mercoledì 4 settembre 2013

Addio alla baguette la Francia è stanca del suo pane quotidiano

manifesti sono affissi alla
fermata dell’autobus, ne-gli angoli delle piazze. È
un invito affettuoso.
«Coucou, tu as pris le
pain?». Da qualche settimana,
impossibile scordarsi di pren-dere il pane al ritorno dal lavo-ro, mentre si va a fare la spesa.
L’ultima trovata dell’ Observa-toire du pain è una campagna
pubblicitaria spiritosa per in-coraggiare cittadini sempre più
distratti a comprare pane e so-prattutto l’immancabile ba-guette, che andrebbe messa
sotto al braccio, come un picco-lo trofeo del vivere quotidiano.
Un gesto in disuso, ormai. Il
consumo di pane è crollato ne-gli ultimi anni. Una tendenza
che dura da tempo, ma che in-comincia a preoccupare i  bou-langers, i panettieri che in Fran-cia sono una gloriosa istituzio-ne, risalente addirittura a Na-poleone. Ogni francese mangia
solo 150 grammi di pane al gior-no: la metà rispetto agli anni
Settanta e cinque volte meno ri-spetto all’inizio del Novecento.
Certo si sfornano ancora 320
baguette ogni secondo, circa 10
miliardi di profumati e croc-canti sfilatini all’anno. Ma c’è
un inesorabile declino.
Se, come immaginava il regi-sta Marcel Pagnol, il panettiere
del villaggio si mettesse oggi in
sciopero, non ci sarebbe più una
rivolta popolare. L’appetito non
manca alle persone anziane,
che hanno mantenuto vecchie
tradizioni, ma sta invece scom-parendo tra i giovani e soprat-tutto tra i single lavoratori. Il sin-dacato dei panettieri ha com-missionato un sondaggio accor-gendosi che molte persone non
comprano pane non per man-canza di voglia ma perché se lo
scordano o perché non hanno la
pazienza di fare qualche minuto
di fila dal panettiere.
Tutti sono ormai abituati a
consumare altri cereali o prodot-ti, e maga ri pensano, sbaglian-do, che il pane fa ingrassare. C’è
poi la moda del “gluten free”, la
paura del glutine che fa proseli-ti, al di là dei celiaci. Peccato. Do-po anni di panifici industriali e
lievitazioni non fatte a regola
d’arte, la qualità dei panifici è in-vece in aumento, come sottoli-nea lo storico americano Steven
L. Kaplan, intervistato dal  New
York Times . Da almeno dieci an-ni, si ricominciano a sfornare
baguette “tradition”, ovvero im-pastate solo con acqua, sale, mi-scela di farine, lievito naturale.
Banditi gli additivi chimici e tut-ti gli ingredienti congelati. È una
ricetta che è stata messa a punto
dal governo: in Francia con il pa-ne non si scherza. Fino al 1987 il
prezzo della baguette era con-trollato dallo Stato e ci sono ben
due leggi che tutelano l’antico
mestiere del panettiere.
Oggi alcuni di questi maestri
fornai sono delle star. C’è Ridha
Khader, il tunisino premiato per
la sua baguette e arruolato da
François Hollande all’Eliseo. Ci
sono panettieri di cui si favoleg-gia nelle cene, come Lionel Poilâ-ne, che ha ripreso la cottura nel
forno a legno, e Gontran Cher-rier, che lascia lievitare i suoi sfi-latini per ore e ore. Da settembre,
Cherrier condurrà anche un rea-lity tutto dedicato al pane. Una
gara televisiva tra  boulanger  per
testare la combinazione perfetta
tra fragranza e acidità. La baguet-te va poi mangiata subito, non si
conserva mai il giorno dopo. Ma
per fortuna ci sono ancora buon-gustai che sanno cogliere l’istan-te, senza aspettare il richiamo di
un simpatico manifesto.

Turismo Gli italiani non rinunciano al pallone in vacanza con la squadra del cuore

uando la maglia è
in vacanza, il tifoso
parte con lei. A qua-lunque costo. Il tu-rismo da ritiro cal-cistico non conosce crisi: una
camera con vista su Tevez è
meglio di un ombrellone a
Formentera, almeno per chi è
in astinenza da campionato.
«Amore, quest’estate ti
porto a Pinzolo, c’è l’aria buo-na». Oppure a Dimaro, Bruni-co, Chatillon. D’estate, mete e
cucuzzoli da sciatori si popo-lano di gente da stadio, pron-ta a consumare le ferie alla ri-cerca disperata di un auto-grafo, di una foto ricordo, del
primo sorriso del nuovo terzi-no. Quindicimila in Val d’Ao-sta per la Juventus. Seimila a
Dimaro, Trentino, ad acco-gliere il nuovo Napoli, che ha
rinunciato alla domenica li-bera per non scontentare i
suoi fan. Cinquemila agli alle-namenti dell’Inter a Pinzolo,
tremila per la Fiorentina a
Moena, duemila per la prima
uscita della Roma a Riscone di
Brunico. La conta sugli spalti
fornisce i picchi giornalieri,
ma il totale dei viaggiatori con
bandiera è molto più ampio:
la permanenza media è di due
giorni per i più giovani, cin-que per le famiglie, il ricam-bio è continuo. «Il profilo del
turista da ritiro è eterogeneo
— spiega Paolo Manfrini, di-rettore di Trentino Turismo e
Promozione — . In prevalen-za la montagna è una meta
per famiglie, giovani coppie
con bimbi
piccoli che
prenotano
una settima-na: il papà se-gue l’allena-mento e la
mamma spin-ge il passeggi-no nei nostri
sentieri pieni
di verde. Ora
però stiamo
assistendo al
ritorno dei
giovani. La
maggior parte
resta una not-te o due, ma-gari per un’a-michevole.
Ma c’è anche
chi si trattiene
per fare sport:
bike, trekking,
parapendio,
corsa, canoa,
il Trentino è
una palestra a
cielo aperto. E
aiuta a risco-prire il valore
del silenzio».
Per gli al-bergatori,
conta il nu-mero finale di notti vendute:
grazie al calcio, un milione di
stanze occupate, contando
anche club stranieri, squadre
minori e giovanili. Non male,
di fronte a un investimento
complessivo da circa 10 mi-lioni che finiscono nei bilanci
delle squadre di A. La preparazione in altura ossigena i
polmoni, ma anche le casse
dei club e degli esercenti. Sol-tanto a Dimaro la presenza
del Napoli ha generato un in-dotto stimato nel milione di
euro circa. A Chatillon, ricor-da il sindaco Henri Calza, «in
un fine settimana le uscite al
casello sono aumentate del 46 per cento, grazie alla Juven-tus. Addirittura siamo riusciti
a ottenere incassi superiori a
quelli antecedenti la crisi».
Non solo partite e allena-menti, ma anche campus
estivi per bambini, feste di
piazza, merchandising: la
squadra in ritiro è una mac-china da soldi. Affittarla ha un prezzo proporzionale al bla-sone, al bacino di turisti, al se-guito dei media. Per avere la
Juventus serve un milione,
per la Roma 220 mila euro, per
il Bologna non meno di 70mi-la. I grandi club, oltre alla di-sponibilità gratuita di campi,
palestre, alberghi, ottengono
preziosi gettoni, spesso sotto
forma di contratti pubblicita-ri. Chi paga? Enti locali, so-cietà di marketing collegate,
aziende turistiche, associa-zioni di imprenditori, persino
singoli albergatori: a tutti
conviene partecipare alla
spesa. E gli incassi estivi sono
solo una parte dell’affare,
neppure quella principale. Il
vero obiettivo è stipulare lun-ghe partnership con i club,
promuovere iniziative tutto
l’anno, veicolare il marchio
del territorio, ingrassare il bu-siness invernale. Il comune di
Andalo, ad esempio, dal 2010
è tornato a investire nel calcio
con il Bologna: scelta proiet-tata all’inverno, l’Emilia-Ro-magna è uno dei principali ba-cini di sciatori per il Trentino
(per quanto mille tifosi rosso-blù abbiano garantito quasi
seimila notti d’albergo). Sotto
lo stesso profilo, non è casua-le l’abbinamento fra Arco e Ri-va del Garda e il Bayern Mona-co. Quest’anno per i campioni
d’Europa e per Guardiola c’e-rano 5 mila spettatori nelle
amichevoli, 266 giornalisti ac-creditati da quindici paesi di-versi. L’abbinamento va
avanti da tre anni: nell’estate
del 2012 i turisti tedeschi in
Trentino sono stati 1 milione
750 mila e la loro presenza sul
lago di Garda, già molto forte,
ha registrato un incremento
di quasi il 40 per cento da
quando c’è il ritiro dei bavare-si. «Il Bayern Monaco è il no-stro punto di forza principale
per la promozione del territo-rio nel mondo tedesco — spie-ga chiaramente Marco Bene-detti, presidente di Ingarda —
. Non credo ci sia un altro mo-do per intervenire così mas-sicciamente sul mercato

EUTANASIA

l dolore per la moglie scomparsa,
la paura di diventare troppo malato
per poter decidere liberamente: così
ha passato l’ultimo anno di vita a
pianificare la sua fine, poi avvenuta
in una piccola casa blu vicino a
Zurigo.  A raccontare il percorso di
Roberto Gandolfi, un imprenditore
di 88 anni, è la figlia Donatella,
che lo ha accompagnato in Svizzera
per l’ultimo viaggio. Dall’annuncio
al congedo dai parenti, dalla
preparazione in clinica al sorriso
negli istanti prima di morire:
ecco il suo diario


++++


U
n sentiero stretto, a tratti fatico-so. Ma che consente a chi è de-terminato di cercare e trovare
una morte dignitosa, anche se
lontano da casa. Paul, musicista,
tre figlie, ha raccontato sulle pagine di  Le
Mondel’eutanasia scelta dalla madre, ottan-taquattrenne, in una “piccola casa blu” a
Pfaffikon, vicino a Zurigo. Ma in quella stes-sa piccola casa blu sono morti anche alcuni
italiani, come Roberto Gandolfi, 88 anni, un
imprenditore e esponente del Partito libera-le che non voleva aspettare di essere troppo
malato per poter decidere liberamente. A
raccontare la sua scelta, il suo ultimo anno di
vita passato a pianificare meticolosamente
la morte e le ultime ore è la figlia Donatella
Turri Gandolfi, 68 anni, una vita che l’ha por-tata tra cinema e moda. Oggi Donatella è im-pegnata soprattutto a difendere animali ab-bandonati nella Sardegna dove suo padre si
era trasferito da Roma. Il dolore è ancora for-te, ma il ricordo è limpido, sereno  M
arzo 2009. «Mia
madre Aldina, 8
anni più vecchia
di papà, si è spen-ta dopo un decli-no lungo e doloroso. Era stata
colpita dal Parkinson e dal-l’Alzheimer, e un incidente cir-colatorio le aveva compromesso
il cervello. Papà, che era del tut-to laico, non aveva voglia di vive-re senza di lei e cominciò a “sen-tire” la sua presenza nella gran-de casa di Roma dove avevano
abitato sempre insieme. Come
quel giorno in cui nel vaso ac-canto alla sua foto vennero mes-se per sbaglio dodici rose anzi-ché undici. Mamma non voleva
che i fiori fossero pari, mai, e mi-steriosamente una di quelle rose
si seccò in poco tempo mentre le
altre undici restavano bellissi-me. Papà ha chiuso la casa e si è
trasferito in Svizzera, con in ta-sca l’iscrizione a Dignitas (una
delle organizzazioni elvetiche
che aiutano chi cerca la morte,
ma che richiede un certo perio-do di residenza nel paese,  ndr)».
GIUGNO 2009
«Papà e io torniamo insieme in
Val Badia, dove ha fatto per anni
bellissime vacanze. Se fosse viva,
la mamma avrebbe 95 anni e lui
vuole vedere il prato dove sono
state disperse le sue ceneri. Tutto
è fiorito, lui è contento, mi spiega
ancora una volta le ragioni della
sua scelta: cammina col bastone,
ha perso la vista da un occhio e fa-tica con l’altro, il pacemaker e il
cuore fanno i capricci. “Non po-trei sopportare di dover chiedere
per favore un bicchiere d’acqua o
di essere accompagnato in ba-gno”. Gli ripeto che io sarei sem-pre al suo fianco, e che comunque
rispetterò la sua scelta».
SETTEMBRE 2009
«Papà vive sul lago, vicino a Lu-gano, e continua a incontrare i
medici dell’organizzazione. Ser-vono documenti, certificati, capi-sco che non è una cosa che si fa co-me una passeggiata. Ma lui non
vacilla. Continua a viaggiare per
quello che può, dipinge, conduce
una vita normale. Ha messo tutto
a posto, regalato tanti oggetti,
non lascia nulla al caso. Certa-mente io sono più triste di lui».
ESTATE 2010
«Papà si trasferisce ad Ascona.
Fa amicizia con la gente del posto,
fotografa le cose più belle, si di-verte a fare il turista. Cammina
con fatica, ha lasciato giacche e
cravatte per un abbigliamento
più rilassato, è sempre elegante.
Le sue pratiche mediche sono ter-minate, sento che il momento si
avvicina».
15 SETTEMBRE 2010
«Ultimo volo estivo in par-tenza da Lugano per la Sarde-gna, papà non vuole perderlo.
Viene a salutare la mia casa e l’i-sola che ha amato tanto, andia-mo in un ristorante che ci piace,
saluta gli amici e a qualcuno fa
una battuta, “arrivederci il più
tardi possibile”. Ma pochissimi
sanno, oltre a me».
10 OTTOBRE 2010
«Il momento è arrivato. Papà
ha prenotato un albergo a Zurigo,
mi chiede ancora una volta se me
la sento di accompagnarlo, mi ri-pete che devo farlo solo se sono si-cura e che lui non lo pretende, che
mi vorrà sempre bene in ogni ca-so. Io piango, ma non posso la-sciarlo solo, e mi preparo a rag-giungerlo».
16 OTTOBRE 2010
«Lo raggiungo a Zurigo, cenia-mo con amici ed è lui a tenerci al-legri. Poco prima ha congedato il
fratello minore e il nipote, venuti
da Napoli per dissuaderlo. Mi
spiega che parte per morire con lo
spirito che avrebbe in un viaggio
verso un luogo sconosciuto. Non
è credente e non sa se e che cosa
troverà, “sono curiosissimo”, mi
dice sorridendo».
17 OTTOBRE 2010
«Facciamo colazione in alber-go: prendi questi dolci, sono i mi-gliori — mi dice — e mangia, non are quella faccia, dai… Io ho pau-ra, temo che finiremo in una cli-nica squallida e triste. Invece il
posto dove arriviamo è una villet-ta bifamiliare, assomiglia a una
casa per le vacanze».
ORE 11
«L’équipe ci accoglie. Sono
persone gentilissime, vestite co-me noi, senza camici, parlano un
perfetto italiano, capisco che il
più anziano dirige tutto, con lui ci
sono un medico e un’altra volon-taria. Ci offrono il caffè in una pic-cola cucina. Ci spiegano che ora
daranno a papà un blando farma-co che serve per ciò che verrà do-po (è un antiemetico,  ndr). Siamo
seduti vicino su un divano, papà
sa già che le sue ultime volontà
dovranno essere documentate
con un video, per evitare ogni
complicazione legale all’associa-zione. Docilmente, ripete quello
che deve davanti alla telecamera:
“Ho deciso volontariamente e in
piena consapevolezza di prende-re il medicinale che verrà lasciato
in un bicchiere accanto a me…”.
Non siamo gli unici in casa, c’è
un’altra famiglia, sento qualcuno
che parla spagnolo. Passiamo
mezz’ora da soli, mi dà gli ultimi
consigli, come se fossi ancora la
sua bambina, e probabilmente
per lui è proprio così. L’équipe ci
ha precisato che loro non hanno
alcuna fretta. Rientrano, chiedo-no a papà se è pronto, lui si accer-ta che sia pronta anch’io, mettono
accanto a lui un bicchiere e del
cioccolato: il farmaco che deve
bere (pentobarbital, un potente
anestetico utilizzato anche a que-sto scopo,  ndr) potrebbe essere
molto amaro, ci avvisano. Lui
scherza e butta giù tutto: “Gli
amari che bevevo in montagna
erano peggio”. Fa un grande sba-diglio e un sorriso, poi si assopi-sce, la testa un po’ di lato, nello
stesso modo in cui dormiva sul di-vano di casa al terzo giro di Gran
Premio, nell’ilarità di mia madre».
ORE 11,30
«Sono uscita per camminare,
non potevo resistere vicino a lui.
Vedo il dottore affacciarsi e farmi
un cenno, lo raggiungo, prendo i
vestiti di papà, un maglione di ca-chemire che continuo a mettere,
la coppola che portava, il suo ba-stone. Torno a casa, e pochi gior-ni dopo mi arrivano le ceneri».
NOVEMBRE 2010
«Di nuovo in Val Badia. Questa
volta i miei amici del posto devo-no portarmi col gatto delle nevi su
quel prato. Liberano uno spazio,
e le ceneri di papà vanno a rag-giungere quelle della mamma.
Vorrei pagarli per il trasporto, ma
non ce n’è bisogno: papà lo aveva
già fatto l’anno scorso».

lunedì 2 settembre 2013

Cina, un tunnel sotto il mare per l’isola-campus senza censure

er la prima volta un’en-clave “straniera” occu-perà pacificamente un
pezzo di territorio cine-se. A partire dal prossi-mo anno accademico, l’Univer-sità di Macao si trasferirà a
Zhuhai, nella regione del Guang-dong, spingendo la Cina ben al di
là del modello “un Paese, due si-stemi”, che dal 1990 regola i rap-porti tra Pechino e le ex colonie
meridionali di Hong Kong e Ma-cao. La nuova sede dell’ateneo
fondato dai portoghesi nel 1700,
che vanta oggi un campus sulla fa-mosa isola di Coloane, sarà a tutti
gli effetti un pezzo di Stato tra-piantato lungo la costa di quella
che la popolazione chiama “Cina
continentale”.
All’interno dei 250 ettari di
Hengqin, isolotto cinese destina-to a ospitare aule e laboratori, var-ranno le norme democratiche
che regolano il paradiso asiatico
del gioco d’azzardo. Studenti e
professori avranno libero accesso
a internet e ai social network occi-dentali, come Facebook e YouTu-be. Internet sarà garantito grazie
3800 hotspot wifi, sottratti alle re-strizioni assicurate dalla censura
del partito comunista cinese. Si
potranno anche seguire via satel-lite le tivù del resto del mondo e
sarà riconosciuta la libertà d’e-spressione. Polizia e vigili del fuo-co saranno controllati dalle auto-rità di Macao, così come il sistema
giuridico, e i frequentatori delle
lezioni non avranno nemmeno
bisogno di passaporto e visto. Un
avveniristico tunnel sottomarino
collegherà direttamente l’ex co-lonia portoghese con la sua uni-versità delocalizzata nella regio-ne industriale più ricca della Cina
e gli iscritti potranno muoversi
come se restassero all’interno
della stessa nazione.
A indurre l’esperimento senza
precedenti, capace di abbattere
un “muro” resistito oltre ses-sant’anni, ragioni politiche, acca-demiche, ma soprattutto econo-miche. Con il ritorno di Macao
sotto il controllo indiretto di Pe-chino, 23 anni fa, l’isola ha regi-strato un boom commerciale su-periore anche a quello cinese. Il
prezzo della terra è salito alle stel-le, il valore degli immobili sfiora
quelli da capogiro che caratteriz-zano Hong Kong. Le autorità di
Macao da anni spingevano per
dotare l’università, 10 mila tra
studenti e docenti, di un campus
capace di ospitare secondo stan-dard occidentali oltre 300 labora-tori e una biblioteca ricca di 650
mila libri. La leadership di Pechi-no non attendeva invece che l’oc-casione più adatta per testare gli
effetti del ricongiungimento ef-fettivo di Macao alla madrepatria,
fissato nel 2049. L’incrocio degli
interessi accademici, politici e fi-nanziari, porterà la Cina post-maoista a sperimentare per la pri-ma volta il funzionamento di una
mini-comunità democratica al
proprio interno, regolata dal bad-ge universitario.
L’ex colonia portoghese, già
più integrata rispetto ad Hong
Kong, assaggerà in modo pro-gressivo la presa cinese su di sé. La
nuova università di Macao ospi-tata in Cina sarà infatti mista. Stu-denti, professori e personale po-tranno arrivare sia dall’ex colonia
che dalle regioni continentali. La
scommessa di Pechino è questa:
seguire l’influenza delle libertà ui giovani cinesi, ma nello stesso
tempo allenare le nuove genera-zioni di Macao a reggere il peso
della Cina, non ancora vista come
patria comune. L’obiettivo politi-co è dare vita ad una società na-zionale unita, attraverso cultura e
istruzione, affinando il modello
che dovrà presto essere applicato
anche alla più ribelle Hong Kong.
Il risultato più immediato è inve-ce che per la prima volta un siste-ma di diritto liberale e l’indipen-denza accademica verranno ap-plicati in una, pur piccola, parte
dello Stato cinese. Inedita anche
la soluzione che renderà possibi-le l’esperimento: il governo di
Macao, grazie a 150 milioni di dol-lari, ha affittato il campus di
Zhuhai fino al 2049, investendo-ne altri 10 per la costruzione di un
ateneo venti volte più vasto di
quello attuale, finanziato da pri-vati.
Per la Cina il test di un’istruzio-ne democratica in affitto vanta il
precedente dell’esperimento di
un’economia capitalista, varato
da Deng Xiaoping nel 1980 con l’i-stituzione della “zona economica
speciale” a Shenzhen, proprio al-le porte della nuova università. Il
virus capitalista seminato nel
Guangdong dall’erede di Mao ha
portato ai trent’anni d’oro della
crescita cinese e al boom della se-conda potenza globale. Impossi-bile, per gli analisti, dire se il con-tagio della libertà accademica
renderà più democratica Pechi-no, oppure meno ostili al suo au-toritarismo Macao, Hong Kong e, n prospettiva, Taiwan. Proprio
Hong Kong conta già due istituti
di ricerca dislocati sul territorio
cinese e nel marzo scorso ha fir-mato un accordo per aprire un
campus universitario a
Shenzhen. Sono i primi passi per
creare la più grande megalopoli
economica, finanziaria e accade-mica del pianeta, pronta a nasce-re nel Guangdong dalla fusione
tra Shenzhen, Hong Kong e Ma-cao e dal confronto tra l’unico co-munismo di successo della storia
e gli ultimi avamposti democrati-ci in Cina. «Resta da vedere cosa
succederà — ha detto Fu Hualing,
costituzionalista nell’università
dell’ex colonia di Londra — quan-do nel nuovo ateneo si dovrà af-frontare un tema davvero sensi-bile, o quando gli studenti chiede-ranno di manifestare per difende-re le loro opinioni. Costruire dove
costa meno è una soluzione,
iniettare la cultura dell’Occidente
in Oriente può essere un proble-ma». Gli istituti di Europa e Usa in-teressati al mercato cinese della
conoscenza sono già decine,
mentre per la prima volta Pechino
si appresta ad aprire un campus a
Londra. La Cina prova ad aprirsi,
ma non è affatto detto che sia di-sposta ad importare più idee di
quante sia decisa ad esportare.

Cina, la madre coraggio salvata dal web Vuole puniti gli stupratori della figlia, la internano. Ma la Rete si mobilita e la fa vincere

ECHINO — Nemmeno tremila
yuan. Per la Cina il coraggio di
una madre, colpevole di aver
chiesto giustizia per la figlia stu-prata, non vale che 311 euro. La
sentenza-beffa emessa ieri dal
tribunale di Changsha, che ha
respinto la richiesta di scuse
scritte da parte del capo della po-lizia, apre però una breccia nel-l’autoritarismo di Pechino: per
la prima volta le autorità, pressa-te dalla rivolta del popolo del
web, ammettono un errore dello
Stato nei confronti di un indivi-duo, aboliscono una condanna
e confermano che la soppressio-ne del sistema di rieducazione
attraverso il lavoro può non es-sere solo una speranza.
A contare, nel caso di Tang
Hui, non è infatti la vergogna del
risarcimento economico. La
donna che ha costretto il partito-Stato a riconoscere la propria
non-infallibilità sta facendo di-scutere tutta la nazione, avvici-na la fine dei laojiaoe aumenta il
panico tra i funzionari corrotti,
ufficialmente nel mirino della
nuova leadership. È l’ultima sto-ria-icona della propaganda
riformista di Pechino, capace di
spingere il  Quotidiano del Popo-lo a scrivere che la sentenza
«ispira una nuova e profonda fi-ducia nella giustizia». Dietro le
apparenze, la violenza-shock
contro la figlia di Tang Hui, 11
anni, sequestrata, violentata e
costretta a prostituirsi per tre
mesi. Solo la testardaggine di sua
madre, capace di mobilitare la
Rete, nel 2006 costrinse la polizia
dello Hunan ad arrestare la ban-da dei sequestratori, attiva nel
fiorente e tollerato mercato ci-nese dei bambini. Due gli “or-chi” condannati a morte, quat-tro all’ergastolo, uno a quindici
anni di prigione. Troppo poco,
per Tang Hui, che riavuta la figlia
tornò a chiedere il sostegno di in-ternet affinché fossero puniti
anche i mandanti del sequestro e coloro che accettarono di arric-chirsi per girarsi dall’altra parte.
Cominciò così la caccia della po-lizia dello Hunan, decisa a non
perdere la faccia con Pechino.
La madre-coraggio venne ar-restata per «disturbo alla quiete
pubblica», reato comunemente
associato ai dissidenti politici, e
lo scorso anno fu addirittura
condannata a 18 mesi di  laojiao
per «influenza sociale negativa».
E’ stata questa, complice l’indi-gnazione della Rete e la rivolta
popolare contro l’arroganza dei
funzionari, la goccia che ha fatto
traboccare il vaso. La donna im-prigionata per aver difeso la fi-glia stuprata venne liberata do-po soli otto giorni dal campo di
Yongzhou, ma le autorità si rese-ro conto che la sua lotta per af-fermare i diritti individuali nella
seconda economia del mondo
non era finita. Tang Hui chiese
scuse formali scritte dai suoi car-cerieri, accusati di violenze, e
dallo stesso capo della polizia
della contea, Jiang Jianxiang. In
aula, altro caso senza preceden-ti, l’alto funzionario fu costretto
ad ammettere pubblicamente
gli abusi, scusandosi a nome del
governo. Per questo la corte ha
negato a Tang Hui l’onore del
documento scritto. Non ha po-tuto però evitare di riconoscere
che anche in Cina l’ingiusta pri-vazione della libertà, consentita
anche in assenza di accuse, ha
un valore e che i campi di riedu-cazione si sono trasformati nella
prigione segreta in cui rinchiu-dere le persone che infastidisco-no un qualsiasi potere.
L’insediamento della nuova
leadership, nel marzo scorso, ha
riacceso i riflettori sulla più volte
annunciata fine dei  laojiao. Al-cuni sono già stati riconvertiti in
comunità terapeutiche, altri in
centri di salute mentale, altri
semplicemente chiusi per «ina-gibilità». Una decisione ufficiale
del governo è attesa entro l’au-tunno, ma la pressione dell’ala
conservatrice del partito po-trebbe costringere il Politburo
ad aggiornare l’agenda delle
riforme ad alta carica emotiva.

Zambia, la trincea d’Africa della guerra al Dragone

o “Shaft 3” della Collum
è una fossa ripida e
stretta, scavata sotto un
tetto di lamiera: da qui
al ventre della Terra so-no più di mille passi. L’unico ba-gliore che s’intravede dal pertugio
proviene dalla lampada di un mi-natore, che sta risalendo l’intesti-no bollente di questa miniera di
carbone a 325 chilometri da Lu-saka. Da quando nel 2003 Xu
Jianxue, un uomo d’affari del Sud
Est della Cina, ne ha preso il con-trollo, la Collum Coal Mine è di-ventata la prima linea di un’aspra
battaglia che oppone i lavoratori
dello Zambia agli abusi degli im-prenditori cinesi. Proprio davanti
a questo varco, le tensioni latenti
nel Paese hanno raggiunto un
punto di rottura. È successo tre
anni fa: assiepati attorno alla can-cellata, i lavoratori chiedevano sa-lari adeguati. Due supervisori ci-nesi aprirono il fuoco contro i ma-nifestanti. «C’è chi, sotto la cicatri-ce, ha ancora in corpo il proiettile,
eppure le incriminazioni contro i
due responsabili sono state ri-mosse», racconta Leonard Kwa-pizi, padre del più giovane fra gli
11 feriti. L’anno scorso, l’amara ri-valsa: durante una nuova protesta
in un pozzo vicino, lo “Shaft 5”, un
minatore spinge un vagoncino
carico di carbone contro i dirigen-ti cinesi. Uno muore, altri due re-stano feriti.
Come in molte altre nazioni
africane, i cinesi sono un’impor-tante presenza economica in que-sto Stato dell’Africa centromeri-dionale sin da quando, tra il 1970
e il 1975, questi costruirono la fer-rovia che collegò il Paese, privo di
sbocchi sul mare, alla città por-tuale di Dar es Salaam in Tanza-nia. Oggi lo Zambia è terzo al mon-do per investimenti da Pechino:
oltre due miliardi di dollari, per
l’89 per cento concentrati nel set-tore minerario. I 50mila posti di la-voro creati sono una manna in
una nazione di quasi 13 milioni di
abitanti dove l’80 per cento non ha
un impiego. Però i frequenti inci-denti, le paghe sotto il minimo sa-lariale nazionale e la costante vio-lazione dei diritti della manodo-pera hanno convinto gli zambiani
a vedere i cinesi non come bene-fattori, bensì come nuovi “domi-natori”, più intenti a saccheggiare
che a promuovere la loro patria.
«Abbiamo un disperato bisogno
di lavoro, è vero», inveisce un mi-natore. «Ciò non vuol dire che
possono sfruttarci come schiavi».
La rabbia contro il Dragone ha
determinato l’esito delle presi-denziali due anni fa. A vincerle è
stato il presidente del Fronte pa-triottico Michael Sata: in campa-gna elettorale aveva equiparato il
lavoro nelle miniere controllate
da Pechino allo schiavismo, e mi-nacciato di deportare gli investi-tori che ignoravano le norme lo-cali, guadagnandosi il sopranno-me di “Re Cobra” per le sue ta-glienti invettive. Conquistato il
potere, però, il “Cobra” ha affida-to ai cinesi la costruzione di strade
e ferrovie, e ha incontrato il presi-dente Xi Jinping a Pechino in apri-le.
«Il presidente Sata ha portato
avanti una campagna populista
per proteggere i lavoratori, perciò
la mancanza di progressi signifi-cativi nel settore minerario è de-ludente», commenta Daniel
Bekele, direttore della divisione
africana di Human Rights Watch.
L’associazione nel 2011 ha diffuso
un rapporto sulle miniere della
provincia di Copperbelt — lette-ralmente “cintura del rame”. Qui
giacciono le riserve che fanno del-lo Zambia il terzo produttore al
mondo di rame, e il primo in Afri-ca. Benché quelle risorse contri-buiscano al 75 per cento delle
esportazioni nazionali e sino ai
due terzi delle entrate governati-ve, la popolazione non ne vede i
benefici. Colpa del sistema fisca-le, che permette alle multinazio-nali di non pagare tasse in Zam-bia. E della privatizzazione delle
industrie minerarie imposta negli
Anni ‘90 dalla Banca mondiale e
dal Fondo monetario internazio-nale in cambio della parziale can-cellazione del debito.
Ora quasi tutte le miniere di ra-me sono in mano a compagnie ci-nesi sussidiarie della “Non-fer-rous metals mining corporation”
(Cnmc), un’impresa sotto l’auto-rità del governo di Pechino. A
Chambishi è ancora vivo il ricordo
della tragedia di Bgrimm: il 20
aprile 2005 un’esplosione nella
fabbrica di dinamite di proprietà
della cinese Nfc provocò la morte
di 52 zambiani. Anni dopo, ha ac-certato Human Rights Watch, i
pericoli restano. I dipendenti la-vorano per 12 o persino 18 ore
consecutive senza elmetti di pro-tezione, e la ventilazione nei tun-nel sotterranei è insufficiente.
«Respiriamo agenti chimici», rac-conta un dipendente della Sino
Metals. «Se ti trovi in un punto pe-ricoloso, ti dicono di continuare a
lavorare. Pensano solo alla pro-duzione, non alla sicurezza. Se
qualcuno muore, potrà essere
rimpiazzato l’indomani. Se de-nunci un problema, vieni licen-ziato».
Recriminazioni a cui, in un de-licato esercizio di equilibrismo, il
governo di Lusaka, pur bisognoso
di investimenti stranieri, cerca di
dare risposta. Lo scorso febbraio,
raccogliendo il malumore dei la-voratori per i frequenti incidenti
alla Collum, ha revocato le licenze
a Jianxue. A rilevarle sarà un’a-zienda sussidiaria della compa-gnia mineraria statale (Zccm-Ih)
le cui priorità, assicura Richwell
Siamunene, vice ministro per il
Commercio e l’Industria, saranno
«la sicurezza e la salute dei dipen-denti». Questo precedente fa spe-rare ai lavoratori locali che “Lo
Zambia agli zambiani”, gridato
più volte dal presidente Sata du-rante i comizi due anni fa, non re-sti un vuoto slogan elettorale.

Luigi e Donato, gli anti-Snowden al servizio dell’Intelligence Usa

D
UE hacker italiani finiscono
in prima pagina sul New York
Times . Luigi Auriemma, 32
anni, e Donato Ferrante, di 28, sono
due figure emblematiche della
nuova cyber-guerra.Eroi o merce-nari, a seconda dei punti di vista ABOTATORI di professione,
o capaci di salvarci dall’Apo-calisse di un attacco terrori-stico. Il New York Timesracconta
la loro storia perché è l’altra faccia
della vicenda di Edward Snow-den, il giovane transfuga della Na-tional Security Agency che ha rive-lato al mondo intero l’estensione
dello spionaggio americano sulle
nostre email, telefonate, conti
bancari. La storia di Auriemma e
Ferrante dimostra che furono
proprio i servizi segreti americani
a iniziare lo sfruttamento della cy-ber-pirateria come nuova forma
di guerra, della quale poi divenne-ro loro stessi i bersagli. Il punto di
svolta nella storia è rappresentato
dall’operazione Stuxnet, il nome
in codice del “baco” informatico
con cui gli Usa e Israele sabotaro-no il programma nucleare dell’I-ran facendo “impazzire” alcuni
impianti di Teheran. Il successo di
quell’operazione, una volta dive-nuta di dominio pubblico, fu l’e-quivalente di un magistrale colpo
di marketing pubblicitario. Tutti i
governi del mondo vollero emula-re quel tipo di offensiva contro i
propri avversari. Rendendo sem-pre più profittevole il business di
esperti come Auriemma e Ferran-te, con la loro società ReVuln (che
ha sede a Malta).
Un tempo gli esperti come loro
vendevano i propri servizi soprat-tutto alle stesse aziende produttri-ci di software: la Microsoft può pa-garli fino a 150 mila dollari se indi-viduano un “bug” (baco) in un suo
programma e l’aiutano ad aggiu-stare il difetto. Ma oggi conviene
ancor più vendere ai governi e ai
loro servizi segreti, desiderosi di
sfruttare queste scoperte per infil-trare le reti avversarie. Sembra
lontana anni-luce l’epoca pionie-ristica degli hacker, che coincise
con le prime rivoluzioni informa-tiche germinate nella Silicon Val-ley. Gli hacker, che si sono sempre
considerati i “puristi” delle tecno-logie, disinteressati e un po’ anar-chici, per molto tempo diedero la
caccia ai bachi informatici soprat-tutto per fare sfoggio della propria
bravura. Un hacker che individua-va l’errore o la fragilita` di un pro-gramma di Google poteva rivelar-lo anche gratis all’azienda produt-trice, magari in cambio di un rin-graziamento ufficiale sul sito della asa madre beneficiata. Contava
la gloria, aver individuato il “bug”
era di per sé il trofeo rispetto alla
comunità di riferimento, l’unica
che conta, quella degli hacker.
Il pericolo naturalmente era
che il baco finisse prima in mani
malintenzionate. Non a caso que-sti difetti vengono chiamati nel
gergo degli addetti Zero Days: dal
momento in cui vengono scoper-ti, esistono “zero giorni” prima
che qualcuno se ne approfitti,
sfrutti le fragilità infliggendo dan-ni enormi. “Zero giorni”, dunque,
per riparare la falla e impedire il di-sastro: perciò in questa corsa con-tro il tempo le aziende hi-tech
hanno cominciato a pagare sem-pre più cari i servizi degli hacker.
Oltre alla società ReVuln di Ariem-ma e Ferrante, il New York Times
cita tra le più stimate la Vupen di
Montpellier in Francia, Exodus In-telligence ad Austin (Texas), End-game in Virginia. Il mercato per le
loro consulenze è talmente ricco
che esistono ormai dei broker, in-termediari che rappresentano
queste aziende presso la clientela
potenziale. Il tariffario medio di
Google ormai è di 20 mila dollari.
Facebook è sugli stessi livelli, ma
una volta ha pagato “solo” 2.500
per il baco scoperto da un ragazzo
di 13 anni. Che nel frattempo si
sarà fatto furbo, mettendosi nelle
mani di un agente per rappre-sentarlo in queste tran-sazioni. In quanto ad
Apple, i suoi difetti so-no più rari, ma pro-prio per questo più te-mibili (o appetibili),
non a caso gli hacker che
scoprirono un difetto
“zero giorni” nel sistema
operativo Apple sono stati
pagati ben 500 mila dollari.
I pirati, insomma, sono di-ventati una professione ri-spettabile, li si paga per pro-teggersi da altri pirati. Oppure
per effettuare micidiali incur-sioni in campo avverso, proprio
come ai tempi di Sir Henry Mor-gan, il pirata dei Caraibi che lavo-rava al servizio di sua maestà il re
d’Inghilterra contro gli spagnoli.
A sballare completamente il ta-riffario, infatti, è stato l’ingresso in
campo dei governi. Strano a dirsi
in questi tempi di austerity, ma i
servizi segreti hanno dei budget
per la cyber-guerra che fanno im-pallidire i bilanci di Apple, Google
e Microsoft. Secondo le parole di
Christopher Soghoian, esperto di
cyber-spionaggio per l’associa-zione dei diritti civili Aclu, «i go-verni hanno creato un mostro alla
Frankenstein, alimentando un
mercato di cacciatori di taglie».