sabato 30 marzo 2013

Pronti a tutto per cani e gatti così la salute degli animali diventa un business milionario

P
ER correggere problemi
alla colonna vertebrale,
ad esempio, si affronta-no operazioni da 3-4mila eu-ro. «Chi prende un cane o un
gatto, oggi è disposto a fare
sacrifici importanti, gli ani-mali sono entrati a pieno ti-tolo nel nostro stato di fami-glia», spiega Marco Melosi,
presidente di Anmvi, l’asso-ciazione dei medici veteri-nari. «Mi sono laureato alla
fine degli anni Ottanta,
quando facevi questo lavoro
usando il termometro e poco
più. Oggi abbiamo strumen-tazioni sofisticate, cliniche
con le migliori tecnologie, e
curiamo disturbi cardiaci
grazie a medicine che una
volta non c’erano».
Malgrado la crisi, il fattura-to dell’industria del farmaco
in Italia, circa 245 milioni di
euro, tra il 2011 e il 2012 è sa-lito del 2%. C’è stato però un
calo di prezzo di alcuni pro-dotti, e se si prendono in
considerazione le confezio-ni vendute l’aumento è più
marcato e sale al 4-5%. E la
spesa per curare gli animali
da compagnia non è spinta
verso la crescita, come invece
per gli uomini, dall’invec-chiamento della popolazio-ne e dall’aumento delle ma-lattie croniche. «C’è una ten-denza a prendersi più cura
dei propri animali, ed essere
più responsabili, un po’ come
sta avvenendo nei paesi an-glosassoni», dice Roberto Ca-vazzoni, il direttore di Aisa,
che raccoglie le imprese pro-duttrici di farmaci per anima-li. In tutto sono 27 e circa la
metà sono multinazionali
che producono anche per
l’uomo. Del resto molti dei
medicinali sono gli stessi,
cambiano solo i dosaggi. Ne-gli Usa molte aziende farma-ceutiche puntano su questo
settore per alzare i fatturati,
come ha scritto il  Wall Street
Journal. «E infatti si stanno
inventando molte molecole
nuove, per questo ci aspette-remmo anche un incremen-to di fatturato più alto. È che
alcuni prezzi sono un po’ sce-si», spiega il presidente di Ai-sa Paolo Giulio Predieri. I far-maci veterinari vengono au-torizzati e registrati dal mini-stero della Salute, in questo
momento sul mercato italia-no ce ne sono 2.137. Una buo-na parte servono per gli ani-mali da allevamento. Sono
578 quelli che possono essere
usati per i cani e 361 per i gat-ti.
Secondo l’Eurispes, il 55%
dei 24 milioni di famiglie ita-liane hanno un cane o un gat-to. Quasi due terzi di coloro
che hanno un animale, il 63%,
spendono meno di 100 euro
all’anno per le cure. Si può
calcolare una spesa totale in-torno agli 800 milioni di euro.
Comprare il cibo costa nella
maggior parte dei casi, il 53%,
entro i 30 euro al mese. «Se da
una parte riscontriamo spese
sempre più alte, dall’altra ci
sono dei segnali di difficoltà»,
spiega ancora Melosi, «men-tre gli interventi e le cure ur-genti e quelli sulle malattie
importanti sono sempre più
diffusi, ma notiamo un calo di
attenzione per attività di pre-venzione come i vaccini. E
non dobbiamo dimenticare
che le prestazioni veterinarie,
al contrario di quelle per l’uo-mo, sono gravate dall’Iva al
21%. Nel nostro settore, poi,
sui farmaci generici, sempre
più diffusi, non ci sono gran-di sconti. Infine, le spese vete-rinarie sono state messe nel
redditometro e le detrazioni
fiscali sono ridotte al lumici-no, appena 45 euro all’anno

Maledette occasioni perdute ecco perché ci ossessionano

U VIVI in compagnia dei
fantasmi di te stesso. Al-meno una volta al giorno
ripensi al provino che superasti
con il Milan, a tuo padre che, sul-la strada di casa, ti disse di rinun-ciare, si trattava di un’illusione,
alla testa che hai chinato. E ti im-magini mentre alzavi la Coppa ad
Atene, invece. E ora dirigente,
con un passi per la tribuna vip. Al-la donna lontana con cui trascor-resti uL
a sposa ame-ricana” la
chiami, an-che se non
l’hai vista
mai più. Perché consideri quei
sette giorni il vero, perfetto, as-soluto matrimonio della tua vi-ta. Alle sliding doors, a tutte le
direzioni che non hai preso.
Che credi di non aver preso,
perché le vite che non hai vissu-to hanno vissuto te. Ti hanno
occupato, consumato. Sono
state il tuo sogno ricorrente, la
tua fantasia, qualche volta il ri-fugio. Una frustrazione o un
balsamo. Dipende da dove ti ha
portato la vita che chiamano
reale e da quanta saggezza rie-sci a metterci. Perché, nella
peggiore delle ipotesi, potresti
farti rodere dall’invidia per
quella persona che non sei sta-to, dall’odio per quell’altra che
vive in te, ma soltanto lì. E sca-ricare questo peso su chi ti sta
accanto. O, alla fine, su te stes-so.
Adam Phillips è uno psicolo-go inglese elevato dai suoi libri
al ruolo di psicostar internazio-nale. È un abile divulgatore e un
affabile conversatore. Il suo
metodo consiste nel cogliere
un barlume di senso acquatta-to nell’oscurità, enunciarlo e
poi, una volta che ti ha colpito
con quell’evidenza, allegare
pagine di brevi saggi su argo-menti limitrofi. Il prologo è il li-bro, ma il prologo in effetti vale
un libro. Accade anche con
questo Missing Out (Hamish
Hamilton, 20 sterline), non an-cora tradotto in Italia, ma già
apprezzato nei Paesi anglofo-ni. Phillips si occupa delle vite
non vissute e ci segnala questa
considerazione: superata la sli-ding door delle scelte o degli ac-cadimenti, con noi sulla strada
prescelta viaggia l’ombra di
quel che crediamo di non esse-re stati. Il fatto che questa idea
irrealizzata sopravviva può es-sere accertato facilmente.
Chiudete gli occhi e pensateci:
non accompagnate un pezzo
degli Stones immaginando il
musicista che non siete? Non
fantasticate a ogni happy hour
sulla vita del single che non sie-te più da anni? O viceversa, se lo
siete, mentre vi aggrappate al
bancone non v’immaginate la
presunta delizia di riabbraccia-re moglie e figlia al rientro? Se è
così, e probabilmente è così, ha
ragione Adam Phillips: state vi-vendo anche le vite di scorta.
Vite che sono la vostra, anche se
non ve ne rendete conto.
Un'altra psicostar, James
Hillman, ebbe anni fa un suc-cesso planetario con un libro
intitolato  Il codice dell’anima .
Vi si sosteneva la teoria che cia-scuno ha dentro di sé un “dai-mon”, una vocazione, pressohé unica (Michael Jordan,
atleta formidabile, eccelleva
nel basket, ma fallì nel base-ball). Può cercarla in sé e non
trovarla mai. Può scoprirla per
caso. Hillman racconta di una
piccola bambina di colore sali-ta su un palco di Harlem per un
saggio di fine anno e annuncia-ta come danzatrice che tirò la
giacca del presentatore e disse
a sorpresa: «Canto, invece». Era
Ella Fitzgerald, improvvisa-mente consapevole di sé.
I testi di Phillips e Hillman sono complementari. Inseguia-mo il “daimon”, lo evochiamo,
ma spesso non riusciamo a in-carnarlo. Allora permane in noi
come ombra, illusione, frustra-zione. Perché le vite che non so-no la nostra ma che tuttavia vi-viamo non sono certo i pericoli
scampati, i fallimenti evitati, i
delitti non castigati. Quelli ce li
lasciamo alle spalle con una
scrollata, un po’ come l’oculi-sta di Crimini e misfatti, uno dei
più bei film di Woody Allen.
Commissiona l’omicidio de’amante invasiva, non viene
scoperto e si accorge con stu-pore che la sua vita va avanti, ri-pensa sempre meno a quel che
ha fatto, non si immagina inda-gato, accusato, carcerato. Sono
le mancate soddisfazioni a ra-dicarsi dentro i nostri sogni.
Che farne? La soluzione più
semplice è continuare a inse-guirle. Capita, seppur rare vol-te, che le porte girevoli, ruotan-do su se stesse, ripropongano a
distanza di tempo l’uscita per-duta. Un magistrato come
Giancarlo De Cataldo o un den-tista come Ala Al Aswany diven-tano scrittori di successo. Il ca-postazione Gianmaria Testa
sfonda (in Francia) come can-tautore. Un comico crea un
movimento politico e vince le
elezioni. Fiorentino Ariza ritro-va Firmina Daza. Carlo, Camil-la. Le vite di scorta si sostitui-scono a quelle originali, il mo-tore canta, sì viaggiare. Facile.
Bello. E se non accade? Uno dei
guasti più diffusi è la consegna
del problema all’erede. Uomi-ni e donne che hanno desidera-to per sé un camice o qualche
altra divisa iscrivono figli sva-gati a Medicina, li funestano
con lezioni di pianoforte, li mi-surano per capire quando po-tranno finalmente essere futu-ri campioni di pallacanestro.
Mai, probabilmente. Perché
magari avranno le qualità che
mancavano ai genitori ma non
ne avranno (soprattutto se so-billati) la volontà. Ogni vita è
unica, anche nel non vissuto. E
proprio perché unica non può
consentirsi di fronte al bivio, di
qua o di là, la risposta: in en-trambe le direzioni. La non
scelta porta alla tragedia. Uno
dei terroristi dell’11 settembre
era sposato con una donna tur-ca in Germania. La notte prima
di morire ha fatto testamento e
una lunga telefonata a lei piena
di progetti dei quali appariva ed
era convinto. È andato a
schiantarsi pensando a come
organizzare il ricevimento di
famiglia a Beirut. Il caporal
maggiore Salvatore Parolisi,
omicida o no che sia, prenotò
due soggiorni per le vacanze
pasquali, uno con la moglie e
l’altro con l’amante, come se
potesse ubiquamente fruirne,
avendo due vite.
Non accettare l’esistenza co-me irrimediabile può determi-nare un danno. Vivere è gioca-re alla roulette. Si fanno scelte
continue et rien ne va plus. Il
colore su cui la pallina si ferma
determina la vincita, poi c’è un
altro turno e, come invita il
croupier, ognuno rifà il suo gio-co. Chi si ferma a riesaminare,
rimpiangere, rivivere il giro di
ruota precedente perde possi-bilità. Perde e basta. Succede a
tanti, un po’ a tutti. Ecco perché
i casinò prosperano e il destino
è considerato crudele mentre
è, nient’altro.a settimana in California

lunedì 25 marzo 2013

Il trucco della lavatrice studiata per autodistruggersi

A LAVATRICE non gira
più, la tv non rende più
fedelmente i colori nelle
immagini, o all’improvviso lo
schermo resta buio. La lava-stoviglie sbaglia i programmi o
perde acqua, il frigorifero s’in-ceppa. E in ogni caso del gene-re il tecnico, chiamato d’ur-genza, scuote la testa: «Che
vuole, non è più in garanzia»D
ITE la verità, a quanti di
voi è già successo? E
quante volte avete avuto
il sospetto che elettrodomestici
o altri oggetti d’uso quotidiano
(magari anche diverse auto di
massa) siano prodotti per rom-persi apposta allo scadere della
garanzia? Il peggio viene poi
dalla successiva osservazione
del tecnico o meccanico: «Non
le conviene riparare, costa
troppo, meglio comprarne uno
nuovo». Ora uno studio com-missionato dai Verdi tedeschi a
scienziati ed economisti per la
prima volta dice che purtroppo
abbiamo ragione: il principio si
chiama “obsolescenza pro-grammata”. Serve a produrre e
vendere di più. Pazienza se solo
nella Repubblica federale, in
qualche anno, lo scherzetto è
costato 100 miliardi agli ignari
consumatori.
L’idea di indagare è venuta al
gruppo parlamentare degli
ecologisti. Un esperto, Stephan
Schridde, e il professor Chri-stian Kleiss della facoltà di Eco-nomia di Aalen, si sono messi al
lavoro studiando una ventina
di elettrodomestici e altri pro-dotti di largo consumo. I risul-tati sono scoraggianti. Per noi
consumatori almeno, non per
chi produce e vende di più.
È un vecchio trucco, l’obsole-scenza programmata, dice il
rapporto. L’associazione dei
produttori di elettrodomestici
di qui replica che «se fosse così i
consumatori cambierebbero
subito marca, e le aziende si ro-vinerebbero». Ma già nel 1924 i
produttori di lampadine con-clusero un accordo segreto:
produrle perché durassero non
più di mille ore. Decenni dopo
furono scoperti, ma il divieto di
limitarne la vita non è stato mai
applicato davvero.
E che dire della tv, davanti a
cui ci sediamo ogni sera? Oggi si
possono acquistare splendidi
televisori ultrapiatti, con tele-comandi con mille funzioni e
l’allaccio a internet. Peccato
che spesso all’interno abbiano
condensatori elettrolitici di
scarsa qualità, che non vivono
molto più della garanzia. Un al-tro caso storico di complotto ai
danni del consumatore avven-ne con le calze di nylon: quando
furono lanciate sul mercato nel
1940 erano così robuste che
l’industria subì un crollo nelle
vendite, duravano troppo. I
produttori allora si accordaro-no: modificarono la fibra, e ne
misero a punto una più fragile.
Torniamo agli elettrodome-stici. Senza lavatrici o lavastovi-glie, la vita quotidiana d’una fa-miglia sarebbe un inferno, è ve-ro. Pochi sanno però che la loro
durata media è crollata, dai do-dici anni del 1998 ai sei anni e
mezzo attuali, che scendono
addirittura a tre anni appena
per i prodotti più economici. In
spazzolini da denti elettrici,
mixer, frullatori, le ruote denta-te che li muovono sono troppo
fragili per durare quanto vor-remmo. Ma anche i nuovi stru-menti della comunicazione
mobile, dall’iPod a diversi
smartphone, a computer por-tatili si sono attirati proteste e,
negli Usa, anche una class ac-tion. Perché le loro batterie non
sono sostituibili, al contrario di
quanto avviene nei cellulari tra-dizionali, quindi quando si sca-ricano bisogna mettere mano al
portafogli. Ripararli è impossi-bile, o troppo difficile e costoso.
Una scelta strategica, dun-que. «L’obiettivo è la massimiz-zazione della rendita di capita-le», afferma Stefan Schridde. E
lo studio scritto a quattro mani
con Kreiss sottolinea: poiché
aumenta le vendite, “la strate-gia del deterioramento della
qualità dei prodotti viene alla fi-ne premiata dall’aumento degli
utili”. Viva chi vende, tanto peg-gio per chi compra e deve pre-sto ricomprare. Di economia
ecologica e sostenibile poi
neanche a parlarne.

domenica 24 marzo 2013

Battesimi in calo, aumentano i divorzi così adesso l’Italia si scopre più laica Negli ultimi vent’anni è cresciuto “l’indice di secolarizzazione”

S
I CHIAMA Indice di seco-larizzazione e lo calcola
ogni anno, da otto anni,
un rapporto elaborato dall’Os-servatorio Laico, sostenuto
dalla Fondazione Critica Libe-rale assieme alla Cgil Nuovi Di-ritti. Bene, l’ultimissimo Rap-porto dà un fixinga quota 1,38.
Era pressoché zero nel 2001.
Era sottozero, a quota -1,64, nel
1991.
Un numero astratto, che sin-tetizza però decine di tendenze
reali. Non tutte lineari. Tant’è
che nel 2010, ultimo anno di ri-levazione, l’indice ha fatto un
lieve passo indietro. Segno che
la Chiesa italiana non se ne sta
con le mani in mano, combatte
la sua battaglia in qualche caso
con efficacia. Se prendiamo i
battesimi, atto di iscrizione del
singolo alla comunità dei cre-denti, dal 1991 al 2010 se ne so-no persi per strada uno su cin-que, ossia quasi centomila. Va
messo nel conto anche il calo
delle nascite, certo, e qualcosa
si recupera con l’apporto degli
immigrati cattolici. Ma anche
le prime comunioni sono cala-te del 20% in vent’anni (lieve re-cupero nell’ultimo anno). Ogni
mille cattolici nel ’91 si conta-vano quasi dieci prime comu-nioni l’anno: ora, meno di otto.
Gli andamenti non sono
però sempre lineari. Ci sono
soste, controtendenze. Quelli
tra il 2005 e il 2007, i primi del
pontificato di Ratzinger, sem-brano essere stati anni di recu-pero, o almeno di freno: sepa-razioni in rallentamento (ri-prese poi con forza dal 2007),
divorzi pressoché stabili a quo-ta 54mila negli ultimi 3 anni
(ma più che raddoppiati dal
’91), matrimoni religiosi meno
rovinosamente in crisi (anzi, in
lieve ripresa fra 2009 e 2010) an-che se, nel 2011, si registra lo
storico sorpasso delle nozze ci-vili nel Nord Italia (51,7 contro
48,3%). La Chiesa, infatti, regisce raddoppiando l’attivi-smo sociale. I “centri per la vi-ta”, nuova veste dei consultori
familiari cattolici, sono quin-tuplicati in vent’anni, e la con-troffensiva alla legge 194 ottie-ne significative vittorie: gli
ospedali pubblici in cui è possi-bile abortire sono calati di un
quinto in vent’anni, con obie-zioni di coscienza strategiche.
A una deriva comportamenta-le, insomma, la Chiesa rispon-de con uno sforzo istituzionale.
Può farlo grazie a risorse mate-riali che non sembrano affatto
in crisi: benché le firme per l’8
per mille fossero in calo co-stante a metà del primo decen-nio, il gettito fiscale trasferito
dallo Stato alla Chiesa è cre-sciuto esponenzialmente, su-perando il miliardo di euro nel
2010. Dato curioso, se si consi-dera che invece le donazioni
spontanee, in vent’anni, sono
diminuite di un terzo. Deve però arrangiarsi con ri-sorse umane in calo: 8mila sa-cerdoti in meno di vent’anni fa.
I seminari soffrono, invece è un
vero boomdi diaconi: triplicati.
Ma anche questo è un parados-sale segno di secolarizzazione:
non soggetti a voti, i diaconi
possono sentirsi uomini di Dio
senza rinunciare alla famiglia.
In queste condizioni, la mappa
degli interventi viene rimodu-lata. La sorpresa è una certa sta-si nell’educazione (scuole cat-toliche ferme al 14% del totale,
ma hanno perso ottantamila
alunni in vent’anni) e una ri-collocazione sul sostegno alla
famiglia e l’assistenza agli an-ziani: l’invecchiamento della
popolazione ha i suoi effetti an-che nelle opere.
Infine, la Chiesa deve fron-teggiare l’erosione del suo ma-gistero sociale in un contesto di
oscuramento mediatico. La
sorpresa viene da un rapporto
parallelo sulla presenza reli-giosa in tv: i tempi di schermo
dedicati alla Chiesa cattolica
(che la fa comunque da padro-na col 92% di presenze) si sono
contratti nel 2011, soprattutto
nei telegiornali: da 10 a 8 ore sul
Tg1, da 6 a 3 sul Tg2, da 8 a 5 sul
Tg5, ma anche nei talk show
(crollo del tema religioso a Por-ta a Porta, da 49 trasmissioni a
12).
Il dossier laico dà una spie-gazione maliziosa: in anni di
infortuni mediatici come lo
scandalo pedofilia e le polemi-che sull’Ici esentata, per il bene
stesso delle gerarchie era il ca-so di mettere un po’ la sordina
alle notizie sulla Chiesa. Un
cordone mediatico-sanitario
rimpiazzato da un flusso cor-poso di fiction “benedette”,
ben 268 puntate. Ma neanche
le vite dei santi sembrano in
grado, al momento, di invertire
una tendenza di lungo perio-do. La secolarizzazione lenta, a
volte esitante ma progressiva
del paese cardine del cattolice-simo è sul tavolo di papa Fran-cesco.