L’italiano era un fotografo di 30 anni, il russo Mironov che è morto con lui in una buca
nei dintorni di Sloviansk era un dissidente e attivista dei diritti umani di 60. «Se sei nel posto giusto le cose succedono», dicevano. Ma il loro non è solo un lavoro. Quando vanno in Ucraina, Daghestan, in Inguscezia, nell’Ossezia di Beslan o in Afghanistan o nelle primavere arabe, la voglia
di emergere o di mettersi alla prova che all’inizio li muove cede presto alla passione
per gli altri. Fino a diventare una seconda
vita. Perché per fare il reporter dei conflitti che insanguinano il pianeta bisogna
soprattutto avere fiducia nel valore di ciò
che si dice al mondo. Sapendo che il mondo non ne ha voglia.
H
O GUARDATO, l’avrete
fatto anche voi, tutto
quello che trovavo in
rete sui due uomini
trucidati in una terra
di nessuno a Sloviansk: un fotografo free-lance italiano e il suo
traduttore, avevano detto le prime notizie. Poi erano arrivati i nomi — si chiamavano Andrea tutti due, Andrea Andy Rocchelli e
Andryj Mironov — e infine la conferma che erano morti. Di Rocchelli, che a 30 anni era uno dei
migliori fotoreporter italiani,
avevo già visto le fotografie in
bianco e nero da Kiev, non abbastanza da impararne il nome. Per
noi spettatori comuni le fotografie memorabili sono come certe
canzoni, che riconosciamo anche se non sappiamo chi fosse
l’autore. Di Mironov, 60 anni, il
doppio dell’altro Andrea, sapevo
molte cose, perché era un personaggio di primo piano per chi si
fosse occupato di opposizione in
Russia e di Caucaso.
Imparare a fotografare, filmare, scrivere, è importante: ma la
cosa più importante è trovarsi
nel posto giusto. «Put yourself in
the situation and things will happen»: l’ho trovato nel sito dell’agenzia di Rocchelli e dei suoi compagni, Cesura, fa da titolo a una
mostra. Se vai nel posto giusto, le
cose succedono: uno scatto essenziale, un video incomparabile. Succede anche di morire, nel
posto giusto. La probabilità (la
fatalità, la chiamano poi quelli rimasti a casa) è in proporzione diretta con il valore della testimonianza. Si mette su un piatto la
verità da vedere e mostrare, sull’altro il rischio. In rete ho letto il
consiglio di un fotografo professionista agli aspiranti free-lance:
«Concentrati sulle foto che possano trovare un compratore. Soprattutto sport, matrimoni,
eventi in generale». Eventi in generale è un modo educato di tacere l’esuberante offerta mondiale di guerre, catastrofi, crimini, naufragi, epidemie che si apre
davanti alla domanda dei freelance che ormai siamo pressoché
tutti, ognuno con la sua misura di
allontanamento da casa. C’è un
video girato da Rocchelli nella
guerra civile kirghiza del 2010:
occorre stomaco forte per guardarlo, dà la misura del suo coraggio, e anche della fiducia che bisogna avere nel valore di ciò che
si mostra al mondo, sapendo che
il mondo non ne ha voglia.
Rocchelli e i suoi amici spiegano che i loro lavori commerciali
servono a pagare i reportage dai
luoghi delle guerre e dei dolori
senza voce. Amano la fotografia,
si sono formati alla scuola dei migliori, considerano essenziale la
stampa. Quando si va, come aveva fatto Rocchelli, in Daghestan,
o in Inguscezia, o nell’Ossezia di
Beslan, o in Afghanistan e nelle
primavere arabe e nella piazza
Maidan, qualunque ragione vi
abbia spinti, la voglia di emergere, o di mettervi alla prova, cede
presto, nei migliori, alla passione
per gli altri. Si guadagna una doppia vita: si conserva la propria, il
paese, la casa, la famiglia — il figlio di tre anni — cui ogni volta si
torna, e se ne conquista una dentro un altro paese, un altro popolo, senza più casa, con le famiglie
squartate, i bambini orfani. Che
Rocchelli e Mironov fossero insieme in quella terra di nessuno
degli sparatori non è un caso, e
nemmeno una fatalità. Se non
sbaglio, erano stati compagni di
quella missione civile già nel
Caucaso. Mironov, figura di rilievo di Memorial, amico di Anna
Politkovskaja, dissidente nella
vecchia Urss e nella “sbirrocrazia” putiniana (così la chiama, ricordando si compone al 75 per
cento di ex dipendenti del KGB),
fu prigioniero ancora in epoca
gorbacioviana per diffusione di
samizdat («ricopiai a mano migliaia di libri»), subì una pesante
aggressione fisica, si batté tenacemente per la nonviolenza contro la guerra cecena. In Italia era
assiduo, da ultimo era venuto a
sostenere che la lotta per la democrazia in Russia coincideva
con la lotta per la democrazia in
Ucraina e per l’Europa dei diritti.
Radio Radicale (era stato iscritto) ha ritrasmesso un’intervista
del 2004 in cui spiegava nel suo
italiano limpidissimo che la storia era sempre quella del “piccolo Cappuccio Rosso”, e che c’era
sempre bisogno di una guerra,
oggi in Cecenia, domani in Georgia — dopodomani in Ucraina —
per rispondere alla domanda:
«Perché hai i denti così grandi?»
Secondo il Cremlino, diceva,
«non c’è nessuno a cui parlare, in
Cecenia, c’è solo a cui sparare».
Delle tante fotografie che abbiamo guardato ieri, dopo la notizia dal Donetsk, due specialmente vorrei ritenerne: una fatta da Rocchelli, e una no. La prima, che era comprensibilmente
in cima a tanti siti, è quella dei
bambini seduti in uno scantinato, uno sgabuzzino sotto una botola, per ripararsi dalle bombe:
dieci bambini «adottati dalla famiglia Kushov», a colori questa
volta, stretti su panchetti di fortuna sotto vasi di conserve e sottaceti, che guardano in su verso
il loro giovane visitatore italiano
diventato padre. Niente di più ovvio che fotografare bambini dentro una guerra civile: per questo
era difficile fare una fotografia
così bella. Il servizio andò sulla
Novaja Gazeta, il giornale di Anna Politkovskaja.
La seconda foto è quella in cui
Rocchelli e Mironov, l’Andrea veterano e l’Andrea giovane, sono
in posa l’uno accosto all’altro. Se
sorridessero, sembrerebbe che
stiano inscenando per scherzo
una certa aria marziale. Ma sono
seri, e Mironov, sovrastato nella
statura, se ne sta testa alta, con
la fierezza che si terrebbe davanti al fotografo della matricola carceraria. Quando lo liberarono,
Mironov dichiarò: «Sono un turista che ha visitato il gulag». Questa volta magari avrebbe detto:
«Sono un turista che ha visitato
l’Ucraina». Il colpo di mortaio ha
portato via la testa a Mironov.
Rocchelli, ha detto il suo amico
e collega Micalizzi, voleva raccontare la storia di due amici
ucraini che si trovavano dalla
parte opposta della barricata: come in tutte le guerre civili, come
in tanta storia italiana. Andrea,
Andryj, sono finiti in mezzo, e
hanno fatto da bersaglio deliberato; poi lo scambio di accuse fra
kievisti e filorussi. Scambio inutile: sono stati ambedue. Naturalmente, a riguardarla ora quella fotografia sembra attraversata da un presagio. Non è così, era
una foto ricordo, che si sarebbero portati indietro, uno a Mosca,
l’altro sull’Appennino piacentino, fino alla prossima missione.
Però nelle donne e negli uomini
che partono per andare agli angoli bui della terra, a vedere e raccontare, o a curare e aiutare, o solo a capire, l’ombra di un presagio c’è, anche quando ridano forte, facciano le smorfie e dicano alla camera: Ciao mamma.
© RIPRODUZION
lunedì 2 giugno 2014
Uber e i suoi fratelli dividono l’Italia
N
ONpossedere niente, ma usare tutto.
Accedere a un servizio, senza mai
comprarlo. Condividere oggetti, capacità, automobili, il tempo e gli spazi. C’è
addirittura chi pensa che il capitalismo finirà così, seppellito
dalla sharing economy. Per
adesso, l’effetto concreto in Italia di Uber Pop, Blablacar,
Airbnb, Becrowdy, Coworking
for e delle altre 100 e passa piattaforme di condivisione attive è
quello del grimaldello: fanno
scricchiolare monopoli antichi,
scardinano a poco a poco mercati dominati dalle lobby, protetti dalla politica e da vecchie
leggi, rese desuete dalla tecnologia ma sempre e comunque
leggi. Quello che sta succedendo a Milano, con i tassisti in sciopero da tre giorni, ne è la prevedibile conseguenza.
Uber pop, Blablacar, Lyft e le
altre app dedicate alla mobilità
mettono in contatto gli automobilisti per organizzare passaggi
in macchina. Sono entrate, con
innegabili forzature della legge
quadro che risale al 1992, in un
settore prima dominato dalle sigle dei tassisti, negli anni capaci
anche di imporre ai sindaci i tetti alle licenze. «Sono illegali —
continuano a sostenere i sindacati delle auto bianche — funzionano come taxi abusivi, fanno
concorrenza sleale. Eppure noi
le licenze le abbiamo pagate
100, 150 mila euro. Lo Stato, o i
Comuni, devono fermarli, ci devono proteggere».
Negli ultimi due anni nel nostro Paese sono spuntate 136
piattaforme digitali di sharing
economy, soprattutto al Nord.
Nel 2013 il 13 per cento della popolazione, 7 milioni italiani, le ha
utilizzate almeno una volta: condividendo con sconosciuti l’automobile, un posto letto, la babysitter, l’abilità ai fornelli, barattando oggetti, raccogliendo fondi. «Boom dovuto alla crisi e alla
familiarità crescente con social
network e smartphone — spiega
Marta Manieri, gestore del sito
collaboriamo.org — il fenomeno
crescerà ancora, le possibilità sono enormi. I benefici per chi partecipa, in termini di risparmio,
pure. Per l’Expo faremo sperimentazioni coi servizi di mobilità, di accoglienza e del food». La
logica è quella del peer to peer,
quella del primo eBay per intenderci, anno 1996, quando era solo un bazar online di oggetti usati: due utenti si scambiano qualcosa attraverso un portale che
ha un margine di guadagno. Da
lì in poi sono nate centinaia di
startup, spesso border linerispetto a normative e leggi.
Prendete Becrowdy, Boomstarter, Dropis, Eppela, Prestiamoci e le altre le 22 piattaforme
del crowfunding, il micro-finanziamento dal basso, utilizzabili
in Italia. Grazie ad esse si sono
raccolti finora 23 milioni di euro,
l’80 per cento dei quali con la formula del social lending, del prestito senza l’intermediazione
bancaria finalizzato alla realizzazione di progetti. Una goccia
nel mare della finanza, certo,
ma comunque un’incursione
nel mondo in cui da sempre i padroni sono gli istituti bancari, e
solo loro. «La sharing economy
ha sicuramente questo di positivo — spiega Mario Maggioni, docente di politica economica all’Università Cattolica di Milano
— abbatte barriere “artificiali”
create in alcuni mercati. Tant’è
che la nuova legge sulle banche
di investimento ha cercato di includere le forme di crowdfunding».
Ma non è tutto sharing quello
che luccica, a quanto pare. «Ci sono anche dei criteri di qualità e sicurezza che i servizi pubblici,
quali questi sono, devono comunque garantire — continua
Maggioni — non credo che tutte
le forme di affitto tra privati rispondano sempre a tali requisiti». Il riferimento è a Airbnb, la
app inventata a San Francisco
nel 2008 che sta avendo un gran
successo: bypassando agenzie immobiliari e siti specializzati tipo booking.com o expedia (su di
loro l’Antitrust italiano ha aperto un’istruttoria per possibili violazioni della concorrenza), ha
messo in piedi in 194 paesi una
rete di 600mila alloggi per l’affitto a breve termine di stanze,
appartamenti, a volte castelli.
Come unica garanzia della qualità delle sistemazioni, le foto e i
feedback degli altri utenti.
«In Italia Airbnb ha un ruolo
diverso, meno dirompente rispetto a Uber», spiega Matteo
Stifanelli, il country manager.
«L’affitto a breve termine è perfettamente legale da anni, e di
fatto la nostra startup ha regolato situazioni già esistenti». Stifanelli ricorre all’esempio di Milano, durante la design week: «I
milanesi da anni affittano ai
viaggiatori stanze e appartamenti nella settimana del design. Con Airbnb hanno la possibilità di farlo seguendo le disposizioni di legge, tutto qua. Quest’anno abbiamo avuto 5000 posti, quasi tutti affittati».
Il servizio di intermediazione
costa il 10 per cento dell’importo
giornaliero, stabilito da chi mette a disposizione l’alloggio, ed è
chiaro dove sia il business in un
paese come il nostro che conta
48 milioni di arrivi all’anno.
Tant’è che ogni giorno 12mila
persone utilizzano il sito Airbnb
per soggiornare in Italia, e gli
spazi a disposizione sono già più
di 60mila. Gli albergatori e le
agenzie immobiliari non l’hanno presa benissimo, si sono appellate al rispetto delle rigide
normative a cui loro devono sottostare. «Non siamo un loro competitor diretto — risponde sul
punto Stifanelli — i nostri clienti non scelgono l’albergo».
Nell’universo in fermento
della sharing economy, ci sono
anche piattaforme che non dividono, che trovano il plauso generale. Tale pare essere Locloc,
la prima app italiana del noleggio tra privati. Più gli oggetti sono insoliti, più sono richiesti.
«Metal detector, vestiti per la
danza del ventre, sci da coppa
del mondo — racconta Michela
Nose, la fondatrice — abbiamo
12.500 iscritti e ancora ci stupiamo delle cose che vengono noleggiate. Mi aspettavo i mugugni di negozianti e centri commerciali, invece niente. Ma forse
perché la nostra è una realtà ancora piccola, che non dà fastidio»
“PAGO SOLO CIÒ CHE CONSUMO”
È LA FINE DELLA PROPRIETÀ
M
AÈla condivisione o la disperazione il
motore di tutto? Un mese fa il dibattito su cosa sia davvero, aldilà dei facili slogan, la sharing economy è
esploso negli Stati Uniti. E in campo sono scesi
due pesi massimi. Da una parte, a San Francisco,
si è schierato Wired, il mensile icona della Silicon
Valley e del cambiamento innescato dalla rivoluzione digitale. E dall’altra si è opposto il primo settimanale patinato dell’east coast, il New York.
Era accaduto questo. L’ultima storia di copertina
di Wired celebrava il trionfo dei siti come Uber e
AirBnb e in definitiva la rivoluzione culturale innescata dalla economia collaborativa. Che bello,
era il senso di tutto, grazie a Internet e a queste
app adesso gli americani si fidano degli sconosciuti. E poco importa che le statistiche dimostrassero che il livello di diffidenza degli americani verso “l’altro” è ancora altissimo (59 per cento). La morale era solo una: trust me!, fidatevi, fidiamoci. Di chi ti affitta la stanza o l’auto, di chi ti
guarda il cane o di chi viene in casa tua a fare quei
lavoretti che non sai fare. Bello. Ma falso. Perché
— è la tesi del New York magazine— il vero motore che ci mette nelle condizioni di affittarci tutto, e che ci spinge nelle mani di sconosciuti per
avere dei servizi a basso costo, sarebbe la crisi economica. “Per capire perché queste app hanno tanto successo, guardate i dati: dalle crisi del 2008 a
oggi molti posti di lavoro sono andati perduti e
una parte si è trasformata in lavoro precario. E i
salari reali sono calati per tutti”.
I numeri sono questi. Negli Stati Uniti come in
Europa. Ma non spiegano tutto. Infatti non c’è dubbio che la crisi economica stia accelerando la diffusione del “consumo collaborativo” come lo chiamò
nel suo best seller Rachel Botsman — “Quel che è
mio è tuo” — tre anni fa. Ma è in corso un cambiamento più profondo. La fine del concetto di proprietà esclusiva per far spazio non tanto a una proprietà condivisa di stampo socialista, quanto piuttosto all’acquisto di un servizio più che di un bene.
Mi compro il passaggio in auto quando mi serve invece dell’auto e così via: per tutto. Pago, poco, quello che consumo e basta. Per le nuove generazioni è
questo l’unico modo di vivere. È l’alba di un nuovo
capitalismo? Vedremo, intanto quello che si può dire è che in questa rivoluzione Internet agisce in due
modi: il primo è infrastrutturale, diffondendo le offerte e domande di consumi collaborativi; il secondo è reputazionale. Infatti formalmente la sharing
economyti porta a fidarti degli sconosciuti, ma in
rete nessuno è davvero sconosciuto. C’è una storia
che parla per noi, ci sono le tracce digitali e le referenze che quelli che hanno avuto a che fare con noi
hanno lasciato. Queste due leve stanno aprendo le
porte a una economia parallela. Piccola? Si, ma
neanche tanto. Sempre la Botsman ha calcolato
che parliamo di un mercato globale di 26 miliardi
di dollari. A San Francisco chi si affitta una o più
stanze, in media lo fa per 58 giorni l’anno, mettendosi in tasca circa novemila dollari l’anno. Moltiplicate per centinaia di migliaia di annunci al giorno
e capirete perché l’ultimo round di finanziamento
ha fatto volare la valutazione di AirBnb a dieci miliardi di dollari. Roba che molte catene alberghiere
se la sognano. Quelli che all’inizio snobbavano i servizi peer to peeradesso si preoccupano. E quando
non scendono in piazza a protestare contro Uber,
chiedono misure legislative e fiscali restrittive: chi
regola questi servizi? Come pagano le tasse? In
molti paesi europei e stati americani è tutta una
corsa ad adeguare le leggi. Ma non sarà una norma
ottusa a fermare il cambiamento. È bene che i tassisti lo sappiano. Lo dice la storia. Nel 1865 per
esempio nel Regno Unito si stabilì che le auto potessero circolare solo a passo d’uomo e dietro un
agente con la bandiera rossa in mano in segno di pericolo. Non servì a salvare le carrozze con i cavalli.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
ONpossedere niente, ma usare tutto.
Accedere a un servizio, senza mai
comprarlo. Condividere oggetti, capacità, automobili, il tempo e gli spazi. C’è
addirittura chi pensa che il capitalismo finirà così, seppellito
dalla sharing economy. Per
adesso, l’effetto concreto in Italia di Uber Pop, Blablacar,
Airbnb, Becrowdy, Coworking
for e delle altre 100 e passa piattaforme di condivisione attive è
quello del grimaldello: fanno
scricchiolare monopoli antichi,
scardinano a poco a poco mercati dominati dalle lobby, protetti dalla politica e da vecchie
leggi, rese desuete dalla tecnologia ma sempre e comunque
leggi. Quello che sta succedendo a Milano, con i tassisti in sciopero da tre giorni, ne è la prevedibile conseguenza.
Uber pop, Blablacar, Lyft e le
altre app dedicate alla mobilità
mettono in contatto gli automobilisti per organizzare passaggi
in macchina. Sono entrate, con
innegabili forzature della legge
quadro che risale al 1992, in un
settore prima dominato dalle sigle dei tassisti, negli anni capaci
anche di imporre ai sindaci i tetti alle licenze. «Sono illegali —
continuano a sostenere i sindacati delle auto bianche — funzionano come taxi abusivi, fanno
concorrenza sleale. Eppure noi
le licenze le abbiamo pagate
100, 150 mila euro. Lo Stato, o i
Comuni, devono fermarli, ci devono proteggere».
Negli ultimi due anni nel nostro Paese sono spuntate 136
piattaforme digitali di sharing
economy, soprattutto al Nord.
Nel 2013 il 13 per cento della popolazione, 7 milioni italiani, le ha
utilizzate almeno una volta: condividendo con sconosciuti l’automobile, un posto letto, la babysitter, l’abilità ai fornelli, barattando oggetti, raccogliendo fondi. «Boom dovuto alla crisi e alla
familiarità crescente con social
network e smartphone — spiega
Marta Manieri, gestore del sito
collaboriamo.org — il fenomeno
crescerà ancora, le possibilità sono enormi. I benefici per chi partecipa, in termini di risparmio,
pure. Per l’Expo faremo sperimentazioni coi servizi di mobilità, di accoglienza e del food». La
logica è quella del peer to peer,
quella del primo eBay per intenderci, anno 1996, quando era solo un bazar online di oggetti usati: due utenti si scambiano qualcosa attraverso un portale che
ha un margine di guadagno. Da
lì in poi sono nate centinaia di
startup, spesso border linerispetto a normative e leggi.
Prendete Becrowdy, Boomstarter, Dropis, Eppela, Prestiamoci e le altre le 22 piattaforme
del crowfunding, il micro-finanziamento dal basso, utilizzabili
in Italia. Grazie ad esse si sono
raccolti finora 23 milioni di euro,
l’80 per cento dei quali con la formula del social lending, del prestito senza l’intermediazione
bancaria finalizzato alla realizzazione di progetti. Una goccia
nel mare della finanza, certo,
ma comunque un’incursione
nel mondo in cui da sempre i padroni sono gli istituti bancari, e
solo loro. «La sharing economy
ha sicuramente questo di positivo — spiega Mario Maggioni, docente di politica economica all’Università Cattolica di Milano
— abbatte barriere “artificiali”
create in alcuni mercati. Tant’è
che la nuova legge sulle banche
di investimento ha cercato di includere le forme di crowdfunding».
Ma non è tutto sharing quello
che luccica, a quanto pare. «Ci sono anche dei criteri di qualità e sicurezza che i servizi pubblici,
quali questi sono, devono comunque garantire — continua
Maggioni — non credo che tutte
le forme di affitto tra privati rispondano sempre a tali requisiti». Il riferimento è a Airbnb, la
app inventata a San Francisco
nel 2008 che sta avendo un gran
successo: bypassando agenzie immobiliari e siti specializzati tipo booking.com o expedia (su di
loro l’Antitrust italiano ha aperto un’istruttoria per possibili violazioni della concorrenza), ha
messo in piedi in 194 paesi una
rete di 600mila alloggi per l’affitto a breve termine di stanze,
appartamenti, a volte castelli.
Come unica garanzia della qualità delle sistemazioni, le foto e i
feedback degli altri utenti.
«In Italia Airbnb ha un ruolo
diverso, meno dirompente rispetto a Uber», spiega Matteo
Stifanelli, il country manager.
«L’affitto a breve termine è perfettamente legale da anni, e di
fatto la nostra startup ha regolato situazioni già esistenti». Stifanelli ricorre all’esempio di Milano, durante la design week: «I
milanesi da anni affittano ai
viaggiatori stanze e appartamenti nella settimana del design. Con Airbnb hanno la possibilità di farlo seguendo le disposizioni di legge, tutto qua. Quest’anno abbiamo avuto 5000 posti, quasi tutti affittati».
Il servizio di intermediazione
costa il 10 per cento dell’importo
giornaliero, stabilito da chi mette a disposizione l’alloggio, ed è
chiaro dove sia il business in un
paese come il nostro che conta
48 milioni di arrivi all’anno.
Tant’è che ogni giorno 12mila
persone utilizzano il sito Airbnb
per soggiornare in Italia, e gli
spazi a disposizione sono già più
di 60mila. Gli albergatori e le
agenzie immobiliari non l’hanno presa benissimo, si sono appellate al rispetto delle rigide
normative a cui loro devono sottostare. «Non siamo un loro competitor diretto — risponde sul
punto Stifanelli — i nostri clienti non scelgono l’albergo».
Nell’universo in fermento
della sharing economy, ci sono
anche piattaforme che non dividono, che trovano il plauso generale. Tale pare essere Locloc,
la prima app italiana del noleggio tra privati. Più gli oggetti sono insoliti, più sono richiesti.
«Metal detector, vestiti per la
danza del ventre, sci da coppa
del mondo — racconta Michela
Nose, la fondatrice — abbiamo
12.500 iscritti e ancora ci stupiamo delle cose che vengono noleggiate. Mi aspettavo i mugugni di negozianti e centri commerciali, invece niente. Ma forse
perché la nostra è una realtà ancora piccola, che non dà fastidio»
“PAGO SOLO CIÒ CHE CONSUMO”
È LA FINE DELLA PROPRIETÀ
M
AÈla condivisione o la disperazione il
motore di tutto? Un mese fa il dibattito su cosa sia davvero, aldilà dei facili slogan, la sharing economy è
esploso negli Stati Uniti. E in campo sono scesi
due pesi massimi. Da una parte, a San Francisco,
si è schierato Wired, il mensile icona della Silicon
Valley e del cambiamento innescato dalla rivoluzione digitale. E dall’altra si è opposto il primo settimanale patinato dell’east coast, il New York.
Era accaduto questo. L’ultima storia di copertina
di Wired celebrava il trionfo dei siti come Uber e
AirBnb e in definitiva la rivoluzione culturale innescata dalla economia collaborativa. Che bello,
era il senso di tutto, grazie a Internet e a queste
app adesso gli americani si fidano degli sconosciuti. E poco importa che le statistiche dimostrassero che il livello di diffidenza degli americani verso “l’altro” è ancora altissimo (59 per cento). La morale era solo una: trust me!, fidatevi, fidiamoci. Di chi ti affitta la stanza o l’auto, di chi ti
guarda il cane o di chi viene in casa tua a fare quei
lavoretti che non sai fare. Bello. Ma falso. Perché
— è la tesi del New York magazine— il vero motore che ci mette nelle condizioni di affittarci tutto, e che ci spinge nelle mani di sconosciuti per
avere dei servizi a basso costo, sarebbe la crisi economica. “Per capire perché queste app hanno tanto successo, guardate i dati: dalle crisi del 2008 a
oggi molti posti di lavoro sono andati perduti e
una parte si è trasformata in lavoro precario. E i
salari reali sono calati per tutti”.
I numeri sono questi. Negli Stati Uniti come in
Europa. Ma non spiegano tutto. Infatti non c’è dubbio che la crisi economica stia accelerando la diffusione del “consumo collaborativo” come lo chiamò
nel suo best seller Rachel Botsman — “Quel che è
mio è tuo” — tre anni fa. Ma è in corso un cambiamento più profondo. La fine del concetto di proprietà esclusiva per far spazio non tanto a una proprietà condivisa di stampo socialista, quanto piuttosto all’acquisto di un servizio più che di un bene.
Mi compro il passaggio in auto quando mi serve invece dell’auto e così via: per tutto. Pago, poco, quello che consumo e basta. Per le nuove generazioni è
questo l’unico modo di vivere. È l’alba di un nuovo
capitalismo? Vedremo, intanto quello che si può dire è che in questa rivoluzione Internet agisce in due
modi: il primo è infrastrutturale, diffondendo le offerte e domande di consumi collaborativi; il secondo è reputazionale. Infatti formalmente la sharing
economyti porta a fidarti degli sconosciuti, ma in
rete nessuno è davvero sconosciuto. C’è una storia
che parla per noi, ci sono le tracce digitali e le referenze che quelli che hanno avuto a che fare con noi
hanno lasciato. Queste due leve stanno aprendo le
porte a una economia parallela. Piccola? Si, ma
neanche tanto. Sempre la Botsman ha calcolato
che parliamo di un mercato globale di 26 miliardi
di dollari. A San Francisco chi si affitta una o più
stanze, in media lo fa per 58 giorni l’anno, mettendosi in tasca circa novemila dollari l’anno. Moltiplicate per centinaia di migliaia di annunci al giorno
e capirete perché l’ultimo round di finanziamento
ha fatto volare la valutazione di AirBnb a dieci miliardi di dollari. Roba che molte catene alberghiere
se la sognano. Quelli che all’inizio snobbavano i servizi peer to peeradesso si preoccupano. E quando
non scendono in piazza a protestare contro Uber,
chiedono misure legislative e fiscali restrittive: chi
regola questi servizi? Come pagano le tasse? In
molti paesi europei e stati americani è tutta una
corsa ad adeguare le leggi. Ma non sarà una norma
ottusa a fermare il cambiamento. È bene che i tassisti lo sappiano. Lo dice la storia. Nel 1865 per
esempio nel Regno Unito si stabilì che le auto potessero circolare solo a passo d’uomo e dietro un
agente con la bandiera rossa in mano in segno di pericolo. Non servì a salvare le carrozze con i cavalli.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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