dylan e Joan Baez stanno per
spiccare l’ultimo, decisivo, salto verso la fama e il successo.
Scritto partendo dalle pagine di Manhattan Folk Story, l’autobiografia di un vero, grande, cantautore americano come Dave Van
Ronk, A proposito di Davismescola elementi di finzione con situazioni reali, rimanda a personaggi esistiti come Tom Paxton e Ramblin’
Jack Elliott, e a dischi realmente pubblicati, come Inside Dave Van
Ronk, del 1964, che nel film diventa, appunto, Inside Llewyn Davis.
Cast notevole, da Carey Mulligan a John Goodman passando
per Justin Timberlake, riferimenti sparsi tanto all’Ulissedi Joyce
quanto a Colazione da Tiffanydi Truman Capote, e colonna sonora (nemmeno a dirlo) imperdibile, firmata da quel genio di TBone Burnett, con pezzi tradizionali rivisti da Mumford & Sons,
Punch Brothers e dallo stesso Isaac, un’autentica rivelazione.
Grand Prix Speciale a Cannes e due nomination all’Oscar (fotografia e sonoro), il film è destinato a diventare un oggetto di
culto negli anni a venire, con Llewyn Davis già al sicuro nella variopinta e geniale galleria dei personaggi inventati dai Coen, a
metà via tra il Drugo de Il grande Lebowskie l’Ed Crane dell’Uomo
che non c’era. (andrea morandi)
e per magia
un altro
perdente
diventa eroe



Ser il grande talento, funziona
come con i gioielli di famiglia
prima di partire per le vacanze.
Li nascondi con così tanta cura
in casa che, per ritrovarli, devi iniziare un
lungo, paziente lavoro di ricerca. Dunque,
procedi per tentativi.
I registi di Inside Llewyn Davis(A prosito di Davis), i più talentuosi della loro
generazione, sono così. Hanno nascosto
per bene il loro segreto e parlano del loro
lavoro in termini di fatica, di memoria, di
esperimenti. Solo così, alla fine, provano
a scovare il nascondiglio della loro virtù
che, come tutte le cose molto preziose,
puoi solo contemplare a bocca aperta.
Il talento, come il diamante perfetto, è
inspiegabile. Perché è un mistero.
Sono andato in un’assolata mattina di
maggio a incontrarli in una bella stanza
d’albergo con l’insensata speranza di   rubare i meccanismi del loro lavoro. Ma
era una pura illusione. Perché il talento
non si nutre di ragionamenti, ma di sensazioni che si rivelano giuste per se stessi.
E le sensazioni appartengono solo a chi le
vive. Non sono condivisibili. Questo è il
piccolo dramma di chi, come me, vorrebbe
imparare qualcosa da questi due mostri
dell’arte cinematografica.
«Quando scrivemmo Fargoeravamo
consapevoli che il personaggio principale
compariva dopo quaranta pagine. Una
scelta narrativa insolita. Ne abbiamo parlato, ci siamo basati su una vaga sensazione, e siamo arrivati alla conclusione che il
pubblico sarebbe stato al gioco», dice Joel.
Ma è successo di più, il pubblico non si è
limitato solo a stare al gioco, e Fargoè di  ventato un cult movieindimenticabile.
Quando hanno realizzato No Country
For Old Men(Non è un paese per vecchi) non
hanno inserito neanche una nota di musica, il che non ha impedito agli spettatori
di rimanere folgorati dalla partitura sonora. Ora hanno fatto l’opposto. Hanno realizzato Inside Llewyn Davis, e quando il
protagonista, un cantautore folk prima
dell’avvento di Bob Dylan, lascia partire
una canzone, la snocciola dinanzi alla
macchina da presa dalla prima all’ultima
nota, contraddicendo la regola elementare secondo la quale, al cinema, una canzone, per non annoiare lo spettatore, deve
sfociare in un’altra scena.
E, ancora una volta, lo spettatore non
si annoia. Anzi, funziona! Insomma, ecc  il talento o, come si suol dire, l’Autore. Ecco la sensazione di essere immersi nel
bello, andando contro le consuete regole
dell’estetica cinematografica. Per spostare la barriera dell’arte un pochino più in
là e unire, al bello, l’inedito. L’unica arma
che sconfigge la maniera.
Come quando girarono Il grande Lebowski. Un trionfo di personaggi meravigliosi e un uso smodato e leggendario
della divagazione nelle scene. Fino all’apparizione di questo film, la divagazione
era considerata il grande nemico dello
spettatore ammalato di logica.
I Coen hanno convinto gli spettatori
della forza della divagazione. Hanno sdoganato la gratuità, elevandola a forma d’arte,
regalando a tutti i cineasti successivi una  nuova, impensata forma di libertà, anche
se poi, a ben vedere, si tratta di una libertà
illusoria, perché come riesce a loro l’arte
del divagare non riesce a nessun altro.
E, a proposito de Il grande Lebowski, mi
raccontano che, a intervalli regolari di
tempo, John Turturro propone loro di fare
uno spin off di quel film. Un nuovo lavoro
incentrato sull’indimenticabile
figura di Jesus, il campione di
bowling sospettato di pedofilia.
Non lo faranno. Invece, hanno in mente un seguito di Barton Fink, dove Turturro sarà un
vecchio professore di scrittura
e drammaturgia a Berkeley.
Mi spingo a chiedere, tra
tutti questi film strepitosi che
hanno realizzato, qual è il loro preferito.
Ma, come risposta, ottengo un prolungato
silenzio.
Mugugnano qualcosa, ma non trovano
la risposta.
Nella stanza d’albergo assolata siamo
in tre, ma ci sono solo due sedie. Una per
me, un’altra per Joel che se ne sta seduto,
pacato e ciondolante come un
pendolo rallentato, con le palpebre calate quasi per intero
sugli occhi e un mezzo sorriso.
Non è prevista una sedia
per il fratello Ethan che percorre avanti e indietro la stanza, senza sosta e senza nervosismo, dedicandosi sporadicamente a dei chicchi d’uva.
Hanno atteggiamenti opposti; il primo
biascica lentamente, il secondo fa schizzare le parole come palline da ping pong, ma,
sempre, uno completa le frasi dell’altro,
come se a parlare fosse una sola persona.
Sono i fratelli Coen, anche detti Il regista a due teste.
Scrivono insieme tutte le scene, fin nei
minimi dettagli. Le rileggono solo dopo
averle stampate su carta. E mentre scrivono, si domandano costantemente:
«Funziona?», «Coinvolge lo spettatore?».
Le riscrivono, mentre continuano a
stampare tonnellate di carta.
Naturalmente, in questa fase, sono
loro gli spettatori. Un narratore di valore
è tale solo se è anche uno spettatore di
valore.   Poi, quando girano, giocano.
E per giocare bene, bisogna fare sul
serio.
«Le regole sono precise. Hai un certo
numero di giorni a disposizione e una certa cifra e devi lanciarti. Come se un colpo
di pistola ti desse il via», afferma Joel.
«Cercare di fare un film perfetto significa…», afferma Ethan, e Joel, mentre
mangia uno yogurt, completa: «…barare.
Sì, non fare mai un film perfetto».
Li tranquillizzo, è un rischio che non
corro nemmeno fortuitamente.
«Bisogna attenersi alle regole. Non
quelle di Von Trier, che prima ha stabilito
i principi di Dogma e poi li ha violati», ridacchiano all’unisono e concordi, ma senza cattiveria, i due fratelli.
Pur essendo dei registi eccezionali, con
una capacità di messa in scena fuori del
comune e una precisione invidiabile, ritengono che il momento del montaggio
sia, semplicemente, la fase di
risoluzione dei problemi.
Quali problemi? Mi chiedo
scandalizzato nell’intimo. Io
non ne vedo. Io ero convinto
che, con quel livello di precisione registica, il montaggio fosse
per i Coen pura routine e loro
invece affermano: «È la fase
della disperazione. Il momento
in cui dobbiamo decidere se
infilarci una pistola in bocca e premere il
grilletto o infilarci nella vasca da bagno e
tagliarci le vene. Il montaggio serve a risolvere i problemi».
Ridono, perché i registi, in realtà, si
divertono solo quando risolvono i problemi. Quando non ci sono difficoltà, i film
risultano piatti e prevedibili.
E, dal momento che i problemi non è
umanamente possibile risolverli tutti, ecco che non ci sono film perfetti.
Perché la perfezione è un luogo astratto che alberga, in modo altrettanto astratto, solo nella testa dello spettatore ingenuo e pedante. Si criticano
costantemente i film, ogni tanto si dovrebbero criticare gli
spettatori. La maggior parte
delle persone tende a leggere
il film innanzitutto come una
concatenazione ferrea di fatti
razionali, mentre i grandi autori procedono in maniera clamorosamente opposta.
I Coen lo dicono molto chiaramente:
«Abbiamo consapevolezza di cosa funziona in un dato momento» e questo è il risultato dell’acquisizione di un mestiere,
«ma a posteriori, guardando quello che
abbiamo fatto, ci rendiamo conto che
quello che ci ha guidati è una sensibilità
inconscia e non ne siamo consapevoli».
Anche Fellini, ripensando ai suoi film,
diceva che un altro io, una persona che
non era lui e che non riconosceva, aveva
comandato e disposto il film.
«Io sono agli ordini di questo personag  gio interiore, che conosco molto male, che
mi detta le opere», diceva Cocteau.
Tutte queste affermazioni, profondamente vere, mi allontanano ancor più
dalla remota chance di carpire qualche
segreto. Insisto sul film preferito che hanno realizzato e ottengo un altro silenzio.
Allora, per non fallire nel mio intento di
imparare qualcosa, sposto la mia attenzione nei loro confronti sul concetto di
esperienza.
I fratelli Coen hanno fatto sedici film,
molti memorabili. La loro è una filmografia lunga e importante. Azzardo: «Se uno
dicesse che questo vostro ultimo film è il
vostro lavoro più maturo, cosa direste?».
Riflettono.
Joel abbassa le palpebre del tutto. Ethan accelera il passo.
Joel solleva le palpebre, sorride e dice:
«Non siamo maturi, siamo vecchi».
«E questo non è bello. È molto triste»,
dice Ethan senza crederci veramente e
aggiunge: «E comunque c’è un che di allarmante nella definizione di maturità,
perché implica anche la serietà…» «… e
noi non vogliamo perdere la leggerezza
della gioventù», completa Joel.
Lo so che non carpirò il segreto del loro talento, poiché quello è illorotalento e
non il mio.
Allora provo a carpirne un altro: «E
avete un segreto per riuscire a mantenere
inalterato l’entusiasmo degli inizi?» Ethan
non ha dubbi: «Sì».
E Joel: «Davvero? Vorrei sapere qual
è?». «È un segreto», risponde Ethan.
Joel dice: «Ah! È un segreto e quindi
non puoi rivelarcelo?».
Ethan non risponde. Io lo imploro:
«Perché non ci dici questo segreto?».
Joel scuote la testa: «Lui, Ethan, ha un
segreto per mantenere l’entusiasmo, ma
non vuole dircelo».
Ethan sorride e non parla. Mi rendo
conto di essere parte attiva di un dialogo  con non senseannesso che non sfigurerebbe in uno dei loro film.
«Vorrei tanto conoscerlo, questo segreto» chiede senza crederci Joel. Ethan, ridendo e tenendoci sulle spine, dice: «Qualche giorno mi ricordo qual è il segreto.
Qualche altro giorno me lo dimentico.
Oggi non lo ricordo».
Poi, però, Ethan Coen si ferma di colpo
al centro della stanza e dice: «Però mi ricordo la risposta alla tua domanda su qual
è il film preferito che abbiamo realizzato».
«Quale?», chiedo fremente.
«Il primo film che abbiamo girato.
Quando abbiamo avuto la sensazione, per
un istante, che non stavamo facendo un
lavoro. È una sensazione che non abbiamo
provato più».
Alla fine, non ho carpito nessun segreto, ma è venuta giù una bella malinconia,
calda, rassicurante e piacevole, come in
un capolavoro dei fratelli Coen 

Relazioni intime e riciclaggio La doppia vita del prelato Nuovo arresto per monsignor Scarano e il suo compagno E per la prima volta lo Ior collabora con governo e polizi

A
desso è in depressione, vorrebbe la visita
fiscale di uno psichiatra. Monsignor Nunzio Scarano che voleva diventare “vescovo” si ritrova
(di nuovo) agli arresti domiciliari
per riciclaggio e falso. È il gip di
Salerno che ha disposto la misura
cautelare dei domiciliari anche
per don Luigi Novi, che con don
Scarano «sono di fatto la stessa
persona e condividono praticamente tutto», mentre per il notaio
salernitano Bruno Frauenfelder il
gip Dolores Zarone si è limitata a
un provvedimento interdittivo. E
per 49 burattini del monsignore,
pronti a prestarsi a essere complici nel riciclaggio di quasi seicentomila euro, il pm ha confermato lo stralcio.
Circa sei milioni e mezzo di euro.
A tanto ammonta il bottino di
«provenienza illecita», perché probabilmente frutto di evasione fiscale, della famiglia di armatori salernitani D’Amico. Fiumi di denaro
transiti su conti correnti accesi allo Ior e che sono intestati a Monsignore, per circa 3.5 milioni di euro,
altri 3 milioni invece sono stati investiti in beni e opere d’arte, e che
non hanno nulla a che vedere con i
20 milioni di euro sempre degli armatori «fraterni amici da trent’anni» che il Monsignore ha cercato di
trasferire dalla Svizzera in Italia
grazie alla complicità di uno 007
italiano (in cambio di 800.000 euro). Operazione che ha portato la
procura di Roma a chiedere e ottenere gli arresti per il prelato ben
prima di Salerno.
«Balza subito agli occhi, anche
dei carabinieri di Salerno, la stranezza della condizione del prelato
che, senza provenire da una famiglia benestante, è proprietario di
una casa di 800 metri quadri lus   suosamente rifinita, ricolma di argenterie, posaterie, reliquie, quadri
di famosi autori».
Se non ci fosse stato quel furto
per un valore pari a 5/6 milioni di
euro, che ha insospettito i carabinieri, forse della doppia personalità
di Nunzio Scarano non avremmo saputo nulla. Doppia personalità, anche relazioni intime con don Novi
ma anche con il giovane Massimiliano Marcianò.
Il 30 gennaio del 2013, il prelato
denuncia di aver subito un furto nella sua abitazione di via Guarna 5, a
Salerno. Scrive il gip nella convalida
del decreto di intercettazione: «Il
primo sopralluogo consente di rile  vare che ignoti si sono introdotti furtivamente nell’appartamento,
asportandovi tele preziose (circa
venti quadri di Guttuso, De Chirico e
altri) un calco del crocefisso dell’altare di San Pietro, una pergamena
d’olio, argenteria e posateria varia
del valore di svariati milioni di euro».
Landi Magno, il compagno della
commercialista coindagata di Scarano, Tiziana Cascone, mette a verbale di «ignorare le enormi disponibilità economiche dello Scarano, di
sapere che è molto legato agli armatori D’Amico, che frequenta numerose personalità tra cui la cognata di
Gianni Agnelli, la principessa Frescobaldi e molti personaggi dello
spettacolo e della televisione, tra cui
Michelle Hunziker. Che nell’abitazione dello Scarano ci sono numerosi oggetti di valore tra cui 6 Van Gogh originali, parte di una collezione
di dodici pezzi. Che il monsignore
sembra avere una doppia personalità perché quando celebra messa o è
nella funzione di religioso sembra
mite e umile, mentre quando si sveste è ben vestito, abbronzato, diviene amante della vita mondana e si
accompagna a personaggi noti quali
anche il principe di Monaco».
È la prima volta di una collaborazione giudiziaria tra Ior-Vaticano e
governo italiano così significativa.
Lo sottolinea anche padre Federico
Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede. Cento pagine,
un report consegnato dall’Autorità
di informazione finanziaria vaticana
al promotore di Giustizia che l’ha girato alle autorità italiane suggellano
il clima nuovo nelle relazioni (giudiziarie) tra i due Stati.
A leggere le centodue pagine dell’ordinanza cautelare il ritratto del
prelato lascia stupefatti: «Nunzio
Scarano è una persona inquietante.
Alto prelato e formale uomo di
chiesa del Vaticano eppure soggetto dedito alla vita mondana, in grado di ricorrere a ingannevoli e spregiudicati artifizi per non figurare
nelle operazioni finanziarie. In grado di distribuire i generi alimentari
ricevuti per scopi caritatevoli, tra
amici e parenti».
Un uomo di Chiesa che si tiene le
donazioni di cibo destinate ai poveri
e bisognosi per darle ad amici e parenti, è qualcosa che lascia senza parole. Scrive il gip: «Parte del denaro
e dei regali - uova di pasqua, vino,
olio - che riceve in donazione per
consegnarlo alla Casa degli Anziani,
Nunzio Scarano lo trattiene per sé o
lo distribuisce tra amici e parenti».
Ma c’è ben altro a rendere reale
la dimensione criminale di monsignore Nunzio Scarano. Il suo reddito dichiarato oscilla tra i 6.000 e gli
8.000 euro all’anno ai quali va aggiunta la diaria di 30.000 euro annue percepita dal Vaticano. Per il
gip «è assolutamente sproporzionato rispetto le movimentazioni
economiche effettive del prelato»

lunedì 13 gennaio 2014

Regionopoli, l’ultima follia benefit per stress da collega

Q
UANTO vale il fastidio
del dover comunicare ai
colleghi novità sgradite
o respingere le loro istanze? La
Regione Liguria ha assegnato
un valore a questo ruolo con
l’introduzione di un’indennità
di “emotività individuale e impegnative relazioni interpersonali”. Tradotto: 13,02 euro al
giorno. Ma al ministero dell’Economia non è piaciuta GENOVA — Quanto vale sul mercato del lavoro il fastidio, o il dispiacere, del dover comunicare ai
propri colleghi novità sgradite
oppure respingere le loro istanze?
La Regione Liguria è riuscita ad
assegnare un valore a questo
spiacevole ruolo attraverso l’introduzione di un parametro definito indennità di “emotività individuale e impegnative relazioni
interpersonali”. Tradotto in soldoni: 13,02 euro al giorno. Poca
roba, anche se alla fine dell’anno
una tredicesima in più non guasta. Ma al ministero dell’Economia e delle Finanze la politica di
indennità a pioggia per gli impiegati e di promozioni e progressioni di carriera per troppi funzionari e dirigenti non è piaciuta. E lo ha
scritto nero su bianco in un voluminoso dossier che il mese scorso
ha trasmesso alla procura della
Corte dei Conti. E i magistrati che
combattono gli sprechi di denaro
pubblico hanno subito aperto un
fascicolo che ipotizza un danno
erariale, ancora da quantificare.
Dalla relazione degli ispettori
del Mef emerge una pesante critica alla miriade di voci
che consentono di rimpolpare gli
stipendi. Ma
il dossier Liguria è solo il
primo di una
serie che si
inserisce
nella linea di
tagli alla
spesa pubblica e ha nel
mirino i “benefit”, grandi o piccoli, degli statali e dei pubblici dipendenti.
«Complessivamente sono 17 i
rilievi formulati dal Mef — conferma l’assessore al personale
della Regione Liguria Matteo
Rossi, di Sel — ma devo dire che
mi sembra inusuale che due
ispettori del ministero contestino
politiche del personale decise
con legge regionale approvata da
Roma, con parere favorevole di
Aran, l’Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche
Amministrazioni. Mi sembra che
così facendo si riducano gli spazi
di autonomia degli enti locali. Ciò
detto, stiamo mettendo mano a
questo settore. Tra le prime, dovranno scendere sotto i 30 euro
mensili alcune indennità, ad
esempio quella dei portagonfalone (oggi 46 euro al giorno che diventano 154 nei festivi, ndr) e il 27
porteremo in giunta la rivisitazione delle posizioni organizzative
di funzionari e dirigenti».
Le voci che hanno generato le
contestazioni del Mef sono contenute tutte in una delibera di
giunta del gennaio 2013 che regola indennità e compensi per impiegati e funzionari. Quello che
non si può leggere nell’intestazione è che la parcellizzazione di
bonus e riconoscimenti è lo strumento per poter rimpolpare stipendi e motivare il personale.
«Bisogna differenziare — spiega l’assessore Rossi —. Il taglio
delle indennità degli impiegati
andrà a colpire famiglie con basso reddito, dipendenti che con i
bonus arrivano a 1.200/1.250 euro e ora torneranno attorno ai
1.100».
Certo anche negli uffici della
Regione c’era chi malignava su alcuni di questi benefit come quello definito alla lettera “i” per «attività presso la struttura addetta alla gestione del personale o presso
la struttura competente per i servizi di Giunta che comporti... relazioni con l’utenza connotate da
problematiche procedurali,
emotività individuale e impegnative relazioni interpersonali, per
un numero massimo di 25 dipendenti, individuati formalmente
dal Segretario generale. A tali addetti è corrisposta la somma lorda di euro 13,02 per ogni giorno di
effettivo servizio».
Quanto ai funzionari l’assessore Rossi ha un’altra impostazione: «Credo sia giusto a questo
punto tornare a rivedere le posizioni organizzative (incarichi che
garantiscono un extra, ndr) non
come un diritto vita natural durante ma con l’ottica della vera
premialità e della produttività».
Molti di quei 17 rilievi contenuti nel dossier del Mef riguardano il
numero eccessivo di “fattispecie
di responsabilità”, le cui differenze minime possono sfuggire a chi
non è addentro alla sintassi della
burocrazia: “responsabilità di
processo erogativo, coordinamento di un gruppo di lavoro, di
attività istruttoria, di formazione,
di avvio nuove attività, di ispezione”.
La Regione Liguria conta 1.130
dipendenti, 450 dei quali sono
funzionari e un centinaio i dirigenti. Il rapporto troppo elevato
tra il numero dei “capi” e quello
degli impiegati è stato in passato
oggetto di ripetuti rilievi provenienti della sezione di controllo
della Corte dei Conti.
Aldilà dei tagli imposti dalla
spending review il clima non è favorevole neppure alle indennità
minori, quelle che non fanno arricchire ma consentono la pizza il
fine settimana. Certo non sarà facile alla politica imporre queste
rinunce. Tra l’altro proprio negli
enti regionali che in tutta Italia sono investiti dalle inchieste sulle
spese pazze. In Liguria Idv, Pdl e
Udc hanno diversi consiglieri indagati per peculato per spese incongrue nei ristoranti, alle terme,
nei negozi di antiquariato, bottiglierie senza parlare delle immancabili mutandine comprate
con soldi dei cittadini. Indennità
assai più sostanziose di quelle incassate in questi anni dai portagonfalone e dai “signornò” dell’ufficio personale

domenica 12 gennaio 2014

Kalashnikov, un nome nella storia divenuto icona di terrore e rivolta

G
ià il suo nome suonava come una raffica: Kalàshnikov.
Per quasi 70 anni
quel fucile automatico con l’inconfondibile caricatore a banana inventato da lui ha
intonato milioni di volte il canto
della morte per chi l’ha ascoltato:
non c’è arma da fuoco individuale che abbia ucciso più dell’AK47 progettato da un contadino degli Urali divenuto meccanico e scomparso ieri a 94 anni.
Era divenuta un’icona più
celebre della Coca Cola o delle
orecchie di Topolino, dal suono
diverso da ogni altro fucile, dal
nome che è risuonato come un
grido di terrore e di rivolta in
ogni continente. Aveva una voce tagliente, una tosse secca e
insistente. Chi l’ha ascoltato
cantare anche una sola volta,
non l’ha più dimenticato, se è
sopravvissuto.
Come la daga delle legioni romane che costruirono un impero, come la scimitarra che diffuse nel mondo la parola del Profeta, come la carabina Winchester
che conquistò un continente,
così l’“Avtomat Kalashnikova”,
il fucile automatico inventato da
Mikhail Timofeyevich Kalashnikov è divenuto il logo di un
tempo della storia, una storia
che esso ha cambito. Con 150
milioni di esemplari, fabbricati
in Unione Sovietica e riprodotti
abusivamente da fabbri di paese
e officine in ogni nazione dove ci
fosse un mercato, l’AK 47 ha
verosimilmente fatto più vittime, una alla volta, delle bombe atomiche sganciate dagli
americani sul Giappone, ma
Mikhail Kalashnkov è morto
senza rimorsi. «Il mio fucile
non uccide nessuno — disse in
una intervista nel 1997, quando finalmente la nuova Russia
decise di brevettare quell’arma — uccidono i politicanti
che non riescono ad accordarsi e che sfruttano la gente».
Un alibi che ricorda pericolosamente il mantra della
lobby americana delle armi —
«non sono le pistole che uccidono, ma chi le impugna» —
ma che il piccolo meccanico
siberiano con la seconda media, reclutato fra i carristi nella
guerra contro i nazisti perché
troppo basso di statura per la
fanteria, ma perfetto per le anguste torrette de T 34 staliniani,
ripeteva con la convinzione di
chi era rimasto, fino all’ultimo
giorno, il patriota comunista.
Kalashnikov, con il petto corazzato da ogni possibile decorazione compresa nell’immenso catalogo della chincaglieria
sovietica, promosso generale
senza avere mai comandato
neppure una pattuglia, insignito di lauree ad honorem in ingegneria meccanica senza avere
mai frequentato un’aula univer  sitaria, disse di avere «creato
un’arma per il popolo». Semplice, maneggevole, relativamente
leggera a poco più di tre chili,
«perché ogni contadino e operaio potessero usarla senza addestramento».
Fu l’arma di chi non aveva armi. La Volkswagen degli eserciti popolari e della bande irregolari. La usarono e la usano non
necessariamente quegli operai
sfruttati e quei contadini oppressi ai quali lui pensava
quando sottopose il proprio disegno per una nuova carabina
al direttorato per le armi leggere dell’Armata Rossa. La avrebbero imbracciata, e purtroppo
usata, i bambini guerriglieri in
Africa, i terroristi di ogni causa,
fede e colore, i ribelli con legittime aspirazioni ed è, insieme
con la scimitarra araba, l’unica
arma da fuoco a comparire, incrociata con una zappa, su una
bandiera nazionale, quella del
Mozambico.
Non era un’arma di precisione, come non sono mai le automatiche, ma di terrore spruzzato a raffica contro il nemico. Non
ci sarebbe stata la rivoluzione
cubana né la vittoria del Vietnam del Nord e dei Vietcong nel
Sud senza il Kalashnikov. L’aneddoto, forse apocrifo, che
l’inventore amava ripetere più
spesso, e con più orgoglio, era la
testimonianza di soldati Usa
che nelle giungle del Sud est
asiatico abbandonavano le loro
delicate carabine M16 preferendo gli AK47 presi ai nemici
caduti catturati. «Il mio fucile
non si inceppava mai».
Fu, per eccellenza e senza
concorrenti, l’arma di sinistra.
La si poteva trovare, nell’immenso bazar globale delle armi,
per poco più di 100 doll ricani, se usata, in mercatini
pakistani o yemeniti o congolesi, anche per meno. Chi l’avesse
progettata e costruita in altri
paesi sarebbe divenuto miliardario, come i produttori di armi
negli Usa o in Europa, ma non
“Mishka”, l’orsetto del mitragliatore. Fu retribuito con lo stipendio di un tecnico qualsiasi,
via via aumentato con le promozioni e le onorificenze, ma sempre da impiegato statale e né lui,
né il governo, né l’Armata Rossa
pensarono mai di brevettarla.
Robaccia da capitalisti, quel
brevetto.
Soltanto nel 1997, nella nuova
Russia, l’AK47 e le sue varianti
successive furono brevettate e il
figlio maggiore di Mikhail “Mishka” Kalashnikov costituì un
azienda privata per costruirla e
commercializzarla. Trascinava
il padre con sé in giro per il mondo, nei congressi e nelle esposizioni degli armaioli, dove il vecchio veniva esposto e venerato
come una reliquia. Se la morte a
spalla fosse una religione, lui ne
sarebbe stato l’evangelista.
A Izhevsk, la città nella regione dell’Udmurtia, negli Urali,
dove viveva ed è morto, il Partito
gli aveva eretto un monumento
di marmo nero, ancora da vivo,
con un busto realisticamente
corretto, compresa la capigliatura ancora folta. Quel monumento è diventato un luogo di
pellegrinaggio e di devozione
per le coppie di nuovi sposi, che
dopo la cerimonia in municipio
vanno a deporre fiori e a chiedere la sua benedizione, invocandone il nome. Spara per noi, Kalashnik

Giappone La solitudine dell’imperatore

P
overa imperatrice Michiko,
sposa del Tenno che dal 1989
siede su Trono del Crisantemo;
Quante ne ha dovute passare,
lei, una borghese, figlia di un
ricchissimo produttore di farine e perciò
soprannominata la Mugnaia. Il suocero
Hiro Hito, l’ultimo imperatore giapponese che si sentiva una divinità, la trattava assai sgarbatamente, con crudeltà, e
pare che con le sue angherie le avesse addirittura provocato un aborto nel lontano 1961. Ma ora, alla fine del 2013, ecco
che Michiko si toglie la soddisfazione di
ricevere un pubblico encomio da parte
di suo marito Akihito il quale ieri ha festeggiato il suo ottantesimo compleanno e ha testualmente detto: «Essere imperatore può portare alla solitudine, ma
la presenza al mio fianco dell’imperatrice mi ha portato conforto e gioia. Mi ha
sempre rispettato e sostenuto».
Queste sue parole non sono soltanto
il riconoscimento dei meriti della consorte ma anche una sommessa confessione di quanto sia duro il mestiere dell’imperatore, specie se si è l’eccentrico
imperatore del Giappone. Si tratta infatti di un essere strano che è piuttosto
un’essenza, non si può guardarlo, toccarlo, parlargli, eppure c’è ma è come se
fosse puro spirito, infatti è divino. O almeno lo era, ovvero si credeva che lo fosse. Abita al centro di Tokyo ma questo
centro è vuoto, custodisce la sua dimora
che è invisibile, mascherata dalla vegetazione, difesa da fossati d’acqua. Tutta
la città ruota intorno a questo vuoto che
è insieme, come, scrive Roland Barthes
«interdetto e indifferente, abitato da un
imperatore che non si vede mai, cioè, letteralmente da non si sa chi».
A Tokyo sono molti quelli che si augurano che la dimora imperiale, questo
vuoto reale e simbolico al centro di una
delle città più moderne del mondo, venga inglobato democraticamente nel tessuto urbano senza più obbligare il traffico a una deviazione perpetua. Ho sentito un taxista imprecare nel bel mezzo di
un’ora di punta attorno al Palazzo imperiale: «ci vorrebbe una bomba!» ha detto,
e forse ha avuto il coraggio di esprimersi
così perché la passeggera ero io, chiaramente una straniera. Se fossi stata giap  ponese dubito che avrebbe osato, non si
può mai sapere chi è pro e chi è contro
quello che in Giappone si chiama il sistema imperiale, caposaldo e struttura portanti di anacronismi e contraddizioni tradizionalmente riveriti.
Quel centro vuoto forse protegge l’idea
di sacralità di un paese che non è un impero, per Costituzione non è nemmeno una
repubblica né una monarchia ma, superbamente o forse ambiguamente, soltanto
Giappone, ossia la “radice del sole”, questo è il senso dei due ideogrammi che servono a scrivere Giappone: sole e radice.
Così semplicemente si legge sui passaporti dei giapponesi, non repubblica o re del Giappone o altro. La dinastia sul trono che in realtà non regna dal 1945, si ritiene che sia la più antica del mondo e
per questo non si degna di avere un nome di famiglia come dei Windsor, dei Savoia o dei Romanov qualunque che sono degli umani come tutti gli altri. Dio ha
per caso un cognome?
L’essenza divina dell’imperatore, discendente diretto della dea Amaterasu, è
stata una questione assai dibattuta alla fine della seconda guerra mondiale quando i vincitori americani avrebbero potuto
fare del Giappone una repubblica ma il
generale MacArthur si oppose e non volle che l’imperatore Hiro Hito fosse condannato come criminale di guerra. Gli
chiese soltanto di rinunciare alla sua natura divina, cosa che Hiro Hito fece, non
si sa bene se con o senza convinzione in
quanto il proclama che lesse alla radio era
piuttosto ambiguo al riguardo. Tuttavia
fu allora che ebbe inizio il processo di
umanizzazione della figura imperiale, un
processo che ormai dovrebbe essere
giunto a compimento anche se si notano
ancora delle resistenze da parte di tanti
che è difficile definire: sono portatori di
un’ideologia, se così vogliamo chiamarla,
che è troppo facile definire tradizionalista ma è qualcosa di più antico di qualsiasi tradizione. L’unico che potrebbe azzardare una definizione non denigratoria di
un atteggiamento mentale tanto anacronistico potrebbe essere un Mishima redivivo, quel Mishima che con il suo teatrale
harakiri, nel 1970, intendeva difendere
proprio la divinità dell’imperatore considerato essenza eterna del Giappone. Un
nuovo Mishima potrebbe sostenere mai
la tesi di un Giappone paese normale?
L’attuale imperatore confessando la
tristezza della sua solitudine, sembra
anelare alla normalità, lui con la sua brava moglie al fianco, segno che questa normalità gli viene ancora negata. Ma almeno ha avuto il coraggio di esprimersi da
uomo comune. Quanto a suo padre Hiro
Hito, dovrebbe ringraziare il generale
MacArthur se nel 1976, da uomo comune,
visitò gli Stati Uniti e andò a Disneyland
dove si comprò un orologio da polso con
su Topolino. Ma molti giapponesi non
l’hanno mai saputo. Gli è stato tenuto nascosto. Gli dei cadono, gli dei falliscono,

venerdì 10 gennaio 2014

Norvegia, il paese dei fortunati dove ognuno nasce milionario

B
envenuti nel paese
dei Signor Bonaventura. Il petrolio e il
boom delle Borse
hanno fatto il miracolo: il valore del fondo sovrano
di Oslo, il maxi-salvadanaio dove la Norvegia deposita da
vent’anni i profitti garantiti dai
pozzi nel Mare del Nord, è arrivato a Natale a 5,11 trilioni di corone, 608 miliardi di euro. E i
5,09 milioni di abitanti della nazione vichinga si sono ritrovati
improvvisamente tutti milionari. Ogni norvegese — vecchi e
bambini compresi — ha in tasca
oggi 1.040.000 corone del
Norway Global Fund, qualcosa
come 118mila euro. Si tratta, intendiamoci, di soldi virtuali, visto che nessuno può svegliarsi la
mattina e andare a ritirare quei
quattrini come al Bancomat.
Ma proprio per questo valgono
forse ancora di più: il tesoretto di
Oslo è (e verrà) utilizzato dallo
Stato per continuare a garantire
il generosissimo welfare nazionale e per ammortizzare contraccolpi sull’economia nazionale nel caso — da quelle parti
incrociano tutti le dita — il greggio passi di moda.
La storia, a modo suo, è un
déjà vu: gli idrocarburi hanno
cambiato il destino di tanti paesi. Ma mentre nel Golfo Persico
e dintorni i petrodollari sono
stati un affare per pochi emiri, ai
71 gradi latitudine Nord della
democraticissima Norvegia, la
pioggia di profitti garantiti dalla
Bonanza dell’oro nero è finita
(per legge) nelle tasche di tutti.
I Paperoni artici hanno iniziato a costruire la loro fortuna a cavallo tra gli Anni ’70-’80, quando
due choc petroliferi consecutivi
hanno spinto le quotazioni alle
stelle e le trivelle delle sette sorelle a cercare pozzi più sicuri
nei fondali del Mare del Nord. La
caccia al tesoro è andata bene: le
acque territoriali di Oslo si sono
rivelate il Golfo Persico d’Europa e nelle casse dello Stato hanno iniziato a piovere fiumi d  royalty, dividendi e diritti esplorativi. Che farne? Per un po’ di
anni — un milione alla volta —
la Norvegia ha utilizzato questa
ricchezza piovuta dal mare per
gettare le basi di quello stato sociale che ne fa oggi la seconda
nazione più felice del mondo e
la prima per indice di sviluppo.
Nel 1990 la svolta: il petrolio —
contrariamente ai diamanti —
non è per sempre, si sono detti i
politici nazionali. E per evitare
la fine della Cicala di Esopo,
hanno deciso di mettere un po’
di soldi da parte in vista dei periodi di vacche magre, istituendo il super-fondo nazionale.
Il suo funzionamento è uguale a quello, vecchio come il mondo, del salvadanaio. Oslo versa
tutte le entrate garantite dagli
idrocarburi — le licenze d’esplorazione e i dividendi di Statoil, l’Eni norvegese — sul conto
corrente del Norway Global
fund. I soldi vengono investiti in
azioni e titoli di stato stranieri
per non surriscaldare il listino
locale e il governo utilizza i profitti — fino a un tetto massimo
del 4% del valore del patrimonio
— per tappare i buchi aperti nel
bilancio pubblico dal sistema di
welfarepiù generoso al mondo.
Siamo a livelli da Bengodi: Oslo
garantisce il dentista gratuito
per tutti i suoi cittadini fino a 19
anni, fornisce il riscaldamento
per le stalle oltre il Circolo polare e garantisce un congruo sussidio di disoccupazione che ha
convinto un adulto su 5 a vivere
a spese dello Stato senza lavorare, con un tasso di senza lavoro
fermo lo stesso attorno al 3%.
Le cose, fino ad oggi, sono andate benissimo. Il petrolio, tr  alti e bassi, non ha mai smesso di
foraggiare le casse del Tesoro. Il
Pil procapite nel paese dei milionari è arrivato a 80mila euro
circa l’anno. E nessuno ha mai
dovuto mettere mano al martello per rompere il super-salvadanaio. Risultato: la ricchezza del
fondo — complice il buon momento delle borse — è andata alle stelle. Oggi il Norway Global è
il primo investitore al mondo e
controlla l’1% delle Borse globali. Il suo problema, oltre che far
soldi, è dove metterli: ora il 63%
è in azioni e il 35% in bond, tra
cui 3,5 miliardi di titoli italiani.
Negli ultimi anni il Governo ha
prima autorizzato il suo sbarco
nei paesi emergenti, poi gli acquisti di immobili (si è appena
comprato per la modica cifra di
684 milioni il 45% della torre di
Times Square a New York). E
ora, a caccia di rendimenti, potrebbe dare l’ok al suo ingresso
diretto in opere infrastrutturali.
Il bello è che troppa ricchezza, alla fine, ha finito per mettere in difficoltà persino la Norvegia dei milionari. I prezzi delle
case — al netto di una timida frenata negli ultimi mesi — è raddoppiato in 10 anni. La crisi dell’euro ha spedito per diverso
tempo la corona alle stelle penalizzando le esportazioni e i tassi
bassi hanno fatto volare al 200%
del reddito disponibile l’indebitamento dei privati. Il nuovo governo conservatore eletto qualche mese fa è stato così costretto (beati loro) a fare i conti con gli
eccessi di successo del modello
norvegese, provando a frenare il
costo della vita. Qualcuno — davanti a un pil che crescerà solo
del 2,2% nel 2014 dopo la media
del 6% registrata per quasi un
ventennio dal 1993 — ha iniziato persino a ventilare l’ipotesi di
ridurre i benefit dello stato sociale. I norvegesi per ora non si
preoccupano. Mal che vada
hanno in tasca una certezza: un
milione a testa

mercoledì 8 gennaio 2014

La strigliata dell’Europa: parità al cognome materno Il caso La Brianza si ribella a Virzì “Con il suo film ci insulta”

I FIGLI si dà il cognome
paterno. Ci si è abituati
così. È la nostra storia. È
la nostra tradizione. Perché
cambiare? Un padre non può
mica rinunciare alla trasmissione del proprio patronimico! È il
dramma del nostro paese, incapace di prendere sul serio non
solo l’uguaglianza tra gli uomini
e le donne, ma anche l’autonomia e la libertà individuale C
e lo ha ricordato ieri
la Corte Europea dei
diritti umani: negando la possibilità a
una coppia di dare alla figlia
il cognome materno, l’Italia
non rispetterebbe il principio di uguaglianza e discriminerebbe le donne; i genitori dovrebbero sempre avere la libertà di dare ai figli il
cognome che vogliono:
quello paterno, quello materno, oppure anche entrambi.
In Parlamento, sono anni
che si accumulano proposte
di leggi che vanno in questa
direzione. Quando si parla
della famiglia, però, va a finire sempre nello stesso modo:
prima grandi dibattiti e grandi speranze; poi grandi polemiche; infine tutto si blocca.
Le proposte di legge non vengono calendarizzate, oppure
si arenano in qualche commissione, sepolte da mille altri progetti considerati più
urgenti. Come nel caso del
divorzio breve, delle unioni
civili, dell’inseminazione
eterologa, ecc. Ossia ogniqualvolta si parli di sessualità
o di procreazione. Come se
dietro l’idea di promuovere
l’uguaglianza e le pari opportunità dei cittadini — indipendentemente dal sesso,
dal genere e dall’orientamento sessuale — ci fosse
per forza la volontà di rimettere in discussione l’ordine, il
valore della famiglia, o anche
il “nome del padre”, per utilizzare la celebre formula di
Jacques Lacan. Mentre in
realtà si tratterebbe solo di
scrivere leggi adeguate alle
trasformazioni e all’evoluzione della società. Senza più
trincerarsi dietro concezioni
arcaiche dei rapporti di coppia. Senza più promuovere
una visione patriarcale delle
famiglie. Perché d’altronde
dovrebbe essere sempre e
solo il padre a trasmettere il
nome della propria famiglia
e una madre dovrebbe accontentarsi di aggiungere il
proprio cognome accanto a
quello paterno?
All’epoca in cui tutti sembrano celebrare il trionfo
dell’uguaglianza, l’unica
plausibile risposta a questo
tipo di domande è l’abitudine. È per abitudine che ancora tante donne considerano
normale che i figli portino il
cognome del padre. È per
abitudine che tanti uomini
continuano a pensare che,
trasmettendo il nome, trasmettono poi ai figli anche la
propria storia e i propri valori. È per abitudine che ci si
adatta e si va avanti, quella
stessa abitudine che per
Étienne de La Boétie spiegava perché gli esseri umani,
per natura liberi e uguali, accettassero poi forme di servitù volontaria. Ecco perché
abbiamo bisogno di leggi capaci, grazie anche al proprio
valore simbolico, di scardinare queste abitudini, dando
strumenti adeguati a tutti per
poi costruire delle società in
cui l’uguaglianza e le pari opportunità non siano semplici “significanti” privi di “significato