venerdì 16 agosto 2013

Ufficiale Usa sì, ma col turbante la battaglia del maggiore Sikh

L NOSTRO CORRISPONDENTE
FEDERICO RAMPINI
NEW YORK — Un’antica stirpe di
guerrieri indiani l’ha spuntata su
Full Metal Jacket. La rigidità dei re-clutatori e addestratori nella U.S.
Army è stata sconfitta da un Sikh.
Il diritto a servire l’America sotto
le armi pur continuando a indos-sare il turbante, a portare capelli
lunghissimi e baffoni “imperiali”,
segna una pietra miliare nell’eti-chetta delle forze armate Usa.
La storia del maggiore Ka-maljeet Singh Kalsi, 36 anni, at-tualmente capo dell’ospedale mi-litare di Fort Bragg in North Caro-lina, è approdata sul  New York Ti-mes. Con tanto di maxi-ritratto fo-tografico del protagonista di que-sta battaglia. Non un militare
qualsiasi, un eroe: decorato con la
Bronze Star in Afghanistan, dove è
stato in servizio al fronte per sette
mesi nel 2011, dirigendo un ospe-dale da campo nella provincia di
Helmand. Per questo suo curricu-lum il maggiore Kalsi – cittadino
americano cresciuto nel New Jer-sey – è riuscito dove tanti altri ave-vano fallito prima di lui. Ha otte-nuto che sia rispettato il suo dirit-to a mantenere sotto le armi tutti
gli attributi esterni della sua reli-gione, barba capigliatura e tur-bante. Fanno parte dei cinque
dettami della fede Sikh, una reli-gione fondata nel XV secolo nel-l’India nord-occidentale, una ver-sione monoteista ed egualitaria
dell’induismo. In alcune inter-pretazioni la religione Sikh è un
induismo “riformato” con ele-menti mutuati dall’Islam. Per
esempio l’abolizione delle caste.
Essendo da sempre una mino-ranza, nei confronti di induisti e
musulmani, i Sikh formarono del-le milizie per difendersi, e svilup-parano una “etica guerriera” che
ne ha fatto dei combattenti rino-mati. Commando speciali di Sikh
furono dispiegati dall’esercito
imperiale britannico, fino alla se-conda guerra mondiale. Tuttora
in India i Sikh sono un’elevata per-centuale dei militari, più che pro-porzionale rispetto al loro peso
sulla popolazione. «Se proprio ci
tieni a servire il tuo paese, tagliati
quella barba», fu il primo coman-do che il sergente-reclutatore urlò
a Kalsi. «L’America non chiede di
scegliere tra la propria religione e
la patria. Possiamo essere ottimi
soldati e Sikh allo stesso tempo» fu
la risposta di Kalsi. Da lì cominciò
la sua battaglia: Kalsi si è fatto ap-poggiare dai parlamentari del suo
collegio, e ha ottenuto una prima
“eccezione” ufficiale al rigido pro-tocollo che regolale apparenze
dei soldati americani. Per lui que-sta battaglia di principio è altret-tanto importante di quella che si
svolse dopo la seconda guerra
mondiale per de-segregare le
unità di combattimento (dove i
neri erano separati), o più di re-cente per aprire le forze armate al-le donne in ruoli di combattimen-to, ai gay che non vogliano na-scondere il proprio orientamen-to.
Ai Sikh è dovuto un “risarci-mento” particolare: poiché è diffi-cile per un occidentale distin-guerli nelle apparenze da popoli
islamici, alcuni di loro furono vit-time di violente aggressioni negli
Stati Uniti dopo l’11 settembre
(l’ultima, una strage di Sikh ad
opera di un fanatico della “supre-mazia bianca”, l’anno scorso a
Milwaukee). Per Kalsi, «più si ve-dono in giro dei soldati, poliziotti
e pompieri col turbante, più ci
sentiremo integrati nella stessa
comunità». In tutta l’America ce
ne sono 500 mila, concentrati so-prattutto a New York e in Califor-nia.

Addio alla solita pizza ora il cibo a domicilio scopre i piatti di qualità Boom di consegne, e la cena si ordina anche on line

ER molto tempo lo abbiamo vi-sto solo nei film. Ora i piatti pron-ti portati fino alla porta di casa so-no un’abitudine. E non è più so-lo la pizza. Dal 2010 le consegne
di cibo a domicilio sono  cresciu-te del 25 per cento l’anno, mentre
i consumi alimentari calavano
dell’8,4 per cento. Quasi 5 milio-ni di italiani l’hanno ordinato al-meno una volta, sono nati
network nazionali, la scelta si è
ampliata coinvolgendo specia-lità come il sushi e piatti regiona-li e a chilometri zero, dalle zuppe
ai ravioli, dalla spigola al brasato.
A Roma può arrivare la carbona-ra, a Milano l’ossobuco, a Torino
la frittata alle erbette che nessu-no ha più il tempo di cucinare. Le
motivazioni? Poco tempo per fa-re la spesa (il 60 per cento degli in-tervistati in un sondaggio di Just
Eat mette al primo posto questa
“scusa” tra i motivi per ordinare
cibo pronto che al massimo ri-chiede un passaggio al microon-de), ma anche la possibilità di
provare specialità nuove. Per i ri-storatori un’arma anti-crisi che
consente di fare felici i clienti abi-tuali e conquistarne di nuovi
(con un 20-25 per cento di turn
over in più negli ordini registrato
da chi consegna la cena a casa).
Benvolio Panzarella, califor-niano, classe 1971, è il  country
manager per l’Italia di Just Eat, il
gigante del settore (950 i risto-ranti convenzionati nel nostro
paese), una rete nata nel 2001 in
Danimarca e ora presente in tut-to il mondo. Racconta: «Quando
abbiamo iniziato in Italia, i risto-ratori tipici o quelli di alta gam-ma nella cucina nazionale non
volevano affiliarsi, dicevano
“non sono mica un cinese, o un
kepabbaro…”. Poi la musica è
cambiata, e ora abbiamo alcuni
grandi nomi, soprattutto a Mila-no, la città che ha risposto me-glio». Just Eat è “soltanto” una re-te: bussa alle porte dei locali e li
inserisce nel portale. Ma regala
agli associati anche formazione,
insegnando come si possono ga-rantire consegne rapide, fattori-ni gentili e cibo caldo e di qualità.
E chiede recensioni ai clienti, che
possono inserirle solo se hanno
provato il servizio. «Fino a oggi,
gli asiatici, non solo cinesi, ma
anche giapponesi, coreani e tai-landesi, hanno mostrato di avere
una marcia in più — dice Panza-rella — Sono i più disponibili ri-spetto al servizio, capaci di mo-dificare l’organizzazione per an-dare incontro al cliente là dove si
trova, e aumentare così il proprio
business. Così stanno modifi-cando la propria immagine, da
cibo scadente a basso costo a ci-bo di qualità a un costo ragione-vole. Nel 2013 puntiamo ad am-pliare la scelta di cibo italiano».
Una tendenza confermata da
Bacchette Forchette, che per ora
opera solo a Milano e dintorni e
consegna cibo asiatico e italiano
di lusso, o da MaIordomus, che
ha cominciato a Roma conse-gnando frutta e verdura e poi ha
aggiunto i piatti pronti e di alta
gamma direttamente dai risto-ranti. A Torino Cuochi Volanti of-fre menù gourmet, anche vege-tariani e biologici e a basso costo,
Natale e Capodanno compresi, a
partire da 10 euro a persona: co-sì sono tornate in tavola specia-lità come le lenticchie, il risotto e
la frittata alle erbe.
Per i consumatori il punto di
pareggio, con un risparmio fino
al 20 per cento sul prezzo della
stessa cena al ristorante si rag-giunge a partire da tre persone
perché così si ammortizzano le
spese di consegna anche se non
si abita in centro. E c’è chi, come
CucinaTo, distribuisce anche ci-bo pronto sotto vuoto: così se si
cambia idea tutto può restare in
frigorifero. Ma anche il gelato
(RivaReno è un esempio) si può
ordinare o i tramezzini con bibi-te dietetiche per il business lun-ch in ufficio (nel menù di tramez-zini.it ci sono scelte per tutti, ve-getariano e kosher inclusi). E Ti-meToDetox e DietToGo, i due
principali competitor di questa
nicchia di mercato, consegnano
a casa di buon mattino, nelle
principali città italiane, i tre pasti
giornalieri da 1.000 calorie per
chi ha deciso di perdere peso.
Colazione romantica? Buon-giornoamore a Roma e Pilou a
Torino ve la portano fino al pia-nerottolo. Non ci sono più scus

avi a fibra ottica e tribunali segreti così l’America controlla il mondo Dal 2003 un team di avvocati condiziona le aziende telefoniche

EW YORK  — Operazione
Upstream, Team Telecom: co-sì i servizi segreti Usa si sono
garantiti l’accesso alle fibre ot-tiche mondiali, anche se le
aziende che le gestiscono sono
straniere. Tutto ebbe inizio nel
2003, quando per la prima vol-ta uno dei big delle fibre ottiche
Usa venne venduto a un grup-po asiatico. Team Telecom,
una task force di avvocati della
Homeland Security, del mini-stero di Giustizia e dell’Fbi, im-pose che l’acquirente asiatico
mantenesse un gruppo di «cit-tadini americani approvati dal
governo» in posizioni di co-mando per l’accesso alle co-municazioni. L’azienda era
Global Crossing, il precedente
fece scuola.
Spiega perché la capacità
della National Security Agency
di spiare le telecomunicazioni
non conosce frontiere e non ha
avuto intralci dalla globalizza-zione. Neppure adesso che la
capacità di trasmissione —
email, dati Internet, video o te-lefonate — è più concentrata
in Europa. In qualsiasi multi-nazionale delle fibre ottiche
che voglia fare business negli
Stati Uniti, il top management
deve abdicare a una fetta del
proprio potere, e lasciare che
agisca in seno all’azienda una
“struttura parallela” che obbe-disce al governo americano.
Lo scoop del  Washington
Post integra le rivelazioni fatte
da Edwards Snowden sul cy-berspionaggio della National
Security Agency. Il sistema Pri-sm disvelato da Snowden è
quello che consente all’intelli-gence Usa di sorvegliare email
e altri dati attingendo ai grandi
operatori Internet come Goo-gle, Microsoft, Facebook, Ap-ple, Yahoo e Aol. Si tratta di una
raccolta che avviene, nella ter-minologia della Nsa, “Down-stream” e cioè a valle, dove i lussi di comunicazioni arriva-no e vengono smistati.
A questo si affianca un’ope-razione parallela, anch’essa in
vigore da un decennio, che si
concentra “Upstream” cioè a
monte: quando i flussi delle
comunicazioni sono in viag-gio, nei cavi a fibre ottiche che
traversano i fondali degli ocea-ni. Col tempo le fibre ottiche
hanno soppiantato altre tec-nologie di trasmissione, dai
cavi di rame ai satelliti. Gli op ratori Internet si possono im-maginare anche come dei
“porti”, mentre le infrastruttu-re a banda larga sono i canali o
rotte di navigazione transo-ceanica.
Dal settembre 2003, quando
il Team Telecom entrò in azio-ne per dettare le sue condizio-ni alla Global Crossing — co-losso delle fibre ottiche che
venne acquistato da un grup-po di Singapore — si è creata
una regola. Ogni volta che un gruppo telecom deve chiedere
delle licenze per i cavi alla Fe-deral Communications Com-mission, quest’ultima fa entra-re in azione il Team Telecom.
Ogni azienda telecom che
voglia avere accesso al merca-to Usa deve accettarne le con-dizioni: avere un Network
Operations Center situato sul
territorio americano, che pos-sa essere «visitato da funziona-ri federali con un preavviso di
30 minuti». Le informazioni
che questa task force chiede al-l’operatore delle fibre ottiche,
non possono essere comuni-cate «neppure al top manage-ment dell’azienda».
Ogni multinazionale delle
fibre ottiche — se vuole avere a
che fare col più grosso merca-to del mondo che è quello degli
Stati Uniti — accetta che al suo
interno ci sia una “cellula” se-parata che risponde agli ordini
di Washington e non ai propri
dirigenti. «Le telecom — con-ferma al  Washington Postuna
ex-consigliera di Barack Oba-ma, Susan Crawford — non
hanno autonomia e non pos-sono opporsi alle richieste di
dati avanzate dal governo».
Questo è tanto più importante
da quando le reti di fibre otti-che più potenti sono diventate
quelle europee, Germania in
testa: per avere accesso agli
Usa devono anch’esse soggia-cere a quei diktat.
Il  New York Timesdescrive
inoltre l’enorme potere assun-to dal Foreign Intelligence Sur-veillance Court, il tribunale se-greto che autorizza lo spionag-gio. Questo organo di “giusti-zia speciale” in 100 pagine di
sentenze ha gettato le fonda-menta della vasta operazione
di cyberspionaggio rivelata da
Snowden. »Una Corte supre-ma parallela», lo definisce il
New York Times, per il potere
che questo tribunale ha di in-terferire con i diritti costituzio-nali

“Acqua, così è stato aggirato il referendum” Due anni dopo, l’accusa dei comitati. “Cambiata la voce in bolletta”. E in 15mila si autoriducono

MILANO — Cosa resta, due anni
dopo, dei 26 milioni di “sì” per
l’acqua pubblica? Al di là della
vittoria politica e simbolica di un
movimento larghissimo (soste-nuto dal Pd, passando per sini-stra radicale e M5S) l’applicazio-ne pratica è ancora lontana. Il
tentativo di sabotarne l’esito
partì esattamente due mesi do-po il voto con un decreto legge
del governo Berlusconi; si ag-giunse il “Salva Italia” del gover-no Monti, che trasferì all’Auto-rità per l’Energia e il Gas (Aeeg) le
«funzioni di regolazione e di
controllo dei servizi idrici». La
quale nel dicembre scorso, mol-to pragmaticamente, cambiò la
voce in bolletta: la “rimunera-zione del capitale” pari al 7 per
cento del capitale investito che
doveva sparire (e in bolletta pe-sava, anzi pesa, dal 10 al 25 per
cento) si è trasformata in “rim-borso degli oneri finanziari”. «Il
secondo quesito referendario
aggirato con un gioco di presti-gio, insomma», dice Paolo Car-setti del Forum per l’Acqua Bene
Comune. Fortuna vuole che alla
fine pochi Ato (7 su 92) abbiano
recepito la nuova tariffa, anche
perché in autunno il Tar della
Lombardia potrebbe bocciare il
piano dell’Aeeg.
Pure sul primo quesito, quel-lo che caldeggiava la trasforma-zione delle aziende che gesti-scono il business dell’acqua da
private a pubbliche, si è fatto po-co. Le giunte più sensibili all’ar-gomento si sono adeguate (la
prima fu Napoli, poi Reggio
Emilia, Palermo e Vicenza), le al-tre traccheggiano. «Quasi che il
rispetto del voto fosse una genti-le concessione», commenta
amaro Marco Bersani di Attac
Italia. Allora si va avanti a suon di
petizioni, ricorsi al Tar, al Consi-glio di Stato e a battaglie di di-sobbedienza civile. O meglio, di
“obbedienza civile”. Come? Au-toriducendosi le bollette. Lo
hanno fatto, finora, quasi 15mi-la cittadini. «La campagna —
spiega Carsetti — consiste nel-l’applicare una riduzione pari
alla componente della “remu-nerazione del capitale investi-to”. Non si tratta di disubbidire
ad una legge ingiusta, ma di ob-bedire alle leggi in vigore, così
come modificate dagli esiti refe-rendari». I primi a farlo furono
quelli del comitato di Arezzo, poi
presi ad esempio un po’ in tutta
Italia, 15mila utenze in tutto.
«All’inizio i gestori ci mandaro-no le diffide, a qualcuno minac-ciarono di staccare l’acqua. Ora
hanno smesso. Sanno che se do-vessero farci causa, la perdereb-bero subito», racconta Lucio Be-loni.
La questione sembra tecnica
— ok, ma alla fine chi paga i costi
della gestione delle reti idriche?
— e infatti l’Aeeg ha sempre ri-sposto che «se vogliamo far ri-manere l’acqua pubblica i costi
devono essere coperti». Dal
pubblico però, mentre la gestio-ne resta di fatto privata. «È evi-dente che il reale proprietario
del bene — ragionano i comitati
— è chi lo gestisce e non colui
che ne mantiene la proprietà
formale. La gestione dell’acqua
non conosce crisi economica,
nel senso che la sua essenzialità
per la vita la rende immune dal-l’andamento generale dei con-sumi. Gestire il servizio idrico è
monopolio».
E poi ci sono i numeri di uno
studio del ministero dello Svi-luppo Economico che sovverto-no il mantra “privato uguale in-vestimenti”: dal 1990 al 2000, de-cennio in cui si privatizzavano le
aziende municipali dell’acqua,
gli investimenti nel settore idri-co sono diminuiti di oltre il 70
per cento, passando da circa due
miliardi di euro l’anno a 600 mi-lioni; mentre le bollette nel pe-riodo ‘97-2006 sono aumentate
del 61,4 per cento, a fronte di
un’inflazione del 25 per cento.
Intanto in Parlamento qual-cosa comincia a muoversi, con
la costituzione di un gruppo in-terparlamentare composto da
200 deputati di Pd, Sel e M5S.
Obiettivo: riproporre la legge di
iniziativa popolare del 2007 pre-sentata dai comitati e rimasta
chiusa in un cassetto. Che pre-vede la pubblicizzazione com-pleta di tutte le aziende idriche.
E solo allora un piano di investi-mento (pubblico naturalmen-te) per il rifacimento della rete
idrica. Finanziato attraverso la
Cassa depositi e prestiti

martedì 13 agosto 2013

CINA La casa grande come una città dove nascere, vivere e morire

lla Cina della gran-de urbanizzazione,
pronta ad inaugu-rare la prima metro-poli da 80 milioni di
abitanti, mancava un record:
quello del palazzo più grande
del pianeta. L’ha conquistato ie-ri. A Chengdu, capoluogo del Si-chuan, è stato aperto il “New
Century Global Centre”, ben più
di un edificio vasto 50 mila metri
quadrati più dell’aeroporto di
Dubai, a cui ha sottratto il pri-mato. Il nuovo colosso di cristal-lo e cemento, costruito in tre an-ni, è il primo esperimento della
storia di palazzo-città totalmen-te autosufficiente. Assicura di
offrire «tutto ciò che serve ad un
uomo per vivere»: dalla sala par-to, dove si viene al mondo, al ci-mitero, luogo usuale del com-miato. Tra i due estremi, l’equi-paggiamento quotidiano dell’e-sistenza standard: asilo, scuola,
università, casa, uffici, centri
commerciali, banche, biblio-teche, cinema 3D, strutture
sportive, sale congressi, par-chi, giardini, ristoranti, hotel,
ospedale e case di riposo.
La promessa dei proprietari è
lo specchio del desiderio di stu-pire che anima la nazione deci-sa a dominare il secolo: «Inau-gurare l’era delle strutture da
cui non occorre uscire mai per
essere felici». A confermare l’il-lusione, un ufficio distaccato
del Comune: in caso d’urgenza
sarà possibile sposarsi, grazie
ad un romantico ascensore de-dicato, ma chi non ce la fa più
avrà pure l’opportunità di di-vorziare, anche nel cuore della
notte. Considerato lo smog che
incombe sulla Cina, trascorrere
la vita chiusi in un edificio, sen-za mai annusare l’aria che c’è
fuori, potrebbe presto rivelarsi
una necessità. Non è per ora il
caso di Chengdu, gioiello verde
preferito dai panda giganti: il
“New Century Global Centre” si
propone infatti come icona
snob dei nuovi ricchi. La piazza
centrale è stata riservata al “Me-diterranean Village”, una
spiaggia artificiale lunga mezzo
chilometro, affacciata su una
baia con acqua salata, mossa
dalla marea su cui galleggia una
nave dei pirati non solo per
bambini. Uno schermo largo
150 metri e alto 40 riproduce orizzonti virtuali di paradisi
reali: un sole elettrico si esibisce
per gli abitanti, creando albe di-gitali, tramonti, oppure cieli ta-gliati dalle nuvole. Tutti i nume-ri rispondono all’ossessione del
primato, leva del soft-power
globale che anima la nuova lea-dership di Pechino.
Il nuovo condominio è lungo
500 metri, largo 400 e alto 100, la
superficie calpestabile misura
1 milione e 760 mila metri qua-drati, il giardino 400 mila. Per i
maniaci dei confronti: l’Opera
House di Sidney è venti volte
più piccola e la basilica di San
Pietro a Roma  non arriva alla
miseria di 26 mila metri quadri,
praticamente un capitello. Ma
nemmeno questo, per la Cina
dei miracoli che ambisce a «in-ventare una nuova società», era
sufficiente. Tunnel sotterranei ollegano il palazzo al museo
interno d’arte contemporanea,
progettato dall’archistar an-glo-irachena Zaha Hadid,
mentre altre strade condomi-niali conducono a palestre,
campo da golf, stadio, piste ci-clabili, da skate e da patinaggio,
percorsi jogging e ad una serie
di ville per chi, costretto a dor-mire tra 400 mila metri quadri
di negozi, potrebbe sentirsi vit-tima del consumismo.
Teorizzare «una vita comple-ta senza uscire di casa» è un pa-radosso, per il Paese segnato
dalla più impressionante mi-grazione interna di ogni tempo,
capace di spostare dai villaggi
alle megalopoli quasi 700 milio-ni di individui. Per il nuovo na-zionalismo rosso, assetato di
migranti ma pure attento a con-siderare criminali i figli che non
visitano i genitori almeno due
volte al mese, i prodigi dell’edi-lizia sono però il simbolo pa-triottico della Cina prossima al
sorpasso sugli Usa, come le
missioni nello spazio. La pro-paganda esulta così annun-ciando il primo hotel ground-scraper, organizzato su 19 piani
scavati sottoterra, o ricordando
che da marzo Changsha, nello
Hunan, ha sottratto al “Burj
Khalifa” di Dubai il record del
grattacielo più alto del pianeta:
in soli tre mesi i cinesi hanno
eretto lo “Sky City One”, torre
da 838 metri, 220 piani e spazio
per 30 mila residenti.
Due anni fa, nel Jiangsu, per
risparmiare risaie le autorità
avevano inventato il «primo vil-laggio agricolo traslocato den-tro un grattacielo»: i duemila
contadini di Huaxi, mucche,
polli e maiali compresi, erano
stati trasferiti in un solo caser-mone, considerato municipio e
dotato di regolare sindaco. Nul-la però a che vedere con il “pa-lazzo-mondo” di Chengdu, do-tato di una popolazione di 300
mila residenti-consumatori:
questo è davvero un tuffo nella
società futura, il test estremo
della sostenibilità cinese. E
nemmeno a Pechino sanno chi
si potrà salvare.

Università, le tasse d’oro aumenti fino al 167 per cento

S
TUDENTI universitari
“tartassati” dalle tasse
come nel film di Totò.
In appena otto anni, gli
iscritti negli atenei statali si
sono assottigliati mentre le
tasse universitarie sono
cresciute del 50 per cento.
Con picchi, per alcuni ate-nei, di oltre il 100 per cento.
Il salasso emerge dai dati sui
contributi degli studenti
pubblicati dal Miur.N FENOMENO, più vol-te denunciato dalle as-sociazioni studente-sche, che sarebbe anche all’o-rigine del calo di matricole re-gistrato in Italia. Pagare mille e
più euro all’anno per fare stu-diare un figlio all’università
può diventare insostenibile
per una famiglia. Bastano alcu-ni esempi: dal 2004 al 2012 l’u-niversità del Salento ha au-mentato le tasse del 167 per
cento mentre quella di Reggio
Calabria del 119 per cento. Ma
la stangata non riguarda solo i
piccoli atenei. Tra i grandi,
spicca l’università di Palermo
che ha raddoppiato i contribu-ti (+110 per cento) e la Federico
II di Napoli che oggi registra un
aumento del 94 per cento.
Mentre l’ateneo più grande
d’Europa, La Sapienza di Ro-ma, si è contenuto: il carico per
studenti e le famiglie è salito del
57 per cento.
Sul fronte opposto, ci sono le
università virtuose, tra cui Fi-renze, che ha ritoccato del 4,7
per cento appena il balzello e il
Politecnico di Torino, più 14
per cento. Mentre l’università
pubblica più esosa in assoluto
è il Politecnico di Milano, con
una media di quasi mille e 700
euro. Al confronto, gli 842 euro
a studente del Politecnico di
Torino e i 509 del Politecnico di
Bari sono poca cosa. «Un ra-gazzo — dice Marco Mancini,
presidente dei rettori italiani —
decide di non iscriversi per due
motivi: l’incremento delle tas-se universitarie, di gran lunga
più alto rispetto a quello degli
stipendi delle famiglie, e un di-ritto allo studio a dir poco clau-dicante». Su questo punto il
nostro Paese ha la maglia nera.
«In Italia — continua Mancini
— spendiamo una cifra ridico-la: 260 milioni all’anno. In
Francia sono un miliardo e 600
milioni, la Germania 2 miliardi.
Ma di cosa stiamo parlando?».
L’aumento delle tasse - si
giustificano gli atenei - è dovu-to ai tagli imposti dall’ex mini-stro all’Istruzione Mariastella
Gelmini. «A partire dal 2008-2009, il sistema universitario
italiano è stato colpito da un ta-glio di circa un miliardo di euro
(su 7,45 circa) del Fondo di fi-nanziamento ordinario. E non
mi stupisce — conclude il pre-sidente della Crui — se le tasse
siano state incrementate. Cre-do che, costi quel che costi, l’ul-tima cosa da fare è aumentarle
ancora».
Le tasse poi sono solo una
parte della spesa per ottenere
una laurea. «Bisogna tenere
conto di tutti i contributi extra,
dai i test d’ingresso alla laurea»,
denuncia Michele Orezzi, por-tavoce dell’Unione degli uni-versitari. A questi occorre som-mare affitti e mensa per i fuori-sede, trasporti e libri. Anche i
giudici amministrativi si sono
accorti che le tasse universita-rie sono diventate troppo one-rose. Qualche mese fa il Tar del-la Lombardia ha condannato
l’ateneo di Pavia — che aveva
superato, nel 2012, il limite di
tassazione studentesca in rap-porto al finanziamento statale
— a restituire oltre due milioni
di euro di contributi non dovu-ti.
Dividendo l’intera contribu-zione studentesca del 2004
(più di un miliardo e mezzo)
per il numero di iscritti, otto
anni fa ogni ragazzo pagava
mediamente 632 euro di tasse.
Una cifra che nel 2012 è lievita-ta fino 947 euro. Un dato indi-cativo, certo, perché non tiene
conto degli studenti esonerati.
Ma dà la misura di quanto costi
studiare oggi. «È indispensabi-le — conclude il rappresentan-te dell’Udu — che il governo e il
ministro Carrozza pongano ar-gini all’aumento indiscrimina-to delle tasse universitarie: già
ora sono le terze più alte d’Eu-ropa»

domenica 11 agosto 2013

Il supermarket delle buone azioni la spesa si paga con il volontariato

B
abbo, c’è an-che il coco-mero. Guar-da, c’è la bot-tiglia grande
di Coca». I bambini corrono nel
piccolo supermercato Portobel-lo, alla ricerca di tanti «regali», co-me se fosse la vigilia di Natale.
«Mamma, mi prendi le sottilet-te?». È un bel posto, il Portobello.
C’è allegria, in questo sabato, pri-mo giorno di apertura per una
clientela speciale. «I nostri amici
sono persone che hanno bisogno
— dice Angelo Morselli, che gui-da “Volontariamo” — perché
hanno perso da poco il lavoro o
sono in cassa integrazione o mo-bilità. Ma non sono i disperati,
quelli che ormai non vedono un
futuro. Portobello l’abbiamo in-ventato per spingere in alto chi
può tornare a galla. Noi l’aiutia-mo ma lui si deve aiutare, e deve
dare una mano anche a noi. Tec-nicamente, i nostri clienti si pos-sono definire i “vulnerabili”».
Nel supermercato gli euro ser-vono soltanto per farsi un caffè o
un cappuccino (25 centesimi) al-l’angolo bar. Per tutto il resto c’è
una moneta nuova, il “punto”,
nascosto nella tessera sanitaria
con codice fiscale. «I punti sono
60 al mese per chi è solo, più tren-ta per ogni familiare. Genitori
con due figli hanno 150 punti».
Entrano Gianni con moglie e tre
bambini. Lui e lei erano artigiani,
falliti nel 2010. Dopo un anno so-no stati sfrattati da casa. Il Comu-ne ha trovato loro un apparta-mento e ha dato sussidi. Adesso
l’uomo ha ritrovato un lavoro, la
moglie lo sta cercando. Un solo
stipendio per 5 a tavola non ba-sta. Non ci sono più sussidi co-munali ma arrivano i “punti”. En-tra Luigi, moglie e due bambini.
Lei non lavora, lui è in cassa inte-grazione. Hanno grossi problemi
con le finanziarie cui avevano
chiesto prestiti. Entra Abir del Se-negal, con signora incinta e figlio
piccolo. Lui è laureato, lavorava
come tecnico di laboratorio, è
stato mandato a casa. Portobello
lo può aiutare per qualche mese,
nell’attesa di un nuovo posto.
Carrelli e luci e musica in sot-tofondo. Cinque punti per i pan-nolini Conad extralarge, 2 punti
per crostatine Mulino bianco, 2
per il caffè Borghi. Un cocomero
3 punti, 1 lo zucchero (“2 pezzi al
mese”), 0,5 un chilo di farina. Un
punto mezzo chilo di De Cecco, 1
punto un chilo di pennette Co-nad. Riso vialone nano, 2,5. Due
vasetti di omogeneizzati, 2,5. Ci
sono frutta e verdura, in vaschet-te da 1 punto. Olio dai 4 ai 5 pun-ti, massimo tre pezzi al mese. C’è
il parmigiano di alta qualità che
costa 8 punti e in uno scaffale ci
sono le marmellate biologiche.
«Con la crisi — racconta Luigi
Zironi, che guida il Portobello —
tanti sono costretti a comprare
cibo scadente. Qui puoi scegliere
il pezzo pregiato, anche questo è
un modo di reagire. Per ora al Por-tobello sono iscritte 40 famiglie,
ma in un anno arriveremo a 400,
con una spesa di 1 milione di eu-ro. Quasi l’80% ci arriva da Co-nad, Coop e Granarolo e dalle al-tre imprese — i nomi sono quelli
sugli scaffali — che hanno man-dato qui i loro prodotti». La cassa
integrazione regala troppo tem-po libero e allora ci sono anche i
libri, usati, con titoli di Giorgio
Bocca, Piero Angela, Mark
Twain. «A Modena — racconta
l’assessore alle politiche sociali
Francesca Maletti — di fame non
muore nessuno. C’è la Caritas e ci
sono le parrocchie, che danno le
sportine di cibo e il vestiario. Il
Comune aiuta a pagare l’affitto e
le bollette. Portobello è diverso».
C’è infatti chi preferisce impic-carsi in garage, piuttosto di farsi
vedere in fila alla Caritas. «Con
questo market privilegiamo la
povertà che sta a mezza strada e
che pensiamo possa essere mo-mentanea. Noi diamo i punti so-lo a chi ha un reddito familiare IR-PEF superiore a 5.422 euro — sot-to ci sono solo disperati veri o la-voratori in nero — e un valore Isee
non superiore ai 10.000 euro».
In questo “ceto medio” della
povertà una spinta viene accetta-ta solo se non offende la dignità.
«Ecco allora — dice Angelo Mor-selli, che guida anche il coordina-mento di 23 associazioni di vo-lontariato — la proposta dei pun-ti che si possono “pagare” con ore
di lavoro, qui o nelle altre asso-ciazioni. Nessun obbligo, ma do-po sei mesi di aiuto si valuta se il
cliente si è dato da fare nella ri-cerca di uno stipendio e nel vo-lontariato. Puoi non avere trova-to un posto, ma devi dimostrare
di averlo cercato».
«Io sono arrivata qui come vo-lontaria — racconta Alessandra
Cocchi, 47 anni, un figlio all’uni-versità — appena si è cominciato
a parlare di Portobello. Ero già
nella Protezione civile. Volonta-riato vuol dire soprattutto aiuta-re anche se stessi. L’ho capito
l’anno scorso. Lavoravo come
coordinatrice nell’abbigliamen-to, 2.100 euro al mese, e mi hanno
messo in cassa integrazione. Ora
sono in mobilità, 920 euro. Se
non reagisci, ti chiudi in casa.
Tanto, si esce soprattutto per an-dare a lavorare o a fare la spesa.
Senza lavoro e con pochi soldi,
dove vai? Il volontariato ti dà sca-denze, ti obbliga a non stare sul
divano a deprimerti. Paradossal-mente, io volontaria al Portobel-lo forse ne diventerò anche uten-te. I capi, qui, mi hanno detto che
devo fare domanda al Comune
perché ho le carte in regola. In
fondo, credo di essere un esem-pio. Non ti devi vergognare, se hai
perso il lavoro non è colpa tua.
Qui e nelle altre associazioni in-contri persone come te, con la vo-glia di tirarsi fuori. Al Portobello
ho fatto i corsi per fare la cassiera,
il controllo qualità, l’accoglienza,
l’approvvigionamento. Contro
la depressione c’è una sola ricet-ta: non avere nemmeno un’ora
vuota».
Per i bambini c’è un angolo per
fare disegni e giochi. “Babbo, hai
preso il cocomer