Q
UANTO vale il fastidio
del dover comunicare ai
colleghi novità sgradite
o respingere le loro istanze? La
Regione Liguria ha assegnato
un valore a questo ruolo con
l’introduzione di un’indennità
di “emotività individuale e impegnative relazioni interpersonali”. Tradotto: 13,02 euro al
giorno. Ma al ministero dell’Economia non è piaciuta GENOVA — Quanto vale sul mercato del lavoro il fastidio, o il dispiacere, del dover comunicare ai
propri colleghi novità sgradite
oppure respingere le loro istanze?
La Regione Liguria è riuscita ad
assegnare un valore a questo
spiacevole ruolo attraverso l’introduzione di un parametro definito indennità di “emotività individuale e impegnative relazioni
interpersonali”. Tradotto in soldoni: 13,02 euro al giorno. Poca
roba, anche se alla fine dell’anno
una tredicesima in più non guasta. Ma al ministero dell’Economia e delle Finanze la politica di
indennità a pioggia per gli impiegati e di promozioni e progressioni di carriera per troppi funzionari e dirigenti non è piaciuta. E lo ha
scritto nero su bianco in un voluminoso dossier che il mese scorso
ha trasmesso alla procura della
Corte dei Conti. E i magistrati che
combattono gli sprechi di denaro
pubblico hanno subito aperto un
fascicolo che ipotizza un danno
erariale, ancora da quantificare.
Dalla relazione degli ispettori
del Mef emerge una pesante critica alla miriade di voci
che consentono di rimpolpare gli
stipendi. Ma
il dossier Liguria è solo il
primo di una
serie che si
inserisce
nella linea di
tagli alla
spesa pubblica e ha nel
mirino i “benefit”, grandi o piccoli, degli statali e dei pubblici dipendenti.
«Complessivamente sono 17 i
rilievi formulati dal Mef — conferma l’assessore al personale
della Regione Liguria Matteo
Rossi, di Sel — ma devo dire che
mi sembra inusuale che due
ispettori del ministero contestino
politiche del personale decise
con legge regionale approvata da
Roma, con parere favorevole di
Aran, l’Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche
Amministrazioni. Mi sembra che
così facendo si riducano gli spazi
di autonomia degli enti locali. Ciò
detto, stiamo mettendo mano a
questo settore. Tra le prime, dovranno scendere sotto i 30 euro
mensili alcune indennità, ad
esempio quella dei portagonfalone (oggi 46 euro al giorno che diventano 154 nei festivi, ndr) e il 27
porteremo in giunta la rivisitazione delle posizioni organizzative
di funzionari e dirigenti».
Le voci che hanno generato le
contestazioni del Mef sono contenute tutte in una delibera di
giunta del gennaio 2013 che regola indennità e compensi per impiegati e funzionari. Quello che
non si può leggere nell’intestazione è che la parcellizzazione di
bonus e riconoscimenti è lo strumento per poter rimpolpare stipendi e motivare il personale.
«Bisogna differenziare — spiega l’assessore Rossi —. Il taglio
delle indennità degli impiegati
andrà a colpire famiglie con basso reddito, dipendenti che con i
bonus arrivano a 1.200/1.250 euro e ora torneranno attorno ai
1.100».
Certo anche negli uffici della
Regione c’era chi malignava su alcuni di questi benefit come quello definito alla lettera “i” per «attività presso la struttura addetta alla gestione del personale o presso
la struttura competente per i servizi di Giunta che comporti... relazioni con l’utenza connotate da
problematiche procedurali,
emotività individuale e impegnative relazioni interpersonali, per
un numero massimo di 25 dipendenti, individuati formalmente
dal Segretario generale. A tali addetti è corrisposta la somma lorda di euro 13,02 per ogni giorno di
effettivo servizio».
Quanto ai funzionari l’assessore Rossi ha un’altra impostazione: «Credo sia giusto a questo
punto tornare a rivedere le posizioni organizzative (incarichi che
garantiscono un extra, ndr) non
come un diritto vita natural durante ma con l’ottica della vera
premialità e della produttività».
Molti di quei 17 rilievi contenuti nel dossier del Mef riguardano il
numero eccessivo di “fattispecie
di responsabilità”, le cui differenze minime possono sfuggire a chi
non è addentro alla sintassi della
burocrazia: “responsabilità di
processo erogativo, coordinamento di un gruppo di lavoro, di
attività istruttoria, di formazione,
di avvio nuove attività, di ispezione”.
La Regione Liguria conta 1.130
dipendenti, 450 dei quali sono
funzionari e un centinaio i dirigenti. Il rapporto troppo elevato
tra il numero dei “capi” e quello
degli impiegati è stato in passato
oggetto di ripetuti rilievi provenienti della sezione di controllo
della Corte dei Conti.
Aldilà dei tagli imposti dalla
spending review il clima non è favorevole neppure alle indennità
minori, quelle che non fanno arricchire ma consentono la pizza il
fine settimana. Certo non sarà facile alla politica imporre queste
rinunce. Tra l’altro proprio negli
enti regionali che in tutta Italia sono investiti dalle inchieste sulle
spese pazze. In Liguria Idv, Pdl e
Udc hanno diversi consiglieri indagati per peculato per spese incongrue nei ristoranti, alle terme,
nei negozi di antiquariato, bottiglierie senza parlare delle immancabili mutandine comprate
con soldi dei cittadini. Indennità
assai più sostanziose di quelle incassate in questi anni dai portagonfalone e dai “signornò” dell’ufficio personale
lunedì 13 gennaio 2014
domenica 12 gennaio 2014
Kalashnikov, un nome nella storia divenuto icona di terrore e rivolta
G
ià il suo nome suonava come una raffica: Kalàshnikov.
Per quasi 70 anni
quel fucile automatico con l’inconfondibile caricatore a banana inventato da lui ha
intonato milioni di volte il canto
della morte per chi l’ha ascoltato:
non c’è arma da fuoco individuale che abbia ucciso più dell’AK47 progettato da un contadino degli Urali divenuto meccanico e scomparso ieri a 94 anni.
Era divenuta un’icona più
celebre della Coca Cola o delle
orecchie di Topolino, dal suono
diverso da ogni altro fucile, dal
nome che è risuonato come un
grido di terrore e di rivolta in
ogni continente. Aveva una voce tagliente, una tosse secca e
insistente. Chi l’ha ascoltato
cantare anche una sola volta,
non l’ha più dimenticato, se è
sopravvissuto.
Come la daga delle legioni romane che costruirono un impero, come la scimitarra che diffuse nel mondo la parola del Profeta, come la carabina Winchester
che conquistò un continente,
così l’“Avtomat Kalashnikova”,
il fucile automatico inventato da
Mikhail Timofeyevich Kalashnikov è divenuto il logo di un
tempo della storia, una storia
che esso ha cambito. Con 150
milioni di esemplari, fabbricati
in Unione Sovietica e riprodotti
abusivamente da fabbri di paese
e officine in ogni nazione dove ci
fosse un mercato, l’AK 47 ha
verosimilmente fatto più vittime, una alla volta, delle bombe atomiche sganciate dagli
americani sul Giappone, ma
Mikhail Kalashnkov è morto
senza rimorsi. «Il mio fucile
non uccide nessuno — disse in
una intervista nel 1997, quando finalmente la nuova Russia
decise di brevettare quell’arma — uccidono i politicanti
che non riescono ad accordarsi e che sfruttano la gente».
Un alibi che ricorda pericolosamente il mantra della
lobby americana delle armi —
«non sono le pistole che uccidono, ma chi le impugna» —
ma che il piccolo meccanico
siberiano con la seconda media, reclutato fra i carristi nella
guerra contro i nazisti perché
troppo basso di statura per la
fanteria, ma perfetto per le anguste torrette de T 34 staliniani,
ripeteva con la convinzione di
chi era rimasto, fino all’ultimo
giorno, il patriota comunista.
Kalashnikov, con il petto corazzato da ogni possibile decorazione compresa nell’immenso catalogo della chincaglieria
sovietica, promosso generale
senza avere mai comandato
neppure una pattuglia, insignito di lauree ad honorem in ingegneria meccanica senza avere
mai frequentato un’aula univer sitaria, disse di avere «creato
un’arma per il popolo». Semplice, maneggevole, relativamente
leggera a poco più di tre chili,
«perché ogni contadino e operaio potessero usarla senza addestramento».
Fu l’arma di chi non aveva armi. La Volkswagen degli eserciti popolari e della bande irregolari. La usarono e la usano non
necessariamente quegli operai
sfruttati e quei contadini oppressi ai quali lui pensava
quando sottopose il proprio disegno per una nuova carabina
al direttorato per le armi leggere dell’Armata Rossa. La avrebbero imbracciata, e purtroppo
usata, i bambini guerriglieri in
Africa, i terroristi di ogni causa,
fede e colore, i ribelli con legittime aspirazioni ed è, insieme
con la scimitarra araba, l’unica
arma da fuoco a comparire, incrociata con una zappa, su una
bandiera nazionale, quella del
Mozambico.
Non era un’arma di precisione, come non sono mai le automatiche, ma di terrore spruzzato a raffica contro il nemico. Non
ci sarebbe stata la rivoluzione
cubana né la vittoria del Vietnam del Nord e dei Vietcong nel
Sud senza il Kalashnikov. L’aneddoto, forse apocrifo, che
l’inventore amava ripetere più
spesso, e con più orgoglio, era la
testimonianza di soldati Usa
che nelle giungle del Sud est
asiatico abbandonavano le loro
delicate carabine M16 preferendo gli AK47 presi ai nemici
caduti catturati. «Il mio fucile
non si inceppava mai».
Fu, per eccellenza e senza
concorrenti, l’arma di sinistra.
La si poteva trovare, nell’immenso bazar globale delle armi,
per poco più di 100 doll ricani, se usata, in mercatini
pakistani o yemeniti o congolesi, anche per meno. Chi l’avesse
progettata e costruita in altri
paesi sarebbe divenuto miliardario, come i produttori di armi
negli Usa o in Europa, ma non
“Mishka”, l’orsetto del mitragliatore. Fu retribuito con lo stipendio di un tecnico qualsiasi,
via via aumentato con le promozioni e le onorificenze, ma sempre da impiegato statale e né lui,
né il governo, né l’Armata Rossa
pensarono mai di brevettarla.
Robaccia da capitalisti, quel
brevetto.
Soltanto nel 1997, nella nuova
Russia, l’AK47 e le sue varianti
successive furono brevettate e il
figlio maggiore di Mikhail “Mishka” Kalashnikov costituì un
azienda privata per costruirla e
commercializzarla. Trascinava
il padre con sé in giro per il mondo, nei congressi e nelle esposizioni degli armaioli, dove il vecchio veniva esposto e venerato
come una reliquia. Se la morte a
spalla fosse una religione, lui ne
sarebbe stato l’evangelista.
A Izhevsk, la città nella regione dell’Udmurtia, negli Urali,
dove viveva ed è morto, il Partito
gli aveva eretto un monumento
di marmo nero, ancora da vivo,
con un busto realisticamente
corretto, compresa la capigliatura ancora folta. Quel monumento è diventato un luogo di
pellegrinaggio e di devozione
per le coppie di nuovi sposi, che
dopo la cerimonia in municipio
vanno a deporre fiori e a chiedere la sua benedizione, invocandone il nome. Spara per noi, Kalashnik
ià il suo nome suonava come una raffica: Kalàshnikov.
Per quasi 70 anni
quel fucile automatico con l’inconfondibile caricatore a banana inventato da lui ha
intonato milioni di volte il canto
della morte per chi l’ha ascoltato:
non c’è arma da fuoco individuale che abbia ucciso più dell’AK47 progettato da un contadino degli Urali divenuto meccanico e scomparso ieri a 94 anni.
Era divenuta un’icona più
celebre della Coca Cola o delle
orecchie di Topolino, dal suono
diverso da ogni altro fucile, dal
nome che è risuonato come un
grido di terrore e di rivolta in
ogni continente. Aveva una voce tagliente, una tosse secca e
insistente. Chi l’ha ascoltato
cantare anche una sola volta,
non l’ha più dimenticato, se è
sopravvissuto.
Come la daga delle legioni romane che costruirono un impero, come la scimitarra che diffuse nel mondo la parola del Profeta, come la carabina Winchester
che conquistò un continente,
così l’“Avtomat Kalashnikova”,
il fucile automatico inventato da
Mikhail Timofeyevich Kalashnikov è divenuto il logo di un
tempo della storia, una storia
che esso ha cambito. Con 150
milioni di esemplari, fabbricati
in Unione Sovietica e riprodotti
abusivamente da fabbri di paese
e officine in ogni nazione dove ci
fosse un mercato, l’AK 47 ha
verosimilmente fatto più vittime, una alla volta, delle bombe atomiche sganciate dagli
americani sul Giappone, ma
Mikhail Kalashnkov è morto
senza rimorsi. «Il mio fucile
non uccide nessuno — disse in
una intervista nel 1997, quando finalmente la nuova Russia
decise di brevettare quell’arma — uccidono i politicanti
che non riescono ad accordarsi e che sfruttano la gente».
Un alibi che ricorda pericolosamente il mantra della
lobby americana delle armi —
«non sono le pistole che uccidono, ma chi le impugna» —
ma che il piccolo meccanico
siberiano con la seconda media, reclutato fra i carristi nella
guerra contro i nazisti perché
troppo basso di statura per la
fanteria, ma perfetto per le anguste torrette de T 34 staliniani,
ripeteva con la convinzione di
chi era rimasto, fino all’ultimo
giorno, il patriota comunista.
Kalashnikov, con il petto corazzato da ogni possibile decorazione compresa nell’immenso catalogo della chincaglieria
sovietica, promosso generale
senza avere mai comandato
neppure una pattuglia, insignito di lauree ad honorem in ingegneria meccanica senza avere
mai frequentato un’aula univer sitaria, disse di avere «creato
un’arma per il popolo». Semplice, maneggevole, relativamente
leggera a poco più di tre chili,
«perché ogni contadino e operaio potessero usarla senza addestramento».
Fu l’arma di chi non aveva armi. La Volkswagen degli eserciti popolari e della bande irregolari. La usarono e la usano non
necessariamente quegli operai
sfruttati e quei contadini oppressi ai quali lui pensava
quando sottopose il proprio disegno per una nuova carabina
al direttorato per le armi leggere dell’Armata Rossa. La avrebbero imbracciata, e purtroppo
usata, i bambini guerriglieri in
Africa, i terroristi di ogni causa,
fede e colore, i ribelli con legittime aspirazioni ed è, insieme
con la scimitarra araba, l’unica
arma da fuoco a comparire, incrociata con una zappa, su una
bandiera nazionale, quella del
Mozambico.
Non era un’arma di precisione, come non sono mai le automatiche, ma di terrore spruzzato a raffica contro il nemico. Non
ci sarebbe stata la rivoluzione
cubana né la vittoria del Vietnam del Nord e dei Vietcong nel
Sud senza il Kalashnikov. L’aneddoto, forse apocrifo, che
l’inventore amava ripetere più
spesso, e con più orgoglio, era la
testimonianza di soldati Usa
che nelle giungle del Sud est
asiatico abbandonavano le loro
delicate carabine M16 preferendo gli AK47 presi ai nemici
caduti catturati. «Il mio fucile
non si inceppava mai».
Fu, per eccellenza e senza
concorrenti, l’arma di sinistra.
La si poteva trovare, nell’immenso bazar globale delle armi,
per poco più di 100 doll ricani, se usata, in mercatini
pakistani o yemeniti o congolesi, anche per meno. Chi l’avesse
progettata e costruita in altri
paesi sarebbe divenuto miliardario, come i produttori di armi
negli Usa o in Europa, ma non
“Mishka”, l’orsetto del mitragliatore. Fu retribuito con lo stipendio di un tecnico qualsiasi,
via via aumentato con le promozioni e le onorificenze, ma sempre da impiegato statale e né lui,
né il governo, né l’Armata Rossa
pensarono mai di brevettarla.
Robaccia da capitalisti, quel
brevetto.
Soltanto nel 1997, nella nuova
Russia, l’AK47 e le sue varianti
successive furono brevettate e il
figlio maggiore di Mikhail “Mishka” Kalashnikov costituì un
azienda privata per costruirla e
commercializzarla. Trascinava
il padre con sé in giro per il mondo, nei congressi e nelle esposizioni degli armaioli, dove il vecchio veniva esposto e venerato
come una reliquia. Se la morte a
spalla fosse una religione, lui ne
sarebbe stato l’evangelista.
A Izhevsk, la città nella regione dell’Udmurtia, negli Urali,
dove viveva ed è morto, il Partito
gli aveva eretto un monumento
di marmo nero, ancora da vivo,
con un busto realisticamente
corretto, compresa la capigliatura ancora folta. Quel monumento è diventato un luogo di
pellegrinaggio e di devozione
per le coppie di nuovi sposi, che
dopo la cerimonia in municipio
vanno a deporre fiori e a chiedere la sua benedizione, invocandone il nome. Spara per noi, Kalashnik
Giappone La solitudine dell’imperatore
P
overa imperatrice Michiko,
sposa del Tenno che dal 1989
siede su Trono del Crisantemo;
Quante ne ha dovute passare,
lei, una borghese, figlia di un
ricchissimo produttore di farine e perciò
soprannominata la Mugnaia. Il suocero
Hiro Hito, l’ultimo imperatore giapponese che si sentiva una divinità, la trattava assai sgarbatamente, con crudeltà, e
pare che con le sue angherie le avesse addirittura provocato un aborto nel lontano 1961. Ma ora, alla fine del 2013, ecco
che Michiko si toglie la soddisfazione di
ricevere un pubblico encomio da parte
di suo marito Akihito il quale ieri ha festeggiato il suo ottantesimo compleanno e ha testualmente detto: «Essere imperatore può portare alla solitudine, ma
la presenza al mio fianco dell’imperatrice mi ha portato conforto e gioia. Mi ha
sempre rispettato e sostenuto».
Queste sue parole non sono soltanto
il riconoscimento dei meriti della consorte ma anche una sommessa confessione di quanto sia duro il mestiere dell’imperatore, specie se si è l’eccentrico
imperatore del Giappone. Si tratta infatti di un essere strano che è piuttosto
un’essenza, non si può guardarlo, toccarlo, parlargli, eppure c’è ma è come se
fosse puro spirito, infatti è divino. O almeno lo era, ovvero si credeva che lo fosse. Abita al centro di Tokyo ma questo
centro è vuoto, custodisce la sua dimora
che è invisibile, mascherata dalla vegetazione, difesa da fossati d’acqua. Tutta
la città ruota intorno a questo vuoto che
è insieme, come, scrive Roland Barthes
«interdetto e indifferente, abitato da un
imperatore che non si vede mai, cioè, letteralmente da non si sa chi».
A Tokyo sono molti quelli che si augurano che la dimora imperiale, questo
vuoto reale e simbolico al centro di una
delle città più moderne del mondo, venga inglobato democraticamente nel tessuto urbano senza più obbligare il traffico a una deviazione perpetua. Ho sentito un taxista imprecare nel bel mezzo di
un’ora di punta attorno al Palazzo imperiale: «ci vorrebbe una bomba!» ha detto,
e forse ha avuto il coraggio di esprimersi
così perché la passeggera ero io, chiaramente una straniera. Se fossi stata giap ponese dubito che avrebbe osato, non si
può mai sapere chi è pro e chi è contro
quello che in Giappone si chiama il sistema imperiale, caposaldo e struttura portanti di anacronismi e contraddizioni tradizionalmente riveriti.
Quel centro vuoto forse protegge l’idea
di sacralità di un paese che non è un impero, per Costituzione non è nemmeno una
repubblica né una monarchia ma, superbamente o forse ambiguamente, soltanto
Giappone, ossia la “radice del sole”, questo è il senso dei due ideogrammi che servono a scrivere Giappone: sole e radice.
Così semplicemente si legge sui passaporti dei giapponesi, non repubblica o re del Giappone o altro. La dinastia sul trono che in realtà non regna dal 1945, si ritiene che sia la più antica del mondo e
per questo non si degna di avere un nome di famiglia come dei Windsor, dei Savoia o dei Romanov qualunque che sono degli umani come tutti gli altri. Dio ha
per caso un cognome?
L’essenza divina dell’imperatore, discendente diretto della dea Amaterasu, è
stata una questione assai dibattuta alla fine della seconda guerra mondiale quando i vincitori americani avrebbero potuto
fare del Giappone una repubblica ma il
generale MacArthur si oppose e non volle che l’imperatore Hiro Hito fosse condannato come criminale di guerra. Gli
chiese soltanto di rinunciare alla sua natura divina, cosa che Hiro Hito fece, non
si sa bene se con o senza convinzione in
quanto il proclama che lesse alla radio era
piuttosto ambiguo al riguardo. Tuttavia
fu allora che ebbe inizio il processo di
umanizzazione della figura imperiale, un
processo che ormai dovrebbe essere
giunto a compimento anche se si notano
ancora delle resistenze da parte di tanti
che è difficile definire: sono portatori di
un’ideologia, se così vogliamo chiamarla,
che è troppo facile definire tradizionalista ma è qualcosa di più antico di qualsiasi tradizione. L’unico che potrebbe azzardare una definizione non denigratoria di
un atteggiamento mentale tanto anacronistico potrebbe essere un Mishima redivivo, quel Mishima che con il suo teatrale
harakiri, nel 1970, intendeva difendere
proprio la divinità dell’imperatore considerato essenza eterna del Giappone. Un
nuovo Mishima potrebbe sostenere mai
la tesi di un Giappone paese normale?
L’attuale imperatore confessando la
tristezza della sua solitudine, sembra
anelare alla normalità, lui con la sua brava moglie al fianco, segno che questa normalità gli viene ancora negata. Ma almeno ha avuto il coraggio di esprimersi da
uomo comune. Quanto a suo padre Hiro
Hito, dovrebbe ringraziare il generale
MacArthur se nel 1976, da uomo comune,
visitò gli Stati Uniti e andò a Disneyland
dove si comprò un orologio da polso con
su Topolino. Ma molti giapponesi non
l’hanno mai saputo. Gli è stato tenuto nascosto. Gli dei cadono, gli dei falliscono,
overa imperatrice Michiko,
sposa del Tenno che dal 1989
siede su Trono del Crisantemo;
Quante ne ha dovute passare,
lei, una borghese, figlia di un
ricchissimo produttore di farine e perciò
soprannominata la Mugnaia. Il suocero
Hiro Hito, l’ultimo imperatore giapponese che si sentiva una divinità, la trattava assai sgarbatamente, con crudeltà, e
pare che con le sue angherie le avesse addirittura provocato un aborto nel lontano 1961. Ma ora, alla fine del 2013, ecco
che Michiko si toglie la soddisfazione di
ricevere un pubblico encomio da parte
di suo marito Akihito il quale ieri ha festeggiato il suo ottantesimo compleanno e ha testualmente detto: «Essere imperatore può portare alla solitudine, ma
la presenza al mio fianco dell’imperatrice mi ha portato conforto e gioia. Mi ha
sempre rispettato e sostenuto».
Queste sue parole non sono soltanto
il riconoscimento dei meriti della consorte ma anche una sommessa confessione di quanto sia duro il mestiere dell’imperatore, specie se si è l’eccentrico
imperatore del Giappone. Si tratta infatti di un essere strano che è piuttosto
un’essenza, non si può guardarlo, toccarlo, parlargli, eppure c’è ma è come se
fosse puro spirito, infatti è divino. O almeno lo era, ovvero si credeva che lo fosse. Abita al centro di Tokyo ma questo
centro è vuoto, custodisce la sua dimora
che è invisibile, mascherata dalla vegetazione, difesa da fossati d’acqua. Tutta
la città ruota intorno a questo vuoto che
è insieme, come, scrive Roland Barthes
«interdetto e indifferente, abitato da un
imperatore che non si vede mai, cioè, letteralmente da non si sa chi».
A Tokyo sono molti quelli che si augurano che la dimora imperiale, questo
vuoto reale e simbolico al centro di una
delle città più moderne del mondo, venga inglobato democraticamente nel tessuto urbano senza più obbligare il traffico a una deviazione perpetua. Ho sentito un taxista imprecare nel bel mezzo di
un’ora di punta attorno al Palazzo imperiale: «ci vorrebbe una bomba!» ha detto,
e forse ha avuto il coraggio di esprimersi
così perché la passeggera ero io, chiaramente una straniera. Se fossi stata giap ponese dubito che avrebbe osato, non si
può mai sapere chi è pro e chi è contro
quello che in Giappone si chiama il sistema imperiale, caposaldo e struttura portanti di anacronismi e contraddizioni tradizionalmente riveriti.
Quel centro vuoto forse protegge l’idea
di sacralità di un paese che non è un impero, per Costituzione non è nemmeno una
repubblica né una monarchia ma, superbamente o forse ambiguamente, soltanto
Giappone, ossia la “radice del sole”, questo è il senso dei due ideogrammi che servono a scrivere Giappone: sole e radice.
Così semplicemente si legge sui passaporti dei giapponesi, non repubblica o re del Giappone o altro. La dinastia sul trono che in realtà non regna dal 1945, si ritiene che sia la più antica del mondo e
per questo non si degna di avere un nome di famiglia come dei Windsor, dei Savoia o dei Romanov qualunque che sono degli umani come tutti gli altri. Dio ha
per caso un cognome?
L’essenza divina dell’imperatore, discendente diretto della dea Amaterasu, è
stata una questione assai dibattuta alla fine della seconda guerra mondiale quando i vincitori americani avrebbero potuto
fare del Giappone una repubblica ma il
generale MacArthur si oppose e non volle che l’imperatore Hiro Hito fosse condannato come criminale di guerra. Gli
chiese soltanto di rinunciare alla sua natura divina, cosa che Hiro Hito fece, non
si sa bene se con o senza convinzione in
quanto il proclama che lesse alla radio era
piuttosto ambiguo al riguardo. Tuttavia
fu allora che ebbe inizio il processo di
umanizzazione della figura imperiale, un
processo che ormai dovrebbe essere
giunto a compimento anche se si notano
ancora delle resistenze da parte di tanti
che è difficile definire: sono portatori di
un’ideologia, se così vogliamo chiamarla,
che è troppo facile definire tradizionalista ma è qualcosa di più antico di qualsiasi tradizione. L’unico che potrebbe azzardare una definizione non denigratoria di
un atteggiamento mentale tanto anacronistico potrebbe essere un Mishima redivivo, quel Mishima che con il suo teatrale
harakiri, nel 1970, intendeva difendere
proprio la divinità dell’imperatore considerato essenza eterna del Giappone. Un
nuovo Mishima potrebbe sostenere mai
la tesi di un Giappone paese normale?
L’attuale imperatore confessando la
tristezza della sua solitudine, sembra
anelare alla normalità, lui con la sua brava moglie al fianco, segno che questa normalità gli viene ancora negata. Ma almeno ha avuto il coraggio di esprimersi da
uomo comune. Quanto a suo padre Hiro
Hito, dovrebbe ringraziare il generale
MacArthur se nel 1976, da uomo comune,
visitò gli Stati Uniti e andò a Disneyland
dove si comprò un orologio da polso con
su Topolino. Ma molti giapponesi non
l’hanno mai saputo. Gli è stato tenuto nascosto. Gli dei cadono, gli dei falliscono,
venerdì 10 gennaio 2014
Norvegia, il paese dei fortunati dove ognuno nasce milionario
B
envenuti nel paese
dei Signor Bonaventura. Il petrolio e il
boom delle Borse
hanno fatto il miracolo: il valore del fondo sovrano
di Oslo, il maxi-salvadanaio dove la Norvegia deposita da
vent’anni i profitti garantiti dai
pozzi nel Mare del Nord, è arrivato a Natale a 5,11 trilioni di corone, 608 miliardi di euro. E i
5,09 milioni di abitanti della nazione vichinga si sono ritrovati
improvvisamente tutti milionari. Ogni norvegese — vecchi e
bambini compresi — ha in tasca
oggi 1.040.000 corone del
Norway Global Fund, qualcosa
come 118mila euro. Si tratta, intendiamoci, di soldi virtuali, visto che nessuno può svegliarsi la
mattina e andare a ritirare quei
quattrini come al Bancomat.
Ma proprio per questo valgono
forse ancora di più: il tesoretto di
Oslo è (e verrà) utilizzato dallo
Stato per continuare a garantire
il generosissimo welfare nazionale e per ammortizzare contraccolpi sull’economia nazionale nel caso — da quelle parti
incrociano tutti le dita — il greggio passi di moda.
La storia, a modo suo, è un
déjà vu: gli idrocarburi hanno
cambiato il destino di tanti paesi. Ma mentre nel Golfo Persico
e dintorni i petrodollari sono
stati un affare per pochi emiri, ai
71 gradi latitudine Nord della
democraticissima Norvegia, la
pioggia di profitti garantiti dalla
Bonanza dell’oro nero è finita
(per legge) nelle tasche di tutti.
I Paperoni artici hanno iniziato a costruire la loro fortuna a cavallo tra gli Anni ’70-’80, quando
due choc petroliferi consecutivi
hanno spinto le quotazioni alle
stelle e le trivelle delle sette sorelle a cercare pozzi più sicuri
nei fondali del Mare del Nord. La
caccia al tesoro è andata bene: le
acque territoriali di Oslo si sono
rivelate il Golfo Persico d’Europa e nelle casse dello Stato hanno iniziato a piovere fiumi d royalty, dividendi e diritti esplorativi. Che farne? Per un po’ di
anni — un milione alla volta —
la Norvegia ha utilizzato questa
ricchezza piovuta dal mare per
gettare le basi di quello stato sociale che ne fa oggi la seconda
nazione più felice del mondo e
la prima per indice di sviluppo.
Nel 1990 la svolta: il petrolio —
contrariamente ai diamanti —
non è per sempre, si sono detti i
politici nazionali. E per evitare
la fine della Cicala di Esopo,
hanno deciso di mettere un po’
di soldi da parte in vista dei periodi di vacche magre, istituendo il super-fondo nazionale.
Il suo funzionamento è uguale a quello, vecchio come il mondo, del salvadanaio. Oslo versa
tutte le entrate garantite dagli
idrocarburi — le licenze d’esplorazione e i dividendi di Statoil, l’Eni norvegese — sul conto
corrente del Norway Global
fund. I soldi vengono investiti in
azioni e titoli di stato stranieri
per non surriscaldare il listino
locale e il governo utilizza i profitti — fino a un tetto massimo
del 4% del valore del patrimonio
— per tappare i buchi aperti nel
bilancio pubblico dal sistema di
welfarepiù generoso al mondo.
Siamo a livelli da Bengodi: Oslo
garantisce il dentista gratuito
per tutti i suoi cittadini fino a 19
anni, fornisce il riscaldamento
per le stalle oltre il Circolo polare e garantisce un congruo sussidio di disoccupazione che ha
convinto un adulto su 5 a vivere
a spese dello Stato senza lavorare, con un tasso di senza lavoro
fermo lo stesso attorno al 3%.
Le cose, fino ad oggi, sono andate benissimo. Il petrolio, tr alti e bassi, non ha mai smesso di
foraggiare le casse del Tesoro. Il
Pil procapite nel paese dei milionari è arrivato a 80mila euro
circa l’anno. E nessuno ha mai
dovuto mettere mano al martello per rompere il super-salvadanaio. Risultato: la ricchezza del
fondo — complice il buon momento delle borse — è andata alle stelle. Oggi il Norway Global è
il primo investitore al mondo e
controlla l’1% delle Borse globali. Il suo problema, oltre che far
soldi, è dove metterli: ora il 63%
è in azioni e il 35% in bond, tra
cui 3,5 miliardi di titoli italiani.
Negli ultimi anni il Governo ha
prima autorizzato il suo sbarco
nei paesi emergenti, poi gli acquisti di immobili (si è appena
comprato per la modica cifra di
684 milioni il 45% della torre di
Times Square a New York). E
ora, a caccia di rendimenti, potrebbe dare l’ok al suo ingresso
diretto in opere infrastrutturali.
Il bello è che troppa ricchezza, alla fine, ha finito per mettere in difficoltà persino la Norvegia dei milionari. I prezzi delle
case — al netto di una timida frenata negli ultimi mesi — è raddoppiato in 10 anni. La crisi dell’euro ha spedito per diverso
tempo la corona alle stelle penalizzando le esportazioni e i tassi
bassi hanno fatto volare al 200%
del reddito disponibile l’indebitamento dei privati. Il nuovo governo conservatore eletto qualche mese fa è stato così costretto (beati loro) a fare i conti con gli
eccessi di successo del modello
norvegese, provando a frenare il
costo della vita. Qualcuno — davanti a un pil che crescerà solo
del 2,2% nel 2014 dopo la media
del 6% registrata per quasi un
ventennio dal 1993 — ha iniziato persino a ventilare l’ipotesi di
ridurre i benefit dello stato sociale. I norvegesi per ora non si
preoccupano. Mal che vada
hanno in tasca una certezza: un
milione a testa
envenuti nel paese
dei Signor Bonaventura. Il petrolio e il
boom delle Borse
hanno fatto il miracolo: il valore del fondo sovrano
di Oslo, il maxi-salvadanaio dove la Norvegia deposita da
vent’anni i profitti garantiti dai
pozzi nel Mare del Nord, è arrivato a Natale a 5,11 trilioni di corone, 608 miliardi di euro. E i
5,09 milioni di abitanti della nazione vichinga si sono ritrovati
improvvisamente tutti milionari. Ogni norvegese — vecchi e
bambini compresi — ha in tasca
oggi 1.040.000 corone del
Norway Global Fund, qualcosa
come 118mila euro. Si tratta, intendiamoci, di soldi virtuali, visto che nessuno può svegliarsi la
mattina e andare a ritirare quei
quattrini come al Bancomat.
Ma proprio per questo valgono
forse ancora di più: il tesoretto di
Oslo è (e verrà) utilizzato dallo
Stato per continuare a garantire
il generosissimo welfare nazionale e per ammortizzare contraccolpi sull’economia nazionale nel caso — da quelle parti
incrociano tutti le dita — il greggio passi di moda.
La storia, a modo suo, è un
déjà vu: gli idrocarburi hanno
cambiato il destino di tanti paesi. Ma mentre nel Golfo Persico
e dintorni i petrodollari sono
stati un affare per pochi emiri, ai
71 gradi latitudine Nord della
democraticissima Norvegia, la
pioggia di profitti garantiti dalla
Bonanza dell’oro nero è finita
(per legge) nelle tasche di tutti.
I Paperoni artici hanno iniziato a costruire la loro fortuna a cavallo tra gli Anni ’70-’80, quando
due choc petroliferi consecutivi
hanno spinto le quotazioni alle
stelle e le trivelle delle sette sorelle a cercare pozzi più sicuri
nei fondali del Mare del Nord. La
caccia al tesoro è andata bene: le
acque territoriali di Oslo si sono
rivelate il Golfo Persico d’Europa e nelle casse dello Stato hanno iniziato a piovere fiumi d royalty, dividendi e diritti esplorativi. Che farne? Per un po’ di
anni — un milione alla volta —
la Norvegia ha utilizzato questa
ricchezza piovuta dal mare per
gettare le basi di quello stato sociale che ne fa oggi la seconda
nazione più felice del mondo e
la prima per indice di sviluppo.
Nel 1990 la svolta: il petrolio —
contrariamente ai diamanti —
non è per sempre, si sono detti i
politici nazionali. E per evitare
la fine della Cicala di Esopo,
hanno deciso di mettere un po’
di soldi da parte in vista dei periodi di vacche magre, istituendo il super-fondo nazionale.
Il suo funzionamento è uguale a quello, vecchio come il mondo, del salvadanaio. Oslo versa
tutte le entrate garantite dagli
idrocarburi — le licenze d’esplorazione e i dividendi di Statoil, l’Eni norvegese — sul conto
corrente del Norway Global
fund. I soldi vengono investiti in
azioni e titoli di stato stranieri
per non surriscaldare il listino
locale e il governo utilizza i profitti — fino a un tetto massimo
del 4% del valore del patrimonio
— per tappare i buchi aperti nel
bilancio pubblico dal sistema di
welfarepiù generoso al mondo.
Siamo a livelli da Bengodi: Oslo
garantisce il dentista gratuito
per tutti i suoi cittadini fino a 19
anni, fornisce il riscaldamento
per le stalle oltre il Circolo polare e garantisce un congruo sussidio di disoccupazione che ha
convinto un adulto su 5 a vivere
a spese dello Stato senza lavorare, con un tasso di senza lavoro
fermo lo stesso attorno al 3%.
Le cose, fino ad oggi, sono andate benissimo. Il petrolio, tr alti e bassi, non ha mai smesso di
foraggiare le casse del Tesoro. Il
Pil procapite nel paese dei milionari è arrivato a 80mila euro
circa l’anno. E nessuno ha mai
dovuto mettere mano al martello per rompere il super-salvadanaio. Risultato: la ricchezza del
fondo — complice il buon momento delle borse — è andata alle stelle. Oggi il Norway Global è
il primo investitore al mondo e
controlla l’1% delle Borse globali. Il suo problema, oltre che far
soldi, è dove metterli: ora il 63%
è in azioni e il 35% in bond, tra
cui 3,5 miliardi di titoli italiani.
Negli ultimi anni il Governo ha
prima autorizzato il suo sbarco
nei paesi emergenti, poi gli acquisti di immobili (si è appena
comprato per la modica cifra di
684 milioni il 45% della torre di
Times Square a New York). E
ora, a caccia di rendimenti, potrebbe dare l’ok al suo ingresso
diretto in opere infrastrutturali.
Il bello è che troppa ricchezza, alla fine, ha finito per mettere in difficoltà persino la Norvegia dei milionari. I prezzi delle
case — al netto di una timida frenata negli ultimi mesi — è raddoppiato in 10 anni. La crisi dell’euro ha spedito per diverso
tempo la corona alle stelle penalizzando le esportazioni e i tassi
bassi hanno fatto volare al 200%
del reddito disponibile l’indebitamento dei privati. Il nuovo governo conservatore eletto qualche mese fa è stato così costretto (beati loro) a fare i conti con gli
eccessi di successo del modello
norvegese, provando a frenare il
costo della vita. Qualcuno — davanti a un pil che crescerà solo
del 2,2% nel 2014 dopo la media
del 6% registrata per quasi un
ventennio dal 1993 — ha iniziato persino a ventilare l’ipotesi di
ridurre i benefit dello stato sociale. I norvegesi per ora non si
preoccupano. Mal che vada
hanno in tasca una certezza: un
milione a testa
mercoledì 8 gennaio 2014
La strigliata dell’Europa: parità al cognome materno Il caso La Brianza si ribella a Virzì “Con il suo film ci insulta”
I FIGLI si dà il cognome
paterno. Ci si è abituati
così. È la nostra storia. È
la nostra tradizione. Perché
cambiare? Un padre non può
mica rinunciare alla trasmissione del proprio patronimico! È il
dramma del nostro paese, incapace di prendere sul serio non
solo l’uguaglianza tra gli uomini
e le donne, ma anche l’autonomia e la libertà individuale C
e lo ha ricordato ieri
la Corte Europea dei
diritti umani: negando la possibilità a
una coppia di dare alla figlia
il cognome materno, l’Italia
non rispetterebbe il principio di uguaglianza e discriminerebbe le donne; i genitori dovrebbero sempre avere la libertà di dare ai figli il
cognome che vogliono:
quello paterno, quello materno, oppure anche entrambi.
In Parlamento, sono anni
che si accumulano proposte
di leggi che vanno in questa
direzione. Quando si parla
della famiglia, però, va a finire sempre nello stesso modo:
prima grandi dibattiti e grandi speranze; poi grandi polemiche; infine tutto si blocca.
Le proposte di legge non vengono calendarizzate, oppure
si arenano in qualche commissione, sepolte da mille altri progetti considerati più
urgenti. Come nel caso del
divorzio breve, delle unioni
civili, dell’inseminazione
eterologa, ecc. Ossia ogniqualvolta si parli di sessualità
o di procreazione. Come se
dietro l’idea di promuovere
l’uguaglianza e le pari opportunità dei cittadini — indipendentemente dal sesso,
dal genere e dall’orientamento sessuale — ci fosse
per forza la volontà di rimettere in discussione l’ordine, il
valore della famiglia, o anche
il “nome del padre”, per utilizzare la celebre formula di
Jacques Lacan. Mentre in
realtà si tratterebbe solo di
scrivere leggi adeguate alle
trasformazioni e all’evoluzione della società. Senza più
trincerarsi dietro concezioni
arcaiche dei rapporti di coppia. Senza più promuovere
una visione patriarcale delle
famiglie. Perché d’altronde
dovrebbe essere sempre e
solo il padre a trasmettere il
nome della propria famiglia
e una madre dovrebbe accontentarsi di aggiungere il
proprio cognome accanto a
quello paterno?
All’epoca in cui tutti sembrano celebrare il trionfo
dell’uguaglianza, l’unica
plausibile risposta a questo
tipo di domande è l’abitudine. È per abitudine che ancora tante donne considerano
normale che i figli portino il
cognome del padre. È per
abitudine che tanti uomini
continuano a pensare che,
trasmettendo il nome, trasmettono poi ai figli anche la
propria storia e i propri valori. È per abitudine che ci si
adatta e si va avanti, quella
stessa abitudine che per
Étienne de La Boétie spiegava perché gli esseri umani,
per natura liberi e uguali, accettassero poi forme di servitù volontaria. Ecco perché
abbiamo bisogno di leggi capaci, grazie anche al proprio
valore simbolico, di scardinare queste abitudini, dando
strumenti adeguati a tutti per
poi costruire delle società in
cui l’uguaglianza e le pari opportunità non siano semplici “significanti” privi di “significato
paterno. Ci si è abituati
così. È la nostra storia. È
la nostra tradizione. Perché
cambiare? Un padre non può
mica rinunciare alla trasmissione del proprio patronimico! È il
dramma del nostro paese, incapace di prendere sul serio non
solo l’uguaglianza tra gli uomini
e le donne, ma anche l’autonomia e la libertà individuale C
e lo ha ricordato ieri
la Corte Europea dei
diritti umani: negando la possibilità a
una coppia di dare alla figlia
il cognome materno, l’Italia
non rispetterebbe il principio di uguaglianza e discriminerebbe le donne; i genitori dovrebbero sempre avere la libertà di dare ai figli il
cognome che vogliono:
quello paterno, quello materno, oppure anche entrambi.
In Parlamento, sono anni
che si accumulano proposte
di leggi che vanno in questa
direzione. Quando si parla
della famiglia, però, va a finire sempre nello stesso modo:
prima grandi dibattiti e grandi speranze; poi grandi polemiche; infine tutto si blocca.
Le proposte di legge non vengono calendarizzate, oppure
si arenano in qualche commissione, sepolte da mille altri progetti considerati più
urgenti. Come nel caso del
divorzio breve, delle unioni
civili, dell’inseminazione
eterologa, ecc. Ossia ogniqualvolta si parli di sessualità
o di procreazione. Come se
dietro l’idea di promuovere
l’uguaglianza e le pari opportunità dei cittadini — indipendentemente dal sesso,
dal genere e dall’orientamento sessuale — ci fosse
per forza la volontà di rimettere in discussione l’ordine, il
valore della famiglia, o anche
il “nome del padre”, per utilizzare la celebre formula di
Jacques Lacan. Mentre in
realtà si tratterebbe solo di
scrivere leggi adeguate alle
trasformazioni e all’evoluzione della società. Senza più
trincerarsi dietro concezioni
arcaiche dei rapporti di coppia. Senza più promuovere
una visione patriarcale delle
famiglie. Perché d’altronde
dovrebbe essere sempre e
solo il padre a trasmettere il
nome della propria famiglia
e una madre dovrebbe accontentarsi di aggiungere il
proprio cognome accanto a
quello paterno?
All’epoca in cui tutti sembrano celebrare il trionfo
dell’uguaglianza, l’unica
plausibile risposta a questo
tipo di domande è l’abitudine. È per abitudine che ancora tante donne considerano
normale che i figli portino il
cognome del padre. È per
abitudine che tanti uomini
continuano a pensare che,
trasmettendo il nome, trasmettono poi ai figli anche la
propria storia e i propri valori. È per abitudine che ci si
adatta e si va avanti, quella
stessa abitudine che per
Étienne de La Boétie spiegava perché gli esseri umani,
per natura liberi e uguali, accettassero poi forme di servitù volontaria. Ecco perché
abbiamo bisogno di leggi capaci, grazie anche al proprio
valore simbolico, di scardinare queste abitudini, dando
strumenti adeguati a tutti per
poi costruire delle società in
cui l’uguaglianza e le pari opportunità non siano semplici “significanti” privi di “significato
lunedì 6 gennaio 2014
La Favola dei tesini
e immagini non sapevano
ancora volare, smaterializzate, fra le nuvole di internet. Ma sapevano camminare. E camminando arrivavano altrettanto lontano, ai quattro angoli della Terra. Per tre secoli, le immagini ebbero gambe e spalle. Paraná, India, Cina, Siberia: chiuse in scrigni di legno
portati a mo’ di zaini, passo dopo passo,
le immagini si diffondevano in tutto il
mondo.
Ma la fonte delle immagini era qui, in
questa piccola conca verde che si può
abbracciare in un solo sguardo, nascosta dietro la Valsugana, tre villaggi, Pieve, Castello, Cinte, disposti a girotondo:
il Tesino. Da qui quando veniva l’autunno si incamminavano le immagini di cui
il mondo nuovo aveva sempre più fame.
E loro, i Tesini, magnifici vagabondi,
ambulanti dell’occhio, quella fame saziavano, mettendosi per via, camminando mesi, a volte anni, attraverso
paesi e città, nazioni e continenti. E “Per
Via” si chiama ora il piccolo, intelligente, sorprendente museo che a Pieve Tesino, finalmente, ne celebra il mito e ne
racconta la storia. Che è un po’ questa.
I primi iconauti, padri pellegrini della civiltà delle immagini, nomadi delle
figure, erano contadini e pastori. Gente
di frontiera, abituata a cambiar padroni
e lingua a seconda delle contorsioni della Storia. La romana via Claudia Augusta
Altinate passa per il Tesino, tentatrice.
Per secoli però i Tesini si mossero solo
avanti e indietro secondo i ritmi della
transumanza. Finché l’Europa non
rimbombò del tuono di quella nuova
tecnologia di guerra che impressionò
l’Ariosto, «un ferro bugio, lungo da dua
braccia», l’archibugio, che per funzionare aveva bisogno di una pietruzza che
sprizzava scintille; e di pietra focaia era
ricco il suolo del Tesino, così i pastori
scendendo a valle ne riempivano le gerle e la vendevano e scoprivano che il
commercio ambulante rendeva di più e
annoiava di meno della pastorizia. Sicché quando Remondini, il tipografo di
Bassano, a metà del Seicento, ebbe la geniale intuizione di ampliare il mercato
delle sue stampine con la vendita porta
a porta, trovò già pronti, a poche valli di
distanza, i commessi viaggiatori ideali,
esperti, scafati e ansiosi di partire.
E partirono. In tanti. Quando il Tesino aveva sì e no cinquemila abitanti,
cinque o seicento contemporaneamente erano in giro a vender le stampe
di Remondini. Uno o due per famiglia.
Prima vicino, poi lontano. I primi erano
viaggi stagionali, si partiva d’autunno e
si tornava a primavera, in tempo per dare una mano nei campi. Poi i viaggi cominciarono a durare anni. Si partiva ragazzi, a tredici anni, si tornava uomini
fatti. Il Tesino rimaneva una valle di
donne e di anziani. Gli uomini validi erano sulle strade d’Europa. A vendere una
merce strana, che non si mangiava, che
non serviva a nulla, se non all’anima. Era
l’alba della videociviltà. L’occhio scopriva di volere la sua parte.
La casseladi legno con le bretelle partiva piena. Di stampine d’ogni genere.
Xilografie di santi da pochi soldi, incisioni in rame acquerellate, più tardi le
strepitose litografie a colori. Un’immagine per ogni cliente. Le contadine, e le
servette di città, compravano santi e
madonnine, magari di nascosto ai mariti che non avrebbero gradito la spesa
per quelle frivolezze, poi le appendevano nei loro altarini segreti: l’interno degli armadi dei lini e delle biancherie, dove gli uomini di sicuro non andavano
mai a guardare. I cittadini e i borghesi invece preferivano immagini di città, paesaggi, battaglie da appendere nei salotti, per curiosità, per status symbol.
«Aussicht! Voilà les belles images!» gridavano nelle piazze i Tesini poliglotti, appendendo a un filo, con le gioe, le mollette di legno, quelle merci inutili e fascinose. Che loro sapevano piazzare da veri artisti. E un po’ da furbi. Un santo poteva cambiare nome, se necessario, e
diventare guarda un po’ proprio il patrono del paese in cui si trovavano a vendere in quel momento. Tanto, chi ha
mai visto di persona san Pantaleo o
sant’Orso? Però, dài e dài, erano dive tati iconologi da
campo, divulgatori di pensiero visuale, sapevano spiegare, descrivere, affabulare le loro immagini. Tönle, l’ambulante tesino di un
racconto di Rigoni Stern, si innamora
delle sue stampe più belle e non le vuole più vendere. Misuravano la risposta
del mercato. Tornando, portavano i dietro un feedback: «San Giuseppe così
giovane in Germania non va, devi invecchiarlo», protestavano con l’incisore, che teneva conto e adeguava il prodotto alla domanda. Giovanni, nonno
di Elda Fietta Ielen, da decenni studiosa
dei Tesini, «teneva un taccuino rilegato
in pelle, con i titoli di tutte le stampe, e a
fianco segnava da una a quattro barrette il gradimento dei clienti». I likedi Fa cebook non sono poi quella gran novità.
Era fatica: in “compagnie” da due-tre
persone arrivavano fino al nord Europa
sempre a piedi, a tappe ormai collaudate, vendendo borgo per borgo. Guadagnavano bene, con le stampe: tre volte
quel che le avevano pagate. Se però riuscivano a venderle tutte. Se un temporale non gliele macerava, se non gliele
sequestrava qualche censore severo o
qualche doganiere pignolo, se non gliele rubavano di notte mentre, per risparmiare, dormivano in qualche pagliaio.
Se capitava, erano dolori. Remondini le
stampe le dava in conto vendita, ma voleva una garanzia: un pezzo di terra, che
spesso incassava, e la gente della valle
masticava amaro: «I santi dei Remondini si mangiano le terre dei Tesini...».
Però poi furono i Remondini a fallire,
nel 1859. Ma i Tesini andarono avanti lo
stesso. Ormai erano una potenza commerciale, una rete ben stretta che legava tutta l’Europa. Avevano cominciato
ad aprire sedi stabili, prima magazzini,
poi veri negozi: i Tessari ad Augusta e Parigi, i Buffa ad Amsterdam, i Fietta a
Metz, i Pellizzaro a Gand, gli Avanzo a
Bruxelles. Gelosi, chiamavano come lavoranti e poi cedevano l’attività solo a
compaesani, e la parola Tesino divenne
sinonimo internazionale di venditore di
immagini. Da perteganti e cromeri, che
vuol dire piazzisti ambulanti poveracci,
da santari di strada, molti erano ormai
diventati dei signori, connoisseurraffinati. Ordinavano le immagini, adesso,
dalle migliori stamperie d’Europa, soprattutto inglesi, qualcuno era diventa to editore in proprio. Certuni erano divenuti delle personalità: come Giuseppe Daziaro, che aprì sontuosi negozi di
oggetti d’arte nei passeggi eleganti di
San Pietroburgo e Mosca, davanti alle
sue vetrine passarono Tolstoj e Dostoevskij e ne scrissero. E quando i bolscevichi confiscarono tutto, Lunacarskij, ministro per la cultura, salvò la vita
all’ultimo Daziaro, perché le loro immagini avevano «rispecchiato la vita del
popolo russo favorendone il risveglio».
Capitò ad altri, come a Ulisse, d’ammalarsi di mal del viaggio. Tommaso
Marchetto, con quella mania di «andare un po’ più lontano», finì in Cina. Sebastiano Avanzo passò l’Atlantico, eccolo in una foto all’albumina, revolver
nella fondina perché, c’è scritto dietro,
«in Messico la giustizia sta appesa alla
cintura». Altri finirono in Cile, in Siberia,
in India.
Ma i più volevano tornare a morire a
casa. Il mondo nei piedi e negli occhi, il
Tesino nell’anima. Prima del tracollo, i
Daziaro si fecero costruire una imponente villona rossa che ancora oggi domina da un poggio. I soldi spediti a casa
cambiarono la vita della valle: ci costruirono un ospedale, un albergo, perfino
una scuola di lingue. Bisognava essere
attrezzati, per partire alla conquista del
mondo. Nei tinelli dei contadini di questa valle isolata erano appese vedute di
Baltimora e lettere da Calcutta, nelle sue
taverne si raccontava della guerra boera o della secessione americana. Molti
però non tornavano, ma l’arciprete faceva rintoccare le campane a ogni lettera funesta arrivata da lontano.
L’epopea degli hommes des images
finì con la Grande Guerra. Le frontiere
diventate trincee erano insuperabili.
L’Europa sotto macello non comprava
più stampe, e ormai i giornali illustrati
placavano la fame dell’occhio, senza
più bisogno delle gambe dei Tesini.
Oggi idealmente tornano tutti a casa,
perché “Per Via”, ricavato nel cuore del
paese da un’abitazione modesta, è un
po’ museo-archivio e un po’ casa, con le
cucine, il salottino, la stube. Passiamo a
salutarli. Noi che viviamo di tivù e di fotocellulari abbiamo un debito con loro:
per primi, con la fatica dei loro muscoli,
hanno reso il mon
ancora volare, smaterializzate, fra le nuvole di internet. Ma sapevano camminare. E camminando arrivavano altrettanto lontano, ai quattro angoli della Terra. Per tre secoli, le immagini ebbero gambe e spalle. Paraná, India, Cina, Siberia: chiuse in scrigni di legno
portati a mo’ di zaini, passo dopo passo,
le immagini si diffondevano in tutto il
mondo.
Ma la fonte delle immagini era qui, in
questa piccola conca verde che si può
abbracciare in un solo sguardo, nascosta dietro la Valsugana, tre villaggi, Pieve, Castello, Cinte, disposti a girotondo:
il Tesino. Da qui quando veniva l’autunno si incamminavano le immagini di cui
il mondo nuovo aveva sempre più fame.
E loro, i Tesini, magnifici vagabondi,
ambulanti dell’occhio, quella fame saziavano, mettendosi per via, camminando mesi, a volte anni, attraverso
paesi e città, nazioni e continenti. E “Per
Via” si chiama ora il piccolo, intelligente, sorprendente museo che a Pieve Tesino, finalmente, ne celebra il mito e ne
racconta la storia. Che è un po’ questa.
I primi iconauti, padri pellegrini della civiltà delle immagini, nomadi delle
figure, erano contadini e pastori. Gente
di frontiera, abituata a cambiar padroni
e lingua a seconda delle contorsioni della Storia. La romana via Claudia Augusta
Altinate passa per il Tesino, tentatrice.
Per secoli però i Tesini si mossero solo
avanti e indietro secondo i ritmi della
transumanza. Finché l’Europa non
rimbombò del tuono di quella nuova
tecnologia di guerra che impressionò
l’Ariosto, «un ferro bugio, lungo da dua
braccia», l’archibugio, che per funzionare aveva bisogno di una pietruzza che
sprizzava scintille; e di pietra focaia era
ricco il suolo del Tesino, così i pastori
scendendo a valle ne riempivano le gerle e la vendevano e scoprivano che il
commercio ambulante rendeva di più e
annoiava di meno della pastorizia. Sicché quando Remondini, il tipografo di
Bassano, a metà del Seicento, ebbe la geniale intuizione di ampliare il mercato
delle sue stampine con la vendita porta
a porta, trovò già pronti, a poche valli di
distanza, i commessi viaggiatori ideali,
esperti, scafati e ansiosi di partire.
E partirono. In tanti. Quando il Tesino aveva sì e no cinquemila abitanti,
cinque o seicento contemporaneamente erano in giro a vender le stampe
di Remondini. Uno o due per famiglia.
Prima vicino, poi lontano. I primi erano
viaggi stagionali, si partiva d’autunno e
si tornava a primavera, in tempo per dare una mano nei campi. Poi i viaggi cominciarono a durare anni. Si partiva ragazzi, a tredici anni, si tornava uomini
fatti. Il Tesino rimaneva una valle di
donne e di anziani. Gli uomini validi erano sulle strade d’Europa. A vendere una
merce strana, che non si mangiava, che
non serviva a nulla, se non all’anima. Era
l’alba della videociviltà. L’occhio scopriva di volere la sua parte.
La casseladi legno con le bretelle partiva piena. Di stampine d’ogni genere.
Xilografie di santi da pochi soldi, incisioni in rame acquerellate, più tardi le
strepitose litografie a colori. Un’immagine per ogni cliente. Le contadine, e le
servette di città, compravano santi e
madonnine, magari di nascosto ai mariti che non avrebbero gradito la spesa
per quelle frivolezze, poi le appendevano nei loro altarini segreti: l’interno degli armadi dei lini e delle biancherie, dove gli uomini di sicuro non andavano
mai a guardare. I cittadini e i borghesi invece preferivano immagini di città, paesaggi, battaglie da appendere nei salotti, per curiosità, per status symbol.
«Aussicht! Voilà les belles images!» gridavano nelle piazze i Tesini poliglotti, appendendo a un filo, con le gioe, le mollette di legno, quelle merci inutili e fascinose. Che loro sapevano piazzare da veri artisti. E un po’ da furbi. Un santo poteva cambiare nome, se necessario, e
diventare guarda un po’ proprio il patrono del paese in cui si trovavano a vendere in quel momento. Tanto, chi ha
mai visto di persona san Pantaleo o
sant’Orso? Però, dài e dài, erano dive tati iconologi da
campo, divulgatori di pensiero visuale, sapevano spiegare, descrivere, affabulare le loro immagini. Tönle, l’ambulante tesino di un
racconto di Rigoni Stern, si innamora
delle sue stampe più belle e non le vuole più vendere. Misuravano la risposta
del mercato. Tornando, portavano i dietro un feedback: «San Giuseppe così
giovane in Germania non va, devi invecchiarlo», protestavano con l’incisore, che teneva conto e adeguava il prodotto alla domanda. Giovanni, nonno
di Elda Fietta Ielen, da decenni studiosa
dei Tesini, «teneva un taccuino rilegato
in pelle, con i titoli di tutte le stampe, e a
fianco segnava da una a quattro barrette il gradimento dei clienti». I likedi Fa cebook non sono poi quella gran novità.
Era fatica: in “compagnie” da due-tre
persone arrivavano fino al nord Europa
sempre a piedi, a tappe ormai collaudate, vendendo borgo per borgo. Guadagnavano bene, con le stampe: tre volte
quel che le avevano pagate. Se però riuscivano a venderle tutte. Se un temporale non gliele macerava, se non gliele
sequestrava qualche censore severo o
qualche doganiere pignolo, se non gliele rubavano di notte mentre, per risparmiare, dormivano in qualche pagliaio.
Se capitava, erano dolori. Remondini le
stampe le dava in conto vendita, ma voleva una garanzia: un pezzo di terra, che
spesso incassava, e la gente della valle
masticava amaro: «I santi dei Remondini si mangiano le terre dei Tesini...».
Però poi furono i Remondini a fallire,
nel 1859. Ma i Tesini andarono avanti lo
stesso. Ormai erano una potenza commerciale, una rete ben stretta che legava tutta l’Europa. Avevano cominciato
ad aprire sedi stabili, prima magazzini,
poi veri negozi: i Tessari ad Augusta e Parigi, i Buffa ad Amsterdam, i Fietta a
Metz, i Pellizzaro a Gand, gli Avanzo a
Bruxelles. Gelosi, chiamavano come lavoranti e poi cedevano l’attività solo a
compaesani, e la parola Tesino divenne
sinonimo internazionale di venditore di
immagini. Da perteganti e cromeri, che
vuol dire piazzisti ambulanti poveracci,
da santari di strada, molti erano ormai
diventati dei signori, connoisseurraffinati. Ordinavano le immagini, adesso,
dalle migliori stamperie d’Europa, soprattutto inglesi, qualcuno era diventa to editore in proprio. Certuni erano divenuti delle personalità: come Giuseppe Daziaro, che aprì sontuosi negozi di
oggetti d’arte nei passeggi eleganti di
San Pietroburgo e Mosca, davanti alle
sue vetrine passarono Tolstoj e Dostoevskij e ne scrissero. E quando i bolscevichi confiscarono tutto, Lunacarskij, ministro per la cultura, salvò la vita
all’ultimo Daziaro, perché le loro immagini avevano «rispecchiato la vita del
popolo russo favorendone il risveglio».
Capitò ad altri, come a Ulisse, d’ammalarsi di mal del viaggio. Tommaso
Marchetto, con quella mania di «andare un po’ più lontano», finì in Cina. Sebastiano Avanzo passò l’Atlantico, eccolo in una foto all’albumina, revolver
nella fondina perché, c’è scritto dietro,
«in Messico la giustizia sta appesa alla
cintura». Altri finirono in Cile, in Siberia,
in India.
Ma i più volevano tornare a morire a
casa. Il mondo nei piedi e negli occhi, il
Tesino nell’anima. Prima del tracollo, i
Daziaro si fecero costruire una imponente villona rossa che ancora oggi domina da un poggio. I soldi spediti a casa
cambiarono la vita della valle: ci costruirono un ospedale, un albergo, perfino
una scuola di lingue. Bisognava essere
attrezzati, per partire alla conquista del
mondo. Nei tinelli dei contadini di questa valle isolata erano appese vedute di
Baltimora e lettere da Calcutta, nelle sue
taverne si raccontava della guerra boera o della secessione americana. Molti
però non tornavano, ma l’arciprete faceva rintoccare le campane a ogni lettera funesta arrivata da lontano.
L’epopea degli hommes des images
finì con la Grande Guerra. Le frontiere
diventate trincee erano insuperabili.
L’Europa sotto macello non comprava
più stampe, e ormai i giornali illustrati
placavano la fame dell’occhio, senza
più bisogno delle gambe dei Tesini.
Oggi idealmente tornano tutti a casa,
perché “Per Via”, ricavato nel cuore del
paese da un’abitazione modesta, è un
po’ museo-archivio e un po’ casa, con le
cucine, il salottino, la stube. Passiamo a
salutarli. Noi che viviamo di tivù e di fotocellulari abbiamo un debito con loro:
per primi, con la fatica dei loro muscoli,
hanno reso il mon
Zuckerberg dona un miliardo di dollari ai senza tetto della New Economy Il maxi-regalo di Mister Facebook ai nuovi poveri di Silicon Valley
FEDERICO RAMPIN
M
ARK Zuckerberg balza in
testa alla classifica dei filantropi 2013, chiudendo
l’anno con un miliardo di dollari
donato in beneficenza. Ma la vera
notizia è un’altra. Il fondatore di Facebook non indirizza la sua generosità verso i poveri dell’Africa o le zone malariche dell’Asia, come fa da tempo Bill Gates L
A TOTALITÀ del suo dono va a una ong che
combatte la povertà…
nella Silicon Valley, a due passi da casa sua.
E a New York non si spengono le polemiche sul discorso-shock di Harry Belafonte.
Parlando all’Inauguration
Day del sindaco Bill de Blasio,
il celebre cantante afro-americano ha descritto la New
York di oggi come «una piantagione»: un’economia dove
prosperano minoranze opulente, circondate da poveri.
Le due zone più dinamiche
della East Coast e della West
Coast conoscono lo stesso
problema. Il Nuovo Boom
americano sta generando i
suoi nuovi poveri. Che si manifestano, con le loro forme di
protesta. Se il 2011 fu l’anno di
Occupy Wall Street, l’Inauguration Day di de Blasio è giunto a poche settimane dallo
sciopero dei dipendenti dei
fast-food newyorchesi. Attorno a San Francisco, altri sono
i bersagli. Una recente manifestazione ha cinto d’assedio
la sede di Twitter, per denunciare l’abuso di sgravi fiscali
offerti dalla città, elargiti a
un’azienda il cui collocamento in Borsa ha coperto di miliardi i fondatori. Altre proteste sociali hanno preso di mira i lussuosi pulmini privati
con cui le aziende hi-tech
della Silicon Valley trasportano i loro giovani pendolari (mentre la maggioranza
della popolazione ha trasporti pubblici scadenti).
La sensazione che questi squilibri stiano diventando insostenibili assilla
Zuckerberg, il giovane re
(compie 30 anni a maggio) dei
social network. Lui il suo miliardo di dollari in beneficenza lo ha donato alla Silicon
Valley Community Foundation, che cerca di curare la miseria più sconcertante, quella
dietro l’angolo. Il Financial
Timescommenta il gesto del
fondatore di Facebook: «Cresce la consapevolezza che la
povertà esiste a due passi dalle ville di lusso della Silicon
Valley, o vicino ai ristoranti
modaioli e carissimi di San
Francisco».
Non ci vuole un grande
sforzo per visitare l’altra faccia del boom. East Palo Alto, a
due passi dalla Stanford University e dal quartier generale
di Google, è una zona degradata, infestata da gang di giovani ispanici, piccoli delinquenti, spacciatori. Oakland,
sulla sponda della Baia dirimpetto a San Francisco e a fianco di Berkeley, è una delle
città col più alto tasso di omicidi d’America. Questa prossimità non sembra casuale.
La natura del boom tecnologico, nutre anche il fenomeno
opposto, l’emarginazione dei
più deboli. La stessa Università di Berkeley ha fior di economisti, guidati da Robert
Reich che fu ministro del Lavoro di Bill Clinton, i quali studiano gli effetti perversi della
nuova ricchezza californiana.
Uno dei meccanismi d’impoverimento passa proprio
attraverso scuola e università.
I giganti hi-tech della West
Coast (Apple e Google, Microsoft e Amazon, Facebook e
Twitter) reclutano e premiano i detentori di talenti speciali. Chi ha ricevuto l’istruzione giusta spunta retribuzioni sempre più elevate. Per
gli altri le spinte divaricanti
sul mercato del lavoro sono
feroci: nei mestieri di serie B il
potere d’acquisto dei salari ristagna, anche dopo tre anni di
ripresa Usa. Un altro meccanismo agisce sul mercato immobiliare. La ricchezza generata da Apple, Google e Facebook moltiplica i ragazzinimilionari, i quali fanno lievitare fitti e prezzi delle case in
tutta la Silicon Valley. Gli altri,
inclusi perfino i prof. universitari di Berkeley coi loro stipendi “normali” vengono
cacciati sempre più lontano.
Le recenti manifestazioni di
protesta a San Francisco agitavano cartelli con due parole-chiave: “Gentrification”,
“Evictions”. La gentrification
è la metamorfosi socio-economica delle aree urbane invase dalla nuova élite. Eviction, lo sfratto, è il motore giudiziario che accelera l’espulsione degli antichi abitanti, i
ceti sociali meno abbienti.
Tutto accade mentre l’atmosfera dei campus di Apple,
Google e Facebook è impregnata di valori liberal, progressisti, come descritto nel
romanzo orwelliano “The
Circle” di Dave Eggers.
A New York, de Blasio ha invitato alla cerimonia del suo
giuramento la piccola Dasani
Coates, 12 anni, che da poche
settimane era diventata a modo suo una star tragica. La sua
storia apriva una serie di reportage del New York Times
sui 22.000 bambini senzatetto nella città. La piccola Coates vive in un decrepito centro
di accoglienza di Brooklyn. La
stessa Brooklyn, con quartieri come Williamsburg e Dumbo, ormai gareggia con il
Greenwich Village, con Soho
e Chelsea, per le gallerie d’arte, i teatri d’avanguardia, i ristoranti di alta gastronomia
dove un tavolo va prenotato
due mesi prima. Belafonte suscita un vespaio di polemiche, lo stesso New York Times
in un editoriale giudica troppo radicale il suo discorso. Ma
il vecchio artista nero, compagno di battaglie di Martin
Luther King e amico di Nelson
Mandela, ha visto qualcosa
che per tanti altri è diventato
normale: una città di 400.000
milionari, la massima concentrazione di ricchezza del
globo, dove quasi la metà della popolazione ha redditi definiti di “semi-povertà”, in
rapporto al costo della vit
M
ARK Zuckerberg balza in
testa alla classifica dei filantropi 2013, chiudendo
l’anno con un miliardo di dollari
donato in beneficenza. Ma la vera
notizia è un’altra. Il fondatore di Facebook non indirizza la sua generosità verso i poveri dell’Africa o le zone malariche dell’Asia, come fa da tempo Bill Gates L
A TOTALITÀ del suo dono va a una ong che
combatte la povertà…
nella Silicon Valley, a due passi da casa sua.
E a New York non si spengono le polemiche sul discorso-shock di Harry Belafonte.
Parlando all’Inauguration
Day del sindaco Bill de Blasio,
il celebre cantante afro-americano ha descritto la New
York di oggi come «una piantagione»: un’economia dove
prosperano minoranze opulente, circondate da poveri.
Le due zone più dinamiche
della East Coast e della West
Coast conoscono lo stesso
problema. Il Nuovo Boom
americano sta generando i
suoi nuovi poveri. Che si manifestano, con le loro forme di
protesta. Se il 2011 fu l’anno di
Occupy Wall Street, l’Inauguration Day di de Blasio è giunto a poche settimane dallo
sciopero dei dipendenti dei
fast-food newyorchesi. Attorno a San Francisco, altri sono
i bersagli. Una recente manifestazione ha cinto d’assedio
la sede di Twitter, per denunciare l’abuso di sgravi fiscali
offerti dalla città, elargiti a
un’azienda il cui collocamento in Borsa ha coperto di miliardi i fondatori. Altre proteste sociali hanno preso di mira i lussuosi pulmini privati
con cui le aziende hi-tech
della Silicon Valley trasportano i loro giovani pendolari (mentre la maggioranza
della popolazione ha trasporti pubblici scadenti).
La sensazione che questi squilibri stiano diventando insostenibili assilla
Zuckerberg, il giovane re
(compie 30 anni a maggio) dei
social network. Lui il suo miliardo di dollari in beneficenza lo ha donato alla Silicon
Valley Community Foundation, che cerca di curare la miseria più sconcertante, quella
dietro l’angolo. Il Financial
Timescommenta il gesto del
fondatore di Facebook: «Cresce la consapevolezza che la
povertà esiste a due passi dalle ville di lusso della Silicon
Valley, o vicino ai ristoranti
modaioli e carissimi di San
Francisco».
Non ci vuole un grande
sforzo per visitare l’altra faccia del boom. East Palo Alto, a
due passi dalla Stanford University e dal quartier generale
di Google, è una zona degradata, infestata da gang di giovani ispanici, piccoli delinquenti, spacciatori. Oakland,
sulla sponda della Baia dirimpetto a San Francisco e a fianco di Berkeley, è una delle
città col più alto tasso di omicidi d’America. Questa prossimità non sembra casuale.
La natura del boom tecnologico, nutre anche il fenomeno
opposto, l’emarginazione dei
più deboli. La stessa Università di Berkeley ha fior di economisti, guidati da Robert
Reich che fu ministro del Lavoro di Bill Clinton, i quali studiano gli effetti perversi della
nuova ricchezza californiana.
Uno dei meccanismi d’impoverimento passa proprio
attraverso scuola e università.
I giganti hi-tech della West
Coast (Apple e Google, Microsoft e Amazon, Facebook e
Twitter) reclutano e premiano i detentori di talenti speciali. Chi ha ricevuto l’istruzione giusta spunta retribuzioni sempre più elevate. Per
gli altri le spinte divaricanti
sul mercato del lavoro sono
feroci: nei mestieri di serie B il
potere d’acquisto dei salari ristagna, anche dopo tre anni di
ripresa Usa. Un altro meccanismo agisce sul mercato immobiliare. La ricchezza generata da Apple, Google e Facebook moltiplica i ragazzinimilionari, i quali fanno lievitare fitti e prezzi delle case in
tutta la Silicon Valley. Gli altri,
inclusi perfino i prof. universitari di Berkeley coi loro stipendi “normali” vengono
cacciati sempre più lontano.
Le recenti manifestazioni di
protesta a San Francisco agitavano cartelli con due parole-chiave: “Gentrification”,
“Evictions”. La gentrification
è la metamorfosi socio-economica delle aree urbane invase dalla nuova élite. Eviction, lo sfratto, è il motore giudiziario che accelera l’espulsione degli antichi abitanti, i
ceti sociali meno abbienti.
Tutto accade mentre l’atmosfera dei campus di Apple,
Google e Facebook è impregnata di valori liberal, progressisti, come descritto nel
romanzo orwelliano “The
Circle” di Dave Eggers.
A New York, de Blasio ha invitato alla cerimonia del suo
giuramento la piccola Dasani
Coates, 12 anni, che da poche
settimane era diventata a modo suo una star tragica. La sua
storia apriva una serie di reportage del New York Times
sui 22.000 bambini senzatetto nella città. La piccola Coates vive in un decrepito centro
di accoglienza di Brooklyn. La
stessa Brooklyn, con quartieri come Williamsburg e Dumbo, ormai gareggia con il
Greenwich Village, con Soho
e Chelsea, per le gallerie d’arte, i teatri d’avanguardia, i ristoranti di alta gastronomia
dove un tavolo va prenotato
due mesi prima. Belafonte suscita un vespaio di polemiche, lo stesso New York Times
in un editoriale giudica troppo radicale il suo discorso. Ma
il vecchio artista nero, compagno di battaglie di Martin
Luther King e amico di Nelson
Mandela, ha visto qualcosa
che per tanti altri è diventato
normale: una città di 400.000
milionari, la massima concentrazione di ricchezza del
globo, dove quasi la metà della popolazione ha redditi definiti di “semi-povertà”, in
rapporto al costo della vit
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