sabato 30 marzo 2013

Maledette occasioni perdute ecco perché ci ossessionano

U VIVI in compagnia dei
fantasmi di te stesso. Al-meno una volta al giorno
ripensi al provino che superasti
con il Milan, a tuo padre che, sul-la strada di casa, ti disse di rinun-ciare, si trattava di un’illusione,
alla testa che hai chinato. E ti im-magini mentre alzavi la Coppa ad
Atene, invece. E ora dirigente,
con un passi per la tribuna vip. Al-la donna lontana con cui trascor-resti uL
a sposa ame-ricana” la
chiami, an-che se non
l’hai vista
mai più. Perché consideri quei
sette giorni il vero, perfetto, as-soluto matrimonio della tua vi-ta. Alle sliding doors, a tutte le
direzioni che non hai preso.
Che credi di non aver preso,
perché le vite che non hai vissu-to hanno vissuto te. Ti hanno
occupato, consumato. Sono
state il tuo sogno ricorrente, la
tua fantasia, qualche volta il ri-fugio. Una frustrazione o un
balsamo. Dipende da dove ti ha
portato la vita che chiamano
reale e da quanta saggezza rie-sci a metterci. Perché, nella
peggiore delle ipotesi, potresti
farti rodere dall’invidia per
quella persona che non sei sta-to, dall’odio per quell’altra che
vive in te, ma soltanto lì. E sca-ricare questo peso su chi ti sta
accanto. O, alla fine, su te stes-so.
Adam Phillips è uno psicolo-go inglese elevato dai suoi libri
al ruolo di psicostar internazio-nale. È un abile divulgatore e un
affabile conversatore. Il suo
metodo consiste nel cogliere
un barlume di senso acquatta-to nell’oscurità, enunciarlo e
poi, una volta che ti ha colpito
con quell’evidenza, allegare
pagine di brevi saggi su argo-menti limitrofi. Il prologo è il li-bro, ma il prologo in effetti vale
un libro. Accade anche con
questo Missing Out (Hamish
Hamilton, 20 sterline), non an-cora tradotto in Italia, ma già
apprezzato nei Paesi anglofo-ni. Phillips si occupa delle vite
non vissute e ci segnala questa
considerazione: superata la sli-ding door delle scelte o degli ac-cadimenti, con noi sulla strada
prescelta viaggia l’ombra di
quel che crediamo di non esse-re stati. Il fatto che questa idea
irrealizzata sopravviva può es-sere accertato facilmente.
Chiudete gli occhi e pensateci:
non accompagnate un pezzo
degli Stones immaginando il
musicista che non siete? Non
fantasticate a ogni happy hour
sulla vita del single che non sie-te più da anni? O viceversa, se lo
siete, mentre vi aggrappate al
bancone non v’immaginate la
presunta delizia di riabbraccia-re moglie e figlia al rientro? Se è
così, e probabilmente è così, ha
ragione Adam Phillips: state vi-vendo anche le vite di scorta.
Vite che sono la vostra, anche se
non ve ne rendete conto.
Un'altra psicostar, James
Hillman, ebbe anni fa un suc-cesso planetario con un libro
intitolato  Il codice dell’anima .
Vi si sosteneva la teoria che cia-scuno ha dentro di sé un “dai-mon”, una vocazione, pressohé unica (Michael Jordan,
atleta formidabile, eccelleva
nel basket, ma fallì nel base-ball). Può cercarla in sé e non
trovarla mai. Può scoprirla per
caso. Hillman racconta di una
piccola bambina di colore sali-ta su un palco di Harlem per un
saggio di fine anno e annuncia-ta come danzatrice che tirò la
giacca del presentatore e disse
a sorpresa: «Canto, invece». Era
Ella Fitzgerald, improvvisa-mente consapevole di sé.
I testi di Phillips e Hillman sono complementari. Inseguia-mo il “daimon”, lo evochiamo,
ma spesso non riusciamo a in-carnarlo. Allora permane in noi
come ombra, illusione, frustra-zione. Perché le vite che non so-no la nostra ma che tuttavia vi-viamo non sono certo i pericoli
scampati, i fallimenti evitati, i
delitti non castigati. Quelli ce li
lasciamo alle spalle con una
scrollata, un po’ come l’oculi-sta di Crimini e misfatti, uno dei
più bei film di Woody Allen.
Commissiona l’omicidio de’amante invasiva, non viene
scoperto e si accorge con stu-pore che la sua vita va avanti, ri-pensa sempre meno a quel che
ha fatto, non si immagina inda-gato, accusato, carcerato. Sono
le mancate soddisfazioni a ra-dicarsi dentro i nostri sogni.
Che farne? La soluzione più
semplice è continuare a inse-guirle. Capita, seppur rare vol-te, che le porte girevoli, ruotan-do su se stesse, ripropongano a
distanza di tempo l’uscita per-duta. Un magistrato come
Giancarlo De Cataldo o un den-tista come Ala Al Aswany diven-tano scrittori di successo. Il ca-postazione Gianmaria Testa
sfonda (in Francia) come can-tautore. Un comico crea un
movimento politico e vince le
elezioni. Fiorentino Ariza ritro-va Firmina Daza. Carlo, Camil-la. Le vite di scorta si sostitui-scono a quelle originali, il mo-tore canta, sì viaggiare. Facile.
Bello. E se non accade? Uno dei
guasti più diffusi è la consegna
del problema all’erede. Uomi-ni e donne che hanno desidera-to per sé un camice o qualche
altra divisa iscrivono figli sva-gati a Medicina, li funestano
con lezioni di pianoforte, li mi-surano per capire quando po-tranno finalmente essere futu-ri campioni di pallacanestro.
Mai, probabilmente. Perché
magari avranno le qualità che
mancavano ai genitori ma non
ne avranno (soprattutto se so-billati) la volontà. Ogni vita è
unica, anche nel non vissuto. E
proprio perché unica non può
consentirsi di fronte al bivio, di
qua o di là, la risposta: in en-trambe le direzioni. La non
scelta porta alla tragedia. Uno
dei terroristi dell’11 settembre
era sposato con una donna tur-ca in Germania. La notte prima
di morire ha fatto testamento e
una lunga telefonata a lei piena
di progetti dei quali appariva ed
era convinto. È andato a
schiantarsi pensando a come
organizzare il ricevimento di
famiglia a Beirut. Il caporal
maggiore Salvatore Parolisi,
omicida o no che sia, prenotò
due soggiorni per le vacanze
pasquali, uno con la moglie e
l’altro con l’amante, come se
potesse ubiquamente fruirne,
avendo due vite.
Non accettare l’esistenza co-me irrimediabile può determi-nare un danno. Vivere è gioca-re alla roulette. Si fanno scelte
continue et rien ne va plus. Il
colore su cui la pallina si ferma
determina la vincita, poi c’è un
altro turno e, come invita il
croupier, ognuno rifà il suo gio-co. Chi si ferma a riesaminare,
rimpiangere, rivivere il giro di
ruota precedente perde possi-bilità. Perde e basta. Succede a
tanti, un po’ a tutti. Ecco perché
i casinò prosperano e il destino
è considerato crudele mentre
è, nient’altro.a settimana in California

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