L’italiano era un fotografo di 30 anni, il russo Mironov che è morto con lui in una buca
nei dintorni di Sloviansk era un dissidente e attivista dei diritti umani di 60. «Se sei nel posto giusto le cose succedono», dicevano. Ma il loro non è solo un lavoro. Quando vanno in Ucraina, Daghestan, in Inguscezia, nell’Ossezia di Beslan o in Afghanistan o nelle primavere arabe, la voglia
di emergere o di mettersi alla prova che all’inizio li muove cede presto alla passione
per gli altri. Fino a diventare una seconda
vita. Perché per fare il reporter dei conflitti che insanguinano il pianeta bisogna
soprattutto avere fiducia nel valore di ciò
che si dice al mondo. Sapendo che il mondo non ne ha voglia.
H
O GUARDATO, l’avrete
fatto anche voi, tutto
quello che trovavo in
rete sui due uomini
trucidati in una terra
di nessuno a Sloviansk: un fotografo free-lance italiano e il suo
traduttore, avevano detto le prime notizie. Poi erano arrivati i nomi — si chiamavano Andrea tutti due, Andrea Andy Rocchelli e
Andryj Mironov — e infine la conferma che erano morti. Di Rocchelli, che a 30 anni era uno dei
migliori fotoreporter italiani,
avevo già visto le fotografie in
bianco e nero da Kiev, non abbastanza da impararne il nome. Per
noi spettatori comuni le fotografie memorabili sono come certe
canzoni, che riconosciamo anche se non sappiamo chi fosse
l’autore. Di Mironov, 60 anni, il
doppio dell’altro Andrea, sapevo
molte cose, perché era un personaggio di primo piano per chi si
fosse occupato di opposizione in
Russia e di Caucaso.
Imparare a fotografare, filmare, scrivere, è importante: ma la
cosa più importante è trovarsi
nel posto giusto. «Put yourself in
the situation and things will happen»: l’ho trovato nel sito dell’agenzia di Rocchelli e dei suoi compagni, Cesura, fa da titolo a una
mostra. Se vai nel posto giusto, le
cose succedono: uno scatto essenziale, un video incomparabile. Succede anche di morire, nel
posto giusto. La probabilità (la
fatalità, la chiamano poi quelli rimasti a casa) è in proporzione diretta con il valore della testimonianza. Si mette su un piatto la
verità da vedere e mostrare, sull’altro il rischio. In rete ho letto il
consiglio di un fotografo professionista agli aspiranti free-lance:
«Concentrati sulle foto che possano trovare un compratore. Soprattutto sport, matrimoni,
eventi in generale». Eventi in generale è un modo educato di tacere l’esuberante offerta mondiale di guerre, catastrofi, crimini, naufragi, epidemie che si apre
davanti alla domanda dei freelance che ormai siamo pressoché
tutti, ognuno con la sua misura di
allontanamento da casa. C’è un
video girato da Rocchelli nella
guerra civile kirghiza del 2010:
occorre stomaco forte per guardarlo, dà la misura del suo coraggio, e anche della fiducia che bisogna avere nel valore di ciò che
si mostra al mondo, sapendo che
il mondo non ne ha voglia.
Rocchelli e i suoi amici spiegano che i loro lavori commerciali
servono a pagare i reportage dai
luoghi delle guerre e dei dolori
senza voce. Amano la fotografia,
si sono formati alla scuola dei migliori, considerano essenziale la
stampa. Quando si va, come aveva fatto Rocchelli, in Daghestan,
o in Inguscezia, o nell’Ossezia di
Beslan, o in Afghanistan e nelle
primavere arabe e nella piazza
Maidan, qualunque ragione vi
abbia spinti, la voglia di emergere, o di mettervi alla prova, cede
presto, nei migliori, alla passione
per gli altri. Si guadagna una doppia vita: si conserva la propria, il
paese, la casa, la famiglia — il figlio di tre anni — cui ogni volta si
torna, e se ne conquista una dentro un altro paese, un altro popolo, senza più casa, con le famiglie
squartate, i bambini orfani. Che
Rocchelli e Mironov fossero insieme in quella terra di nessuno
degli sparatori non è un caso, e
nemmeno una fatalità. Se non
sbaglio, erano stati compagni di
quella missione civile già nel
Caucaso. Mironov, figura di rilievo di Memorial, amico di Anna
Politkovskaja, dissidente nella
vecchia Urss e nella “sbirrocrazia” putiniana (così la chiama, ricordando si compone al 75 per
cento di ex dipendenti del KGB),
fu prigioniero ancora in epoca
gorbacioviana per diffusione di
samizdat («ricopiai a mano migliaia di libri»), subì una pesante
aggressione fisica, si batté tenacemente per la nonviolenza contro la guerra cecena. In Italia era
assiduo, da ultimo era venuto a
sostenere che la lotta per la democrazia in Russia coincideva
con la lotta per la democrazia in
Ucraina e per l’Europa dei diritti.
Radio Radicale (era stato iscritto) ha ritrasmesso un’intervista
del 2004 in cui spiegava nel suo
italiano limpidissimo che la storia era sempre quella del “piccolo Cappuccio Rosso”, e che c’era
sempre bisogno di una guerra,
oggi in Cecenia, domani in Georgia — dopodomani in Ucraina —
per rispondere alla domanda:
«Perché hai i denti così grandi?»
Secondo il Cremlino, diceva,
«non c’è nessuno a cui parlare, in
Cecenia, c’è solo a cui sparare».
Delle tante fotografie che abbiamo guardato ieri, dopo la notizia dal Donetsk, due specialmente vorrei ritenerne: una fatta da Rocchelli, e una no. La prima, che era comprensibilmente
in cima a tanti siti, è quella dei
bambini seduti in uno scantinato, uno sgabuzzino sotto una botola, per ripararsi dalle bombe:
dieci bambini «adottati dalla famiglia Kushov», a colori questa
volta, stretti su panchetti di fortuna sotto vasi di conserve e sottaceti, che guardano in su verso
il loro giovane visitatore italiano
diventato padre. Niente di più ovvio che fotografare bambini dentro una guerra civile: per questo
era difficile fare una fotografia
così bella. Il servizio andò sulla
Novaja Gazeta, il giornale di Anna Politkovskaja.
La seconda foto è quella in cui
Rocchelli e Mironov, l’Andrea veterano e l’Andrea giovane, sono
in posa l’uno accosto all’altro. Se
sorridessero, sembrerebbe che
stiano inscenando per scherzo
una certa aria marziale. Ma sono
seri, e Mironov, sovrastato nella
statura, se ne sta testa alta, con
la fierezza che si terrebbe davanti al fotografo della matricola carceraria. Quando lo liberarono,
Mironov dichiarò: «Sono un turista che ha visitato il gulag». Questa volta magari avrebbe detto:
«Sono un turista che ha visitato
l’Ucraina». Il colpo di mortaio ha
portato via la testa a Mironov.
Rocchelli, ha detto il suo amico
e collega Micalizzi, voleva raccontare la storia di due amici
ucraini che si trovavano dalla
parte opposta della barricata: come in tutte le guerre civili, come
in tanta storia italiana. Andrea,
Andryj, sono finiti in mezzo, e
hanno fatto da bersaglio deliberato; poi lo scambio di accuse fra
kievisti e filorussi. Scambio inutile: sono stati ambedue. Naturalmente, a riguardarla ora quella fotografia sembra attraversata da un presagio. Non è così, era
una foto ricordo, che si sarebbero portati indietro, uno a Mosca,
l’altro sull’Appennino piacentino, fino alla prossima missione.
Però nelle donne e negli uomini
che partono per andare agli angoli bui della terra, a vedere e raccontare, o a curare e aiutare, o solo a capire, l’ombra di un presagio c’è, anche quando ridano forte, facciano le smorfie e dicano alla camera: Ciao mamma.
© RIPRODUZION
Il Caso
lunedì 2 giugno 2014
Uber e i suoi fratelli dividono l’Italia
N
ONpossedere niente, ma usare tutto.
Accedere a un servizio, senza mai
comprarlo. Condividere oggetti, capacità, automobili, il tempo e gli spazi. C’è
addirittura chi pensa che il capitalismo finirà così, seppellito
dalla sharing economy. Per
adesso, l’effetto concreto in Italia di Uber Pop, Blablacar,
Airbnb, Becrowdy, Coworking
for e delle altre 100 e passa piattaforme di condivisione attive è
quello del grimaldello: fanno
scricchiolare monopoli antichi,
scardinano a poco a poco mercati dominati dalle lobby, protetti dalla politica e da vecchie
leggi, rese desuete dalla tecnologia ma sempre e comunque
leggi. Quello che sta succedendo a Milano, con i tassisti in sciopero da tre giorni, ne è la prevedibile conseguenza.
Uber pop, Blablacar, Lyft e le
altre app dedicate alla mobilità
mettono in contatto gli automobilisti per organizzare passaggi
in macchina. Sono entrate, con
innegabili forzature della legge
quadro che risale al 1992, in un
settore prima dominato dalle sigle dei tassisti, negli anni capaci
anche di imporre ai sindaci i tetti alle licenze. «Sono illegali —
continuano a sostenere i sindacati delle auto bianche — funzionano come taxi abusivi, fanno
concorrenza sleale. Eppure noi
le licenze le abbiamo pagate
100, 150 mila euro. Lo Stato, o i
Comuni, devono fermarli, ci devono proteggere».
Negli ultimi due anni nel nostro Paese sono spuntate 136
piattaforme digitali di sharing
economy, soprattutto al Nord.
Nel 2013 il 13 per cento della popolazione, 7 milioni italiani, le ha
utilizzate almeno una volta: condividendo con sconosciuti l’automobile, un posto letto, la babysitter, l’abilità ai fornelli, barattando oggetti, raccogliendo fondi. «Boom dovuto alla crisi e alla
familiarità crescente con social
network e smartphone — spiega
Marta Manieri, gestore del sito
collaboriamo.org — il fenomeno
crescerà ancora, le possibilità sono enormi. I benefici per chi partecipa, in termini di risparmio,
pure. Per l’Expo faremo sperimentazioni coi servizi di mobilità, di accoglienza e del food». La
logica è quella del peer to peer,
quella del primo eBay per intenderci, anno 1996, quando era solo un bazar online di oggetti usati: due utenti si scambiano qualcosa attraverso un portale che
ha un margine di guadagno. Da
lì in poi sono nate centinaia di
startup, spesso border linerispetto a normative e leggi.
Prendete Becrowdy, Boomstarter, Dropis, Eppela, Prestiamoci e le altre le 22 piattaforme
del crowfunding, il micro-finanziamento dal basso, utilizzabili
in Italia. Grazie ad esse si sono
raccolti finora 23 milioni di euro,
l’80 per cento dei quali con la formula del social lending, del prestito senza l’intermediazione
bancaria finalizzato alla realizzazione di progetti. Una goccia
nel mare della finanza, certo,
ma comunque un’incursione
nel mondo in cui da sempre i padroni sono gli istituti bancari, e
solo loro. «La sharing economy
ha sicuramente questo di positivo — spiega Mario Maggioni, docente di politica economica all’Università Cattolica di Milano
— abbatte barriere “artificiali”
create in alcuni mercati. Tant’è
che la nuova legge sulle banche
di investimento ha cercato di includere le forme di crowdfunding».
Ma non è tutto sharing quello
che luccica, a quanto pare. «Ci sono anche dei criteri di qualità e sicurezza che i servizi pubblici,
quali questi sono, devono comunque garantire — continua
Maggioni — non credo che tutte
le forme di affitto tra privati rispondano sempre a tali requisiti». Il riferimento è a Airbnb, la
app inventata a San Francisco
nel 2008 che sta avendo un gran
successo: bypassando agenzie immobiliari e siti specializzati tipo booking.com o expedia (su di
loro l’Antitrust italiano ha aperto un’istruttoria per possibili violazioni della concorrenza), ha
messo in piedi in 194 paesi una
rete di 600mila alloggi per l’affitto a breve termine di stanze,
appartamenti, a volte castelli.
Come unica garanzia della qualità delle sistemazioni, le foto e i
feedback degli altri utenti.
«In Italia Airbnb ha un ruolo
diverso, meno dirompente rispetto a Uber», spiega Matteo
Stifanelli, il country manager.
«L’affitto a breve termine è perfettamente legale da anni, e di
fatto la nostra startup ha regolato situazioni già esistenti». Stifanelli ricorre all’esempio di Milano, durante la design week: «I
milanesi da anni affittano ai
viaggiatori stanze e appartamenti nella settimana del design. Con Airbnb hanno la possibilità di farlo seguendo le disposizioni di legge, tutto qua. Quest’anno abbiamo avuto 5000 posti, quasi tutti affittati».
Il servizio di intermediazione
costa il 10 per cento dell’importo
giornaliero, stabilito da chi mette a disposizione l’alloggio, ed è
chiaro dove sia il business in un
paese come il nostro che conta
48 milioni di arrivi all’anno.
Tant’è che ogni giorno 12mila
persone utilizzano il sito Airbnb
per soggiornare in Italia, e gli
spazi a disposizione sono già più
di 60mila. Gli albergatori e le
agenzie immobiliari non l’hanno presa benissimo, si sono appellate al rispetto delle rigide
normative a cui loro devono sottostare. «Non siamo un loro competitor diretto — risponde sul
punto Stifanelli — i nostri clienti non scelgono l’albergo».
Nell’universo in fermento
della sharing economy, ci sono
anche piattaforme che non dividono, che trovano il plauso generale. Tale pare essere Locloc,
la prima app italiana del noleggio tra privati. Più gli oggetti sono insoliti, più sono richiesti.
«Metal detector, vestiti per la
danza del ventre, sci da coppa
del mondo — racconta Michela
Nose, la fondatrice — abbiamo
12.500 iscritti e ancora ci stupiamo delle cose che vengono noleggiate. Mi aspettavo i mugugni di negozianti e centri commerciali, invece niente. Ma forse
perché la nostra è una realtà ancora piccola, che non dà fastidio»
“PAGO SOLO CIÒ CHE CONSUMO”
È LA FINE DELLA PROPRIETÀ
M
AÈla condivisione o la disperazione il
motore di tutto? Un mese fa il dibattito su cosa sia davvero, aldilà dei facili slogan, la sharing economy è
esploso negli Stati Uniti. E in campo sono scesi
due pesi massimi. Da una parte, a San Francisco,
si è schierato Wired, il mensile icona della Silicon
Valley e del cambiamento innescato dalla rivoluzione digitale. E dall’altra si è opposto il primo settimanale patinato dell’east coast, il New York.
Era accaduto questo. L’ultima storia di copertina
di Wired celebrava il trionfo dei siti come Uber e
AirBnb e in definitiva la rivoluzione culturale innescata dalla economia collaborativa. Che bello,
era il senso di tutto, grazie a Internet e a queste
app adesso gli americani si fidano degli sconosciuti. E poco importa che le statistiche dimostrassero che il livello di diffidenza degli americani verso “l’altro” è ancora altissimo (59 per cento). La morale era solo una: trust me!, fidatevi, fidiamoci. Di chi ti affitta la stanza o l’auto, di chi ti
guarda il cane o di chi viene in casa tua a fare quei
lavoretti che non sai fare. Bello. Ma falso. Perché
— è la tesi del New York magazine— il vero motore che ci mette nelle condizioni di affittarci tutto, e che ci spinge nelle mani di sconosciuti per
avere dei servizi a basso costo, sarebbe la crisi economica. “Per capire perché queste app hanno tanto successo, guardate i dati: dalle crisi del 2008 a
oggi molti posti di lavoro sono andati perduti e
una parte si è trasformata in lavoro precario. E i
salari reali sono calati per tutti”.
I numeri sono questi. Negli Stati Uniti come in
Europa. Ma non spiegano tutto. Infatti non c’è dubbio che la crisi economica stia accelerando la diffusione del “consumo collaborativo” come lo chiamò
nel suo best seller Rachel Botsman — “Quel che è
mio è tuo” — tre anni fa. Ma è in corso un cambiamento più profondo. La fine del concetto di proprietà esclusiva per far spazio non tanto a una proprietà condivisa di stampo socialista, quanto piuttosto all’acquisto di un servizio più che di un bene.
Mi compro il passaggio in auto quando mi serve invece dell’auto e così via: per tutto. Pago, poco, quello che consumo e basta. Per le nuove generazioni è
questo l’unico modo di vivere. È l’alba di un nuovo
capitalismo? Vedremo, intanto quello che si può dire è che in questa rivoluzione Internet agisce in due
modi: il primo è infrastrutturale, diffondendo le offerte e domande di consumi collaborativi; il secondo è reputazionale. Infatti formalmente la sharing
economyti porta a fidarti degli sconosciuti, ma in
rete nessuno è davvero sconosciuto. C’è una storia
che parla per noi, ci sono le tracce digitali e le referenze che quelli che hanno avuto a che fare con noi
hanno lasciato. Queste due leve stanno aprendo le
porte a una economia parallela. Piccola? Si, ma
neanche tanto. Sempre la Botsman ha calcolato
che parliamo di un mercato globale di 26 miliardi
di dollari. A San Francisco chi si affitta una o più
stanze, in media lo fa per 58 giorni l’anno, mettendosi in tasca circa novemila dollari l’anno. Moltiplicate per centinaia di migliaia di annunci al giorno
e capirete perché l’ultimo round di finanziamento
ha fatto volare la valutazione di AirBnb a dieci miliardi di dollari. Roba che molte catene alberghiere
se la sognano. Quelli che all’inizio snobbavano i servizi peer to peeradesso si preoccupano. E quando
non scendono in piazza a protestare contro Uber,
chiedono misure legislative e fiscali restrittive: chi
regola questi servizi? Come pagano le tasse? In
molti paesi europei e stati americani è tutta una
corsa ad adeguare le leggi. Ma non sarà una norma
ottusa a fermare il cambiamento. È bene che i tassisti lo sappiano. Lo dice la storia. Nel 1865 per
esempio nel Regno Unito si stabilì che le auto potessero circolare solo a passo d’uomo e dietro un
agente con la bandiera rossa in mano in segno di pericolo. Non servì a salvare le carrozze con i cavalli.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
ONpossedere niente, ma usare tutto.
Accedere a un servizio, senza mai
comprarlo. Condividere oggetti, capacità, automobili, il tempo e gli spazi. C’è
addirittura chi pensa che il capitalismo finirà così, seppellito
dalla sharing economy. Per
adesso, l’effetto concreto in Italia di Uber Pop, Blablacar,
Airbnb, Becrowdy, Coworking
for e delle altre 100 e passa piattaforme di condivisione attive è
quello del grimaldello: fanno
scricchiolare monopoli antichi,
scardinano a poco a poco mercati dominati dalle lobby, protetti dalla politica e da vecchie
leggi, rese desuete dalla tecnologia ma sempre e comunque
leggi. Quello che sta succedendo a Milano, con i tassisti in sciopero da tre giorni, ne è la prevedibile conseguenza.
Uber pop, Blablacar, Lyft e le
altre app dedicate alla mobilità
mettono in contatto gli automobilisti per organizzare passaggi
in macchina. Sono entrate, con
innegabili forzature della legge
quadro che risale al 1992, in un
settore prima dominato dalle sigle dei tassisti, negli anni capaci
anche di imporre ai sindaci i tetti alle licenze. «Sono illegali —
continuano a sostenere i sindacati delle auto bianche — funzionano come taxi abusivi, fanno
concorrenza sleale. Eppure noi
le licenze le abbiamo pagate
100, 150 mila euro. Lo Stato, o i
Comuni, devono fermarli, ci devono proteggere».
Negli ultimi due anni nel nostro Paese sono spuntate 136
piattaforme digitali di sharing
economy, soprattutto al Nord.
Nel 2013 il 13 per cento della popolazione, 7 milioni italiani, le ha
utilizzate almeno una volta: condividendo con sconosciuti l’automobile, un posto letto, la babysitter, l’abilità ai fornelli, barattando oggetti, raccogliendo fondi. «Boom dovuto alla crisi e alla
familiarità crescente con social
network e smartphone — spiega
Marta Manieri, gestore del sito
collaboriamo.org — il fenomeno
crescerà ancora, le possibilità sono enormi. I benefici per chi partecipa, in termini di risparmio,
pure. Per l’Expo faremo sperimentazioni coi servizi di mobilità, di accoglienza e del food». La
logica è quella del peer to peer,
quella del primo eBay per intenderci, anno 1996, quando era solo un bazar online di oggetti usati: due utenti si scambiano qualcosa attraverso un portale che
ha un margine di guadagno. Da
lì in poi sono nate centinaia di
startup, spesso border linerispetto a normative e leggi.
Prendete Becrowdy, Boomstarter, Dropis, Eppela, Prestiamoci e le altre le 22 piattaforme
del crowfunding, il micro-finanziamento dal basso, utilizzabili
in Italia. Grazie ad esse si sono
raccolti finora 23 milioni di euro,
l’80 per cento dei quali con la formula del social lending, del prestito senza l’intermediazione
bancaria finalizzato alla realizzazione di progetti. Una goccia
nel mare della finanza, certo,
ma comunque un’incursione
nel mondo in cui da sempre i padroni sono gli istituti bancari, e
solo loro. «La sharing economy
ha sicuramente questo di positivo — spiega Mario Maggioni, docente di politica economica all’Università Cattolica di Milano
— abbatte barriere “artificiali”
create in alcuni mercati. Tant’è
che la nuova legge sulle banche
di investimento ha cercato di includere le forme di crowdfunding».
Ma non è tutto sharing quello
che luccica, a quanto pare. «Ci sono anche dei criteri di qualità e sicurezza che i servizi pubblici,
quali questi sono, devono comunque garantire — continua
Maggioni — non credo che tutte
le forme di affitto tra privati rispondano sempre a tali requisiti». Il riferimento è a Airbnb, la
app inventata a San Francisco
nel 2008 che sta avendo un gran
successo: bypassando agenzie immobiliari e siti specializzati tipo booking.com o expedia (su di
loro l’Antitrust italiano ha aperto un’istruttoria per possibili violazioni della concorrenza), ha
messo in piedi in 194 paesi una
rete di 600mila alloggi per l’affitto a breve termine di stanze,
appartamenti, a volte castelli.
Come unica garanzia della qualità delle sistemazioni, le foto e i
feedback degli altri utenti.
«In Italia Airbnb ha un ruolo
diverso, meno dirompente rispetto a Uber», spiega Matteo
Stifanelli, il country manager.
«L’affitto a breve termine è perfettamente legale da anni, e di
fatto la nostra startup ha regolato situazioni già esistenti». Stifanelli ricorre all’esempio di Milano, durante la design week: «I
milanesi da anni affittano ai
viaggiatori stanze e appartamenti nella settimana del design. Con Airbnb hanno la possibilità di farlo seguendo le disposizioni di legge, tutto qua. Quest’anno abbiamo avuto 5000 posti, quasi tutti affittati».
Il servizio di intermediazione
costa il 10 per cento dell’importo
giornaliero, stabilito da chi mette a disposizione l’alloggio, ed è
chiaro dove sia il business in un
paese come il nostro che conta
48 milioni di arrivi all’anno.
Tant’è che ogni giorno 12mila
persone utilizzano il sito Airbnb
per soggiornare in Italia, e gli
spazi a disposizione sono già più
di 60mila. Gli albergatori e le
agenzie immobiliari non l’hanno presa benissimo, si sono appellate al rispetto delle rigide
normative a cui loro devono sottostare. «Non siamo un loro competitor diretto — risponde sul
punto Stifanelli — i nostri clienti non scelgono l’albergo».
Nell’universo in fermento
della sharing economy, ci sono
anche piattaforme che non dividono, che trovano il plauso generale. Tale pare essere Locloc,
la prima app italiana del noleggio tra privati. Più gli oggetti sono insoliti, più sono richiesti.
«Metal detector, vestiti per la
danza del ventre, sci da coppa
del mondo — racconta Michela
Nose, la fondatrice — abbiamo
12.500 iscritti e ancora ci stupiamo delle cose che vengono noleggiate. Mi aspettavo i mugugni di negozianti e centri commerciali, invece niente. Ma forse
perché la nostra è una realtà ancora piccola, che non dà fastidio»
“PAGO SOLO CIÒ CHE CONSUMO”
È LA FINE DELLA PROPRIETÀ
M
AÈla condivisione o la disperazione il
motore di tutto? Un mese fa il dibattito su cosa sia davvero, aldilà dei facili slogan, la sharing economy è
esploso negli Stati Uniti. E in campo sono scesi
due pesi massimi. Da una parte, a San Francisco,
si è schierato Wired, il mensile icona della Silicon
Valley e del cambiamento innescato dalla rivoluzione digitale. E dall’altra si è opposto il primo settimanale patinato dell’east coast, il New York.
Era accaduto questo. L’ultima storia di copertina
di Wired celebrava il trionfo dei siti come Uber e
AirBnb e in definitiva la rivoluzione culturale innescata dalla economia collaborativa. Che bello,
era il senso di tutto, grazie a Internet e a queste
app adesso gli americani si fidano degli sconosciuti. E poco importa che le statistiche dimostrassero che il livello di diffidenza degli americani verso “l’altro” è ancora altissimo (59 per cento). La morale era solo una: trust me!, fidatevi, fidiamoci. Di chi ti affitta la stanza o l’auto, di chi ti
guarda il cane o di chi viene in casa tua a fare quei
lavoretti che non sai fare. Bello. Ma falso. Perché
— è la tesi del New York magazine— il vero motore che ci mette nelle condizioni di affittarci tutto, e che ci spinge nelle mani di sconosciuti per
avere dei servizi a basso costo, sarebbe la crisi economica. “Per capire perché queste app hanno tanto successo, guardate i dati: dalle crisi del 2008 a
oggi molti posti di lavoro sono andati perduti e
una parte si è trasformata in lavoro precario. E i
salari reali sono calati per tutti”.
I numeri sono questi. Negli Stati Uniti come in
Europa. Ma non spiegano tutto. Infatti non c’è dubbio che la crisi economica stia accelerando la diffusione del “consumo collaborativo” come lo chiamò
nel suo best seller Rachel Botsman — “Quel che è
mio è tuo” — tre anni fa. Ma è in corso un cambiamento più profondo. La fine del concetto di proprietà esclusiva per far spazio non tanto a una proprietà condivisa di stampo socialista, quanto piuttosto all’acquisto di un servizio più che di un bene.
Mi compro il passaggio in auto quando mi serve invece dell’auto e così via: per tutto. Pago, poco, quello che consumo e basta. Per le nuove generazioni è
questo l’unico modo di vivere. È l’alba di un nuovo
capitalismo? Vedremo, intanto quello che si può dire è che in questa rivoluzione Internet agisce in due
modi: il primo è infrastrutturale, diffondendo le offerte e domande di consumi collaborativi; il secondo è reputazionale. Infatti formalmente la sharing
economyti porta a fidarti degli sconosciuti, ma in
rete nessuno è davvero sconosciuto. C’è una storia
che parla per noi, ci sono le tracce digitali e le referenze che quelli che hanno avuto a che fare con noi
hanno lasciato. Queste due leve stanno aprendo le
porte a una economia parallela. Piccola? Si, ma
neanche tanto. Sempre la Botsman ha calcolato
che parliamo di un mercato globale di 26 miliardi
di dollari. A San Francisco chi si affitta una o più
stanze, in media lo fa per 58 giorni l’anno, mettendosi in tasca circa novemila dollari l’anno. Moltiplicate per centinaia di migliaia di annunci al giorno
e capirete perché l’ultimo round di finanziamento
ha fatto volare la valutazione di AirBnb a dieci miliardi di dollari. Roba che molte catene alberghiere
se la sognano. Quelli che all’inizio snobbavano i servizi peer to peeradesso si preoccupano. E quando
non scendono in piazza a protestare contro Uber,
chiedono misure legislative e fiscali restrittive: chi
regola questi servizi? Come pagano le tasse? In
molti paesi europei e stati americani è tutta una
corsa ad adeguare le leggi. Ma non sarà una norma
ottusa a fermare il cambiamento. È bene che i tassisti lo sappiano. Lo dice la storia. Nel 1865 per
esempio nel Regno Unito si stabilì che le auto potessero circolare solo a passo d’uomo e dietro un
agente con la bandiera rossa in mano in segno di pericolo. Non servì a salvare le carrozze con i cavalli.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
lunedì 10 febbraio 2014
Il segreto del regista a due teste di Paolo Sorrentino
carpe bucate, giacca di velluto e
chitarra in spalla, Llewyn Davis è
un cantautore folk che, nella New
York del 1961, tenta di sbarcare il
lunario cercando ingaggi nei locali. Ha appena pubblicato un disco,Inside Llewyn Davis,
a cui nessuno è interessato, e ha un talento
tanto grande quanto incompreso. Il nuovo film dei fratelli Coen, A
proposito di Davis, al cinema dal 6 febbraio, è costruito interamente sulla figura di un affascinante perdente folk (interpretato da
Oscar Isaac), che vive sui divani degli amici e cerca di sopravvivere
alla collezione di delusioni cui sembra destinato. Attorno a lui ruota l’universo del Greenwich Village dei primi anni Sessanta, un
luogo in cui personaggi come Bob Dylan e Joan Baez stanno per
spiccare l’ultimo, decisivo, salto verso la fama e il successo.
Scritto partendo dalle pagine di Manhattan Folk Story, l’autobiografia di un vero, grande, cantautore americano come Dave Van
Ronk, A proposito di Davismescola elementi di finzione con situazioni reali, rimanda a personaggi esistiti come Tom Paxton e Ramblin’
Jack Elliott, e a dischi realmente pubblicati, come Inside Dave Van
Ronk, del 1964, che nel film diventa, appunto, Inside Llewyn Davis.
Cast notevole, da Carey Mulligan a John Goodman passando
per Justin Timberlake, riferimenti sparsi tanto all’Ulissedi Joyce
quanto a Colazione da Tiffanydi Truman Capote, e colonna sonora (nemmeno a dirlo) imperdibile, firmata da quel genio di TBone Burnett, con pezzi tradizionali rivisti da Mumford & Sons,
Punch Brothers e dallo stesso Isaac, un’autentica rivelazione.
Grand Prix Speciale a Cannes e due nomination all’Oscar (fotografia e sonoro), il film è destinato a diventare un oggetto di
culto negli anni a venire, con Llewyn Davis già al sicuro nella variopinta e geniale galleria dei personaggi inventati dai Coen, a
metà via tra il Drugo de Il grande Lebowskie l’Ed Crane dell’Uomo
che non c’era. (andrea morandi)
e per magia
un altro
perdente
diventa eroe
Ser il grande talento, funziona
come con i gioielli di famiglia
prima di partire per le vacanze.
Li nascondi con così tanta cura
in casa che, per ritrovarli, devi iniziare un
lungo, paziente lavoro di ricerca. Dunque,
procedi per tentativi.
I registi di Inside Llewyn Davis(A prosito di Davis), i più talentuosi della loro
generazione, sono così. Hanno nascosto
per bene il loro segreto e parlano del loro
lavoro in termini di fatica, di memoria, di
esperimenti. Solo così, alla fine, provano
a scovare il nascondiglio della loro virtù
che, come tutte le cose molto preziose,
puoi solo contemplare a bocca aperta.
Il talento, come il diamante perfetto, è
inspiegabile. Perché è un mistero.
Sono andato in un’assolata mattina di
maggio a incontrarli in una bella stanza
d’albergo con l’insensata speranza di rubare i meccanismi del loro lavoro. Ma
era una pura illusione. Perché il talento
non si nutre di ragionamenti, ma di sensazioni che si rivelano giuste per se stessi.
E le sensazioni appartengono solo a chi le
vive. Non sono condivisibili. Questo è il
piccolo dramma di chi, come me, vorrebbe
imparare qualcosa da questi due mostri
dell’arte cinematografica.
«Quando scrivemmo Fargoeravamo
consapevoli che il personaggio principale
compariva dopo quaranta pagine. Una
scelta narrativa insolita. Ne abbiamo parlato, ci siamo basati su una vaga sensazione, e siamo arrivati alla conclusione che il
pubblico sarebbe stato al gioco», dice Joel.
Ma è successo di più, il pubblico non si è
limitato solo a stare al gioco, e Fargoè di ventato un cult movieindimenticabile.
Quando hanno realizzato No Country
For Old Men(Non è un paese per vecchi) non
hanno inserito neanche una nota di musica, il che non ha impedito agli spettatori
di rimanere folgorati dalla partitura sonora. Ora hanno fatto l’opposto. Hanno realizzato Inside Llewyn Davis, e quando il
protagonista, un cantautore folk prima
dell’avvento di Bob Dylan, lascia partire
una canzone, la snocciola dinanzi alla
macchina da presa dalla prima all’ultima
nota, contraddicendo la regola elementare secondo la quale, al cinema, una canzone, per non annoiare lo spettatore, deve
sfociare in un’altra scena.
E, ancora una volta, lo spettatore non
si annoia. Anzi, funziona! Insomma, ecc il talento o, come si suol dire, l’Autore. Ecco la sensazione di essere immersi nel
bello, andando contro le consuete regole
dell’estetica cinematografica. Per spostare la barriera dell’arte un pochino più in
là e unire, al bello, l’inedito. L’unica arma
che sconfigge la maniera.
Come quando girarono Il grande Lebowski. Un trionfo di personaggi meravigliosi e un uso smodato e leggendario
della divagazione nelle scene. Fino all’apparizione di questo film, la divagazione
era considerata il grande nemico dello
spettatore ammalato di logica.
I Coen hanno convinto gli spettatori
della forza della divagazione. Hanno sdoganato la gratuità, elevandola a forma d’arte,
regalando a tutti i cineasti successivi una nuova, impensata forma di libertà, anche
se poi, a ben vedere, si tratta di una libertà
illusoria, perché come riesce a loro l’arte
del divagare non riesce a nessun altro.
E, a proposito de Il grande Lebowski, mi
raccontano che, a intervalli regolari di
tempo, John Turturro propone loro di fare
uno spin off di quel film. Un nuovo lavoro
incentrato sull’indimenticabile
figura di Jesus, il campione di
bowling sospettato di pedofilia.
Non lo faranno. Invece, hanno in mente un seguito di Barton Fink, dove Turturro sarà un
vecchio professore di scrittura
e drammaturgia a Berkeley.
Mi spingo a chiedere, tra
tutti questi film strepitosi che
hanno realizzato, qual è il loro preferito.
Ma, come risposta, ottengo un prolungato
silenzio.
Mugugnano qualcosa, ma non trovano
la risposta.
Nella stanza d’albergo assolata siamo
in tre, ma ci sono solo due sedie. Una per
me, un’altra per Joel che se ne sta seduto,
pacato e ciondolante come un
pendolo rallentato, con le palpebre calate quasi per intero
sugli occhi e un mezzo sorriso.
Non è prevista una sedia
per il fratello Ethan che percorre avanti e indietro la stanza, senza sosta e senza nervosismo, dedicandosi sporadicamente a dei chicchi d’uva.
Hanno atteggiamenti opposti; il primo
biascica lentamente, il secondo fa schizzare le parole come palline da ping pong, ma,
sempre, uno completa le frasi dell’altro,
come se a parlare fosse una sola persona.
Sono i fratelli Coen, anche detti Il regista a due teste.
Scrivono insieme tutte le scene, fin nei
minimi dettagli. Le rileggono solo dopo
averle stampate su carta. E mentre scrivono, si domandano costantemente:
«Funziona?», «Coinvolge lo spettatore?».
Le riscrivono, mentre continuano a
stampare tonnellate di carta.
Naturalmente, in questa fase, sono
loro gli spettatori. Un narratore di valore
è tale solo se è anche uno spettatore di
valore. Poi, quando girano, giocano.
E per giocare bene, bisogna fare sul
serio.
«Le regole sono precise. Hai un certo
numero di giorni a disposizione e una certa cifra e devi lanciarti. Come se un colpo
di pistola ti desse il via», afferma Joel.
«Cercare di fare un film perfetto significa…», afferma Ethan, e Joel, mentre
mangia uno yogurt, completa: «…barare.
Sì, non fare mai un film perfetto».
Li tranquillizzo, è un rischio che non
corro nemmeno fortuitamente.
«Bisogna attenersi alle regole. Non
quelle di Von Trier, che prima ha stabilito
i principi di Dogma e poi li ha violati», ridacchiano all’unisono e concordi, ma senza cattiveria, i due fratelli.
Pur essendo dei registi eccezionali, con
una capacità di messa in scena fuori del
comune e una precisione invidiabile, ritengono che il momento del montaggio
sia, semplicemente, la fase di
risoluzione dei problemi.
Quali problemi? Mi chiedo
scandalizzato nell’intimo. Io
non ne vedo. Io ero convinto
che, con quel livello di precisione registica, il montaggio fosse
per i Coen pura routine e loro
invece affermano: «È la fase
della disperazione. Il momento
in cui dobbiamo decidere se
infilarci una pistola in bocca e premere il
grilletto o infilarci nella vasca da bagno e
tagliarci le vene. Il montaggio serve a risolvere i problemi».
Ridono, perché i registi, in realtà, si
divertono solo quando risolvono i problemi. Quando non ci sono difficoltà, i film
risultano piatti e prevedibili.
E, dal momento che i problemi non è
umanamente possibile risolverli tutti, ecco che non ci sono film perfetti.
Perché la perfezione è un luogo astratto che alberga, in modo altrettanto astratto, solo nella testa dello spettatore ingenuo e pedante. Si criticano
costantemente i film, ogni tanto si dovrebbero criticare gli
spettatori. La maggior parte
delle persone tende a leggere
il film innanzitutto come una
concatenazione ferrea di fatti
razionali, mentre i grandi autori procedono in maniera clamorosamente opposta.
I Coen lo dicono molto chiaramente:
«Abbiamo consapevolezza di cosa funziona in un dato momento» e questo è il risultato dell’acquisizione di un mestiere,
«ma a posteriori, guardando quello che
abbiamo fatto, ci rendiamo conto che
quello che ci ha guidati è una sensibilità
inconscia e non ne siamo consapevoli».
Anche Fellini, ripensando ai suoi film,
diceva che un altro io, una persona che
non era lui e che non riconosceva, aveva
comandato e disposto il film.
«Io sono agli ordini di questo personag gio interiore, che conosco molto male, che
mi detta le opere», diceva Cocteau.
Tutte queste affermazioni, profondamente vere, mi allontanano ancor più
dalla remota chance di carpire qualche
segreto. Insisto sul film preferito che hanno realizzato e ottengo un altro silenzio.
Allora, per non fallire nel mio intento di
imparare qualcosa, sposto la mia attenzione nei loro confronti sul concetto di
esperienza.
I fratelli Coen hanno fatto sedici film,
molti memorabili. La loro è una filmografia lunga e importante. Azzardo: «Se uno
dicesse che questo vostro ultimo film è il
vostro lavoro più maturo, cosa direste?».
Riflettono.
Joel abbassa le palpebre del tutto. Ethan accelera il passo.
Joel solleva le palpebre, sorride e dice:
«Non siamo maturi, siamo vecchi».
«E questo non è bello. È molto triste»,
dice Ethan senza crederci veramente e
aggiunge: «E comunque c’è un che di allarmante nella definizione di maturità,
perché implica anche la serietà…» «… e
noi non vogliamo perdere la leggerezza
della gioventù», completa Joel.
Lo so che non carpirò il segreto del loro talento, poiché quello è illorotalento e
non il mio.
Allora provo a carpirne un altro: «E
avete un segreto per riuscire a mantenere
inalterato l’entusiasmo degli inizi?» Ethan
non ha dubbi: «Sì».
E Joel: «Davvero? Vorrei sapere qual
è?». «È un segreto», risponde Ethan.
Joel dice: «Ah! È un segreto e quindi
non puoi rivelarcelo?».
Ethan non risponde. Io lo imploro:
«Perché non ci dici questo segreto?».
Joel scuote la testa: «Lui, Ethan, ha un
segreto per mantenere l’entusiasmo, ma
non vuole dircelo».
Ethan sorride e non parla. Mi rendo
conto di essere parte attiva di un dialogo con non senseannesso che non sfigurerebbe in uno dei loro film.
«Vorrei tanto conoscerlo, questo segreto» chiede senza crederci Joel. Ethan, ridendo e tenendoci sulle spine, dice: «Qualche giorno mi ricordo qual è il segreto.
Qualche altro giorno me lo dimentico.
Oggi non lo ricordo».
Poi, però, Ethan Coen si ferma di colpo
al centro della stanza e dice: «Però mi ricordo la risposta alla tua domanda su qual
è il film preferito che abbiamo realizzato».
«Quale?», chiedo fremente.
«Il primo film che abbiamo girato.
Quando abbiamo avuto la sensazione, per
un istante, che non stavamo facendo un
lavoro. È una sensazione che non abbiamo
provato più».
Alla fine, non ho carpito nessun segreto, ma è venuta giù una bella malinconia,
calda, rassicurante e piacevole, come in
un capolavoro dei fratelli Coen
chitarra in spalla, Llewyn Davis è
un cantautore folk che, nella New
York del 1961, tenta di sbarcare il
lunario cercando ingaggi nei locali. Ha appena pubblicato un disco,Inside Llewyn Davis,
a cui nessuno è interessato, e ha un talento
tanto grande quanto incompreso. Il nuovo film dei fratelli Coen, A
proposito di Davis, al cinema dal 6 febbraio, è costruito interamente sulla figura di un affascinante perdente folk (interpretato da
Oscar Isaac), che vive sui divani degli amici e cerca di sopravvivere
alla collezione di delusioni cui sembra destinato. Attorno a lui ruota l’universo del Greenwich Village dei primi anni Sessanta, un
luogo in cui personaggi come Bob Dylan e Joan Baez stanno per
spiccare l’ultimo, decisivo, salto verso la fama e il successo.
Scritto partendo dalle pagine di Manhattan Folk Story, l’autobiografia di un vero, grande, cantautore americano come Dave Van
Ronk, A proposito di Davismescola elementi di finzione con situazioni reali, rimanda a personaggi esistiti come Tom Paxton e Ramblin’
Jack Elliott, e a dischi realmente pubblicati, come Inside Dave Van
Ronk, del 1964, che nel film diventa, appunto, Inside Llewyn Davis.
Cast notevole, da Carey Mulligan a John Goodman passando
per Justin Timberlake, riferimenti sparsi tanto all’Ulissedi Joyce
quanto a Colazione da Tiffanydi Truman Capote, e colonna sonora (nemmeno a dirlo) imperdibile, firmata da quel genio di TBone Burnett, con pezzi tradizionali rivisti da Mumford & Sons,
Punch Brothers e dallo stesso Isaac, un’autentica rivelazione.
Grand Prix Speciale a Cannes e due nomination all’Oscar (fotografia e sonoro), il film è destinato a diventare un oggetto di
culto negli anni a venire, con Llewyn Davis già al sicuro nella variopinta e geniale galleria dei personaggi inventati dai Coen, a
metà via tra il Drugo de Il grande Lebowskie l’Ed Crane dell’Uomo
che non c’era. (andrea morandi)
e per magia
un altro
perdente
diventa eroe
Ser il grande talento, funziona
come con i gioielli di famiglia
prima di partire per le vacanze.
Li nascondi con così tanta cura
in casa che, per ritrovarli, devi iniziare un
lungo, paziente lavoro di ricerca. Dunque,
procedi per tentativi.
I registi di Inside Llewyn Davis(A prosito di Davis), i più talentuosi della loro
generazione, sono così. Hanno nascosto
per bene il loro segreto e parlano del loro
lavoro in termini di fatica, di memoria, di
esperimenti. Solo così, alla fine, provano
a scovare il nascondiglio della loro virtù
che, come tutte le cose molto preziose,
puoi solo contemplare a bocca aperta.
Il talento, come il diamante perfetto, è
inspiegabile. Perché è un mistero.
Sono andato in un’assolata mattina di
maggio a incontrarli in una bella stanza
d’albergo con l’insensata speranza di rubare i meccanismi del loro lavoro. Ma
era una pura illusione. Perché il talento
non si nutre di ragionamenti, ma di sensazioni che si rivelano giuste per se stessi.
E le sensazioni appartengono solo a chi le
vive. Non sono condivisibili. Questo è il
piccolo dramma di chi, come me, vorrebbe
imparare qualcosa da questi due mostri
dell’arte cinematografica.
«Quando scrivemmo Fargoeravamo
consapevoli che il personaggio principale
compariva dopo quaranta pagine. Una
scelta narrativa insolita. Ne abbiamo parlato, ci siamo basati su una vaga sensazione, e siamo arrivati alla conclusione che il
pubblico sarebbe stato al gioco», dice Joel.
Ma è successo di più, il pubblico non si è
limitato solo a stare al gioco, e Fargoè di ventato un cult movieindimenticabile.
Quando hanno realizzato No Country
For Old Men(Non è un paese per vecchi) non
hanno inserito neanche una nota di musica, il che non ha impedito agli spettatori
di rimanere folgorati dalla partitura sonora. Ora hanno fatto l’opposto. Hanno realizzato Inside Llewyn Davis, e quando il
protagonista, un cantautore folk prima
dell’avvento di Bob Dylan, lascia partire
una canzone, la snocciola dinanzi alla
macchina da presa dalla prima all’ultima
nota, contraddicendo la regola elementare secondo la quale, al cinema, una canzone, per non annoiare lo spettatore, deve
sfociare in un’altra scena.
E, ancora una volta, lo spettatore non
si annoia. Anzi, funziona! Insomma, ecc il talento o, come si suol dire, l’Autore. Ecco la sensazione di essere immersi nel
bello, andando contro le consuete regole
dell’estetica cinematografica. Per spostare la barriera dell’arte un pochino più in
là e unire, al bello, l’inedito. L’unica arma
che sconfigge la maniera.
Come quando girarono Il grande Lebowski. Un trionfo di personaggi meravigliosi e un uso smodato e leggendario
della divagazione nelle scene. Fino all’apparizione di questo film, la divagazione
era considerata il grande nemico dello
spettatore ammalato di logica.
I Coen hanno convinto gli spettatori
della forza della divagazione. Hanno sdoganato la gratuità, elevandola a forma d’arte,
regalando a tutti i cineasti successivi una nuova, impensata forma di libertà, anche
se poi, a ben vedere, si tratta di una libertà
illusoria, perché come riesce a loro l’arte
del divagare non riesce a nessun altro.
E, a proposito de Il grande Lebowski, mi
raccontano che, a intervalli regolari di
tempo, John Turturro propone loro di fare
uno spin off di quel film. Un nuovo lavoro
incentrato sull’indimenticabile
figura di Jesus, il campione di
bowling sospettato di pedofilia.
Non lo faranno. Invece, hanno in mente un seguito di Barton Fink, dove Turturro sarà un
vecchio professore di scrittura
e drammaturgia a Berkeley.
Mi spingo a chiedere, tra
tutti questi film strepitosi che
hanno realizzato, qual è il loro preferito.
Ma, come risposta, ottengo un prolungato
silenzio.
Mugugnano qualcosa, ma non trovano
la risposta.
Nella stanza d’albergo assolata siamo
in tre, ma ci sono solo due sedie. Una per
me, un’altra per Joel che se ne sta seduto,
pacato e ciondolante come un
pendolo rallentato, con le palpebre calate quasi per intero
sugli occhi e un mezzo sorriso.
Non è prevista una sedia
per il fratello Ethan che percorre avanti e indietro la stanza, senza sosta e senza nervosismo, dedicandosi sporadicamente a dei chicchi d’uva.
Hanno atteggiamenti opposti; il primo
biascica lentamente, il secondo fa schizzare le parole come palline da ping pong, ma,
sempre, uno completa le frasi dell’altro,
come se a parlare fosse una sola persona.
Sono i fratelli Coen, anche detti Il regista a due teste.
Scrivono insieme tutte le scene, fin nei
minimi dettagli. Le rileggono solo dopo
averle stampate su carta. E mentre scrivono, si domandano costantemente:
«Funziona?», «Coinvolge lo spettatore?».
Le riscrivono, mentre continuano a
stampare tonnellate di carta.
Naturalmente, in questa fase, sono
loro gli spettatori. Un narratore di valore
è tale solo se è anche uno spettatore di
valore. Poi, quando girano, giocano.
E per giocare bene, bisogna fare sul
serio.
«Le regole sono precise. Hai un certo
numero di giorni a disposizione e una certa cifra e devi lanciarti. Come se un colpo
di pistola ti desse il via», afferma Joel.
«Cercare di fare un film perfetto significa…», afferma Ethan, e Joel, mentre
mangia uno yogurt, completa: «…barare.
Sì, non fare mai un film perfetto».
Li tranquillizzo, è un rischio che non
corro nemmeno fortuitamente.
«Bisogna attenersi alle regole. Non
quelle di Von Trier, che prima ha stabilito
i principi di Dogma e poi li ha violati», ridacchiano all’unisono e concordi, ma senza cattiveria, i due fratelli.
Pur essendo dei registi eccezionali, con
una capacità di messa in scena fuori del
comune e una precisione invidiabile, ritengono che il momento del montaggio
sia, semplicemente, la fase di
risoluzione dei problemi.
Quali problemi? Mi chiedo
scandalizzato nell’intimo. Io
non ne vedo. Io ero convinto
che, con quel livello di precisione registica, il montaggio fosse
per i Coen pura routine e loro
invece affermano: «È la fase
della disperazione. Il momento
in cui dobbiamo decidere se
infilarci una pistola in bocca e premere il
grilletto o infilarci nella vasca da bagno e
tagliarci le vene. Il montaggio serve a risolvere i problemi».
Ridono, perché i registi, in realtà, si
divertono solo quando risolvono i problemi. Quando non ci sono difficoltà, i film
risultano piatti e prevedibili.
E, dal momento che i problemi non è
umanamente possibile risolverli tutti, ecco che non ci sono film perfetti.
Perché la perfezione è un luogo astratto che alberga, in modo altrettanto astratto, solo nella testa dello spettatore ingenuo e pedante. Si criticano
costantemente i film, ogni tanto si dovrebbero criticare gli
spettatori. La maggior parte
delle persone tende a leggere
il film innanzitutto come una
concatenazione ferrea di fatti
razionali, mentre i grandi autori procedono in maniera clamorosamente opposta.
I Coen lo dicono molto chiaramente:
«Abbiamo consapevolezza di cosa funziona in un dato momento» e questo è il risultato dell’acquisizione di un mestiere,
«ma a posteriori, guardando quello che
abbiamo fatto, ci rendiamo conto che
quello che ci ha guidati è una sensibilità
inconscia e non ne siamo consapevoli».
Anche Fellini, ripensando ai suoi film,
diceva che un altro io, una persona che
non era lui e che non riconosceva, aveva
comandato e disposto il film.
«Io sono agli ordini di questo personag gio interiore, che conosco molto male, che
mi detta le opere», diceva Cocteau.
Tutte queste affermazioni, profondamente vere, mi allontanano ancor più
dalla remota chance di carpire qualche
segreto. Insisto sul film preferito che hanno realizzato e ottengo un altro silenzio.
Allora, per non fallire nel mio intento di
imparare qualcosa, sposto la mia attenzione nei loro confronti sul concetto di
esperienza.
I fratelli Coen hanno fatto sedici film,
molti memorabili. La loro è una filmografia lunga e importante. Azzardo: «Se uno
dicesse che questo vostro ultimo film è il
vostro lavoro più maturo, cosa direste?».
Riflettono.
Joel abbassa le palpebre del tutto. Ethan accelera il passo.
Joel solleva le palpebre, sorride e dice:
«Non siamo maturi, siamo vecchi».
«E questo non è bello. È molto triste»,
dice Ethan senza crederci veramente e
aggiunge: «E comunque c’è un che di allarmante nella definizione di maturità,
perché implica anche la serietà…» «… e
noi non vogliamo perdere la leggerezza
della gioventù», completa Joel.
Lo so che non carpirò il segreto del loro talento, poiché quello è illorotalento e
non il mio.
Allora provo a carpirne un altro: «E
avete un segreto per riuscire a mantenere
inalterato l’entusiasmo degli inizi?» Ethan
non ha dubbi: «Sì».
E Joel: «Davvero? Vorrei sapere qual
è?». «È un segreto», risponde Ethan.
Joel dice: «Ah! È un segreto e quindi
non puoi rivelarcelo?».
Ethan non risponde. Io lo imploro:
«Perché non ci dici questo segreto?».
Joel scuote la testa: «Lui, Ethan, ha un
segreto per mantenere l’entusiasmo, ma
non vuole dircelo».
Ethan sorride e non parla. Mi rendo
conto di essere parte attiva di un dialogo con non senseannesso che non sfigurerebbe in uno dei loro film.
«Vorrei tanto conoscerlo, questo segreto» chiede senza crederci Joel. Ethan, ridendo e tenendoci sulle spine, dice: «Qualche giorno mi ricordo qual è il segreto.
Qualche altro giorno me lo dimentico.
Oggi non lo ricordo».
Poi, però, Ethan Coen si ferma di colpo
al centro della stanza e dice: «Però mi ricordo la risposta alla tua domanda su qual
è il film preferito che abbiamo realizzato».
«Quale?», chiedo fremente.
«Il primo film che abbiamo girato.
Quando abbiamo avuto la sensazione, per
un istante, che non stavamo facendo un
lavoro. È una sensazione che non abbiamo
provato più».
Alla fine, non ho carpito nessun segreto, ma è venuta giù una bella malinconia,
calda, rassicurante e piacevole, come in
un capolavoro dei fratelli Coen
Relazioni intime e riciclaggio La doppia vita del prelato Nuovo arresto per monsignor Scarano e il suo compagno E per la prima volta lo Ior collabora con governo e polizi
A
desso è in depressione, vorrebbe la visita
fiscale di uno psichiatra. Monsignor Nunzio Scarano che voleva diventare “vescovo” si ritrova
(di nuovo) agli arresti domiciliari
per riciclaggio e falso. È il gip di
Salerno che ha disposto la misura
cautelare dei domiciliari anche
per don Luigi Novi, che con don
Scarano «sono di fatto la stessa
persona e condividono praticamente tutto», mentre per il notaio
salernitano Bruno Frauenfelder il
gip Dolores Zarone si è limitata a
un provvedimento interdittivo. E
per 49 burattini del monsignore,
pronti a prestarsi a essere complici nel riciclaggio di quasi seicentomila euro, il pm ha confermato lo stralcio.
Circa sei milioni e mezzo di euro.
A tanto ammonta il bottino di
«provenienza illecita», perché probabilmente frutto di evasione fiscale, della famiglia di armatori salernitani D’Amico. Fiumi di denaro
transiti su conti correnti accesi allo Ior e che sono intestati a Monsignore, per circa 3.5 milioni di euro,
altri 3 milioni invece sono stati investiti in beni e opere d’arte, e che
non hanno nulla a che vedere con i
20 milioni di euro sempre degli armatori «fraterni amici da trent’anni» che il Monsignore ha cercato di
trasferire dalla Svizzera in Italia
grazie alla complicità di uno 007
italiano (in cambio di 800.000 euro). Operazione che ha portato la
procura di Roma a chiedere e ottenere gli arresti per il prelato ben
prima di Salerno.
«Balza subito agli occhi, anche
dei carabinieri di Salerno, la stranezza della condizione del prelato
che, senza provenire da una famiglia benestante, è proprietario di
una casa di 800 metri quadri lus suosamente rifinita, ricolma di argenterie, posaterie, reliquie, quadri
di famosi autori».
Se non ci fosse stato quel furto
per un valore pari a 5/6 milioni di
euro, che ha insospettito i carabinieri, forse della doppia personalità
di Nunzio Scarano non avremmo saputo nulla. Doppia personalità, anche relazioni intime con don Novi
ma anche con il giovane Massimiliano Marcianò.
Il 30 gennaio del 2013, il prelato
denuncia di aver subito un furto nella sua abitazione di via Guarna 5, a
Salerno. Scrive il gip nella convalida
del decreto di intercettazione: «Il
primo sopralluogo consente di rile vare che ignoti si sono introdotti furtivamente nell’appartamento,
asportandovi tele preziose (circa
venti quadri di Guttuso, De Chirico e
altri) un calco del crocefisso dell’altare di San Pietro, una pergamena
d’olio, argenteria e posateria varia
del valore di svariati milioni di euro».
Landi Magno, il compagno della
commercialista coindagata di Scarano, Tiziana Cascone, mette a verbale di «ignorare le enormi disponibilità economiche dello Scarano, di
sapere che è molto legato agli armatori D’Amico, che frequenta numerose personalità tra cui la cognata di
Gianni Agnelli, la principessa Frescobaldi e molti personaggi dello
spettacolo e della televisione, tra cui
Michelle Hunziker. Che nell’abitazione dello Scarano ci sono numerosi oggetti di valore tra cui 6 Van Gogh originali, parte di una collezione
di dodici pezzi. Che il monsignore
sembra avere una doppia personalità perché quando celebra messa o è
nella funzione di religioso sembra
mite e umile, mentre quando si sveste è ben vestito, abbronzato, diviene amante della vita mondana e si
accompagna a personaggi noti quali
anche il principe di Monaco».
È la prima volta di una collaborazione giudiziaria tra Ior-Vaticano e
governo italiano così significativa.
Lo sottolinea anche padre Federico
Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede. Cento pagine,
un report consegnato dall’Autorità
di informazione finanziaria vaticana
al promotore di Giustizia che l’ha girato alle autorità italiane suggellano
il clima nuovo nelle relazioni (giudiziarie) tra i due Stati.
A leggere le centodue pagine dell’ordinanza cautelare il ritratto del
prelato lascia stupefatti: «Nunzio
Scarano è una persona inquietante.
Alto prelato e formale uomo di
chiesa del Vaticano eppure soggetto dedito alla vita mondana, in grado di ricorrere a ingannevoli e spregiudicati artifizi per non figurare
nelle operazioni finanziarie. In grado di distribuire i generi alimentari
ricevuti per scopi caritatevoli, tra
amici e parenti».
Un uomo di Chiesa che si tiene le
donazioni di cibo destinate ai poveri
e bisognosi per darle ad amici e parenti, è qualcosa che lascia senza parole. Scrive il gip: «Parte del denaro
e dei regali - uova di pasqua, vino,
olio - che riceve in donazione per
consegnarlo alla Casa degli Anziani,
Nunzio Scarano lo trattiene per sé o
lo distribuisce tra amici e parenti».
Ma c’è ben altro a rendere reale
la dimensione criminale di monsignore Nunzio Scarano. Il suo reddito dichiarato oscilla tra i 6.000 e gli
8.000 euro all’anno ai quali va aggiunta la diaria di 30.000 euro annue percepita dal Vaticano. Per il
gip «è assolutamente sproporzionato rispetto le movimentazioni
economiche effettive del prelato»
desso è in depressione, vorrebbe la visita
fiscale di uno psichiatra. Monsignor Nunzio Scarano che voleva diventare “vescovo” si ritrova
(di nuovo) agli arresti domiciliari
per riciclaggio e falso. È il gip di
Salerno che ha disposto la misura
cautelare dei domiciliari anche
per don Luigi Novi, che con don
Scarano «sono di fatto la stessa
persona e condividono praticamente tutto», mentre per il notaio
salernitano Bruno Frauenfelder il
gip Dolores Zarone si è limitata a
un provvedimento interdittivo. E
per 49 burattini del monsignore,
pronti a prestarsi a essere complici nel riciclaggio di quasi seicentomila euro, il pm ha confermato lo stralcio.
Circa sei milioni e mezzo di euro.
A tanto ammonta il bottino di
«provenienza illecita», perché probabilmente frutto di evasione fiscale, della famiglia di armatori salernitani D’Amico. Fiumi di denaro
transiti su conti correnti accesi allo Ior e che sono intestati a Monsignore, per circa 3.5 milioni di euro,
altri 3 milioni invece sono stati investiti in beni e opere d’arte, e che
non hanno nulla a che vedere con i
20 milioni di euro sempre degli armatori «fraterni amici da trent’anni» che il Monsignore ha cercato di
trasferire dalla Svizzera in Italia
grazie alla complicità di uno 007
italiano (in cambio di 800.000 euro). Operazione che ha portato la
procura di Roma a chiedere e ottenere gli arresti per il prelato ben
prima di Salerno.
«Balza subito agli occhi, anche
dei carabinieri di Salerno, la stranezza della condizione del prelato
che, senza provenire da una famiglia benestante, è proprietario di
una casa di 800 metri quadri lus suosamente rifinita, ricolma di argenterie, posaterie, reliquie, quadri
di famosi autori».
Se non ci fosse stato quel furto
per un valore pari a 5/6 milioni di
euro, che ha insospettito i carabinieri, forse della doppia personalità
di Nunzio Scarano non avremmo saputo nulla. Doppia personalità, anche relazioni intime con don Novi
ma anche con il giovane Massimiliano Marcianò.
Il 30 gennaio del 2013, il prelato
denuncia di aver subito un furto nella sua abitazione di via Guarna 5, a
Salerno. Scrive il gip nella convalida
del decreto di intercettazione: «Il
primo sopralluogo consente di rile vare che ignoti si sono introdotti furtivamente nell’appartamento,
asportandovi tele preziose (circa
venti quadri di Guttuso, De Chirico e
altri) un calco del crocefisso dell’altare di San Pietro, una pergamena
d’olio, argenteria e posateria varia
del valore di svariati milioni di euro».
Landi Magno, il compagno della
commercialista coindagata di Scarano, Tiziana Cascone, mette a verbale di «ignorare le enormi disponibilità economiche dello Scarano, di
sapere che è molto legato agli armatori D’Amico, che frequenta numerose personalità tra cui la cognata di
Gianni Agnelli, la principessa Frescobaldi e molti personaggi dello
spettacolo e della televisione, tra cui
Michelle Hunziker. Che nell’abitazione dello Scarano ci sono numerosi oggetti di valore tra cui 6 Van Gogh originali, parte di una collezione
di dodici pezzi. Che il monsignore
sembra avere una doppia personalità perché quando celebra messa o è
nella funzione di religioso sembra
mite e umile, mentre quando si sveste è ben vestito, abbronzato, diviene amante della vita mondana e si
accompagna a personaggi noti quali
anche il principe di Monaco».
È la prima volta di una collaborazione giudiziaria tra Ior-Vaticano e
governo italiano così significativa.
Lo sottolinea anche padre Federico
Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede. Cento pagine,
un report consegnato dall’Autorità
di informazione finanziaria vaticana
al promotore di Giustizia che l’ha girato alle autorità italiane suggellano
il clima nuovo nelle relazioni (giudiziarie) tra i due Stati.
A leggere le centodue pagine dell’ordinanza cautelare il ritratto del
prelato lascia stupefatti: «Nunzio
Scarano è una persona inquietante.
Alto prelato e formale uomo di
chiesa del Vaticano eppure soggetto dedito alla vita mondana, in grado di ricorrere a ingannevoli e spregiudicati artifizi per non figurare
nelle operazioni finanziarie. In grado di distribuire i generi alimentari
ricevuti per scopi caritatevoli, tra
amici e parenti».
Un uomo di Chiesa che si tiene le
donazioni di cibo destinate ai poveri
e bisognosi per darle ad amici e parenti, è qualcosa che lascia senza parole. Scrive il gip: «Parte del denaro
e dei regali - uova di pasqua, vino,
olio - che riceve in donazione per
consegnarlo alla Casa degli Anziani,
Nunzio Scarano lo trattiene per sé o
lo distribuisce tra amici e parenti».
Ma c’è ben altro a rendere reale
la dimensione criminale di monsignore Nunzio Scarano. Il suo reddito dichiarato oscilla tra i 6.000 e gli
8.000 euro all’anno ai quali va aggiunta la diaria di 30.000 euro annue percepita dal Vaticano. Per il
gip «è assolutamente sproporzionato rispetto le movimentazioni
economiche effettive del prelato»
lunedì 13 gennaio 2014
Regionopoli, l’ultima follia benefit per stress da collega
Q
UANTO vale il fastidio
del dover comunicare ai
colleghi novità sgradite
o respingere le loro istanze? La
Regione Liguria ha assegnato
un valore a questo ruolo con
l’introduzione di un’indennità
di “emotività individuale e impegnative relazioni interpersonali”. Tradotto: 13,02 euro al
giorno. Ma al ministero dell’Economia non è piaciuta GENOVA — Quanto vale sul mercato del lavoro il fastidio, o il dispiacere, del dover comunicare ai
propri colleghi novità sgradite
oppure respingere le loro istanze?
La Regione Liguria è riuscita ad
assegnare un valore a questo
spiacevole ruolo attraverso l’introduzione di un parametro definito indennità di “emotività individuale e impegnative relazioni
interpersonali”. Tradotto in soldoni: 13,02 euro al giorno. Poca
roba, anche se alla fine dell’anno
una tredicesima in più non guasta. Ma al ministero dell’Economia e delle Finanze la politica di
indennità a pioggia per gli impiegati e di promozioni e progressioni di carriera per troppi funzionari e dirigenti non è piaciuta. E lo ha
scritto nero su bianco in un voluminoso dossier che il mese scorso
ha trasmesso alla procura della
Corte dei Conti. E i magistrati che
combattono gli sprechi di denaro
pubblico hanno subito aperto un
fascicolo che ipotizza un danno
erariale, ancora da quantificare.
Dalla relazione degli ispettori
del Mef emerge una pesante critica alla miriade di voci
che consentono di rimpolpare gli
stipendi. Ma
il dossier Liguria è solo il
primo di una
serie che si
inserisce
nella linea di
tagli alla
spesa pubblica e ha nel
mirino i “benefit”, grandi o piccoli, degli statali e dei pubblici dipendenti.
«Complessivamente sono 17 i
rilievi formulati dal Mef — conferma l’assessore al personale
della Regione Liguria Matteo
Rossi, di Sel — ma devo dire che
mi sembra inusuale che due
ispettori del ministero contestino
politiche del personale decise
con legge regionale approvata da
Roma, con parere favorevole di
Aran, l’Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche
Amministrazioni. Mi sembra che
così facendo si riducano gli spazi
di autonomia degli enti locali. Ciò
detto, stiamo mettendo mano a
questo settore. Tra le prime, dovranno scendere sotto i 30 euro
mensili alcune indennità, ad
esempio quella dei portagonfalone (oggi 46 euro al giorno che diventano 154 nei festivi, ndr) e il 27
porteremo in giunta la rivisitazione delle posizioni organizzative
di funzionari e dirigenti».
Le voci che hanno generato le
contestazioni del Mef sono contenute tutte in una delibera di
giunta del gennaio 2013 che regola indennità e compensi per impiegati e funzionari. Quello che
non si può leggere nell’intestazione è che la parcellizzazione di
bonus e riconoscimenti è lo strumento per poter rimpolpare stipendi e motivare il personale.
«Bisogna differenziare — spiega l’assessore Rossi —. Il taglio
delle indennità degli impiegati
andrà a colpire famiglie con basso reddito, dipendenti che con i
bonus arrivano a 1.200/1.250 euro e ora torneranno attorno ai
1.100».
Certo anche negli uffici della
Regione c’era chi malignava su alcuni di questi benefit come quello definito alla lettera “i” per «attività presso la struttura addetta alla gestione del personale o presso
la struttura competente per i servizi di Giunta che comporti... relazioni con l’utenza connotate da
problematiche procedurali,
emotività individuale e impegnative relazioni interpersonali, per
un numero massimo di 25 dipendenti, individuati formalmente
dal Segretario generale. A tali addetti è corrisposta la somma lorda di euro 13,02 per ogni giorno di
effettivo servizio».
Quanto ai funzionari l’assessore Rossi ha un’altra impostazione: «Credo sia giusto a questo
punto tornare a rivedere le posizioni organizzative (incarichi che
garantiscono un extra, ndr) non
come un diritto vita natural durante ma con l’ottica della vera
premialità e della produttività».
Molti di quei 17 rilievi contenuti nel dossier del Mef riguardano il
numero eccessivo di “fattispecie
di responsabilità”, le cui differenze minime possono sfuggire a chi
non è addentro alla sintassi della
burocrazia: “responsabilità di
processo erogativo, coordinamento di un gruppo di lavoro, di
attività istruttoria, di formazione,
di avvio nuove attività, di ispezione”.
La Regione Liguria conta 1.130
dipendenti, 450 dei quali sono
funzionari e un centinaio i dirigenti. Il rapporto troppo elevato
tra il numero dei “capi” e quello
degli impiegati è stato in passato
oggetto di ripetuti rilievi provenienti della sezione di controllo
della Corte dei Conti.
Aldilà dei tagli imposti dalla
spending review il clima non è favorevole neppure alle indennità
minori, quelle che non fanno arricchire ma consentono la pizza il
fine settimana. Certo non sarà facile alla politica imporre queste
rinunce. Tra l’altro proprio negli
enti regionali che in tutta Italia sono investiti dalle inchieste sulle
spese pazze. In Liguria Idv, Pdl e
Udc hanno diversi consiglieri indagati per peculato per spese incongrue nei ristoranti, alle terme,
nei negozi di antiquariato, bottiglierie senza parlare delle immancabili mutandine comprate
con soldi dei cittadini. Indennità
assai più sostanziose di quelle incassate in questi anni dai portagonfalone e dai “signornò” dell’ufficio personale
UANTO vale il fastidio
del dover comunicare ai
colleghi novità sgradite
o respingere le loro istanze? La
Regione Liguria ha assegnato
un valore a questo ruolo con
l’introduzione di un’indennità
di “emotività individuale e impegnative relazioni interpersonali”. Tradotto: 13,02 euro al
giorno. Ma al ministero dell’Economia non è piaciuta GENOVA — Quanto vale sul mercato del lavoro il fastidio, o il dispiacere, del dover comunicare ai
propri colleghi novità sgradite
oppure respingere le loro istanze?
La Regione Liguria è riuscita ad
assegnare un valore a questo
spiacevole ruolo attraverso l’introduzione di un parametro definito indennità di “emotività individuale e impegnative relazioni
interpersonali”. Tradotto in soldoni: 13,02 euro al giorno. Poca
roba, anche se alla fine dell’anno
una tredicesima in più non guasta. Ma al ministero dell’Economia e delle Finanze la politica di
indennità a pioggia per gli impiegati e di promozioni e progressioni di carriera per troppi funzionari e dirigenti non è piaciuta. E lo ha
scritto nero su bianco in un voluminoso dossier che il mese scorso
ha trasmesso alla procura della
Corte dei Conti. E i magistrati che
combattono gli sprechi di denaro
pubblico hanno subito aperto un
fascicolo che ipotizza un danno
erariale, ancora da quantificare.
Dalla relazione degli ispettori
del Mef emerge una pesante critica alla miriade di voci
che consentono di rimpolpare gli
stipendi. Ma
il dossier Liguria è solo il
primo di una
serie che si
inserisce
nella linea di
tagli alla
spesa pubblica e ha nel
mirino i “benefit”, grandi o piccoli, degli statali e dei pubblici dipendenti.
«Complessivamente sono 17 i
rilievi formulati dal Mef — conferma l’assessore al personale
della Regione Liguria Matteo
Rossi, di Sel — ma devo dire che
mi sembra inusuale che due
ispettori del ministero contestino
politiche del personale decise
con legge regionale approvata da
Roma, con parere favorevole di
Aran, l’Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche
Amministrazioni. Mi sembra che
così facendo si riducano gli spazi
di autonomia degli enti locali. Ciò
detto, stiamo mettendo mano a
questo settore. Tra le prime, dovranno scendere sotto i 30 euro
mensili alcune indennità, ad
esempio quella dei portagonfalone (oggi 46 euro al giorno che diventano 154 nei festivi, ndr) e il 27
porteremo in giunta la rivisitazione delle posizioni organizzative
di funzionari e dirigenti».
Le voci che hanno generato le
contestazioni del Mef sono contenute tutte in una delibera di
giunta del gennaio 2013 che regola indennità e compensi per impiegati e funzionari. Quello che
non si può leggere nell’intestazione è che la parcellizzazione di
bonus e riconoscimenti è lo strumento per poter rimpolpare stipendi e motivare il personale.
«Bisogna differenziare — spiega l’assessore Rossi —. Il taglio
delle indennità degli impiegati
andrà a colpire famiglie con basso reddito, dipendenti che con i
bonus arrivano a 1.200/1.250 euro e ora torneranno attorno ai
1.100».
Certo anche negli uffici della
Regione c’era chi malignava su alcuni di questi benefit come quello definito alla lettera “i” per «attività presso la struttura addetta alla gestione del personale o presso
la struttura competente per i servizi di Giunta che comporti... relazioni con l’utenza connotate da
problematiche procedurali,
emotività individuale e impegnative relazioni interpersonali, per
un numero massimo di 25 dipendenti, individuati formalmente
dal Segretario generale. A tali addetti è corrisposta la somma lorda di euro 13,02 per ogni giorno di
effettivo servizio».
Quanto ai funzionari l’assessore Rossi ha un’altra impostazione: «Credo sia giusto a questo
punto tornare a rivedere le posizioni organizzative (incarichi che
garantiscono un extra, ndr) non
come un diritto vita natural durante ma con l’ottica della vera
premialità e della produttività».
Molti di quei 17 rilievi contenuti nel dossier del Mef riguardano il
numero eccessivo di “fattispecie
di responsabilità”, le cui differenze minime possono sfuggire a chi
non è addentro alla sintassi della
burocrazia: “responsabilità di
processo erogativo, coordinamento di un gruppo di lavoro, di
attività istruttoria, di formazione,
di avvio nuove attività, di ispezione”.
La Regione Liguria conta 1.130
dipendenti, 450 dei quali sono
funzionari e un centinaio i dirigenti. Il rapporto troppo elevato
tra il numero dei “capi” e quello
degli impiegati è stato in passato
oggetto di ripetuti rilievi provenienti della sezione di controllo
della Corte dei Conti.
Aldilà dei tagli imposti dalla
spending review il clima non è favorevole neppure alle indennità
minori, quelle che non fanno arricchire ma consentono la pizza il
fine settimana. Certo non sarà facile alla politica imporre queste
rinunce. Tra l’altro proprio negli
enti regionali che in tutta Italia sono investiti dalle inchieste sulle
spese pazze. In Liguria Idv, Pdl e
Udc hanno diversi consiglieri indagati per peculato per spese incongrue nei ristoranti, alle terme,
nei negozi di antiquariato, bottiglierie senza parlare delle immancabili mutandine comprate
con soldi dei cittadini. Indennità
assai più sostanziose di quelle incassate in questi anni dai portagonfalone e dai “signornò” dell’ufficio personale
domenica 12 gennaio 2014
Kalashnikov, un nome nella storia divenuto icona di terrore e rivolta
G
ià il suo nome suonava come una raffica: Kalàshnikov.
Per quasi 70 anni
quel fucile automatico con l’inconfondibile caricatore a banana inventato da lui ha
intonato milioni di volte il canto
della morte per chi l’ha ascoltato:
non c’è arma da fuoco individuale che abbia ucciso più dell’AK47 progettato da un contadino degli Urali divenuto meccanico e scomparso ieri a 94 anni.
Era divenuta un’icona più
celebre della Coca Cola o delle
orecchie di Topolino, dal suono
diverso da ogni altro fucile, dal
nome che è risuonato come un
grido di terrore e di rivolta in
ogni continente. Aveva una voce tagliente, una tosse secca e
insistente. Chi l’ha ascoltato
cantare anche una sola volta,
non l’ha più dimenticato, se è
sopravvissuto.
Come la daga delle legioni romane che costruirono un impero, come la scimitarra che diffuse nel mondo la parola del Profeta, come la carabina Winchester
che conquistò un continente,
così l’“Avtomat Kalashnikova”,
il fucile automatico inventato da
Mikhail Timofeyevich Kalashnikov è divenuto il logo di un
tempo della storia, una storia
che esso ha cambito. Con 150
milioni di esemplari, fabbricati
in Unione Sovietica e riprodotti
abusivamente da fabbri di paese
e officine in ogni nazione dove ci
fosse un mercato, l’AK 47 ha
verosimilmente fatto più vittime, una alla volta, delle bombe atomiche sganciate dagli
americani sul Giappone, ma
Mikhail Kalashnkov è morto
senza rimorsi. «Il mio fucile
non uccide nessuno — disse in
una intervista nel 1997, quando finalmente la nuova Russia
decise di brevettare quell’arma — uccidono i politicanti
che non riescono ad accordarsi e che sfruttano la gente».
Un alibi che ricorda pericolosamente il mantra della
lobby americana delle armi —
«non sono le pistole che uccidono, ma chi le impugna» —
ma che il piccolo meccanico
siberiano con la seconda media, reclutato fra i carristi nella
guerra contro i nazisti perché
troppo basso di statura per la
fanteria, ma perfetto per le anguste torrette de T 34 staliniani,
ripeteva con la convinzione di
chi era rimasto, fino all’ultimo
giorno, il patriota comunista.
Kalashnikov, con il petto corazzato da ogni possibile decorazione compresa nell’immenso catalogo della chincaglieria
sovietica, promosso generale
senza avere mai comandato
neppure una pattuglia, insignito di lauree ad honorem in ingegneria meccanica senza avere
mai frequentato un’aula univer sitaria, disse di avere «creato
un’arma per il popolo». Semplice, maneggevole, relativamente
leggera a poco più di tre chili,
«perché ogni contadino e operaio potessero usarla senza addestramento».
Fu l’arma di chi non aveva armi. La Volkswagen degli eserciti popolari e della bande irregolari. La usarono e la usano non
necessariamente quegli operai
sfruttati e quei contadini oppressi ai quali lui pensava
quando sottopose il proprio disegno per una nuova carabina
al direttorato per le armi leggere dell’Armata Rossa. La avrebbero imbracciata, e purtroppo
usata, i bambini guerriglieri in
Africa, i terroristi di ogni causa,
fede e colore, i ribelli con legittime aspirazioni ed è, insieme
con la scimitarra araba, l’unica
arma da fuoco a comparire, incrociata con una zappa, su una
bandiera nazionale, quella del
Mozambico.
Non era un’arma di precisione, come non sono mai le automatiche, ma di terrore spruzzato a raffica contro il nemico. Non
ci sarebbe stata la rivoluzione
cubana né la vittoria del Vietnam del Nord e dei Vietcong nel
Sud senza il Kalashnikov. L’aneddoto, forse apocrifo, che
l’inventore amava ripetere più
spesso, e con più orgoglio, era la
testimonianza di soldati Usa
che nelle giungle del Sud est
asiatico abbandonavano le loro
delicate carabine M16 preferendo gli AK47 presi ai nemici
caduti catturati. «Il mio fucile
non si inceppava mai».
Fu, per eccellenza e senza
concorrenti, l’arma di sinistra.
La si poteva trovare, nell’immenso bazar globale delle armi,
per poco più di 100 doll ricani, se usata, in mercatini
pakistani o yemeniti o congolesi, anche per meno. Chi l’avesse
progettata e costruita in altri
paesi sarebbe divenuto miliardario, come i produttori di armi
negli Usa o in Europa, ma non
“Mishka”, l’orsetto del mitragliatore. Fu retribuito con lo stipendio di un tecnico qualsiasi,
via via aumentato con le promozioni e le onorificenze, ma sempre da impiegato statale e né lui,
né il governo, né l’Armata Rossa
pensarono mai di brevettarla.
Robaccia da capitalisti, quel
brevetto.
Soltanto nel 1997, nella nuova
Russia, l’AK47 e le sue varianti
successive furono brevettate e il
figlio maggiore di Mikhail “Mishka” Kalashnikov costituì un
azienda privata per costruirla e
commercializzarla. Trascinava
il padre con sé in giro per il mondo, nei congressi e nelle esposizioni degli armaioli, dove il vecchio veniva esposto e venerato
come una reliquia. Se la morte a
spalla fosse una religione, lui ne
sarebbe stato l’evangelista.
A Izhevsk, la città nella regione dell’Udmurtia, negli Urali,
dove viveva ed è morto, il Partito
gli aveva eretto un monumento
di marmo nero, ancora da vivo,
con un busto realisticamente
corretto, compresa la capigliatura ancora folta. Quel monumento è diventato un luogo di
pellegrinaggio e di devozione
per le coppie di nuovi sposi, che
dopo la cerimonia in municipio
vanno a deporre fiori e a chiedere la sua benedizione, invocandone il nome. Spara per noi, Kalashnik
ià il suo nome suonava come una raffica: Kalàshnikov.
Per quasi 70 anni
quel fucile automatico con l’inconfondibile caricatore a banana inventato da lui ha
intonato milioni di volte il canto
della morte per chi l’ha ascoltato:
non c’è arma da fuoco individuale che abbia ucciso più dell’AK47 progettato da un contadino degli Urali divenuto meccanico e scomparso ieri a 94 anni.
Era divenuta un’icona più
celebre della Coca Cola o delle
orecchie di Topolino, dal suono
diverso da ogni altro fucile, dal
nome che è risuonato come un
grido di terrore e di rivolta in
ogni continente. Aveva una voce tagliente, una tosse secca e
insistente. Chi l’ha ascoltato
cantare anche una sola volta,
non l’ha più dimenticato, se è
sopravvissuto.
Come la daga delle legioni romane che costruirono un impero, come la scimitarra che diffuse nel mondo la parola del Profeta, come la carabina Winchester
che conquistò un continente,
così l’“Avtomat Kalashnikova”,
il fucile automatico inventato da
Mikhail Timofeyevich Kalashnikov è divenuto il logo di un
tempo della storia, una storia
che esso ha cambito. Con 150
milioni di esemplari, fabbricati
in Unione Sovietica e riprodotti
abusivamente da fabbri di paese
e officine in ogni nazione dove ci
fosse un mercato, l’AK 47 ha
verosimilmente fatto più vittime, una alla volta, delle bombe atomiche sganciate dagli
americani sul Giappone, ma
Mikhail Kalashnkov è morto
senza rimorsi. «Il mio fucile
non uccide nessuno — disse in
una intervista nel 1997, quando finalmente la nuova Russia
decise di brevettare quell’arma — uccidono i politicanti
che non riescono ad accordarsi e che sfruttano la gente».
Un alibi che ricorda pericolosamente il mantra della
lobby americana delle armi —
«non sono le pistole che uccidono, ma chi le impugna» —
ma che il piccolo meccanico
siberiano con la seconda media, reclutato fra i carristi nella
guerra contro i nazisti perché
troppo basso di statura per la
fanteria, ma perfetto per le anguste torrette de T 34 staliniani,
ripeteva con la convinzione di
chi era rimasto, fino all’ultimo
giorno, il patriota comunista.
Kalashnikov, con il petto corazzato da ogni possibile decorazione compresa nell’immenso catalogo della chincaglieria
sovietica, promosso generale
senza avere mai comandato
neppure una pattuglia, insignito di lauree ad honorem in ingegneria meccanica senza avere
mai frequentato un’aula univer sitaria, disse di avere «creato
un’arma per il popolo». Semplice, maneggevole, relativamente
leggera a poco più di tre chili,
«perché ogni contadino e operaio potessero usarla senza addestramento».
Fu l’arma di chi non aveva armi. La Volkswagen degli eserciti popolari e della bande irregolari. La usarono e la usano non
necessariamente quegli operai
sfruttati e quei contadini oppressi ai quali lui pensava
quando sottopose il proprio disegno per una nuova carabina
al direttorato per le armi leggere dell’Armata Rossa. La avrebbero imbracciata, e purtroppo
usata, i bambini guerriglieri in
Africa, i terroristi di ogni causa,
fede e colore, i ribelli con legittime aspirazioni ed è, insieme
con la scimitarra araba, l’unica
arma da fuoco a comparire, incrociata con una zappa, su una
bandiera nazionale, quella del
Mozambico.
Non era un’arma di precisione, come non sono mai le automatiche, ma di terrore spruzzato a raffica contro il nemico. Non
ci sarebbe stata la rivoluzione
cubana né la vittoria del Vietnam del Nord e dei Vietcong nel
Sud senza il Kalashnikov. L’aneddoto, forse apocrifo, che
l’inventore amava ripetere più
spesso, e con più orgoglio, era la
testimonianza di soldati Usa
che nelle giungle del Sud est
asiatico abbandonavano le loro
delicate carabine M16 preferendo gli AK47 presi ai nemici
caduti catturati. «Il mio fucile
non si inceppava mai».
Fu, per eccellenza e senza
concorrenti, l’arma di sinistra.
La si poteva trovare, nell’immenso bazar globale delle armi,
per poco più di 100 doll ricani, se usata, in mercatini
pakistani o yemeniti o congolesi, anche per meno. Chi l’avesse
progettata e costruita in altri
paesi sarebbe divenuto miliardario, come i produttori di armi
negli Usa o in Europa, ma non
“Mishka”, l’orsetto del mitragliatore. Fu retribuito con lo stipendio di un tecnico qualsiasi,
via via aumentato con le promozioni e le onorificenze, ma sempre da impiegato statale e né lui,
né il governo, né l’Armata Rossa
pensarono mai di brevettarla.
Robaccia da capitalisti, quel
brevetto.
Soltanto nel 1997, nella nuova
Russia, l’AK47 e le sue varianti
successive furono brevettate e il
figlio maggiore di Mikhail “Mishka” Kalashnikov costituì un
azienda privata per costruirla e
commercializzarla. Trascinava
il padre con sé in giro per il mondo, nei congressi e nelle esposizioni degli armaioli, dove il vecchio veniva esposto e venerato
come una reliquia. Se la morte a
spalla fosse una religione, lui ne
sarebbe stato l’evangelista.
A Izhevsk, la città nella regione dell’Udmurtia, negli Urali,
dove viveva ed è morto, il Partito
gli aveva eretto un monumento
di marmo nero, ancora da vivo,
con un busto realisticamente
corretto, compresa la capigliatura ancora folta. Quel monumento è diventato un luogo di
pellegrinaggio e di devozione
per le coppie di nuovi sposi, che
dopo la cerimonia in municipio
vanno a deporre fiori e a chiedere la sua benedizione, invocandone il nome. Spara per noi, Kalashnik
Giappone La solitudine dell’imperatore
P
overa imperatrice Michiko,
sposa del Tenno che dal 1989
siede su Trono del Crisantemo;
Quante ne ha dovute passare,
lei, una borghese, figlia di un
ricchissimo produttore di farine e perciò
soprannominata la Mugnaia. Il suocero
Hiro Hito, l’ultimo imperatore giapponese che si sentiva una divinità, la trattava assai sgarbatamente, con crudeltà, e
pare che con le sue angherie le avesse addirittura provocato un aborto nel lontano 1961. Ma ora, alla fine del 2013, ecco
che Michiko si toglie la soddisfazione di
ricevere un pubblico encomio da parte
di suo marito Akihito il quale ieri ha festeggiato il suo ottantesimo compleanno e ha testualmente detto: «Essere imperatore può portare alla solitudine, ma
la presenza al mio fianco dell’imperatrice mi ha portato conforto e gioia. Mi ha
sempre rispettato e sostenuto».
Queste sue parole non sono soltanto
il riconoscimento dei meriti della consorte ma anche una sommessa confessione di quanto sia duro il mestiere dell’imperatore, specie se si è l’eccentrico
imperatore del Giappone. Si tratta infatti di un essere strano che è piuttosto
un’essenza, non si può guardarlo, toccarlo, parlargli, eppure c’è ma è come se
fosse puro spirito, infatti è divino. O almeno lo era, ovvero si credeva che lo fosse. Abita al centro di Tokyo ma questo
centro è vuoto, custodisce la sua dimora
che è invisibile, mascherata dalla vegetazione, difesa da fossati d’acqua. Tutta
la città ruota intorno a questo vuoto che
è insieme, come, scrive Roland Barthes
«interdetto e indifferente, abitato da un
imperatore che non si vede mai, cioè, letteralmente da non si sa chi».
A Tokyo sono molti quelli che si augurano che la dimora imperiale, questo
vuoto reale e simbolico al centro di una
delle città più moderne del mondo, venga inglobato democraticamente nel tessuto urbano senza più obbligare il traffico a una deviazione perpetua. Ho sentito un taxista imprecare nel bel mezzo di
un’ora di punta attorno al Palazzo imperiale: «ci vorrebbe una bomba!» ha detto,
e forse ha avuto il coraggio di esprimersi
così perché la passeggera ero io, chiaramente una straniera. Se fossi stata giap ponese dubito che avrebbe osato, non si
può mai sapere chi è pro e chi è contro
quello che in Giappone si chiama il sistema imperiale, caposaldo e struttura portanti di anacronismi e contraddizioni tradizionalmente riveriti.
Quel centro vuoto forse protegge l’idea
di sacralità di un paese che non è un impero, per Costituzione non è nemmeno una
repubblica né una monarchia ma, superbamente o forse ambiguamente, soltanto
Giappone, ossia la “radice del sole”, questo è il senso dei due ideogrammi che servono a scrivere Giappone: sole e radice.
Così semplicemente si legge sui passaporti dei giapponesi, non repubblica o re del Giappone o altro. La dinastia sul trono che in realtà non regna dal 1945, si ritiene che sia la più antica del mondo e
per questo non si degna di avere un nome di famiglia come dei Windsor, dei Savoia o dei Romanov qualunque che sono degli umani come tutti gli altri. Dio ha
per caso un cognome?
L’essenza divina dell’imperatore, discendente diretto della dea Amaterasu, è
stata una questione assai dibattuta alla fine della seconda guerra mondiale quando i vincitori americani avrebbero potuto
fare del Giappone una repubblica ma il
generale MacArthur si oppose e non volle che l’imperatore Hiro Hito fosse condannato come criminale di guerra. Gli
chiese soltanto di rinunciare alla sua natura divina, cosa che Hiro Hito fece, non
si sa bene se con o senza convinzione in
quanto il proclama che lesse alla radio era
piuttosto ambiguo al riguardo. Tuttavia
fu allora che ebbe inizio il processo di
umanizzazione della figura imperiale, un
processo che ormai dovrebbe essere
giunto a compimento anche se si notano
ancora delle resistenze da parte di tanti
che è difficile definire: sono portatori di
un’ideologia, se così vogliamo chiamarla,
che è troppo facile definire tradizionalista ma è qualcosa di più antico di qualsiasi tradizione. L’unico che potrebbe azzardare una definizione non denigratoria di
un atteggiamento mentale tanto anacronistico potrebbe essere un Mishima redivivo, quel Mishima che con il suo teatrale
harakiri, nel 1970, intendeva difendere
proprio la divinità dell’imperatore considerato essenza eterna del Giappone. Un
nuovo Mishima potrebbe sostenere mai
la tesi di un Giappone paese normale?
L’attuale imperatore confessando la
tristezza della sua solitudine, sembra
anelare alla normalità, lui con la sua brava moglie al fianco, segno che questa normalità gli viene ancora negata. Ma almeno ha avuto il coraggio di esprimersi da
uomo comune. Quanto a suo padre Hiro
Hito, dovrebbe ringraziare il generale
MacArthur se nel 1976, da uomo comune,
visitò gli Stati Uniti e andò a Disneyland
dove si comprò un orologio da polso con
su Topolino. Ma molti giapponesi non
l’hanno mai saputo. Gli è stato tenuto nascosto. Gli dei cadono, gli dei falliscono,
overa imperatrice Michiko,
sposa del Tenno che dal 1989
siede su Trono del Crisantemo;
Quante ne ha dovute passare,
lei, una borghese, figlia di un
ricchissimo produttore di farine e perciò
soprannominata la Mugnaia. Il suocero
Hiro Hito, l’ultimo imperatore giapponese che si sentiva una divinità, la trattava assai sgarbatamente, con crudeltà, e
pare che con le sue angherie le avesse addirittura provocato un aborto nel lontano 1961. Ma ora, alla fine del 2013, ecco
che Michiko si toglie la soddisfazione di
ricevere un pubblico encomio da parte
di suo marito Akihito il quale ieri ha festeggiato il suo ottantesimo compleanno e ha testualmente detto: «Essere imperatore può portare alla solitudine, ma
la presenza al mio fianco dell’imperatrice mi ha portato conforto e gioia. Mi ha
sempre rispettato e sostenuto».
Queste sue parole non sono soltanto
il riconoscimento dei meriti della consorte ma anche una sommessa confessione di quanto sia duro il mestiere dell’imperatore, specie se si è l’eccentrico
imperatore del Giappone. Si tratta infatti di un essere strano che è piuttosto
un’essenza, non si può guardarlo, toccarlo, parlargli, eppure c’è ma è come se
fosse puro spirito, infatti è divino. O almeno lo era, ovvero si credeva che lo fosse. Abita al centro di Tokyo ma questo
centro è vuoto, custodisce la sua dimora
che è invisibile, mascherata dalla vegetazione, difesa da fossati d’acqua. Tutta
la città ruota intorno a questo vuoto che
è insieme, come, scrive Roland Barthes
«interdetto e indifferente, abitato da un
imperatore che non si vede mai, cioè, letteralmente da non si sa chi».
A Tokyo sono molti quelli che si augurano che la dimora imperiale, questo
vuoto reale e simbolico al centro di una
delle città più moderne del mondo, venga inglobato democraticamente nel tessuto urbano senza più obbligare il traffico a una deviazione perpetua. Ho sentito un taxista imprecare nel bel mezzo di
un’ora di punta attorno al Palazzo imperiale: «ci vorrebbe una bomba!» ha detto,
e forse ha avuto il coraggio di esprimersi
così perché la passeggera ero io, chiaramente una straniera. Se fossi stata giap ponese dubito che avrebbe osato, non si
può mai sapere chi è pro e chi è contro
quello che in Giappone si chiama il sistema imperiale, caposaldo e struttura portanti di anacronismi e contraddizioni tradizionalmente riveriti.
Quel centro vuoto forse protegge l’idea
di sacralità di un paese che non è un impero, per Costituzione non è nemmeno una
repubblica né una monarchia ma, superbamente o forse ambiguamente, soltanto
Giappone, ossia la “radice del sole”, questo è il senso dei due ideogrammi che servono a scrivere Giappone: sole e radice.
Così semplicemente si legge sui passaporti dei giapponesi, non repubblica o re del Giappone o altro. La dinastia sul trono che in realtà non regna dal 1945, si ritiene che sia la più antica del mondo e
per questo non si degna di avere un nome di famiglia come dei Windsor, dei Savoia o dei Romanov qualunque che sono degli umani come tutti gli altri. Dio ha
per caso un cognome?
L’essenza divina dell’imperatore, discendente diretto della dea Amaterasu, è
stata una questione assai dibattuta alla fine della seconda guerra mondiale quando i vincitori americani avrebbero potuto
fare del Giappone una repubblica ma il
generale MacArthur si oppose e non volle che l’imperatore Hiro Hito fosse condannato come criminale di guerra. Gli
chiese soltanto di rinunciare alla sua natura divina, cosa che Hiro Hito fece, non
si sa bene se con o senza convinzione in
quanto il proclama che lesse alla radio era
piuttosto ambiguo al riguardo. Tuttavia
fu allora che ebbe inizio il processo di
umanizzazione della figura imperiale, un
processo che ormai dovrebbe essere
giunto a compimento anche se si notano
ancora delle resistenze da parte di tanti
che è difficile definire: sono portatori di
un’ideologia, se così vogliamo chiamarla,
che è troppo facile definire tradizionalista ma è qualcosa di più antico di qualsiasi tradizione. L’unico che potrebbe azzardare una definizione non denigratoria di
un atteggiamento mentale tanto anacronistico potrebbe essere un Mishima redivivo, quel Mishima che con il suo teatrale
harakiri, nel 1970, intendeva difendere
proprio la divinità dell’imperatore considerato essenza eterna del Giappone. Un
nuovo Mishima potrebbe sostenere mai
la tesi di un Giappone paese normale?
L’attuale imperatore confessando la
tristezza della sua solitudine, sembra
anelare alla normalità, lui con la sua brava moglie al fianco, segno che questa normalità gli viene ancora negata. Ma almeno ha avuto il coraggio di esprimersi da
uomo comune. Quanto a suo padre Hiro
Hito, dovrebbe ringraziare il generale
MacArthur se nel 1976, da uomo comune,
visitò gli Stati Uniti e andò a Disneyland
dove si comprò un orologio da polso con
su Topolino. Ma molti giapponesi non
l’hanno mai saputo. Gli è stato tenuto nascosto. Gli dei cadono, gli dei falliscono,
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